Marzo 2017

Mese: Marzo 2017

Genealogie del racconto contemporaneo. Una guida

Una guida alle genealogie del racconto contemporaneo sarebbe simile alla cartina idrografica di un continente: la rete di fiumi, canali e torrenti, con i travasi di affluenti e le biforcazioni, tra percorsi che si risolvono in spazi vastissimi o nel giro di pochi chilometri, sarebbe una buona metafora di quanto gli autori di racconti si muovano nello spazio della finzione allacciando, connettendo, biforcando o inaugurando percorsi. La vitalità del genere, con le sue declinazioni, la sua diffusione, la sua storia (se è possibile scriverne una), è un campo d’indagine che merita lo sforzo della critica per averne una migliore definizione e una visione nitida.

Il racconto è un genere che si presta a una conoscenza atomistica, basata su pochi autori canonici, vissuta come una vacanza o un’evasione rispetto ai generi ‘maggiori’. L’atteggiamento scientifico presuppone, invece, uno studio articolato secondo categorie storiche, geografiche, linguistiche e narrative. Lo scopo è giungere a una comprensione del genere come flusso di testi che condividono non solo aspetti formali ma anche un orizzonte storico ed estetico. Ogni racconto, si suppone, è debitore di una tradizione o di un filone: è perciò necessario arrivare a vedere cosa c’è dietro un racconto, a quale contesto fa riferimento, quali contributi apporta, o meglio – per non ridurre il testo a un sistema di entrate e uscite – cercare di vedere da quale alchimia di spunti e intuizioni si forma.

La necessità di ricostruire il contesto ha ispirato la Giornata di studi che abbiamo intitolato Genealogie del racconto contemporaneo, tenutasi all’Università di Bergamo nell’aprile del 2016 e presieduta dalla Professoressa Nunzia Palmieri, in continuità con la Giornata di studi precedente, Racconto italiano contemporaneo: percorsi, forme e letture, del febbraio 2015[i].

Mentre quest’ultima era dedicata alla forma e alle caratteristiche di alcuni racconti di autori italiani, in queste Genealogie la prospettiva si è allargata rivolgendosi alle altre tradizioni e alle contaminazioni che ne derivano: gli interventi qui raccolti inquadrano la produzione di un autore all’interno di un contesto o abbracciano la storia di un filone attraverso e oltre i testi. Questo approccio si è dimostrato fecondo sotto diversi aspetti: nella capacità di smuovere i confini del singolo racconto, intuendone gli strati sotterranei, i debiti e, simmetricamente, le innovazioni; nella simmetrica capacità di comporre una nuova geografia della narrazione, dove emergono tradizioni culturali e linguistiche spesso considerate secondarie nell’universo romanzocentrico che è oggi la letteratura; nella possibilità infine di individuare gli elementi ricorrenti all’interno dell’evoluzione di particolare un sottogenere.

Sottogenere, se non genere a sé secondo alcuni, è il microracconto, di cui Daniel Raffini ha tracciato una parabola nel contesto ispanoamericano, individuando i filoni interni, i propositi e l’originalità. In particolare Raffini mette in luce il delicato equilibrio tra tradizione e innovazione: da una parte il microracconto ha spesso riutilizzato forme anteriori (nei casi qui analizzati: il bestiario, la favola, il mito, il racconto biblico), dall’altra le ha adattate a un codice estetico nuovo, alla necessità della condensazione e della sorpresa finale. Il ricorso a forme antiche ha permesso al microracconto di inserirsi nella letteratura del Novecento con dissonante originalità, senza ritirarsi in un passatismo erudito bensì approfondendo alcune riflessioni contemporanee, come il sentimento dell’angoscia e dell’assurdo, il ripensamento di alcune opposizioni tradizionali (uomo/donna, uomo/animale), una critica alla società di massa e un allarme circa i rischi del degrado ambientale e di una guerra nucleare.

Sul racconto fantastico, invece, Andrea Pitozzi ha delineato un percorso originale partendo da alcune riflessioni di Maurice Blanchot, secondo il quale il racconto è la forma deputata all’incontro con il mistero, con l’ignoto, attraverso un’esperienza spaesante che invita il lettore a ricollocarsi nel suo spazio-tempo reale e mentale. Pitozzi prende poi in considerazione i racconti del giapponese Murakami Haruki – peraltro noto per avere tradotto nella sua lingua, tra gli altri, Carver e Salinger. In Murakami la dimensione fantastica affiora senza produrre nei suoi personaggi stupore: per esempio animali parlanti e bibliotecari che imprigionano gli utenti nei sotterranei si presentano senza discontinuità con il piano del reale; la consegna di un pacchetto misterioso può essere l’avvio di una nuova tappa nella vita del protagonista; la riscrittura della Metamorfosi di Kafka sposta nuovamente i confini tra reale e irreale. La commistione fra i due piani rende quello fantastico ancora più dirompente, in quanto la sua naturalezza – che normalmente viene messa in dubbio – metaforizza la possibilità di ripensare la realtà, allargandone l’esperienza attraverso categorie nuove e inaspettate.

In direzione opposta, invece, cioè dal singolo testo alle sue fonti e ai suoi specifici riferimenti, si muovono gli altri studi qui raccolti. Annalisa Zungri analizza Narratori delle pianure di Gianni Celati studiandone in particolare tre meccanismi: l’oralità, la sospensione dei nessi causali, la peregrinazione. L’attrazione di Celati per l’oralità ha diversi risvolti: implica un nuovo statuto dell’autore (l’autore scompare dietro coloro che riportano le novelle e si presenta come colui che le raccoglie e trascrive), differente rispetto a quello del romanziere (il romanzo, per lunghezza, non può essere la trascrizione di un testo orale e l’autore è il deus ex machina che muove tutti i fili); richiede un lavoro di stile incentrato su alcuni fenomeni tipici del parlato, come l’uso del passato prossimo e dell’imperfetto. La sospensione dei nessi causali è un altro elemento costitutivo della scrittura di Celati: mentre il romanzo procede per una concatenazione di cause ed effetti, nella novella Celati si prende la libertà di derogare alla necessità di spiegare con lo scopo di meglio rappresentare le casualità della vita. Infine la peregrinazione, il ghirigoro, la flânerie, oltre a raggiungere un effetto mimetico (tanto del parlato quanto della vita), richiamano i tracciati zigzaganti, interrotti e ripresi del poema di Ariosto.

Silvia Baroni invece studia come Le città invisibili di Calvino venga riscritto da un autore belga, Bernard Quiriny, già noto per le sue incursioni metaletterarie, come una prefazione di Enrique Vila-Matas attesta. La sua raccolta si intitola Une collection très particulière (in italiano La biblioteca di Gould. Una collezione molto particolare, edita da L’Orma nel 2013). Quiriny struttura il suo libro per serie tematiche distribuite secondo criteri numerici e duplicando la coppia testimone-annunciatario; descrive, in alcuni racconti, delle città immaginarie sfidando il lettore a ritrovarle nella realtà e due di esse in particolare ricalcano due città invisibili di Calvino.

Infine Marco Malvestio affronta un’opera colossale dello statunitense William Tanner Vollmann: Europe Central (edito in Italia, con il titolo originale, da Mondadori nel 2010). Il libro sollecita il confronto non con una tradizione di racconti bensì con il romanzo: lo statuto dell’opera appare incerto, in bilico tra raccolta di racconti e, appunto, romanzo. Malvestio raccoglie gli elementi che permettono di annoverare Europe Central all’una o all’altra categoria: da una parte l’autonomia delle parti interne, la brevità e l’esemplarità; dall’altra il ritorno di personaggi, narratori, riferimenti culturali, metafore e similitudini, e la presenza di una cornice che tiene insieme la costruzione.

