Marzo 2016

Mese: Marzo 2016

Il rovescio della letteratura

Che cos’è un’enciclopedia in rapporto ad un romanzo che narra delle peripezie e inventa delle biografie immaginarie o ad un saggio che elabora un fluente, continuo discorso critico? Perché scrivere spericolate enciclopedie e non saggi o romanzi tradizionali, se pensassimo che una successione di lemmi si distingue solo graficamente dagli altri generi e che ogni alternativa sarebbe comunque valida? Alle stesse domande Arbasino potrebbe rispondere che alla pari del catalogo, del regesto, del repertorio e dell’elenco in generale la scelta dell’enciclopedia non dipende da una mera questione di vesti grafiche e allude sempre a una particolare interpretazione di tutta la letteratura. In effetti: rispetto ai dogmi della discorsività, dello sviluppo e della gerarchia su cui si basano le forme tradizionali, l’enciclopedia è per lui un’avanguardia naturale, uno stato evolutivo avanzato raggiunto dalla letteratura stessa.

In particolare, come sosteneva Kenner commentando la furia classificatoria di Bouvard e Pécuchet, in rapporto al complesso disegno del romanzo e dei suoi attributi (mimesis, senso, edificazione), il rigoroso ordine alfabetico della forma enciclopedica prolifera in forza di una semplicità «sublimely nonsensical» in cui di per sé nulla è veramente connettibile o edificabile: «the first thing that the alphabetical arrangement does is plunge the entire work into absurdity» (Kenner 1962, pp. 2, 18). Quando legge Kenner alla vigilia del fatidico 1963 Arbasino procede già oltre affiancando ai due copisti, come alunna della stesso principio di «assurdità», la figurina vispa di Alice e i «sublimi nonsensi» della sua storia: «Hugh Kenner, da parte sua, prova ad aprire l’Encyclopaedia Britannica all’inizio del suo studio di Flaubert; e come prima cosa riceve informazioni sulla lettera “A”. Poi sul significato dell’espressione commercialista “A1 at Lloyd’s”. Poi “AA”, “Aabenraa”, “Aachen”, “Aahmes”, “Aal”, “Aalborg”, e tutto il resto. Quindi, una serie di sublimi nonsensi, come una conversazione in Wonderland, magari fra Bouvard e Pécuchet. “Caratteristica dell’Enciclopedia è la sua frammentazione della conoscenza umana in pezzettini ordinati in modo che si possano trovare solo uno per volta. Niente, tranne che nel caso di un richiamo specifico, implica o connette o riconduce ad alcunché; niente corregge nient’altro…» (Certi romanzi, III).

Alla maniera delle planches dell’Encyclopédie, dal cui «didattismo» Barthes vedeva emergere «un surrealismo smarrito» («fenomeno che si ritrova in modo ambiguo nell’inquietante enciclopedia di Flaubert», Barthes 1982, p. 102), l’enciclopedia non mira alla costruzione di alcun discorso, allinea materiali irrelati, liberi, scrive Arbasino, da «quella cara metafora che è il Centro» (Certi romanzi, III): rende manifesto il rovescio della letteratura, che non è il silenzio né la non-letteratura di consumo, quanto piuttosto un disegno che non si compie, un linguaggio che non edifica né costruisce, per poi disperdersi nel vuoto. In Fratelli d’Italia Antonio raccoglierà i suoi appunti in vista del suo romanzo seguendo la stessa logica, centrifuga e dispersiva, in un lessico che sfugge alla morsa di qualsiasi struttura: «Antonio freneticamente lavora su mucchi di fogli in pile siglate “Sogni”, “Letteratura”, “Situazioni”, “Musica”, “Anni Trenta”, “Luoghi”, “Fraseggi”, “Memoria colta”, “Momenti storici”, “Perdita di memoria”, “Depressione”, “Caratteri”, “Mode”, “Grafie”, “Dolòr”, “Conversation piece”, “Collezioni di fiammiferi e saponette”» e così via (Café Society, Fratelli d’Italia). Potenzialmente infinito e del tutto privo di gerarchie, di per sé l’inventario, lo sapeva benissimo Flaubert, apre uno spazio vuoto in cui fluttuano materiali sconnessi da qualsiasi trama: contiene addirittura un principio di follia a partire da un paradossale ma effettivo «rischio della ragione» (Barthes 1982, p. 101), placidamente ignorato dai primi enciclopedisti.

Considerando la ripetuta opera di apertura e di straniamento delle tradizionali forme letterarie, a partire da quelle romanzesche, sembra naturale che la forma enciclopedica sia tanto frequente nelle pagine di Arbasino, come un principio saggistico che disgrega qualsiasi pretesa purezza della narrazione. Quanti «elenchi», «catechismi», «inventari» e «note» (Certi romanzi, III) si incontrano nei suoi romanzi, da Fratelli d’Italia a Super-Eliogabalo. Lo stesso Arbasino ci autorizza in più punti a considerarli «anatomie enciclopedico-ironiche» nel senso stabilito dal «quarto genere» di Northrop Frye: moderne «satire menippee» in cui l’autore esprime «il suo impeto creativo intellettualisticamente», luoghi dove si mangia e si conversa, in cui da «una gran massa di dati eruditi sul tema trattato» si produce una «farragine enciclopedica» (Frye 1969, p. 120).

Sul versante critico i segni di questa particolare vocazione enciclopedica sono anche più evidenti, diventando spesso, paradossalmente, la struttura portante di un testo che rifiuta qualsiasi sistemazione. Ben prima degli sfrenati elenchi di 2008 / Al deposito di La vita bassa, la disposizione per lemmi e l’ordine alfabetico di In questo stato e del Deposito cartacce (Paesaggi italiani con zombi) danno forma a piccoli dizionari aperti sull’attualità italiana. E risalendo ancora nella bibliografia, ci si ritrova di fronte alla summa della critica letteraria di Arbasino, le ormai introvabili Sessanta posizioni: è evidente che oltre ad un «catalogo personale e indipendente di predilezioni e di pietre d’inciampo» (Note a Sessanta posizioni) Arbasino compila la sua privata enciclopedia della letteratura, sessanta voci dalla A di «Theodor W. Adorno» fino alla W di «Edmund Wilson».

Se in tutte queste opere appare come forma elettiva e naturale della sua scrittura, come potrebbe esserlo per Savinio e la sua più esplicita Nuova Enciclopedia,  la gestione della letteratura per lemmi e indici ha, secondo Arbasino, una gloriosa tradizione e i suoi precisi modelli. Rinnovata nei secoli da scrittori più interessati all’integrazione di idee in opere prive di centro che alla costruzione di trame e personaggi credibili, la «Linea Enciclopedica» che si snoda attraverso «Petronio e Apuleio, Luciano ed Erasmo, Rabelais e Burton, Swift e Montaigne, Voltaire e Sterne, Renard e Nietzsche» (Certi romanzi, III) e infine Flaubert è forse la più luminosa all’interno della letteratura occidentale, non la sola ovviamente. Al di là della grande letteratura europea, ci dice Arbasino chiudendo perfettamente il cerchio ermeneutico, la Lombardia stessa coltiva una durevole e stravagante tradizione enciclopedica. Questa inizia nel momento in cui il «comasco» Plinio il Vecchio termina la sua Naturalis Historia, «un impressionante repertorio di miti, follie, grullerie, allucinazioni, e scioccaggini» (Malte Laurids Dossi, Certi romanzi). Dopo, la stessa «botanica frenetica della vigna d Renzo e il donchisciottismo bibliografico di Don Ferrante», la deliziosa Arte del convitare del dimenticato Giovanni Rajberti, colma «di aneddoti e brindisi», e le enumerazioni frenetiche di Gadda, di cui Arbasino elegge a modello l’elenco dei «fagotti di roba buttati a salvazione giù dalle finestre» (Gadda 1989, vol. II, p. 701) dell’Incendio di Via Keplero, sono alcuni dei prodotti di una «folly tesaurizzatrice e classificatoria» tutta lombarda (La Lombardia fantasma, Certi romanzi), al cui vertice si trovano le amatissime Note azzurre di Carlo Dossi.

Impensabili in una letteratura nazionale «che non hai mai avuto un Balzac né avrà mai un Flaubert» (Malte Laurids Dossi, Certi romanzi), le Note sono lo splendente punto in cui si allineano due costellazioni  lontane, la grande «Linea Enciclopedica» che va da Petronio a Nietzsche e il piccolo «Filone Insubrico» che corre tra Plinio e Gadda (L’Anonimo lombardo, XXIII): una congiuntura letteraria irripetibile che produce «un improvviso Bouvard et Pécuchet milanese» (Malte Laurids Dossi, Certi romanzi), sempre troppo ignorato anche dai migliori, tra cui lo stesso Gadda.

Di fatto, Arbasino non smette mai di compilare con pazienza le sue voci, andando a capo quando una di queste è conclusa e un’altra, dissonante ed estranea, sta per cominciare. Contraddicendo in pieno le regole basilari del genere (Diderot che per l’Encyclopédie si raccomandava di non andare oltre gli «attributi essenziali» delle voci), anche negli ultimissimi Ritratti italiani, tra «Gianni Agnelli» e «Federico Zeri», entra infatti veramente di tutto: disposti nel solito ordine alfabetico, i ritratti letterari veri e propri sono per lo più uno sfondo su cui tratteggiare resoconti di epoche mitiche e di prime memorabili, letture passate, discorsi sui costumi degli italiani in toni leopardiani, boutades e conversazioni, spunti saggistici e inusuali confidenze autobiografiche, precedute dalle immancabili scuse. Così, il ritratto di Gae Aulenti è anche una lezione sullo spirito del Design milanese e romano, quello di Giosetta Fioroni anche un ricordo della scandalosa Carmen bolognese del 1967, e così via.

D’altra parte, nessuna delle voci è un vero ritratto anche perché nessuno dei personaggi è mai veramente solo sulla scena, nemmeno quando assume la sua posa inconfondibile: né lo sfondo è mai generico o neutro come poteva esserlo nelle Sessanta posizioni, dove ciò che contava era il modello, il suo volto e la sua presenza ferma nell’atelier letterario di Arbasino. Ciò che viene ricostruito e rappresentato nei Ritratti è piuttosto la forma di un rapporto: è ciò che si ottiene affiancando tutti i personaggi al profilo dell’immutabile Bel Paese, come in un doppio ritratto in cui l’Italia diventa la consorte bruttina o la madre invadente che siede accanto, con cui non è possibile non avere a che fare.