Da questi interventi emerge come la parabola del racconto si inserisca con originalità nel sistema dei generi novecentesco e contemporaneo, offrendosi quale materiale narrativo primario di architetture testuali anche complesse e articolate, che conservano tuttavia l’immediatezza, l’icasticità e la configurazione lineare della narrazione breve. È così che uno studio genealogico può contribuire a sconfessare un luogo comune della critica e del pensiero dominante, ovvero la presunta subordinazione del racconto al romanzo: l’idea grossolana che la principale differenza tra le due forme della narrazione consista nella diversa lunghezza andrà affinata considerando le implicazioni che la lunghezza comporta. Il racconto, a differenza del romanzo, può riesumare generi antichi anche molto diversi, piegandoli alle esigenze contemporanee; può toccare il mondo fantastico, non per produrre una quête o una saga d’evasione, ma per mettere in questione le categorie di comprensione della realtà; può avvicinarsi all’oralità, sospendere i nessi di causa ed effetto, compiere dei ghirigori; può essere inverosimile. Ancora, una raccolta di racconti può articolarsi in forme geometriche o in serie tematiche per arrivare a comporre strutture complesse, che assumono la forma di “opera-mondo”, categoria narrativa considerata solitamente  appannaggio esclusivo della forma romanzesca.

Seppur compiendo delle incursioni parziali, questo volume entra nelle viscere del racconto:  lo studio delle genealogie non tocca solo la storia ma anche la specificità formale. La necessità di conoscere meglio le relazioni interne al genere, le linee (spesso linguistiche) su cui si sono sviluppati alcuni sottogeneri, la ricorrenza di certi dispositivi, fornisce anche l’opportunità di allargare i confini del dibattito intorno al racconto.

A complemento degli studi, abbiamo raccolto in appendice alcuni racconti inediti di autori italiani, anch’essi rappresentanti della varietà di affiliazioni che il racconto può vantare. Paolo Cognetti, che in A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti (Minimum fax 2014) ripercorre il suo apprendistato leggendo la narrativa breve americana, presenta una prosa di natura autobiografica che ripercorre le casualità che hanno inciso nella sua scelta di diventare scrittore, vezzeggiando i propri modelli. Rossella Milone parte invece da un mondo popolato di superstizioni, ancorato in una forma deteriore di devozionismo, per proporre un’originale educazione sentimentale con uno stile musicale e delicato. Giuseppe Imbrogno sfiora il racconto fantastico, raccontando la vita di un ragazzo e poi un uomo attraverso la sovrapposizione di un gioco in cui i diversi partecipanti assumono identità e atteggiamenti animaleschi. Nicola H. Cosentino compone l’istantanea di un’amicizia folgorata dall’irruzione di un lutto, che interviene a rompere la frequentazione quotidiana e, inizialmente, a revocare l’intimità che si credeva ormai acquisita. Infine Eliana Elia, per chiudere da dove abbiamo cominciato, si distingue per la scelta del microracconto: già autrice di tre raccolte di microracconti, in questi testi rivendica il valore estetico e ermeneutico del genere e conferma la tendenza a creare atmosfere e situazioni spaesanti venate di assurdo.

Per concludere, si possono ricordare le parole con cui Julio Cortázar riepilogava il suo percorso nelle Lezioni di letteratura: «El escritor no conoce esos caminos mientras los está franqueando – puesto que vive en un presente como todos nosotros – pero pasado el tiempo llega un día en que de golpe, frente a muchos libros que ha publicado y muchas críticas que ha recibido, tiene la suficiente perspectiva y el suficiente espacio crítico para verse a sí mismo con alguna lucidez»[ii]. Anche per il critico la messa in prospettiva di un testo significa conoscere i cammini che un autore ha percorso, la tradizione che ha attraversato. Questo volume presenta così come un invito a compiere una serie di traversate nella storia del racconto, delle sue lingue e delle sue forme.



[i] Il racconto italiano tra forma chiusa e precarietà, a cura di Giacomo Raccis e Damiano Sinfonico, monografico “Nuova Corrente”, 157, gennaio-giugno 2016.

[ii] Julio Cortázar, Clases de literatura. Berkeley, 1980, edición de Carles Álvarez Garriga, Alfaguara, Madrid, 2013, p. 15.