Solo in quest’ottica i Ritratti di Arbasino si precisano e possono essere messi meglio a fuoco: sono assai più vicini ai Paesaggi italiani che alle Posizioni, perché nascono dallo stesso sguardo rassegnato e divertito sulle meschinità e i vari ritardi della Penisola. A mano libera e con negligenza da saggista (che aggira la diligenza del romanzo ben fatto e del puro studio sociologico) Arbasino tratteggia una sua personale galleria di agonisti culturali. Sono tutti, almeno in partenza, vittime potenziali o reali della loro italianità, ma molti diventano idoli e forse eroi quando sopravvivono anche splendidamente al rapporto quotidiano e soffocante con quella consorte e quella madre: D’Annunzio, «povero Imaginifico», che «si trova a operare in una Italietta meschinissima che sta offrendo il peggio di se stessa», Delfini, da rivalutare assolutamente «pensando alla vita di uno come lui in un paese che si chiama Italia», Praz che è proprio «uno straniero in patria», De Chirico, che dopo Monaco e Parigi sconta nell’impoverimento della sua pittura «gli effetti di dieci anni di Bel Paese».

Il titolo, dunque, non deve ingannare: Arbasino allestisce una galleria di ritratti più antitaliani che italiani, in cui lo sguardo, per focalizzare un volto memorabile, è costretto a fermarsi sul paesaggio desolato che di solito lo circonda. Chi invece volesse contemplare un ritratto veramente italiano di Arbasino, legga del poeta Arcangelo Elvezio Bustini, in Fratelli d’Italia: un giovane Vate che fino ad un certo punto coltiva un «finissimo gusto asburgico» e ritorna sui sessanta ad essere italiano, prontissimo alle adulazioni e alle recensioni interessate.

In Arbasino l’autocommento puntuale di singoli punti oscuri dell’opera è un fatto rarissimo perché profondamente inutile. Stando agli articoli di un codice strutturalista che egli dissemina e ripete nei suoi saggi, la critica letteraria non si cura di tutto ciò che precede la pagina, dei dettagli, dei particolari, delle occasioni che si staccano dalla vita per generare letteratura: piuttosto «esplora un’opera dimenticando tutte le vicende e le circostanze che si trovano “al di fuori”», ne «saggia temi, sistemi, costanti stilistiche» e «strutture formali» (Mary McCarthy, Sessanta posizioni), ovvero oggetti ricorrenti e sostanzialmente complessi. Non essendo nulla di tutto ciò, l’autocommento che in una pagina di Certi romanzi Arbasino dedica proprio alla figura di Bustini serve quantomeno ad evitare qualche imbarazzo.

Quanti Bustini ha contenuto in effetti dal primo Fratelli d’Italia ad oggi la desolata società letteraria italiana? In quanti si potrebbero riconoscere in quello scrittore sui sessanta, un po’ nevrotico, un tempo famoso, un Vate decaduto e ormai «corsivo, journalese, finto-disinvolto e tutto-fare», più interessato alla «vicinanza dei potenti» che al culto della musa (Conversazioni a Spoleto, Fratelli d’Italia)? E poi quante marchese, rentiers e cicisbei potrebbero pensare, anche con un certo compiacimento, di essere loro le vere fonti di una Gazzaniga, una Desideria, un Christian? Di fatto, di fronte all’ipotesi di un’intersezione e di uno smercio di materiali tra la vita e la letteratura nell’elaborazione dei suoi personaggi, Arbasino dissente, nega il possibile gioco di specchi di scuola realista in base al quale, ad esempio, è sufficiente «ripercorrere le note delle edizioni Garnier di Balzac, per controllare quanti tratti di personcine insignificanti e dimenticate contribuivano alla messa a punto dei suoi personaggi minori» (Certi romanzi, I).

Al contrario dei minori di Balzac, al di fuori della letteratura Bustini non ha modelli o fratelli maggiori: è anche più solo e «fuori luogo» della Baronessa Stefania di Specchio delle mie brame, i cui antenati, se non nelle tombe, riposano almeno nelle pagine («Letteralmente uscita dalle voluttuose pagine del Verga più frivolo e mondano…»). Bustini è sempre e solo Bustini in quanto, ci dice Arbasino, è una pura «idea fissa» in forme semiumane: l’idea «che un letterato conservatore contemporaneo di un certo decoro e di una certa pretesa in Italia debba essere austriacante, abitare nel Lombardo-Veneto, formarsi su fonti mitteleuropee di finissimo gusto asburgico», un «Nuovo Parini che storicisticamente aveva il dovere di esistere nel nostro Paese» e che invece «non è mai esistito» (Certi romanzi, VI). Pur perdendosi come tanti lungo la carriera letteraria e ritornando ad essere da austriacante perfettamente italiano (cioè uno di tanti che «vivono solo di sospiri e gemiti», Poesia italiana moderna, Fratelli d’Italia), in sé il personaggio di Bustini nasce nel vuoto, nella mancanza di una qualche persona. Arcangelo Elvezio Bustini, anch’esso un minore, è un pensiero, una teoria, è una riflessione sconsolata sul corso delle lettere italiane. Come tutti i personaggi di Fratelli d’Italia, anche Bustini è un «mero fagotto di eccentricità, non animato da alcun principio di natura» (Certi romanzi, I). Ma più di tutti gli altri personaggi solo Bustini trova nell’artificiale e nell’inautentico la sua cifra: «una Dafne?… un Marsia? una Marisa?… No: Bustini sconvolto in faccia e anche più nei capelli», «sembra però un Coppelius agganciato ad una bambola meccanica», «somiglierebbe al ritratto di Shakespeare nell’in folio, il vecchio» (Domenica con incidenti, Fratelli d’Italia) e così via.

Alla fine, anche la costruzione di un personaggio e la cura per un qualche messaggio umano che questo potrebbe consegnarci vengono sacrificati al gusto, pienamente saggistico, del riferimento culturale. I turbini dell’«encyclopedic farrago» di Frye investono in pieno anche il povero Vate decaduto: ne alleviano il peso di creatura vivente e pietosa, ne segnano il destino di figura irrisolta, disgregata, silhouette definibile solo per analogia, solo a partire da forme umane o disumane, tra miti, maschere e ritratti. É un destino comune a tanti personaggi di Arbasino, fino al caso limite di Michele di Specchio delle mie brame; all’interno di uno straordinario repertorio di frasi fatte e bêtises tra virgolette («“voce in capitolo”, “gatta nel sacco”, “pulcini nella stoppa”» e «“pan di bocca”», ma anche «“chi va con il zoppo” [sic] e “chi lascia la vecchia”»), lui semplicemente è una sintesi di «luoghi comuni»: «in brevissimo spazio» ne riunisce anche più «del Dictionnaire di Flaubert», il Dictionnaire des idées reçues. Bustini rimane più memorabile solo perché nella sua costante nevrosi e nella sua effettiva pochezza è senza dubbio un personaggio divertente: ma freddo come un automa o come una statua, un punto nel vuoto intorno al quale vorticano schegge d’arte e ritagli di letteratura.

 

Bibliografia

Arbasino, Alberto, L’Anonimo lombardo, Milano, Adelphi, 1996.

Arbasino, Alberto, Certi romanzi. Nuova edizione seguita da La Belle Époque per le scuole, Torino, Einaudi, 1977.

Arbasino, Alberto, Fratelli d’Italia, Milano, Adelphi, 1993.

Arbasino, Alberto, Paesaggi italiani con zombi, Milano, Adelphi, 1998.

Arbasino, Alberto, Specchio delle mie brame, Torino, Einaudi, 1974.

Arbasino, Alberto, Sessanta posizioni, Milano, Feltrinelli, 1971.

Arbasino, Alberto, Ritratti italiani, Roma, Adelphi, 2014.

Kenner, Hugh, Flaubert, Joyce and Beckett. The Stoic Comedians, Boston, Beacon Press, 1962.

Barthes, Roland, Le tavole dell’Encyclopédie, in Id., Il grado zero della scrittura / seguito da Nuovi saggi critici, Einaudi, Torino, 1982.

Frye, Northrop, Anatomia della critica, traduzione di Paola Rosa-Clot e Sandro Stratta, Torino, Einaudi, 1969.

Gadda, Carlo Emilio, Romanzi e racconti, a cura di Giorgio Pinotti, Dante Isella, Raffaella Rodondi, Milano, Garzanti, 1989.

 

Gaddis: vita vera di un falso

I

C’è ancora in giro chi pensa che William Gaddis sia Thomas Pynchon (magari sono gli stessi che identificano Shakespeare con Francis Bacon). Qualcun altro è pronto a scommettere che Gaddis sia morto di dissenteria a quarantatré anni e che i suoi resti sono sepolti in terra spagnola, in una tomba senza lapide. Spesso i giornali hanno confuso il suo nome con quello di William H. Gass. «Nel 1976, quando il suo secondo romanzo, JR, vinse il National Book Award, i suoi ammiratori, confusi dall’anonimato in cui William Gaddis placidamente era sprofondato fino a quel momento, […] iniziarono a storpiarne il nome, congratulandosi con un tipo più grasso. Persino il “New York Times”, una volta, è riuscito ad attribuire il suo terzo romanzo, Gotico americano, a quel suo doppio dal nome assonante. Proprio così. Forse William Gaddis non è B. Traven, dopo tutto, o J.D. Salinger, Ambrose Bierce o Thomas Pynchon. Forse William Gaddis sono io». [1] Parola di William H. Gass.

È difficile smentire la notizia secondo cui il settantaseienne signor William Thomas Gaddis Jr. – autore di cinque romanzi di cui due vinsero il National Book Award – è morto nella sua casa di East Hampton il 6 dicembre 1998, dopo avere a lungo combattuto contro un cancro alla prostata. Ma, lo sappiamo, c’è gente che giura di avere incontrato Elvis un paio d’anni fa in un’isoletta del Pacifico, e Gaddis è come il Re del rock ‘n’ roll, come il gatto di Schrödinger: non si può sapere se sia vivo o morto sino a quando non lo incontri. Quindi, chi ci vieta di pensare che in realtà sia stato un anarchico tedesco con una casella di fermo posta a Città del Messico? [2] Chi può escludere a priori che non si celi proprio lui dietro quella Wanda Tinasky che in una lettera all’«Anderson Valley Advertiser» dava per certa la notizia che «i romanzi di William Gaddis e Thomas Pynchon sono stati scritti dalla stessa persona»?