Matvejevic, Pane e Mediterraneo

Quando Predrag Matvejevic incominciava a raccontare della sua vita vissuta per decenni altrove, in posti che stavano “tra un esilio e l’altro”, dei suoi libri o di qualunque altro luogo sui confini del mondo i suoi occhi acuti e infantili avessero attraversato con curiosità, sentivi che le sue parole erano così vere che ti cadevano vicine. E ti accorgevi che la voce di Matvejevic parlava con lo stesso colore dei suoi capelli: era candida, quasi argentea come un soffio di nuvola. E con lo stesso candore, che subito scompaginava con una leggerezza e una profondità infantile e poetica tutte le prosopopee e le invettive politiche e culturali sulle “appartenenze”, sui confini, sugli etnicismi difesi a oltranza in questi tempi così ostili all’ospitalità, al dialogo e alla tolleranza, faceva una dichiarazione come questa: “ah l’identità, questa impostura che oggi tutti sembrano inseguire, è ormai una cosa impossibile da definire”. Ormai Matvejevic, cresciuto sui confini di un’Europa di imposture ideologiche e violenze comminate nel nome di identità e supremazia proclamate, vedeva solo gruppi provvisori, individui spaesati nel caos globale di un mondo impaurito e insanguinato dal terrorismo e dalle minacce del conflitto di civiltà. “Come se una persona si potesse formare dopo essere stata privata della sua infanzia, della sua adolescenza. Non c’è davvero più luogo dove sentirsi padrone di casa”. Forse anche per questo la sua vita stessa consumata in esilio che infine lo ha smarrito nella mente e ucciso, è stata pane e Mediterraneo. Il Mediterraneo era la sua vera patria, il mare delle patrie plurime e del sale amaro dell’esilio, della persecuzione e della dimenticanza, che lo portarono alla fine della sua vita alla solitudine e all’angoscia del ricovero in un reparto psichiatrico, dove praticamente è morto in abbandono, qualche tempo fa. Dopo uno dei nostri incontri, una volta mi disse, “Quando mi sveglio al mattino in un albergo di una città che non è la mia, mi chiedo sempre in che lingua adesso devo pensare, dove sono ora. Non riesco subito a trovare la lingua da parlare, le parole giuste. Ma quello che conta e che riesco ugualmente a sognare in molte lingue”. Forse anche solo e da ammalato ha continuato a sognare fino alla fine.
A Roma dove dopo anni di e-mail e inseguimenti per progetti comuni e riunioni di studio, dopo l’esito del lungo e doloroso conflitto serbo-bosniaco, ebbi la fortuna di incontrarlo di persona per la prima volta; parlava con la sua solita gentilezza e affabilità in una libreria di Trastevere di un suo piccolo libro, un’edizione per bibliofili, dedicato ai suoi accorati ritorni da straniero sulle strade di casa, dopo gli anni trascorsi in un lungo esilio e l’epilogo della tragedia della guerra Serbo-Bosniaca. Quel libro era ancora un libro magnificamente scritto sull’acqua, si intitolava Sul Danubio (Ed. Le impronte degli uccelli, Roma, 2002). In quell’occasione, -mi confidò- “Finalmente mi si è presentata l’occasione di rivedere le regioni che ancora si chiamano jugoslave, nelle quali non avevo potuto rimetter piede dall’inizio della guerra. Oggi viaggio a casa mia come uno straniero, essendo un cittadino italiano. Con il passaporto croato avrei dovuto aspettare a lungo il visto, che forse mi sarebbe stato rifiutato. Una decina di anni addietro non avrei potuto nemmeno immaginare potesse accadermi una cosa del genere”. Matvejevic era infatti diventato da poco cittadino italiano, per meriti culturali e civili. Nel 1998 aveva ricevuto la cittadinanza italiana per “la sua opera, che rappresenta il tramite fondamentale tra le tradizioni culturali dell’area balcanica e la civiltà europea”. Mi ricordo che ascoltarlo leggere un brano del suo libro, un minuscolo e prezioso libro di viaggi, e di viaggi che si trasformano in esili, commuoveva per la diligenza poetica dei ricordi delle cose, dei luoghi e delle persone perdute e ritrovate a fatica dopo gli anni delle atrocità e delle vendette balcaniche da cui era fuggito: “La maggior parte di chi mi ascoltava a Belgrado anni fa non ha potuto leggere quel che ho scritto negli ultimi anni. Mi sembra di presentare il rapporto di quel che ho fatto fra asilo ed esilio”. Neanche i resti della memoria superstite in quella sua Belgrado, trasformata e distrutta da guerra e riedificazioni, sembravano più dargli pace, conforto: “Cammino per vecchie strade che hanno la patina del passato. Senza meta. Gli altoparlanti diffondono musica, popolare e leggera, nostra o straniera, nel centro sulle Terazije, accanto all’Hotel Moskva e dal lato opposto davanti alla Cassina, all’inizio e fine di via Knez Mihajlova, sulla piazza di Slavija. Passano giovani con le stampelle, altri con le protesi, altri ancora su una sedia a rotelle. Quattro guerre e neanche una vittoria. A ogni passo sento un accento non belgradese, la voce di un serbo venuto da altrove, un immigrato. Ci sono ancora belgradesi a Belgrado?”.
Anni orsono, quando proposi il suo libro più bello, Breviario Mediterraneo, tra le letture monografiche per il corso di Etnologia delle Culture Mediterranee che tenevo per i miei studenti, al Dams di Arcavacata, ricordo che avevo molti dubbi. Il libro era bellissimo, ricco ma poco “scolastico” e molto difficile da inquadrare. Era considerato dalla critica un “saggio poetico”, un “diario di bordo” o un “romanzo sui luoghi”. Comunque era “un libro geniale, fulminante, inatteso”, secondo il suo prefatore e mentore italiano, Claudio Magris. Una sorta di “gaia scienza” secondo lo stesso autore di quest’opera somma tradotta da allora in una trentina di lingue. Eppure alla fine piacque a tutti gli studenti, e tutti ricordavano un passo, amavano i concetti eruditi e lievi di questo “poema in prosa” dedicato al mare, che apriva orizzonti umani oltre le certezze delle discipline e le rigidità dei saperi accademici. Cose che restano.
Matvejevic continuerà anche adesso che non c’è più, a insegnarci che non esiste una sola cultura mediterranea: ce ne sono molte in seno ad un solo Mediterraneo. Sono caratterizzate da tratti per certi versi simili e per altri differenti, persino opposti, cozzanti. Le somiglianze sono dovute alla prossimità di un mare comune e all’incontro sulle sue sponde di genti e di forme di umanità e di espressioni culturali comunque sensibili e vicine. Ma oggi pesano soprattutto le fratture. Si strumentalizzano le differenze “segnate da fatti d’origine e di storia, di credenze e di costumi… La retrospettiva continua ad avere la meglio sulla prospettiva. Ed è così che lo stesso pensiero rimane prigioniero degli stereotipi. Percepire il Mediterraneo partendo solamente dal suo passato rimane un’abitudine tenace, tanto sul litorale quanto nell’entroterra. La «patria dei miti» ha sofferto delle mitologie che essa stessa ha generato o che altri hanno nutrito. Questo spazio ricco di storia è stato vittima degli storicismi. La tendenza a confondere la rappresentazione della realtà con la realtà stessa si perpetua: l’immagine del Mediterraneo e il Mediterraneo reale non si identificano affatto… Né le somiglianze né le differenze nelle culture del Mediterraneo sono assolute o costanti: talvolta sono le prime a prevalere, talvolta le ultime. Il resto è mitologia”.

Prima di salutarlo mi parlò già allora di un suo nuovo lavoro, il libro sul pane e il corpo, il pane e la fede. Aveva già scritto, mi disse, più di quattromila pagine, e mi raccontò una delle storie che aveva scovato; quella di un prigioniero in un carcere turco che nel XVII secolo era riuscito a sopravvivere fino alla fine dei suoi giorni, dopo più di cinquant’anni trascorsi in cella, nutrendosi esclusivamente di pane, pane e acqua. “Il pane che gli bastò per vivere un giorno dopo l’altro è lo stesso di quello che serve per sognare un giorno di essere liberi”. Anche quello era un libro che impastava erudizione, poesia e curiosità umana; un libro immenso, frutto di più di vent’anni di studi, di letture preziose e di ricerche faticosissime in biblioteche e archivi sconosciuti ai più, un testo-summa che sapeva comunque di dovere limitare per poterlo pubblicare; pagine “che alla fine forse diventeranno al massimo tre o quattrocento”, mi disse un po’ amareggiato. Quel libro, in cui risuonano pagine profondissime e squisite di un testamento spirituale insieme laico e fidente, quando uscì fu l’ultimo dei suoi libri importanti; Pane nostro, lo pubblicò poi Garzanti nel 2010, e le pagine alla fine furono solo 231.

Predrag Matvejevic il 2 febbraio di quest’anno, si è spento a 84 anni a Zagabria, dove si era trasferito qualche anno fa dopo aver lasciato definitivamente l’insegnamento di Slavistica all’Università La Sapienza di Roma. Il calvario degli ultimi mesi di vita di Matvejevic è stato purtroppo molto triste. Proprio sul finale, la vita sembra essersi fatta beffe del destino di quest’uomo favolosamente colto, mite e caparbio, che amava il mare e che aveva lottato per libertà sopra ogni cosa; ha finito i suoi giorni malato e recluso nell’ospedale Godan Dom a Zagabria, dal quale non poteva uscire. Negli ultimi tempi era tenuto sotto stretta sorveglianza, a causa di problemi psichiatrici, in verità mai chiariti. In realtà a chi lo conosceva è apparso lucido fino alla fine dei suoi giorni. Così un intellettuale che avrebbe ampiamente meritato il Nobel se n’è andato in un modesto ricovero per anziani, e nulla si è potuto fare per aiutarlo e per sottrarlo ad una condizione avvilente, nonostante l’appello fatto da molti alla famiglia, al governo croato e a quello italiano, di cui Matvejevic era orgoglioso di essere diventato cittadino.