D’altronde il primo romanzo attribuito a un certo William Gaddis (chiunque egli sia o sia stato), quel The Recognitions che uscì in America nel 1955 nell’indifferenza più o meno generale, parla – tra le altre, moltissime cose – di scambi d’identità. Ed è ironicamente appropriato che alcuni critici contemporanei, riconoscendone finalmente l’importanza, parlino di questo libro come di un «Giano bifronte», con una faccia che, «grazie alla sua complessità, guarda indietro ai grandi modernisti tra le due guerre, come Joyce e Faulkner»; e l’altra che intravede il futuro, profetizzando «scrittori americani come Barth, Coover, Pynchon, De Lillo e Gass, […] e creando così un ponte tra modernismo e postmodernismo». [3]

Va detto subito che se The Recognitions fosse una statua di Giano dovrebbe essere grande come il Colosso di Rodi. Le sue novecentocinquantasei pagine superano gli ottocento grammi. Per non parlare del peso specifico: superiore a quello del basalto. In un articolo pubblicato nel 1962, un giovane critico newyorkese che si firmava jack green (con le iniziali rigorosamente minuscole) scriveva: «The Recognitions di William Gaddis uscì nel 1955 ed è un grande romanzo, il romanzo della nostra generazione così come l’Ulisse lo è stato della sua. Ha venduto poche migliaia di copie perché i critici sono stati pigri: due di loro hanno dichiarato di non avere nemmeno finito di leggere il libro: uno ha preso sette granchi, gli altri sei hanno sbagliato a riportare il numero di pagine, l’anno, il prezzo, l’editore, l’autore e perfino il titolo; un altro ancora ha scambiato un personaggio col diabete per un tossicodipendente; ce n’è stato uno che lo ha definito “disgustoso”, “perverso” e “sboccato” e ha dichiarato che la bocca dell’autore dovrebbe essere “lavata col sapone”. Due sole recensioni su cinquantacinque erano adeguate. Le altre erano il frutto di dilettanti e incompetenti». [4]

Ovviamente, qualcuno iniziò a sospettare che l’estensore di una difesa così veemente del lavoro di Gaddis… fosse lo stesso Gaddis. Se poteva essere Salinger o Greta Garbo, perché non jack green?

II

La storia di jack green (un nome preso da un giornale sulle corse dei cavalli, il «Jack’s Little Green Card») sembra una sottotrama di The Recognitions, un romanzo-labirinto abbacinato dal sole dell’iperbole dove niente è quel che sembra e tutti sono alla ricerca di una via d’uscita (la Realtà) che è programmaticamente negata. Ogni essere umano – ci dice il libro – è una colossale menzogna.

In America, nel 1955 – l’anno di Bulli e pupe – nessuno era disposto a dar retta a un romanzo del genere, scritto da un oscuro correttore di bozze del «New Yorker». Dodici anni più tardi, quando Mondadori lo pubblicò a ridosso delle festività natalizie nella collana «Nuovi Scrittori Stranieri», gli studenti che strimpellavano le canzoni di De André e leggevano L’uomo a una dimensione sulle scalinate delle università snobbarono anche loro quel libro con la copertina gotica (un disegno di Bosch) in cui una cinquantina di personaggi giostravano attraverso tre continenti. Le novecentocinquantasei pagine dell’edizione inglese erano diventate milleseicentocinquantanove nella traduzione di Vincenzo Mantovani: decisamente troppe, se non per un jack green italiano; che, sfortunatamente per Gaddis, non ci fu. The Recognitions, ovvero Le perizie, diventò così anche da noi uno di quei libri riveriti e mai letti, come Sotto il vulcano e L’arcobaleno della gravità. D’altronde, scriveva Gass, «in quanti sono davvero arrivati fino all’ultima pagina di Proust e hanno terminato il Finnegan’s Wake? Cosa significa “finire” Moby Dick?» e avvertiva il lettore: «non iniziate questo libro con una simile speranza. Vi potrebbe accompagnare per una vita intera». [5]

Tanto per scoraggiare ulteriormente il lettore sensibile e svogliato – e dio solo sa quanti ce n’erano sia nell’America di Eisenhower che nell’Italia di  Mario Capanna – Le perizie inizia con un funerale:

«Anche a Camilla erano piaciute le mascherate, quelle innocue dove la maschera si può gettare nel critico momento in cui si attribuisce una parvenza di realtà. Ma la processione su per il colle straniero, delimitata dai cipressi, sospinta dal monotono salmodiare del sacerdote e ritardata dalle soste alle quattordici stazioni della Croce (per non parlare del carro funebre in cui ella viaggiava, un bianco veicolo trainato da due cavalli che somigliava a una barocca bancarella di dolciumi), avrebbe forse turbato la timida espressione della sua anima, se fosse stata visibile.» [6]

La giovane Camilla era salpata da Boston insieme al reverendo Gwyon, suo marito. Destinazione: la Spagna. Ma durante la traversata, la donna era stata colpita da un’appendicite acuta. A bordo della Purdue Victory si trovava un certo Frank Sinisterra, sedicente medico; chiamato a curare Camilla, ne ha provocato la morte.

«Il vedovo sbarcò in una limpida sera di novembre, più chiara che fresca; con un bagaglio che era aumentato di un collo da quando era partito. Gwyon non aveva permesso la sepoltura in mare.»

La cerimonia funebre – orchestrata da Gaddis di modo che risuoni l’eco de La dea bianca di Graves – si tiene nel cimitero di San Zwingli, vicino a Madrid. Camilla «era tornata, virginea, alla terra: virginea agli occhi dell’uomo, comunque. Il bianco carro funebre di San Zwingli era destinato ai neonati ed alle vergini». La sua salma viene posta accanto a quella di una «bimba strabica con lunghe calze bianche», che apprenderemo essere stata vittima di uno stupro dodici anni prima, e che è probabilmente la stessa di cui parla – più avanti nel romanzo – un «sensazionale articolo di giornale (esclusivo) sull’imminente canonizzazione di una bambina spagnola, sensazionale non perché la bambina stava per diventare santa, ma perché era stata violentata e assassinata». [7]

Per elaborare il lutto, il reverendo Gwyon si trasferisce nel Real Monasterio de Nuestra Senora de la Otra Vez, dove viene accolto dai frati nella curiosità generale, «poiché pochi avevano visto un protestante in carne e ossa», alimentando anche qualche sospetto quando un frate informa i confratelli di aver visto «il loro eretico ospite amministrarsi l’Eucaristia in camera sua, una cerimonia rozza e solitaria in confronto alla loro». Gwyon, che alla Scuola di Teologia e in Seminario ha passato sere intere «chino in una stanza con Tommaso d’Aquino, oppure a costruire, con Ruggero Bacone, formidabili prove geometriche dell’esistenza di Dio», sembra trovare un po’ di pace in quell’ambiente a lui così familiare; finché una notte, mentre è disteso sul letto e la luna proietta i suoi bianchi raggi nella stanza, riceve la visione della moglie, che gli tocca una spalla. Nella sua apparizione fantasmale, Camilla è la belle dame sans merci di Keats, la triplice Ecate che nel Macbeth sovrintende al calderone delle streghe, la spenseriana Faerie Queen, la Leucotea madre dei centauri; oppure Albina – la maggiore delle Danaidi –, il «volto divino» che nell’Asino d’oro di Apuleio appare a Lucio «dal mezzo del mare», Olwen, figlia del Gigante Biancospino, dai capelli biondi come la ginestra e le dita pallide come anemoni di bosco… Atena, Iside, Istar, Brigit, Arianrhod… Tutte maschere della White Goddes, la dea imparziale che crea e distrugge con equanime passione, signora e padrona dell’amore e della morte. «Tutto ciò che è vera poesia […] la celebra», scrive Robert Graves:

«Non mi viene in mente nessun vero poeta, da Omero in poi, che non abbia dato una descrizione personale della propria esperienza di lei. Si potrebbe dire che l’autenticità della visione di un poeta si misura sull’accuratezza del ritratto che egli dà della Dea Bianca e dell’isola ove essa regna. Il motivo per cui mentre si scrive o si legge una vera poesia i peli si rizzano, gli occhi si velano di lacrime, la gola si contrae, la pelle si accappona e un brivido corre lungo la spina dorsale, è che una vera poesia è necessariamente un’invocazione della Dea Bianca o Musa, la Madre di tutti i viventi, l’antica forza della paura e della concupiscenza – il ragno femmina o l’ape regina il cui abbraccio è mortale.» [8]

Il ritorno nel New England del reverendo senza l’adorata Camilla è mesto. La comunità calvinista rimane piuttosto perplessa dei souvenir che Gwyon ha portato con sé: alcune icone cattoliche e una scimmietta (che verrà rinchiusa in una cantina in attesa di un “rito sacrificale”). Il figlio Wyatt, nel frattempo è stato educato dalla zia May, che gli ha insegnato a vergognarsi dei suoi primi tentativi artistici: «non ami il nostro Signore Gesù, dopo tutto?» gli chiede, dopo aver visto un suo quadro. «Allora perché cerchi di prendere il Suo posto? Nostro Signore è l’unico vero creatore, e solo i peccatori cercano di emularLo». Il ragazzo, comunque, continua a dipingere, anche se associa la sua passione a un tremendo senso di colpa (e non è un caso che il suo primo modello è stato I sette peccati capitali di Bosch); rifiuta di seguire le orme paterne e va in Europa e poi a New York per lanciarsi nell’avventura dell’arte: l’obiettivo è quello di ricercare con la pittura il significato e la forma del mondo – dipingere per trovare la Verità. Wyatt Gwyon crede che la Verità stia nella Bellezza, così come è stata interpretata dai maestri del passato; e dunque si applica a rifare i suoi modelli. Li riproduce con tale perizia che un art dealer corrotto di nome Recktall Brown (!) gli propone un patto faustiano: dovrà dipingere dei quadri nello stile di Bosch, di Hugo van der Goes, di Hans Memling, e lui li spaccerà per originali. Wyatt, suo malgrado, diviene così un novello Pierre Menard, lo scrittore immaginato da Borges che attende all’opera ciclopica di produrre alcune pagine che coincidano – parola per parola e riga per riga – con quelle di due interi capitoli del Don Chisciotte.

Dopo l’iniziale successo dell’operazione, Wyatt non se la sente di andare avanti e torna a casa per sottomettersi al volere paterno, pronto a entrare in seminario. Ma il reverendo Gwyon, nel frattempo, è molto cambiato e propina dei sermoni a dir poco eccentrici ai suoi parrocchiani:

«non erano mai stati trattati così dal pulpito. Sì, molti si agitarono, indignati e a disagio, dopo aver ascoltato la nota storia di una nascita da una vergine avvenuta il venticinque dicembre, mutilazione e resurrezione, solo per scoprire che non erano stati al servizio di Cristo ma di Bacco, Osiride, Krishna, Budda, Adone, Marduck, Balder, Attis, Anfione o Quetzalcoatl.»