Personalmente ho amato moltissimo i suoi libri, li ho studiati perché avevano qualcosa di sacro e di fervente, ma erano avventurosi e lievi come madrigali, e così li ho fatti studiare ai miei studenti; poi Predrag Matvejevic l’ho conosciuto, e ne sono rimasto incantato. E pure da lontano siamo rimasti amici; e pure da lontano sapeva sempre come farsi vicino, perché era anche una persona candida e meravigliosa. L’ultima volta che ci siamo visti è stato a Genova nel settembre del 2010, entrambi invitati per partecipare alla rassegna Mediterranea. Voci tra le sponde. In quella occasione cenammo assieme un paio di sere. Sentirlo raccontare era un’esperienza omerica; gli dissi che avrei fatto presto un viaggio dalle sue parti in Croazia, in barca, fermandomi nei piccoli approdi e nelle calette sulla costa: “allora devi venire da me, nella piccola isola di Kolocep, in Dalmazia dove passo parte dell’estate. E poi devi assolutamente stare almeno un paio di giornate a Dubrovnik!” -mi disse- “è una delle città di mare tra le più belle che conosca, e se ci vai fatti a piedi lo Stradun, la strada è magnifica, magica, un volo di pietra dorata e i tetti di coppi delle case intorno al tramonto sembrano di fuoco, e poi al mattino arriva fino al mare in fondo sotto le mura, e lì fatti un bagno pure per me, che l’acqua è ancora limpida e fresca come quella di una fonte di montagna! E se vuoi mangiare in modo indimenticabile devi andare, sempre lì vicino, a piedi, dentro la città vecchia, da Proto: è il miglior ristorante di pesce di tutto il Mediterraneo! E salutameli che sono amici miei!”
L’ho fatto, era tutto vero, tutto buonissimo, e bello come nelle sue parole.
Per conto mio ho sempre tentato di star dietro come un discepolo a quel suo stile, a quel suo modo di raccontare che trasformava ogni materia, costrutto poetico o latitudine geografica, in un tenero, colto e umanissimo tributo alla vita, quasi sempre immerso nelle acque lustrali di un’Europa di frontiera, tra mare e terra, a cavallo delle culture marginali e tra i luoghi più remoti e dispersi del Mediterraneo delle favole, dei miti, del terrore. Il suo era uno stile sommo e festoso -così caldo e personale da non aver generato neanche epigoni degni di nota-, che è poi quello consacrato nel suo libro più noto, Breviario Mediterraneo, un capolavoro che resterà insuperato, frutto di un lavoro accuratissimo, ridondante e sempre festoso, mai pedante. In Matvejevic ogni pagina parlava di un’erudizione sterminata coniugata a una straordinaria felicità di scrittura, a sensibilità letteraria e poetica, raggiunte mescolando insieme scienza e bellezza, fabula e sapere oltre i confini di qualsiasi steccato disciplinare.
Ritornando alla sua vita, dopo aver scelto di vivere e insegnare nel nostro paese, Matvejevic aggiunse: “Mi piace vivere in Italia. E a Roma io sto meglio che a Parigi”. Quando gli ricordai che io venivo a incontrarlo dalla Calabria mi disse, “la Calabria è una terra strana, in realtà è quasi un’isola, una passerella alta e stretta tra due mari, un bivio che prepara la strada verso il Mediterraneo profondo, il salto verso la Sicilia. È una terra di confine, uno di questi posti che viene sempre prima o appena dopo che ci si lascia tutto alle spalle. Ma il mare da voi è più vicino alla terra che in tutto il resto d’Italia, e quasi ti viene incontro da tutti i lati, è vicino a tutto, ha qualcosa di dilagante, inarginabile, è il Mediterraneo che illumina anche le montagne, che porta il sale delle onde fin dentro ai boschi, alla grandezza della Sila. Mi piace la Calabria. Sempre dove c’è più mare c’è più luce, c’è più vita, e c’è più disordine. Per me conta molto, è importante il disordine. È una cosa salutare”. Aveva capito, meglio di tanti piccoli vate e maître à penser ombelicali che di questi tempi si abboffano di like e si applaudono da soli.

Adesso che si è rimesso in viaggio oltre l’ultimo confine, mi piace accompagnarlo in silenzio con una preghiera di quelle che sarebbero piaciute a lui, una vecchia litania da marinaio, un versetto smozzicato nella lingua limacciosa e universale degli spaesati, dei viandanti, degli affamati di vita e di libertà, degli innamorati e dei folli, dei profughi e dei naufraghi, una di quelle preci “a salvamento” che si rivolgevano ai santi patroni delle tempeste, ai numi che guidavano i dispersi fino a una spiaggia sottovento, alle braccia di un approdo riparato, a un grembo caldo di donna, fino a togliersi la fame e la paura davanti a uno di quei forni che una volta tenevano al caldo il pane, la vita, il sogno della vita.
“Gli uomini e le donne si sono sempre messi in viaggio, e lo fanno tuttora, e lo faranno sempre, e sempre in movimento – come fa chi deve nascere, nutrirsi e amare-, viaggeranno verso quelle terre incognite di cui si dice che lì il pane ancora sfama in gran quantità e si sforna e si dispensa anche per gli sconosciuti, per tutti i viventi”.

 

Nota biografica

Nato a Mostar (Bosnia-Erzegovina) da madre croata e padre russo, Predrag Matvejeviæ è stato docente di Letteratura Francese all’Università di Zagabria e di Letterature comparate alla Sorbona di Parigi (Nouvelle Sorbonne-Paris III). È emigrato all’inizio della guerra nella ex-Jugoslavia scegliendo una posizione “tra asilo ed esilio”: ha vissuto dal 1991 al 1994 in Francia, dal 1994 ha vissuto e ha lavorato in Italia, professore ordinario di Slavistica all’Università La Sapienza di Roma, nominato “per chiara fama”. Tra i suoi libri, tradotti in varie lingue, i più noti in Italia sono: Epistolario dell’altra Europa (ed. Garzanti 1992); Breviario Mediterraneo (ed. it. 1988, ripubblicato in edizione rivista ed ampliata nel 1991 da Garzanti col titolo Mediterraneo – Un nuovo breviario). Sono tradotti in italiano anche altri libri di Matvejevic: Sarajevo (ed. Motta, Milano 1995): Ex Jugoslavia. Diario di una guerra (ed. Magma, Napoli 1995), (con il prologo di Czeslaw Milosz e l’epilogo di Josif Brodskij); Golfo di Venezia, (ed. Consorzio Venezia Nuova); Mondo Ex – “Confessioni” (ed. Garzanti 1996); Tra asilo ed esilio (ed. Meltemi, Roma 1998, prefazione di Riccardo Picchio); Il Mediterraneo e l’Europa – lezioni al College de France (Garzanti 1998); I signori della guerra (Garzanti 1999); Isolario mediterraneo (Ed. Motta, Milano 2000); Sul Danubio (edizione per bibliofili: “Le impronte degli uccelli”, Roma 200l); Compendio d’irriverenza (Ed. Casagrande, Lugano 2001, con prefazione di Rossana Rossanda); Lo specchio del Mare mediterraneo (saggio cartografico, Ed. Congedo, Lecce 2002), L’Altra Venezia (ed. Garzanti 2003, prefazione di Raffaele La Capria). In Italia, dove ha vissuto dal 1994, Matvejevic ha ricevuto il Premio Malaparte (Capri), il Premio Silone (Pescina), il Premio “Strega” europeo. Tra i vari altri riconoscimenti internazionali (come il “Prix du meilleur livre étranger”, nel 1993 a Parigi e “Premio Europeo” a Ginevra, 1992), il governo francese gli ha concesso la Légion d’honneur. Nel 1998 Ha ricevuto la cittadinanza italiana per ”la sua opera, che rappresenta il tramite fondamentale tra le tradizioni culturali dell’area balcanica e la civiltà europea”. Matvejevic è stato presidente del Comitato Internazionale della Fondazione Laboratorio Mediterraneo di Napoli, e vice presidente dell’Associazione mondiale degli scrittori. E’ stato più volte, fino al 2016, candidato al Nobel per la Letteratura.

 

V + As + Co + Br + O + Nd + I

V + As + Co + Br + O + Nd + I → VAsCo BrONdI
(vanadio, arsenico, cobalto, bromo, ossigeno, neomidio, iodio)

Il regime della nostra turbolenza

«Strato dopo strato continuo a scavare. Scendo nei dettagli di un mondo che, negli anni, mi è scorso davanti a grandi linee, ma senza che abbia mai potuto capirci qualcosa. Attento agli smottamenti, con le mani, le braccia, le ginocchia, e ora anche con le spalle, il naso, gli occhi sprofondo in quel mondo compattato e in certi momenti sono quasi sicuro di riuscire a sentire la vita delle cose»
Paolo Zanotti, Il testamento Disney, Ponte alle Grazie, 2013

C’è un posto per me dove tutto quello che succede riesce a esistere davvero: un punto del mondo in cui la mia mente finisce sempre per riportare la mia vita, così da poterla misurare. Si tratta di un tavolino di legno che sta sotto a un pergolato di viti centenarie, rampicanti, in un ettaro e un quarto di terra dove la mia famiglia, da generazioni, coltiva l’uva, le zucchine, i pomodori. Dietro al pergolato c’è una casetta di poco più di dieci metri quadrati che viene usata come piccola rimessa e, di fianco, un pozzo romano ormai chiuso, con una pancia di sassi a secco che, un tempo, veniva riempita dalle piogge e usata per innaffiare, con carrucola e secchio. Ha costruito tutto il mio bisnonno, più di settant’anni fa, poi ci ha pensato mio nonno e adesso mio padre: molte assi della casetta sono state sostituite, quindi non tutto è simmetrico, ma sopra la porta c’è sempre la stessa testa di cervo, in plastica, con le corna mozzate.
Quel tavolino è l’unità di misura di me stessa e quel posto è il sistema di riferimento rispetto al quale osservo i vortici, le accelerazioni, il buio di certe notti, i desideri, la rabbia, le partenze, qualche resurrezione, il peso delle macerie e l’insistenza degli universi che incontro. Quelle viti, quella casetta, quel pozzo sono la mia topografia.
Quando ho ascoltato Terra, l’ultimo disco de Le Luci della Centrale Elettrica, ho pensato che quei brani erano il posto in cui Vasco Brondi aveva voluto misurare la sua vita e la nostra, una terra insieme minuscola e maiuscola, polverosa e incantevole.
La nostra esistenza è una collezione di turbolenze, moti caotici e traiettorie disordinate; il nostro presente è aggrovigliato in una foresta di innesti per lo più incomprensibili; eppure noi rimaniamo in piedi, asintoticamente appoggiati su noi stessi, a dirci che adesso siamo qui e che è un super potere essere vulnerabili.

Un vento inesistente, i nostri futuri anteriori: il vanadio
[Simbolo dell’elemento: V / Numero atomico: 23 / Serie: metalli di transizione]
Ne L’isola di Arturo, a un certo punto, Elsa Morante scrive: «Il presente mi pareva un’epoca perenne, come una festa di fate», una frase che si frappone tra la libertà e il dolore, tra le promesse e le scoperte. A quasi dieci anni dal suo esordio, Vasco Brondi ha scritto un disco che è come una festa di fate: un presente imprevedibile e multiforme che, se non fosse vero, sembrerebbe confusamente immaginifico, irreale.
Dopo Canzoni da spiaggia deturpata, Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero, Per ora noi la chiameremo felicità. Dopo C’eravamo abbastanza amati e Un campo lungo cinematografico. Dopo Le scie che lasciano gli aerei e Costellazioni. Dopo Anime Galleggianti. Dopo le tantissime collaborazioni, i riconoscimenti, i cicloni, i racconti, le particelle in movimento e i viaggi, Vasco Brondi si è seduto nel centro geometrico della sua tempesta e ha raccontato il presente.
Un presente che non è come quel tempo infantile in cui il futuro non esiste solo perché non è interessante e i funghi hanno sempre e immotivatamente cappelli rossi con piccole macchie bianche sopra, no: il presente di Vasco Brondi è un tempo in cui le fate sono uragani, migranti, stelle, città e moscerini; un tempo in cui si vive, si muore, si fallisce e si è felici. Nel presente di Terra, il fungo disegnato dai bambini è l’unica manifestazione di vanadio puro esistente in natura: si tratta dell’amanita muscaria (o ovolo malefico, che dir si voglia), un fungo velenoso, tossico, ma bellissimo.

Mentre crollavano i poster: l’arsenico
[Simbolo dell’elemento: As / Numero atomico: 33 / Serie: metalloidi]
Da qualche parte, però, sotto ai pergolati della nostra vita, in mezzo alle forze viscose e a quelle d’inerzia, c’è un prima. Un prima fatto di parole che molto spesso ci sono state versate alla traditora da un anello con una pancia di sassi a secco, dentro cui l’arsenico è mescolato in polvere con i nostri desideri: le piogge lo hanno riempito di giorni che noi abbiamo tirato fuori con carrucola e secchio e che, nonostante siano passati, resistono.
I tuoi capelli sono fili scoperti. Anidride carbonica. Non capisci gli incubi dei pesci rossi. Con questo tempo è meglio non prendere gli ascensori. Un bar sulla via lattea. I nostri sogni sfondavano i soffitti. Sulle puttane in Viale Europa ricominciava a nevicare. Di quest’epoca non resteranno neanche delle belle rovine. Venere del mio intestino tenue. E se gli alberghi appena costruiti coprono i tramonti. Luminosa natura morta con ragazza al computer. Per combattere l’acne. I lunedì difettosi. Sventoleremo le nostre radiografie per non fraintenderci. E i CCCP non ci sono più. Che cos’è che tiene insieme il sistema solare e tutte ‘ste famiglie. Per ammazzare il tempo ci siamo sconvolti. Una constatazione amichevole del nostro niente. Alla magia che tutto sia senza senso. Di quando sono arrivati gli artificieri e ci hanno disinnescati. Una guerra fredda. Apri la cronologia degli ultimi anni. Com’è difficile tenersi uniti. Spareremo dei forse da tutte le finestre. Macchine veloci e post-punk inglese. Coi pianeti che ci precipitano in cucina e ci disfano i letti. Un cielo notturno illuminato a giorno. Per brillare come le mine e le stelle polari. Un grande amore qualsiasi. Com’è difficile tenersi uniti. Il blu oltremare delle nostre anime assiderate. Dammi solo quello che mi disorienta. I nostri sogni assurdi che si sono avverati.

Un rumore di scontri e di feste: il cobalto
[Simbolo dell’elemento: Co / Numero atomico: 27 / Serie: metalli di transizione]
Quest’ultimo disco di Vasco Brondi ha un ritmo circadiano, inizia con un’alba di resurrezione e presenza, passa per una sera che cade su una bella e malandata Europa multiculturale, piena di attentati, migrazioni, piccole fughe e studiati ritorni, per poi finire con un compendio notturno di disordini e sentinelle, vite, morti, miracoli e orizzonti senza limiti. Un orologio peculiare, come peculiare è sempre stato lo sguardo di questo cantautore, che non ha fatto altro che usare il cielo come metafora del colore del mondo.
Un cielo che è stato nero, malconcio, indecifrabile, stellato, bianco, da rottamare, grigio perla e grigio nero, notturno illuminato a giorno, dipinto con i pennarelli scarichi, coperto da copertoni bruciati, d’argento, in disordine.
Un cielo che ora è sereno, limpido, azzurro immenso dopo il temporale, insuperato e superato, senza limiti, dopo che ha diluviato. Un cielo sempre più blu, blu metallizzato.
Quando il monossido di cobalto viene sinterizzato con l’ossido di alluminio nasce l’alluminato di cobalto, più noto come blu cobalto, blu di Thénard o blu di Desdra, un colore chimicamente stabile, non degradabile, resistente alla luce, praticamente imbattibile.