Wyatt, allora, si rimette in viaggio: sposa una scrittrice che lo tradisce con l’autore di una pièce teatrale, La vanità del tempo, da tutti considerata un plagio (anche se nessuno riesce ad indicare di cosa); per un po’ si rifugia in una piantagione di banane in America centrale; continua a falsificare quadri a New York; torna di nuovo alla casa paterna scoprendo però come ormai nessuno lo riconosca (il reverendo Gwyon, ormai impazzito, lo scambia per il sacerdote di Mitra che deve morire per mano del Pater Patratus per poi risorgere). Wyatt vorrebbe redimersi smascherando i falsi da lui prodotti, ma nessuno sembra credergli. Parte allora per la Spagna alla ricerca della tomba materna e della sua innocenza perduta. Nel cimitero del monastero di San Ziwgli incontra Frank Sinisterra, che gira con i documenti falsi di un romeno di nome Yak alla ricerca di un corpo da utilizzare per falsificare una mummia da vendere come originale a un tizio che in realtà è un killer ungherese assoldato per uccidere un certo signor Yak, specializzato in antichità egizie!

«Sembra la trama di un’avventura di Tin Tin. Ma – finalmente! – dopo aver trafugato inavvertitamente la bara di quella ragazzina undicenne il cui cadavere tutti credevano fosse stato spedito a Roma per la canonizzazione (mentre, probabilmente, a Roma è arrivato il corpo di Camilla Gwyon), i destini di Wyatt e Sinisterra si dividono. Qualche anno più tardi, ritroviamo Wyatt nel Real Monasterio de Nuestra Senora de la Oltra Vez dove restaura alcune opere d’arte, deciso, infine, a “vivere deliberatamente”. Avendo superato la tipica diffidenza calvinista-americana nei confronti dell’arte ed essendo sopravvissuto alla pericolosissima attrazione calvinista-americana per il denaro e il mercato, sembra finalmente sulla strada giusta per diventare un pittore vero.» [9]

III

Le perizie è un’opera vasta come la geografia del cosmo (si va dal New England alla Spagna, da New York al Messico, da Parigi all’Italia: Viareggio, Assisi, Roma…), infinita come la storia degli uomini. Con una capacità mimetica superiore a quella dell’eroe del suo libro, Gaddis fa scorrere sotto il rumore dolcissimo della sua prosa la letteratura sapienziale da Aristotele a T.S. Eliot, il mito da Orfeo a Faust, fino a restituirci, brillantemente pasticciata, un’intera tradizione sacra che va dalla teologia paleocristiana al calvinismo, passando attraverso certi riti mitraici.

Inizialmente, il libro doveva essere un’esplicita parodia del Faust. Nel 1948, mentre era in Spagna, Gaddis lesse Il ramo d’oro di James Frazer e scoprì che Goethe s’era ispirato a un trattato teologico del III secolo, Clementis romani recognitiones, definito il primo romanzo cristiano e attribuito a papa Clemente I. Il titolo The Recognitions viene da lì.

C’è chi ha letto il romanzo come un omaggio non troppo velato a Stephen Dedalus. Ma Gaddis smentirà questa ipotesi: «Tutto ciò che avevo letto di Joyce» scriverà, «era il salace monologo di Molly Bloom nel finale dell’Ulisse. Non avevo neppure letto Finnegans Wake, […] mentre conoscevo qualcosa dei Racconti di Dublino […] e credo di non aver mai finito Ritratto dell’artista da giovane. A influenzarmi per certi versi sono stati invece Eliot, Dostoevskij, Forster, Rolfe, Waugh. Ma tanto, chi cerca Joyce negli scritti di un autore lo trova sempre». [10]

Abile dissimulazione da parte di un geniale falsario? Può darsi. In effetti, dentro Le perizie, «tra citazioni in latino, spagnolo, ungherese e in altre sei lingue; valanghe di oscuri riferimenti che turbinano attorno a torreggianti vette di erudizione; spericolate dissertazioni su alchimia e pittura fiamminga, mitraismo e teologia paleocristiana» [11], si può trovare di tutto. C’è una lettera «di Lazzaro a san Pietro (a proposito dei Druidi)» e «la confessione di Giuda (a Maria Maddalena)»; ci sono la visione della Roma di Costantino e accenni alla Nuova teoria della visione di Berkeley, le ricette di Paracelso e un limerick su Tiziano che finisce così: «a sedurla egli andò con la lobbia, per far rima con rosso di robbia».

«Se c’era stato un sogno» trovo scritto a pagina 701 della vecchia edizione mondadoriana,

«era tornato donde era venuto, a rinnovare il materiale scenico, probabilmente per essere rifuso, forse riscritto, per ricevere la nuova piega necessaria alla sua piena riuscita, a renderlo memorabile al pubblico e accettabile al censore, tutto questo, ma restano il solito vecchio dubbio del regista, il solito produttore, in attesa di mascherare le solite oscenità davanti al solito pubblico riluttante, in attesa, ancora, del primo sipario del sonno.»

IV

Quando gli conferirono il suo secondo National Book Award nel 1994 per A Frolic on His Own, Gaddis dichiarò di appartenere «a una razza in via di estinzione, convinta che uno scrittore debba essere non letto, non ascoltato e meno di tutto visto. Sono stato postumo per vent’anni». [12]

I maniaci del Grande Tema Americano – ovvero l’Identità Segreta dello Scrittore Recluso – non si scoraggiarono, così come non si erano scoraggiati quando nel 1986 Gaddis concesse una lunga intervista in una suite dell’Atrium Hyatt di Budapest: «capelli grigi, il viso piuttosto lungo dai lineamenti duri, un’espressione attenta e assorta, sguardo contemplativo, severo ma amabile», lo descrisse l’intervistatore, prima di chiedergli: «ora che ha deciso di uscire dall’isolamento – e prima che ci rientri – è forse insoddisfatto dall’immagine che circola riguardo alla sua vita, alla sua personalità e alle sue opinioni che le farebbe piacere correggere?». Risposta: «tentare di correggere un’immagine di sé è tanto inutile quanto irrilevante. Spero così di chiudere la questione. Con un’intervista alla quale posso fare riferimento ogni volta che si manifesti la minaccia di un’altra, senza dovermici sottoporre di nuovo». [13]

La questione non venne chiusa. Non lo è mai stata. Le speculazioni sulla vera identità di Gaddis hanno continuato a proliferare. C’è chi è andato davvero oltre (c’è sempre qualcuno che va oltre: la paranoia è un virus potente), sostenendo addirittura che Gaddis, Pynchon e il fantomatico jack green con le minuscole fossero la stessa persona.

Ecco la storia.

Due anni dopo la pubblicazione di The Recognitions, un certo Christopher Carlisle Reid, impiegato in una compagnia di assicurazioni di Manhattan, esce dall’ufficio alle cinque di un pomeriggio di primavera, si toglie la cravatta e la getta nella fontana di Madison Square, poi va a casa, prende il rasoio e lo specchio del bagno e li lancia fuori dalla finestra: ha deciso che si cambierà il nome in jack green, distribuirà la rivista «newspaper», che si autoproduce e stampa – davanti al 225 di East 5th Street. Nel primo numero, jack green scrive che The Recognitions «è un capolavoro, il miglior romanzo mai scritto in America». L’autore di questa pietra miliare e il suo entusiasta recensore s’incontrano – pare – quello stesso anno, in una New York prenatalizia. Quando nel 1962, dalle colonne di  «newspaper» jack green spara a zero sui detrattori del libro, Gaddis scrive al suo editore, Aaron Asher: «Ecco, finalmente, la mia revanche!». Ma pochi giorni dopo, jack green fa di più: pubblica a proprie spese sul «Village Voice» un annuncio in cui invita i lettori ad acquistare la nuova edizione economica di The Recognitions.

È il momento in cui qualcuno inizia a sospettare che a pagare per quella pubblicità in realtà sia stato proprio Gaddis. Circola la voce che jack green sia solo uno pseudonimo dietro cui si cela lo scrittore. A prendere la cosa sul serio ci pensa un impiegato delle poste di nome Thomas Hawkins, poeta beat della domenica, che nel suo saggio Eve, the Common Muse of Henry Miller & Lawrence Durrell fa sua la teoria dell’identità tra Gaddis e jack green.

Siamo nel 1963, l’anno in cui viene pubblicato V., il romanzo d’esordio del misteriosissimo Thomas Pynchon – poco più di un nome (esiste solo una sua foto di quando era marine). Potrebbe essere, questo Pynchon che si dica viva in Messico, uno dei vari eteronimi di Gaddis? La suggestione inizia a diffondersi. [14]

Nel 1975, dopo vent’anni di silenzio, Gaddis pubblica il suo secondo romanzo, JR, in cui c’è un esplicito riferimento a jack green. Otto anni più tardi viene pubblicata la prima di una serie di lettere che tra il 1983 e il 1988  una sedicente Wanda Tinasky invia al «Mendocino Commentary» e all’«Anderson Valley Advertiser». Si tratta, per la maggior parte, di recensioni di programmi televisivi («ammiro Phil Donahue per essersi definito uno stacanovista. Lavorare per Phil significa starsene seduto sotto un casco per i capelli») e ironiche riflessioni su poeti locali, artisti e politici, in cui spiccano la voce arguta e lo stile scintillante della sua redattrice.

Chi è Wanda Tinasky? Lei stessa, in una delle lettere – che più tardi verranno riunite in volume – si descrive come «una grossa signora ebrea in là con gli anni, un’émigré della Russia Bianca che vive sotto un ponte, vicino a Fort Bragg e che spesso usa “Anderson Valley Advertiser” al posto della biancheria intima». Ma nessuno le crede, anche perché «la Tinasky sembra molto interessata a questioni legate all’autenticità e ai travestimenti». [15] Una delle lettere, pubblicata nell’agosto del 1985, enuncia esplicitamente che «i romanzi di William Gaddis e di Thomas Pynchon sono scritti dalla stessa persona». Passa un anno e in una nuova lettera inviata al direttore del «New Setter Interview», l’ineffabile Wanda osserva che jack green, «uno scrittore che si autopubblicava un quarto di secolo fa, […] considerato da Quelli che la Sanno Lunga come il più interessante scrittore americano dei suoi tempi, […] sembra essere più che implicato a livello autoriale con i romanzi pubblicati sotto i nomi di William Gaddis e Thomas Pynchon».