Solitudine o moltitudine: il bromo e lo iodio
[Simbolo degli elementi: Br e I / Numero atomico: 35 e 53 / Serie: alogeni]
In Fondamenti di chimica, Paolo Silvestroni spiega che «per la loro elevata reattività, gli elementi del settimo gruppo, indicati come alogeni, si trovano in natura soltanto sotto forma di composti, nessuno è presente in quantità elevata, ma tutti sono assai distribuiti sulla Terra, e quantità sensibili o tracce di alogeni si trovano nell’aria, nell’idrosfera, nella litosfera e in ogni essere vivente». Il bromo, per esempio, è contenuto nell’acqua del mare, così come lo iodio che però è anche nei giacimenti e negli organismi viventi. Entrambi sono elementi che necessitano precauzione: il bromo perché, a contatto con l’epidermide, «produce ustioni che scompaiono assai lentamente»; lo iodio perché provoca lesioni e irritazioni.
Pensando a queste occorrenze e al fatto che questo pianeta è chiamato Terra, anche se come noi è quasi soltanto acqua, mi è venuto in mente quando Jonathan Safran Foer, in Eccomi (Guanda, 2016), scrive: «(Essendo l’anima l’unica cosa che richiede di essere dispersa per accumularsi)». Lo scrive così, tra parentesi, nello stesso libro in cui dice: «Avevano ascoltato l’acqua insieme. Una conchiglia portata all’orecchio diventa una camera dell’eco del proprio sistema circolatorio. L’oceano che senti è il tuo stesso sangue».
Mi sono detta che, magari, il punto è che le nostre anime sono alogene.

I destini generali: l’ossigeno
[Simbolo dell’elemento: O / Numero atomico: 8 / Serie: non metalli]
Cos’è che ci rende unici e fragili, con sette vite e sette miliardi di desideri. Tracce sparite nel vento. I segreti illuminati e in fila esposti. Poi continuare a vivere e non avere niente da perdere. E tu che dimentichi che è una corsa a ostacoli. Grandi spettacoli e problemi irrisolvibili. Le case in cui avresti voluto vivere. Il teatro di Grotowski, lo yoga, la meditazione. Coprifuoco. Bambini come oracoli. Tra le tue origini e il tuo destino. Fiori che crescono su ogni abbandono. Fronti siriani. Come noi tra un amore e una guerra. Dove il terreno come te, a volte, è arido. Contare i secondi tra i lampi e i tuoni. Una vaga idea di futuro migliore. Mezze maratone per raggiungere il tuo cuore irraggiungibile. Le cantilene, le carte nautiche e le fantasie. Superpotenze debolissime. In una città cinese in Africa. Dove sarà tutta quella felicità. Iperconnessi. In qualche modo hai aperto il chakra del tuo cuore. Eravamo diversi come due gocce d’acqua. Cantami o diva l’ira della rete. Giorni di miracoli. Un altro eroe da dimenticare. Posti dove il wi-fi non arriverà mai. A parte il freddo non si sta poi così male. Hai visto all’improvviso è arrivato il futuro. Parli di viaggi interstellari. Ballare scoordinati. Cartoline. Tu cerchi di evitarti. Fare caso a quando siamo felici. Aerei militari che come certi baci non fanno rumore. La febbre alta a Tangeri. Conchiglia. Dove sono possibili cose impossibili. Non lo diremo a nessuno. Tu mi allontani e poi mi pensi. La morte di tuo padre, un’esplosione interstellare. In questa città dove si infrange l’onda migratoria. Vivere in un seminterrato o su una scogliera. Nazioni con i debiti. Le nostre storie sono troppo belle, non cercare di capirle. I desideri inespressi dove si sono nascosti. Mi liberi dal male, ti libero dal male.

Un milione di cose da immaginarsi: il neomidio
[Simbolo dell’elemento: Nd / Numero atomico: 60 / Serie: lantanidi]
«(…) lascio, a chi resta, aurore boreali,
e re di topi, e donnette barbute:
lascio i cavalli di Frisia e di Troia,
la Juve, i virus, la Nato, le virgole:
e così lascio lotterie e locande,
rebus, rosari, apriscatole e scatole,
dischi di Ellington, film con la Vlady,
vezzeggiativi, tinche e venerdì:

dopo di me verranno i nuovi Adami,
con ittiosauri e minotauri e lauri,
e con minoici, e marziani, e gesuiti:
e nuove esposizioni universali,
gare mondiali, guerre nucleari,
e imperi d’Occidente, e maomettiani:
dopo di me, il diluvio, e le pallottole,
e le famiglie, le scarpe, le trottole:»
Novissimum Testamentum (Il gatto lupesco, Feltrinelli, 2002) è il modo incredibile in cui Edoardo Sanguineti racconta della sua rinuncia all’universo. Ed è un esempio perfetto per dire che cosa sono il neomidio e Vasco Brondi e come si entra di diritto tra le terre rare: così, con questa capacità unica di raccontare il mondo.

Quando misuriamo le nostre vite, tra assi di legno, casette, asimmetrie, zucchine, teste di plastica di un cervo senza corna e pozzi, molto spesso ci mettiamo a scavare. Esattamente come fa Paperoga alla fine de Il testamento Disney di Paolo Zanotti, scaviamo tra i rifiuti, in mezzo alla nostra immaginazione, guardando la realtà per capire cos’è che veramente vogliamo da questa vita. Noi, non tutti gli altri. Cerchiamo di recuperare i nostri desideri veri, quelli che finiscono per perdersi anche quando facciamo attenzione.
Questo disco, Terra, è un posto in cui scavare, dal quale fuggire e nel quale andare. Atterra e decolla, vola grazie alle turbolenze, alle immagini, all’entalpia, alle sensazioni, all’energia cinetica, sostenuto da un getto che siamo noi stessi, questo mondo e tutti i nostri limiti. E così ci guardiamo, e ci guardiamo guardarci, in quel gioco infinito di specchi che è la nostra topografia.

L’irrequieto movimento di Mario Dondero

Mario Dondero è stato grazie al suo sguardo antropologico, al suo atteggiamento libertario e alla sua naturale seduttività, uno dei principali interpreti di quel Novecento che fu prima di ogni forma di blocco – politico e mentale – puro movimento. Movimento dei cuori e delle passioni, movimento politico fatto di attraversamenti, contraddizioni e spesso di liberazioni.

Un movimento mai impalcato, ma sempre agile e capace di scivolare tra le pieghe di ideologie troppo strette e pesanti, ma comunque in grado di riconoscere l’umanità in ogni sua piega, in ogni sua forma e misura. Il movimento interpretato e sostenuto da Mario Dondero attraversava l’evento politico e generazionale fino a raggiungere l’intimismo acuto dell’infanzia come della povertà, della solitudine come dell’amore colto magari per caso in mezzo ad una strada.

Osservatore acuto e seduttore per natura, Mario Dondero è stato un fotoreporter e la sua stessa nemesi; mai all’inseguimento del fatto come dell’evento, ma sempre alla ricerca di uno stimolo, di una vitalità improvvisa. Al lavoro di fotoreporter Dondero ha dunque dato corpo e anima donandogli (e donandosi) un ruolo prima che questi fosse cancellato da un’egomania nevrotica divisa tra la spettacolarizzazione dei fatti e la presunta forma artistica.

Dondero non amava i cataloghi e non amava gli archivi dentro vi vedeva infatti uno sguardo perennemente volto al passato e alla sua monumentalizzazione, per lui la fotografia era principalmente un gesto di conoscenza più ancora che un mero strumento, al pari di una stretta di mano, di un bacio e di uno sguardo incrociato.

Ed è grazie anche a questa sensibilità leggera che Mario Dondero ha potuto veleggiare attraversando il Novecento e oltre, sconfinando tra più mondi e ambiti sociali, facendosi conoscere da tutti e spesso anche non riconoscere da qualcuno altro, magari troppo stretto a misurarsi il proprio abito.

La fotografia di Mario Dondero, parrà ad alcuni una banalità, era una fotografia umana che nasceva dal gesto dell’incontro, dallo scambio paritario in cui veniva ad annullarsi il ruolo di chi faceva cosa: di chi scattava e di chi guardava in camera. Un gesto dunque umanistico che in un tempo in cui la tecnica pretende di desumere l’umano comprendendolo e a tratti sostituendolo, rivive in tutta la sua forza in qualunque delle sue fotografie, qualunque siano i soggetti: artisti, attori o gente comune. In ogni caso persone amate, desiderate e cercate curiosando tra le loro vite, domandando e provando a capire nel tempo di un caffè o di una serata un po’ del loro stare al mondo.

Partigiano in Val d’Ossola, giornalista e poi fotoreporter, ispiratore di Ugo Mulas e curioso di professione, Mario Dondero è stato idealmente allievo di Robert Capa come di quel milieu culturale che nel 1968 fece esplodere Parigi di gioia e di barricate. Un’energia mai trattenuta e una gioia che si rifletteva in ogni suo momento, fino all’ultimo quando ormai la malattia iniziava ad avere la meglio.

Con la mostra che si apre in questi giorni alla Galleria Ceribelli (Mario Dondero. Un uomo, un racconto – a Bergamo dal 11 marzo al 13 maggio) è possibile mettere un punto fermo in quel infinito movimento donderiano, e vedere con la quiete del tempo dopo cosa è stato fatto, da dove vengono i nostri sogni e pure le nostre illusioni.

Una mostra antologica raffinata nella selezione degli scatti come nella cura, bellissimo e ben curato il catalogo con i testi di Walter Guadagnini e Tatiana Agliani. Una mostra che non celebra, ma anzi dimostra la qualità rara di un mestiere umano come quello del fotoreporter capace di rievocare oltre che i fatti anche l’anima necessaria ad un movimento che in quanto tale mai può essere superato perché nulla può avere al suo interno la forma del passato. Le fotografie di Dondero dialogano dunque direttamente con l’oggi, con il tempo che si fa restituendo uno sguardo comune e utile ad una direzione condivisa e certamente politica nel suo senso più alto.

Alle fotografie più famose si alternano scatti inediti che piano piano vengono a galla dal lavoro attento avviato negli ultimi mesi grazie alla fondazione dell’archivio dedicato a Dondero. Una mostra che mette un primo punto fermo attorno ad una ricerca, ad un’indagine che nei prossimi anni restituirà al meglio e in un certo senso in maniera meno sfuocata il ruolo e l’essenza di uno dei più grandi fotoreporter del Novecento.

Nell’affettuosa introduzione la figlia Maddalena Fossati ricorda quanto il movimento è stato anche nella sua parte oscura una forma di assenza, una fuga continua per certi versi da quell’inesorabile destino che impedisce a chiunque di permanere adeguatamente con la giuste e necessaria cura, pur volendolo. L’assenza è di per sé una mancanza, ma è anche una forma di destino perenne e chi viene dopo è chiamato a prendersene cura (e carico) restituendo attraverso i gesti che furono un significato contemporaneo ricco e sfaccettato, utile e vibrante di quell’umano desiderio capace di tutta quella vita, come un ragazzo che afferra la luna.

 

 

Pastori nomadi nel Sahara, Assamaka, Niger, 1966

 

Operai della Renault in sciopero, maggio 1968

 

Menino de rua, Brasile, 1978

 

Contadino della zona di Sansepolcro, 2002

 

Manifestazione in sostegno di Francois Mitterand dopo l’attentato subito ad opera dell’OAS, Parigi, 1959

 

Lo scrittore Günter Grass, Milano, 1962

 

La deposizione di De Gaulle, alla fi ne di un congresso del partito gollista, Parigi, 1959

 

Irlanda, 1968

 

Il ritratto di un giovane combattente repubblicano scomparso in una fossa di Franco, Malaga, 2001

 

Bernadette Devine, Irlanda, 1968

 

Marguerite Duras: la passione sospesa

1987, un giorno d’inverno. Una giovane suona al numero cinque di rue Saint Benoit, a Parigi. È una ragazza alta, con i capelli castani, gli occhi nocciola. In mano regge un vassoio di tortellini. Si chiama Leopoldina Pallotta della Torre, ha il titolo di contessa, è nata e cresciuta a Bologna, fa la giornalista a Milano. Ha avuto quell’appuntamento grazie all’interessamento di Inge Feltrinelli. Vuole incontrare la scrittrice. Vuole incontrare Marguerite Duras, di cui ha letto tutti i libri. Di cui si è innamorata, fino a esserne divorata.
Il primo appuntamento è deludente, ma Pallotta non si ferma. “Quel giorno, non mi degnò di uno sguardo – mi racconta –. Duras era inguardabile, stava seduta su un divano, era un fagotto. Appena sentii la sua voce roca e sensuale, appena vidi gli occhi blu che aveva, capii come aveva fatto a diventare Duras”.
Dagli incontri, che si rincorrono per due anni, nasce un libro intervista che brilla delle risposte schiette, dure, strafottenti e a volte disperate di Duras. Nasce un libro confessione, una raccolta di memorie, di ricordi, di pensieri, di accuse e di futuro. La passione sospesa – questo il titolo del volume, pubblicato per la prima volta in Italia dalla Tartaruga di Laura Lepetit e adesso introvabile – ancora oggi resta una fra le testimonianze più vere e brillanti di una grande scrittrice.
Sulle pagine online di Nuovi Argomenti, grazie alla gentile concessione dell’autrice e in occasione dell’anniversario della morte di Marguerite Duras, scomparsa il 3 marzo 1996 a Parigi, trovate adesso un percorso ragionato fra le parole, le ambizioni, il pensiero e la storia dell’autrice francese raccontata attraverso la sua stessa voce.

(da La passione sospesa, per gentile concessione dell’autrice)

Come si descrive da bambina?
Piccola lo sono sempre stata. Nessuno mi ha mai detto che ero graziosa, né c’erano specchi dove vedersi, in casa.

Che rapporto c’è tra questi cumuli di memoria e la sua scrittura?
Ho ricordi stupendi, così forti che lo scritto non potrà mai evocare.
L’infanzia indocinese è un referente indispensabile al suo immaginario.
Nulla potrà mai eguagliarne l’intensità. Ha ragione Stendhal, l’infanzia è interminabile.

Quali sono le ragioni che l’hanno indotta a scrivere?
Il bisogno di rendere sulla pagina qualcosa di cui sentivo l’urgenza senza avere la forza di farlo completamente. Leggevo molto, all’epoca, e inevitabilmente la fretta di scrivere era tanta che non mi rendevo conto di quanto mi stava influenzando. È solo con il secondo libro che si comincia a veder chiaro la direzione della propria scrittura nel suo lento distaccarsi dal fascino che l’idea della letteratura esercita su di noi.

Come cominciò?
A undici anni vivevo in Cocincina, trenta gradi all’ombra, ogni giorno. Scrivevo poesie – si comincia sempre da lì – sul mondo, la vita di cui non sapevo niente.

Perché secondo lei si comincia a scrivere?
Penso al mio ultimo romanzo, Emily L. Emily legge, scrive poesie: tutto, a dire il vero, è iniziato con la lettura, suggeritale dal padre, dei versi di Emily Dickinson cui il libro, da lontano, si ispira. Non so davvero che cosa spinga la gente a scrivere se non, forse, la solitudine di un’infanzia. Per me come per Emily ci sono stati un padre, o un libro, o un’insegnante, o una donna sperduta tra le risaie della Cocincina. Sa una cosa? Non penso di aver conosciuto nessuno senza pormi questa domanda: la gente, quando non scrive, cosa fa? Ho una segreta ammirazione per le persone che non lo fanno; e non so proprio come possano.