Nel 1990, Bruce Anderson, direttore dell’«Anderson Valley Advertiser», annuncia:

                                       SOSPETTI CONFERMATI

                     Il famoso romanziere americano Thomas Pynchon

                                 è quasi certamente Wanda Tinaski

 «è una teoria che ancora circola diffusamente tra i pynchoniani. Ci sono delle vere e proprie sovrapposizioni tra i romanzi di Pynchon e alcune delle lettere di Wanda; entrambi hanno lavorato per la Boeing, amano le canzoncine spiritose [16] e l’espressione “essere 86izzato”, sono ossessionati dai Pulitzer e hanno lo stesso stravagante senso dell’umorismo». [17]

Toccherà a Melanie Jackson – moglie e agente letterario di Thomas Pynchon, smentire pubblicamente l’ipotesi di Anderson. Ovviamente, non viene creduta. Così, lo stesso Pynchon dovrà telefonare alla CNN (inaudito!) per ribadire di non essere Wanda Tinasky. Mentre sarà Gaddis a dover dichiarare di non essere Pynchon… Quando uscì JR, qualche critico ipotizzò che Pynchon avesse avuto qualche influenza sul secondo romanzo di Gaddis, che si apre con una discussione su questioni relative a energia, disordine, caos ed entropia – tutti temi puramente pynchoniani. «Sia io che Pynchon – e non lo conosco – ci occupiamo entrambi di diversi aspetti degli stessi problemi» disse Gaddis. «Dubito che il mio lavoro abbia avuto una qualche influenza su di lui; il suo di certo non ha in alcun modo influito sul mio».

A un certo punto, sulla scena di questa farsa dietrologica, irrompe un nuovo personaggio. Si chiama Don Foster, uno studioso di Shakespeare del Vassar College che ha avuto una certa notorietà per aver scoperto nel columnist del «Time» Joe Klein l’autore di Primary Colors, lo scandaloso roman à clef sulla politica di Washington pubblicato anonimo nel  1996. Dopo due anni di alacre lavoro, Foster presenta prove a suo parere «inoppugnabili» che dimostrano come Wanda Tinasky altri non sia che il poeta Tom Hawkins, uno che peraltro aveva l’abitudine di travestirsi prima di uscire di casa…

Hawkins, laureatosi in Letteratura inglese nel 1950 all’Università di Washington, oltre a pubblicarsi da sé le proprie poesie, ha lavorato alla Boeing (come Pynchon), alla radio e alle poste. Lettore entusiasta di Le perizie, all’inizio degli anni Sessanta scoprì la fanzine gaddissiana messa su da jack green e fu tra quanti si convinsero che Gaddis e jack green fossero la stessa persona (una teoria che Wanda Tinasky, come abbiamo visto, farà sua). Assieme alla moglie Kathleen, Hawkins si trasferì nella Contea di Mendocino, nei pressi di Fort Bragg (come Wanda), dove la coppia visse fino a quando nel 1988, Tom, forse sotto l’effetto dell’oppio che coltivava nel suo orto, uccise la moglie a randellate, ne trasportò il corpo dentro casa e lo vegliò per due giorni; poi diede la casa alle fiamme, prese l’auto di Kathleen e si diede la morte precipitando in un dirupo di duecento metri a Bell Point.

È il finale tragico di una storia comica. Ma anche con Le perizie è così. Si apre il giorno di Ognissanti con la morte di una donna il cui corpo verrà canonizzato come conseguenza di un errore ridicolo e finisce la domenica di Pasqua quando, invece della resurrezione, un organista devoto – Stanley, il bravo ragazzo devoto che fa da contrappunto a Wyatt – viene seppellito dal crollo di una chiesa. Lo stesso Gaddis ha detto: «Be’, volevo che fosse un lungo romanzo comico. È stato molto frustrante quando uscì e nelle tantissime recensioni continuava a comparire quel termine tremendo: erudizione. […] io volevo che fosse un lungo romanzo comico in linea con la grande tradizione». [18]

NOTE:

[1] William H. Gass, dall’introduzione all’edizione Penguin di William Gaddis, The Recognitions, New York, 1993 [traduzione mia].

 [2] Il tedesco Ret Marut, più conosciuto come Berick Traven Torsvan, o semplicemente B. Traven (1882-1969) è autore del romanzo Il tesoro della Sierra Madre, da cui John Houston trasse l’omonimo film con Humphrey Bogart. Nessuno ne ha mai conosciuto la vera identità. Pare che negli anni Sessanta del secolo scorso vivesse nel Chiapas, dove ambientò molti dei suoi libri. La sua casella di fermo posta a Città del Messico fu a lungo il suo unico contatto con il mondo.

[3] Peter Dempsey, William Gaddis: Life & Work, www.williamgaddis.org, 17/12/1998 [traduzione mia].

 [4] Jack Green, Fire the Bastards!, «newspaper», n. 12, 1962.

 [5] William H. Gass, cit.

 [6]William Gaddis, Le perizie, trad. it. V. Mantonvani, Mondadori, Milano, 1967.

[7]La piccola vittima ricorda sotto molti aspetti Santa Maria Goretti, anche lei oggetto di un tentativo di stupro e uccisa a undici anni, nel 1902.

 [8] Robert Graves, La Dea Bianca. Grammatica storica del mito poetico, trad. it. A. Pelissero, Adelphi, Milano, 1992. Secondo Graves, la Dea Bianca è la protagonista dell’unico tema poetico infinitamente variabile, che «consiste nell’antichissima storia, divisa in tredici capitoli e un epilogo, della nascita, vita, morte e resurrezione del dio dell’Anno Crescente. I capitoli centrali riguardano la battaglia da lui combattuta e persa contro il dio dell’Anno Calante per amore della capricciosa e onnipotente Triplice Dea, madre di entrambi, loro sposa e seppellitrice. Il poeta identifica se stesso con il dio dell’Anno Crescente e la sua Musa con la Dea; il rivale è il suo fratello di sangue, il suo doppio, il suo weird o destino».

 [9] Dirà Gaddis: «Penso di aver tentato di rendere evidente che Wyatt fosse una grande talento ma non un genio – una cosa piuttosto diversa. […] Indietreggia rifugiandosi in ciò che esiste già, in ciò che può gestire, manipolare. È in grado di riprodurre dei falsi perfetti, perché i parametri della perfezione esistono già» (Zoltán Abádi-Nagy, William Gaddis, The Art of Fiction No. 101, «The Paris Review», No. 105, Winter 1987, ora in The Paris Review. Interviste, vol. 2, trad. it. Maria Sole Abate, Fandango, Roma 2010).

[10] Lettera a Grace Eckley, giugno 1975. In un’intervista concessa nel 1986, Gaddis ribadirà che molte delle somiglianze tra il suo libro e Ritratto dell’artista da giovane «trovate dai critici e dagli studenti sono delle coincidenze assolute. Stephen, per esempio – ho scelto questo nome perché era il primo martire cristiano» (Zoltán Abádi-Nagy, cit.). Dichiarazione che suona come una presa in giro, visto che Joyce scelse il nome Stephen per lo stesso motivo!

[11] Jonathan Franzen, Mr. Difficult: William Gaddis and the Problem of Hard-to-Read Books, «The New Yorker», 30/09/2002.

 [12] William Gaddis cit. in Fernanda Pivano, William Gaddis, labirinti e caos del mondo per un maestro postmoderno, «Corriere della Sera», 18/12/1998.

 [13] Zoltán Abádi-Nagy, cit.

 [14]«La relazione tra Pynchon e Gaddis appare così evidente che alcuni hanno ipotizzato che Thomas Pynchon altro non sia che uno pseudonimo di Gaddis!» (Steven Moore, “Parallel, Not Series”: Thomas Pynchon and William Gaddis, «Pynchon Notes», n. 11, February 1983 [traduzione mia]).

  [15] Don Foster, Author Unknown: On The Trail of Anonymous, Henry Holt and Company, New York, 2000 [traduzione mia].

  [16] Anche Le perizie colleziona canzoncine sceme, come «The Teddy Bears’ Picnic», intonata da tre giovani inglesi ubriachi.

 [17] Jenny Hendrix, Mistaken Identity, «The Paris Review», 24/01/2012.

  [18] Zoltán Abádi-Nagy, cit.

Pubblicato in forma ridotta su “IL”, n. 78 – marzo 2016.

La montagna magica

Il 12 marzo 1912 fu ritrovato nelle acque del fiume Sambre, a Châtelet, il corpo nudo e senza vita di Adeline Isabelle Régine Bertinchamps, con la testa avvolta nella camicia da notte. La donna, una modista di 42 anni, soffriva di depressione, come dichiarò il marito Leopold Magritte alla gendarmeria belga, e per questo, perché la vita le era divenuta insopportabile, aveva messo fine ai suoi giorni annegandosi nel fiume. Suo figlio René, il futuro pittore surrealista all’epoca quattordicenne, assistette alla scena del ritrovamento e quell’immagine del corpo materno nudo e scomposto, con il volto coperto, lo avrebbe ossessionato per tutta la vita, ritornando in alcuni suoi quadri. Uno dei più famosi è Gli amanti, che esiste in due versioni, entrambe realizzate nel 1928: nella prima i due volti, coperti da un lenzuolo bianco, guardano verso lo spettatore, quasi in posa per una foto ricordo, con alle spalle un paesaggio boschivo e un cupo cielo nuvoloso; nella seconda, invece, si baciano, inquadrati di profilo da un muro laterale e il soffitto, l’intero sfondo occupato dallo stesso cielo nuvoloso dell’altro quadro. Anche qui, i loro volti sono interamente velati da un lenzuolo, rendendo il bacio, di fatto, impossibile, se non come evocazione o come figura retorica. Che cosa voleva rappresentare Magritte con questa immagine? Il fallimento a cui è votato l’amore? L’impossibilità dell’incontro, della fusione platonica? Oppure quei volti coperti richiamano semplicemente il trauma del suicidio materno? Quest’ultima ipotesi getterebbe un’ombra angosciosa sul quadro, indubbiamente, come se dietro quel bacio negato si nascondesse, in realtà, la grande Assente.