Che rapporto c’è, tra scrittura e reale?
Tutti gli scrittori, che lo vogliano o no, parlano di se stessi; di sé come dell’avvenimento principale della propria vita. Anche lì dove, apparentemente, narriamo cose estranee, sono il nostro io, le nostre ossessioni, ad essere implicati. Così come per i sogni – dice Freud – è sempre solo il nostro egoismo che trapela. Lo scrittore ha due vite: una, quella alla superficie di sé, che lo fa parlare, agire, giorno dopo giorno. E l’altra, quella vera, che lo segue ovunque, non gli dà tregua.

Scrivere per esorcizzare i propri fantasmi? Lei stessa sostiene la portata terapeutica della scrittura.
Temevo sempre, da bambina, che la lebbra mi contagiasse. Solo dopo, scrivendone da qualche parte, la lebbra ha cessato di spaventarmi, se questo le può bastare.
Io scrivo per volgarizzarmi, massacrarmi, e poi per alleggerirmi d’importanza: che il testo prenda il mio posto, in modo da farmi esistere meno. Mi accade di liberarmi da me stessa solo in due casi: l’idea del suicidio, o quella della scrittura.

L’amante ha venduto un milione e mezzo di copie solo in Francia, ed è stato tradotto in 26 lingue. Come si spiega questo enorme successo?
E pensare che Jêrome Lindon, l’editore, ne aveva tirate cinquemila! Pochi giorni dopo era già esaurito. In un mese le copie sono salite a ventimila e ho smesso di occuparmene. L’ho lasciato lì, senza più riaprirlo, come faccio di solito. L’amore, mi hanno detto, è un tema che assicura il successo, ma non era a questo, scrivendolo, che pensavo. Sicura anzi di annoiare o innervosire il lettore alle prese con argomenti che avevo comunque già trattato. Non prevedevo certo che, riconoscendomi, la gente ne facesse una specie di romanzo popolare.

Quali potrebbero essere stati gli altri ingredienti ad aver decretato un così clamoroso successo?
Il libro, credo, trasmette quel grande piacere che, per dieci ore al giorno, ho provato scrivendolo. Di solito invece la letteratura francese confonde la serietà di un libro con il suo essere noioso. E infatti se la gente non finisce di leggere i libri è perché sono tutti colmi di pretese, la pretesa stupida di voler rimandare ad altro…

Cosa provava scrivendo L’amante?
Una certa felicità. Il libro è uscito al buio – il buio dove avevo relegato la mia infanzia – ed era privo di ordine. Una serie di episodi sconnessi che io trovavo e abbandonavo senza soste, premesse, o conclusioni.

Per L’amante lei ha parlato di “scrittura corrente”.
È quel modo di mostrare le cose sulla pagina passando da una all’altra stanza senza insistere o spiegare: dalla descrizione di mio fratello a quella della foresta tropicale, dalla profondità del desiderio a quella del blu del cielo.

Qual è secondo lei il compito della letteratura?
Quello di rappresentare l’illecito; di dire quello che la gente solitamente non dice. La letteratura deve essere scandalosa: tutte le attività dello spirito, oggi, devono avere a che fare con il rischio, l’avventura. Il poeta stesso è di per sé questo stesso rischio, qualcuno che, al contrario di noi, non si difende dalla vita. Pensi a Rimbaud, Verlaine… ma Verlaine è uno che viene dopo, il più grande resta Baudelaire: gli sono bastate venti poesie per raggiungere l’eternità.

Youcenar sostiene che uno scrittore è utile “se arricchisce la lucidità del lettore, lo libera da timidezze o pregiudizi, gli fa vedere e sentire ciò che quel lettore non avrebbe visto né sentito senza di lui”.
Sì, gli scrittori veri sono necessari. Danno forma a ciò che gli altri sentono in modo informe: per questo, i regimi totalitari li boicottano.

In Una stanza tutta per sé Virginia Woolf sostiene che la condizione normale e perfetta per ogni essere è che i principi del maschile e del femminile vivano armonicamente.
La grande mente è androgina. Puntare su certe femminizzazioni dell’arte è un grosso errore delle donne. Creandosi questa specificità, restringono la portata stessa del loro discorso.

In un lungo intervento su Libération, lei si occupò della vicenda di Christine Villemin, presunta assassina del proprio figlio in un villaggio dei Vosgi. Lei stessa raccontò di essersi recata a Lépanges e, pur senza avervi assistito, di poter immaginare l’esatto svolgimento dei fatti: appropriandosi – non troppo verosimilmente, forse – dell’intero affaire fino a fare della Villemin un’eroina “forzatamente sublime”. Emblema stesso della scrittura come processo irreversibile e totale, in quanto agita da forze estranee e oscure. Il gesto folle della donna, insomma, sarebbe stato, a suo avviso, il tentativo ultimo (e quindi, innocente e non condannabile) di ritrovare e liberare se stessa e il proprio angoscioso destino attraverso l’uccisione del figlio non desiderato.
Il crimine di Villemin mi sembrò la colpa di chi, innanzi tutto, come ogni donna, era vittima: l’essere relegata alla materialità dell’esistenza, incapace di sollevarsi da lì, condannata all’artificialità di una vita non voluta.

Questa sua incondizionata difesa della Villemin destò molto scandalo: molti intellettuali e uomini di spettacolo, tra cui Simone Signoret, si schierarono contro di lei.
La Villemin era il prototipo di una femminilità soggiogata all’uomo che stabilisce, una volta per tutte, le leggi della coppia, del sesso, del desiderio. Donne come lei sono ovunque, incapaci di dire, estenuate dal vuoto che le circonda: i bambini altro non sono che un ulteriore legame che attenta alla realizzazione del sé.

Lei accennava, in un’intervista, a precise caratteristiche che distinguerebbero lo scrivere maschile da quello femminile.
C’è un rapporto intimo e naturale che da sempre lega la donna al silenzio, quindi, alla conoscenza e all’ascolto di sé. Questo porta la sua scrittura a quella autenticità che invece manca allo scrivere maschile, la cui struttura rimanda troppo a saperi ideologici, teorici. Insomma, l’uomo sarebbe più legato al sapere inteso come bagaglio culturale.
E quindi, al potere, all’autorità che, di per sé, hanno poco a che fare con la scrittura vera. Pensi a quello che Roland Barthes ha scritto attorno all’amore. Note affascinanti, meticolose, intelligenti, letterarie: ma fredde. Di chi conosce l’amore solo per averlo letto, o visto da lontano, senza conoscere le estasi, le pulsioni, il dolore. In lui non c’è niente che non sia estrememente controllato. Solo l’omosessualità di Proust lo ha gettato nei meandri della passione riuscendo, contemporaneamente, a fare letteratura.

Cosa pensa degli uomini?
Che vivano in una specie di opacità della vita, tanto da non accorgersi di molte cose che li circondano. Presi da sé, da quello che fanno, certe volte, al punto da non sapere mai tutto quanto, senza fare rumore, accade nella testa di una donna. Esiste tutt’ora, credo, una classe fallica che si prende così sul serio…

Del femminismo cosa pensa?
Diffido di tutte quelle forme un po’ ottuse di militanza che non sempre conducono ad una vera emancipazione femminile. Ci sono controideologie più codificate dell’ideologia stessa. Certo, una donna consapevole e informata è già in sé una donna politica: a patto che non si autoghettizzi facendo del proprio corpo il luogo del martirio per antonomasia.