Sia quel che sia, a me questo bacio surrealista è sempre piaciuto, anche se non sono sicuro di saperne il motivo. Forse perché cancella le identità, annulla i volti, azzera i nomi. Forse perché questo quadro è l’unica riproduzione possibile dell’amore: due volti coperti che si baciano, puro groviglio di desiderio, un reciproco cieco affidarsi. In fondo, parla il linguaggio dei sogni, che ha codici totalmente diversi da quelli diurni. E dunque nel sogno è più giusto, più plausibile, perfino più comprensibile, che ci si ami col volto coperto. È un po’ quello che succede al giovane Hans Castorp, il protagonista della Montagna incantata – il romanzo che Thomas Mann pubblicò nel 1924, appena quattro anni prima dei quadri di Magritte – quando sceglie di usare una lingua straniera, il francese, per rendere la sua bruciante dichiarazione d’amore a Clawdia Chauchat, la bella russa dai tratti mongolici di cui si è subito innamorato, in un febbrile – nel vero senso della parola – coup de foudre, appena giunto al sanatorio di Davos per far visita al cugino, ma dove sarà costretto a restare a lungo, scoprendosi anche lui ammalato di tisi.

L’amore di Hans per madame Chauchat, almeno fino a metà romanzo, prima della scena con il dialogo in francese, è di quelli che da adolescente preferivo su tutti, sia nei libri che nei film: inespresso, fatto soprattutto di sguardi, e silenzi, e soprattutto non consumato. Al momento del bacio tra gli innamorati, infatti, subito il mio interesse per la storia d’amore si dileguava, come se tutta la tensione dell’attrazione fisica evaporasse al primo contatto (forse per questo mi è sempre piaciuto il bacio negato degli Amanti di Magritte). Perciò quando lessi per la prima volta il romanzo di Thomas Mann, da ragazzo, non mi pareva vero di trovarmi di fronte a una storia d’amore che prometteva di restare incompiuta. La mia attenzione era tutta concentrata su quella incessante, laboriosa strategia della seduzione avviatasi tra i due, fatta di gesti, immagini, suoni (come l’indimenticabile leitmotiv della porta della sala ristorante nel sanatorio, che sbatte ogni volta preannunciando l’ingresso della donna). Certo, c’erano l’umanista liberale Settembrini e il reazionario radicale Naphta con le loro dispute filosofiche, c’erano le riflessioni sul tempo, e tanto altro, ma per me La montagna incantata, prima ancora che un grande affresco sull’Europa in procinto di sparire con la prima guerra mondiale era, e resta, soprattutto un grande romanzo sull’amore, o meglio, sulla malattia dell’amore.

Nata come un semplice «pendant grottesco» alla Morte a Venezia durante l’estate del 1913, La montagna incantata all’inizio viene concepita da Mann come una breve novella di argomento politico-pedagogico: l’idea nacque da un soggiorno che lo scrittore tedesco ebbe nel sanatorio di Davos per un mese circa, l’anno prima, in visita alla moglie Katia, ricoveratasi per una sospetta tubercolosi. Ma allo scoppio della guerra mondiale Mann abbandonò il «racconto» che aveva cominciato e ne sospenderà la stesura per quattro anni, senza però mai rinunciare del tutto al progetto. Tuttavia, nel suo carteggio è solo a partire dal marzo 1917 che inizia a far riferimento alla sua opera interrotta come a un «romanzo», e non più un «racconto». Che cosa è successo nel frattempo? Cosa ha determinato questo sviluppo imprevisto che ha trasformato la novella nel romanzo dalle considerevoli dimensioni che conosciamo?  È semplicemente sopraggiunta nella mente di Mann l’idea del personaggio femminile e del tema erotico da inserire nella trama pedagogica. Quando compare nei suoi diari per la prima volta il nome di Clawdia Chauchat (o meglio di Klawdia, come inizialmente scrive Mann) ecco che la concezione stessa del libro muta: la struttura della narrazione si complica, la trama si sdoppia. Affinché l’incantamento amoroso trovi il suo lento e inesorabile sviluppo, Mann ha adesso bisogno di tempo, cioè ha bisogno di raccontare il tempo in cui l’innamoramento si dispiega. Quello stesso tempo che si dissolve nel momento in cui Hans Castorp scopre sul suo corpo i sintomi dell’amore, che coincidono fatalmente con quelli della tubercolosi. Noi lettori siamo costretti così a innamorarci insieme a lui, ad ammalarci con lui, a dimenticarci con lui del tempo che passa. È come se solo con lo sviluppo del tema erotico il racconto – per quattro anni interrotto – riprendesse davvero vita e chiedesse di continuare ad essere raccontato, ampliandosi, esondando, assumendo una forma completamente diversa. Una trasfigurazione che nasce da un semplice nome, e da tutto ciò che questo nome, in termini di motore narrativo, è capace di evocare.

E dunque, nell’ultima notte di Carnevale, quando il sovvertimento dei ruoli è lecito, seppur momentaneamente, indossando una maschera, durante una festa organizzata dai pazienti del sanatorio – ci troviamo alla fine del quinto capitolo – Hans, rivolge per la prima volta la parola a madame Chauchat, dopo sette mesi di soli sguardi. E sarà questo il dialogo che prelude all’unico momento di passione del giovanotto con la bella e sinuosa slava, dopo il quale, sorprendentemente, Castorp tornerà ad assumere il suo atteggiamento rinunciatario, come se niente fosse accaduto tra di loro.

«Devi sapere che per me è come un sogno – le dice – stare seduto qui insieme a te… comme un rêve singulièrement profond, car il faut dormir très profondément pour rêver comme cela».

Con uno scarto geniale, Mann ha cominciato a far parlare Hans non nella sua lingua, il tedesco, ma in francese, come se il personaggio per addentrarsi nei pericolosi territori dell’eros avesse bisogno di un lasciapassare che lo liberasse da qualsiasi remora, e gli procurasse la necessaria, audace libertà. E tutta la conversazione tra i due avviene in questa lingua straniera, in una zona franca, per così dire, dando all’intera scena un tono effettivamente onirico. Non sorprende dunque che Hans Castorp confessi di avere l’impressione di sognare. Per Hans, infatti, parlare in francese è come «parlare senza parlare», senza responsabilità, o, per l’appunto, «come parliamo in sogno». Ed è in questo sogno «particolarmente profondo» che finalmente riesce a dichiarare il suo amore, dapprima in maniera spontanea e passionale – «ti amo, ti ho amata sempre, perché sei il “tu” della mia vita, il mio sogno, la mia sorte, la mia voglia, il mio eterno desiderio» – e poi, sempre in francese, la lingua del sogno, dopo aver celebrato «i luoghi deliziosi del corpo umano» e la festa immensa delle carezze, lanciandosi nella più originale e fisica e ricercata dichiarazione mai pronunciata: «Sì, mio Dio, lasciami sentire l’odore della pelle della tua rotula, sotto la quale l’ingegnosa capsula articolare secerne il suo olio scivoloso. Lasciami toccare devotamente con la bocca l’arteria femorale che batte sul davanti della tua coscia e che si divide, più in basso, nelle due arterie della tibia! Lasciami respirare l’esalazione dei tuoi pori ed esplorare la tua peluria, immagine umana d’acqua e albumina, destinata all’anatomia della tomba, e lasciami morire, con le mie labbra sulle tue».

Hans Castorp non avrebbe mai potuto dire queste frasi nella sua lingua. Ha avuto bisogno di un velo, come il lenzuolo che copre i volti degli amanti di Magritte. Perché per essere liberi di amare davvero abbiamo sempre bisogno di nasconderci dietro qualcosa, che sia un velo, una maschera, una lingua straniera. Ma soprattutto perché, come dice madame Chauchat a un certo punto del suo onirico dialogo in francese con Hans Castorp, tra i lustrini e le maschere del Carnevale, «è più morale perdersi e perfino lasciarsi distruggere, che conservarsi».

Mi sono domandato spesso se un romanzo come La montagna incantata possa ancora dire qualcosa a un lettore di oggi. Il suo umanesimo, e perfino la sua ironia, sembrano appartenere in effetti a un mondo, a un universo definitivamente scomparso. E per quanto mi sia potuto identificare totalmente da giovane in quella strepitosa disponibilità pedagogica ed erotica di Hans Castorp, per quanto senta di appartenere profondamente, ancora oggi, come uomo, come studioso e come lettore, a quel mondo, mi ritrovo a constatarne, giorno dopo giorno, la siderale distanza, la totale estraneità, la radicale inappartenenza all’orizzonte ricettivo del nostro tempo presente. Che cosa potrebbe pensare un adolescente di oggi, ad esempio, un mio giovane studente, di un libro come questo? Che tipo di dialogo si innescherebbe tra lettore e opera? Sono portato a pensare che non ci sarebbe alcuno spazio per un incontro. Li scopro, questi nostri ragazzi, ogni anno più indifferenti alla bellezza della poesia e della letteratura, più refrattari all’impegno, più anestetizzati da un nulla catatonico che li circonda. I libri sono diventati, per la maggior parte di loro, degli oggetti incomprensibili, se non completamente muti. Alla loro età io scoprivo Shakespeare e mi si spalancava un universo infinitamente più ricco della vita che vivevo quotidianamente. Non vedevo l’ora di rifugiarmi nelle pagine di Stendhal, di Dickens, di Kafka, di Joyce, di Leopardi. Passavo giornate intere a leggere Proust con quella voracità e quel senso di vertigine che solo a sedici anni ti può dare la lettura. Ero assettato di sapere, pronto a lasciarmi plasmare dai libri e dalle persone, pronto a innamorarmi di tutto e di tutti. Ero esattamente come il giovane Hans Castorp. E allora, come impedire il naufragio di quel mondo? Come fermare la deriva e non rassegnarsi a considerare definitivamente tramontata un’idea di cultura su cui ci siamo formati e che ci ha reso alla fine quello che siamo? Non ho risposte a queste domande. So solo che ogni anno rinuncio a trasmettere ai miei studenti qualcosa di più delle mie passioni, e dunque di me stesso. Solo quindici anni fa potevo fare lezione con una canzone di Jacques Brel o un blues di Billie Holiday, leggevo ogni mattina passi dei miei autori preferiti, e a volte perfino interi libri, suscitando incoraggianti entusiasmi, spiegavo il Don Giovanni di Mozart e il melodramma catturando la loro attenzione, proiettavo un film di Charlie Chaplin facendoli divertire e commuovere. Oggi tutto ciò è diventato improponibile, irricevibile. Forse sono io che sto invecchiando o forse sono loro che stanno andando in una direzione troppo diversa dalla mia. E dunque rinuncio. Come rinuncio a quasi tutta la poesia che amo. È una progressiva, inesorabile sottrazione pedagogica, che porta il mio lavoro a separarmi sempre più da me stesso e dalla mia coscienza più viva. E allora ripenso a La montagna incantata. Certo, abbiamo messo noi in soffitta Mann molto prima che tutto ciò avvenisse e fosse inesorabile. La responsabilità di certi avvenimenti è anche nostra. Ma davvero siamo sicuri di potercelo permettere, oggi più che mai? Davvero pensiamo che un romanzo inattuale come questo possa non dirci più nulla? Forse per tentare una possibile risposta dobbiamo tornare ancora una volta al quadro di Magritte. Cos’hanno in comune, infatti, gli amanti che si baciano con il volto coperto dal lenzuolo, con gli amanti del romanzo di Mann, che riescono ad abbandonarsi alla passione solo usando una lingua straniera? Se il lenzuolo magrittiano evoca un’Assenza, come si è detto, se rappresenta, cioè, il feticcio che nasconde il Grande Vuoto, anche in Castorp agisce una forza inconscia, che si libera solo in quella scena del Carnevale. Il ragazzo, che è orfano dall’età di sette anni, ha infatti vissuto durante l’adolescenza un’attrazione omosessuale per un suo compagno di classe slavo, Przibislaw Hippe, che adesso rivive nei tratti chirghisi e negli sguardi di madame Chauchat. In entrambi casi ci troviamo di fronte a un desiderio triangolare, a un desiderio cioè che evoca un terzo soggetto, per quanto assente, e dunque a una pulsione interdetta, rimossa, che può essere vissuta solo liberando la forza disgregatrice di Eros: in Magritte l’Edipo, in Mann l’omosessualità. Si può amare, sembrano volerci dire quel quadro e quel romanzo, solo se si è disposti a rinunciare a se stessi, e dunque se si è disposti anche a incarnare quell’Assenza, a identificarsi in essa fino alla dissoluzione. Ma come accettare di perdersi, di violare l’ordine simbolico, senza cedere per questo alla potenza terrifica di Thanatos? Come trasformare, cioè, il lenzuolo funebre in un atto d’amore salvifico?

Mann fu a lungo indeciso, come testimoniano i suoi diari, se inserire la scena tra Hans e Clawdia Chauchat, e la loro successiva unione, proprio in quel punto, o spostarla più tardi, o addirittura non farla avvenire mai. Trovo che sia molto significativa questa esitazione. Certo, avrebbe fatto felice il lettore che ero stato da adolescente, curiosamente inibito alle scene d’amore esplicite e propenso a prolungare invece all’infinito i corteggiamenti e gli spasimi d’amore non corrisposti. Ma avrebbe, allo stesso tempo, lasciato emergere in maniera inequivocabile, e forse inaccettabile, l’impossibilità dell’amore realizzato, l’illusione erotica dell’unione dei corpi, e di conseguenza, la necessità di un racconto infinito, come l’infinita spola di una Penelope in eterna attesa, che fa e disfa la tela, emblema di una sublimazione eterna. E allora, alla fine della Montagna incantata, Mann, congedandosi dal suo protagonista che parte per il fronte con poche possibilità di sopravvivere alla immane carneficina della Grande Guerra, accenna a quel «sogno d’amore» che il giovane ha materializzato una volta attraverso una serie di visioni, quando durante il suo soggiorno a Davos si era perso in una tormenta di neve durante una sciata solitaria, rischiando la vita (e sono, queste, le pagine più alte dell’intero romanzo). Un sogno d’amore che lo ha salvato dalla seduzione della morte; quello stesso sogno d’amore che forse potrà salvare in futuro anche l’umanità intera dalla follia della guerra. Che cosa voleva intendere Mann? È qui, credo, che dovremmo cercare l’attualità del romanzo, la sua riscoperta, la sua necessità, la sua possibilità di rivitalizzare il nostro presente così inerte. Nella risposta che dovremmo provare a darci oggi, ciascuno di noi, rileggendo questo straordinario romanzo – di certo il più grande della letteratura tedesca del Novecento – cercando di capire allo stesso tempo quale sia il nostro «sogno d’amore», quali i fantasmi da evocare, il nostro daimon, l’illusione erotica, e come governare questa forza sotterranea, e se, governandola, essa stessa possa permetterci di farci migliori, più consapevoli, più liberi, senza però concedere alla morte il dominio sui nostri pensieri.

L’edizione di riferimento del romanzo di Thomas Mann per la stesura di questo saggio è: T. Mann, La montagna magica, a cura e con introduzione di Luca Crescenzi, traduzione di Renata Colorni, Mondadori, I Meridiani, 2010. Da qui sono state tratte le notizie e i riferimenti alla gestazione del romanzo, nonché le parti citate del dialogo originariamente in tedesco, mentre le parti in francese sono state tradotte da me.

 

Fogli di un diario linguistico 1965-2015

Dal numero 73 della rivista, pubblichiamo il “diario” linguistico di Tullio De Mauro: cinquant’anni di storia d’Italia attraverso l’evoluzione della nostra lingua.

Centenario dantesco

Il primo giugno 1965 cade il settecentesimo anniversario della nascita di Dante. L’accademia italiana organizza grandi manifestazioni. Per dirla con Altan, è tutto un fiorire di iniziative. Un grande e severo studioso, Eugenio Garin, commenta: «Dante fu popolare, non popolari ne sono state le celebrazioni».

Però: per l’occasione del centenario l’IBM e il nascente CNUCE, Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico, cui l’IBM aveva donato un potente calcolatore, presentarono un prezioso biglietto da visita: una concordanza della Divina Commedia ottenuta computando elettronicamente le occorrenze delle circa settemila parole del poema. Le rilevazioni elettroniche e, più in genere, la statistica linguistica erano allora viste o, meglio, intraviste come un oggetto misterioso e malfido. Pochi avevano notizie precise della grande impresa di lemmatizzazione delle opere di san Tommaso avviata a Gallarate da padre Roberto Busa con il supporto della IBM. Era restata una rara avis l’inserzione di una voce Statistica linguistica nell’Appendice III, 1961, dell’Enciclopedia italiana. La concordanza dantesca per la prima volta metteva sotto gli occhi di letterati, filologi, linguisti italiani un concreto esempio delle potenzialità dell’elettronica applicata all’analisi di testi. Ma la diffidenza durò, ed è durata ancora a lungo, fino alle soglie del travolgente imporsi della rete nella nostra quotidianità.

E bisogna ricordare un secondo però, fuori delle celebrazioni accademiche: l’impegno della RAI che dalla primavera 1965 a quella 1966 promuove un ciclo di trasmissioni dedicate alla Divina Commedia. In ciascuna trasmissione a un commento introduttivo di Natalino Sapegno segue la lettura di un canto di volta in volta affidata a un attore teatrale di valore come Giorgio Albertazzi, Tino Carraro, Antonio Crast, Carlo D’Angelo, Arnoldo Foà, Achille Millo, Romolo Valli…

Pasolini

Soprattutto «Il Giorno», ma anche altri giornali, fin dal gennaio 1965 continuano a ospitare reazioni e commenti di scrittori, tra cui Alberto Arbasino, Pietro Citati, Ottiero Ottieri e conseguenti repliche di Pasolini alla conferenza tenuta da lui nel dicembre 1964. Nell’ambito delle conferenze promosse ogni anno tra autunno e primavera dall’Associazione culturale italiana diretta e animata da Irma Antonetto, in una settimana l’oratore si spostava dal Teatro Alfieri di Torino a Firenze, dall’Eliseo di Roma a Napoli e Bari. In ogni città amici e gentildonne amiche della signora Antonetto, come a Roma Irma Cardona e il marito Giacinto, organizzavano un ricevimento in onore dell’oratore. La conferenza di Pasolini, intitolata Nuove questioni linguistiche fu prontamente catturata da Michele Rago e pubblicata in «Rinascita» nello stesso dicembre. Pasolini vi parla della scomparsa dei dialetti e della loro ormai sopravvenuta arcaicità e inaugura così quel tema della «morte dei dialetti» che è poi diventato per una trentina d’anni un topos anche tra specialisti, prima che l’evidenza del loro uso pur sempre persistente si imponesse (come si racconta in Storia linguistica dell’Italia repubblicana, p. 112). E in rapporto alla presunta sparizione dei dialetti non solo Pasolini vede o intravede l’espansione dell’uso dell’italiano, ma dichiara solennemente: «Non senza emozione, mi sento autorizzato ad annunziare che è nato l’italiano come lingua nazionale».

[Una nota strettamente personale, una confessione. Allora e ancora per anni ho coltivato il sospetto (non senza un bel po’ di meschino risentimento) che Pasolini avesse conoscenza di un libro che avevo pubblicato un anno prima, Storia linguistica dell’Italia unita. Il libro raccontava, dati statistici alla mano, il difficile cammino delle popolazioni italiane verso la piena conquista della conoscenza e dell’uso della lingua nazionale. Uno o due anni dopo la conferenza di Pasolini un amico comune, Francesco Compagna, mi raccontò di aver chiesto a bruciapelo a Pasolini se conosceva il libro e Pasolini avrebbe scosso il capo rispondendo che quello era un manuale, un testo “scolastico” (avrebbe detto) e che no, non lo conosceva. Oggi penso che fosse nel vero. Pasolini certamente non aveva bisogno della Storia né probabilmente, se la vide, ne tenne conto.]

L’attenzione ai dialetti, alle loro tradizioni diverse, maturò in Pasolini prima e dopo il trasferimento da Udine a Roma, si affinò poi nel contatto con Dell’Arco e Sciascia, nelle ricerche per il Canzoniere italiano, nelle esperienze e notazioni lessicali che utilizza nei due romanzi e si arricchì nel 1963 attraverso i contatti in presa diretta per i Comizi d’amore. Essa era tale da renderlo sensibile al gran sommovimento che tra tardi anni Cinquanta e prima metà degli anni Sessanta andava avvenendo negli strati profondi della società italiana. Altri che intervengono a discutere la sua conferenza sono lontani dall’avere questa competenza vissuta sul campo.

A metà anni Cinquanta il 64% della popolazione italiana, secondo una stima non contraddetta (fatta nel 1963 nella Storia linguistica dell’Italia unita), parlava abitualmente soltanto uno dei dialetti italiani, il 18% dichiarava di parlare abitualmente solo italiano, il 18% apparteneva a quello che nei decenni seguenti diventa il partito linguistico di maggioranza, il partito di chi parla sia in italiano, specie nei rapporti con estranei e in sedi pubbliche e formali, sia in dialetto, specie in casa e con amici in occasioni informali. I dieci anni successivi vedono un vero e proprio sommovimento della base sociale e culturale del paese. È quello che Pasolini comincia ad avvertire con ansia fin dal 1955. (1) Un esodo enorme, una vera Völkerwanderung, porta milioni di persone dalle campagne verso le città, dal Mezzogiorno verso il Nord, in particolare, all’inizio, verso il “triangolo industriale” Torino, Milano, Genova, sicché nelle grandi città si creano condizioni inedite (verificatesi prima solo a Roma fin dal secondo Cinquecento) di mescolanza tra popolazioni di dialetto diverso. (2) Gli strati poveri, ragazzi e famiglie, premono sulle scuole perché a tutta la nuova generazione sia dato di conquistare la licenza elementare e di proseguire poi gli studi oltre le elementari, ciò cui viene incontro dal 1962 la creazione della scuola media obbligatoria unificata. (3) Dal 1955 esplode l’ascolto televisivo: informazione e intrattenimento a basso costo e, soprattutto, voci italiane entrano in case e ambienti dove mai l’italiano era risuonato. [Con gli occhi di oggi occorre aggiungere un quarto fattore, che negli anni Sessanta sfuggì, tanto era ovvio: la vita politica democratica, la partecipazione attiva di alcuni milioni di persone alle grandi organizzazioni di massa socialcomuniste e cattoliche, e alle associazioni cooperative a partire dai tardi anni Quaranta crearono luoghi e agenzie di intenso interscambio e di crescita culturale comune, anche linguistica, tra centro e periferia e tra periferie diverse.]

Tutto convergeva a rafforzare ed espandere l’uso dell’italiano e ad ampliare anche il suo raggio di azione semantica, che comincia a dilatarsi dai tradizionali contenuti formali verso il mondo della quotidianità e degli affetti fino ad allora tradizionale dominio della dialettalità. Pasolini vede, percepisce l’espansione. Da «bestia di stile» percepisce anche i pericoli degli stingimenti e delle contaminazioni. Non ha gli strumenti per inquadrare e descrivere analiticamente i fenomeni. Non gli interessa averli. Parte a testa bassa contro i pericoli, veri o presunti. Sottovaluta radicamento e persistenza dei dialetti. Commette errori vistosi, che alcuni gli contestano subito, sostenendo che l’italiano va diventando una lingua tecnologica e additando in un brano di Aldo Moro, barese, politico pensoso e giurista, l’esempio del nuovo italiano tecnologico a base settentrionale.

Ma dai tempi della relazione di Manzoni nessuno aveva suscitato tanta passione e tanto interesse per lo stato e le sorti della comunità linguistica nazionale. (La folla di dichiarazioni di intellettuali intervenuti a commentare la conferenza di Pasolini fu poi raccolta dal linguista salentino Oronzo Parlangèli (1923-1969) poco prima della sua scomparsa in un volume, La nuova questione della lingua, poi più volte riedito dalla Paideia di Brescia).

L’antilingua o del terrore semantico

Il 3 febbraio 1965 «Il Giorno» pubblica, tra gli altri commenti alla conferenza di Pasolini, un saggio breve, L’antilingua. Calvino vi mette in scena un brigadiere che raccoglie la testimonianza di un portiere su un furto nelle cantine: le parole semplici e precise del portiere sono tradotte dal brigadiere verbalizzante in antilingua, un impasto di termini giuridici, burocratici, edilizi, aulici e altri di più incerta provenienza ma tutti adatti a tener lontane le parole semplici e dirette che il portiere usa. Questo non è italiano tecnologico, è una incrostazione cui non il solo brigadiere, ma ogni istruito italiano si sente obbligato pur di evitare le espressioni immediate e dirette. Chi scrive in italiano soffre di terrore semantico, di paura e vergogna che lo trattengono dall’uso di parole troppo dirette. Anche le parole precise di tecniche e scienze andrebbero bene, obietta Calvino a Pasolini, se si innestassero in modo appropriato e comprensibile nel tessuto di una lingua viva e diretta. L’italiano non è nato, come pensa Pasolini, piuttosto l’italiano sta morendo, se non si libera del terrore semantico e dell’incapacità di modernizzarsi accogliendo e usando appropriatamente parole delle scienze e delle tecniche.

 Tesi non nuove. Si possono ricordare almeno le ironiche considerazioni di Croce sui «belli parlari», imposti dalle pretese puristiche nelle scuole, e contro il mal abito di usare parole ricercate in sostituzione di quelle che affiorano più spontaneamente nella mente di chi scrive; e, poi, le ironie e polemiche di Antonio Gramsci contro il “neolalismo” degli intellettuali italiani che soffrono di ostentata separatezza dalla massa nazional-popolare; e, più tardi ancora, la polemica denunzia fatta fin dai primi numeri della rivista “Il Mulino” contro i guasti linguistici prodotti dalla pratica dei temi scolastici. Anche la ricordata Storia linguistica aveva documentato la fuga dal parlato prodotta nelle scuole dalla fobia antidialettale: questa spinge a evitare nello scrivere parole come andare, faccia rabbia che abbiano un immediato e quasi esattamente consonante equivalente dialettale, e a sostituirle con parole di sola tradizione letteraria e libresca. L’analisi delle ragioni manca nello scritto di Calvino. Ma il testo sulle autocensure del povero brigadiere è assai efficace, un vero colpo di genio che ha poi alimentato gli sforzi per difendere i diritti e il dovere di una scrittura più diretta, meglio pensata per essere comprensibile.

La casalinga di Voghera, e non lei sola

Nell’aureo periodo in cui la RAI continua a svolgere con intensità un’azione di innovazione culturale (memorabili le telelezioni per adulti analfabeti Non è mai troppo tardi di Alberto Manzi, svolte dal 1960 al 1968) tra le varie articolazioni aziendali opera il «Servizio opinioni» diretto da Pompeo Abruzzini. Il Servizio pubblica una serie di «Appunti del servizio opinioni». La veste è modesta, sono fascicoli ciclostilati. Il contenuto è spesso prezioso, come nel caso del fascicolo 37 «Risultati di un’indagine sulla comprensione del linguaggio politico». L’indagine, svolta nel 1966, è molto accurata e resta quasi un unicum per quanto riguarda l’accertamento della comprensione di testi parlati. Una sobria premessa avverte che sono stati intervistati mille adulti, maschi e femmine. Non si tratta di un campione stratificato, che voglia essere statisticamente rappresentativo della popolazione italiana, ma di un sondaggio, un “carotaggio” in profondità, nella realtà linguistica e nelle capacità di comprensione di cinque gruppi di adulti e adulte tra 25 e 45 anni. I gruppi sono volutamente eterogenei: casalinghe di Voghera, senza o con sola licenza elementare; contadini di Andria, senza o con sola licenza elementare; operai di Milano, con licenza elementare o media inferiore; casalinghe di Bari, con licenza media inferiore o superiore; impiegati di Roma, con licenza media superiore o laurea. Agli intervistati si chiede di indicare, rispondendo a test a scelta multipla, la o le definizioni preferibili di venti vocaboli chiave dell’informazione politica (da scrutinio leader ministro senza portafoglio potere esecutivo, fino a mozione legislatura). Inoltre si sottopongono agli stessi due brevi testi parlati, uno standard e un altro rielaborato in forma più lineare, saggiando il diverso grado di comprensione. Abbastanza prevedibilmente (almeno per i pochi che avevano allora e hanno ancora oggi un’idea dei livelli di scolarità e della loro relazione con le capacità linguistiche) il gruppo che rivela minori capacità di comprensione dei vocaboli e dei testi è quello delle casalinghe di Voghera. Queste, nelle reazioni di commento ai dati, divertite, spesso solo folcloristiche e approssimative, diventano il simbolo stereotipato della parte di popolazione col più basso livello linguistico e culturale. Ma avrebbero meritato attenzione anche gli impiegati laureati di Roma. Anche tra loro le percentuali degli incompetenti che ignorano il senso di vocaboli chiave sono ragguardevoli; 22% per ramo del Parlamentolegislatura 47%, dicastero promulgazione di una legge 50%, mozione 58%. Un ceto dirigente più attento, oltre che ridere degli abbagli, avrebbe potuto trarre già allora conclusioni operative e mettere almeno mano a un progetto di rimozione degli ostacoli alla comprensione. Così non fu. Restarono senza eco le parole con cui Abruzzini concludeva la presentazione del lavoro: «Il complesso di queste interviste […] dà un succinto panorama della diffusa ignoranza del significato dei principali termini del linguaggio politico e permette quindi di intuire l’importanza di alcune barriere che si frappongono fra il mondo della vita politica ed ampi strati della popolazione nazionale, pregiudicandone un’attiva e consapevole partecipazione».

Dialetto anche con i continentali

Dal 1964 mi era stato dato a Palermo un incarico di glottologia nella Facoltà di Lettere sul posto lasciato libero da Marcello Durante, che aveva cominciato la sua risalita universitaria verso il nord. Incontrai subito Giuseppe Cocchiara, preside della Facoltà, con una certa emozione: era un grande amico, forse il più intimo, del mio professore, Antonino Pagliaro (la leggenda vuole che tutte le sere si telefonassero per consultarsi sulle vicende e persone dell’università), ed era il grande antropologo e demologo che aveva ravvivato questi studi in Italia. Scoprii che era un lettore attento dei miei lavori di aspirante linguista. Forse la mia provenienza (Pagliaro, insieme a Salvatore Battaglia, era un nume tutelare dell’università siciliana), forse la stima e simpatia di Peppino Cocchiara, forse anche la rete di amicizie di mio fratello, da molti anni giornalista dell’«Ora», mi aprirono la via verso strette amicizie con i colleghi locali e verso tutta la loro affettuosa ospitalità. Nelle due settimane al mese che passavo a Palermo all’insegnamento si accompagnava una intensa vita di relazione con i colleghi dell’università e loro consorti, e anche con Leonardo Sciascia. Tra cene e pranzi osservavo l’andamento delle conversazioni e cominciai a intravedere un paio di regole generali. (1) In pranzi e cene le mogli siedono tutte vicine a un estremo della tavolata, i maschi tutti insieme vicini da un’altra parte (l’impressione è che le mogli si vedano tra loro solo in queste occasioni). (2) La conversazione comincia a svolgersi in italiano, ma imparo presto a capire che questa è per la parte maschile del tavolo una gentilezza verso l’ospite continentale. Se la conversazione si scalda, se si comincia a parlare con passione di politica o di studi o di letteratura, tra i maschi l’italiano cede rapidamente il passo all’uso del dialetto, il dialetto nobile, demunicipalizzato, della borghesia colta dell’antica capitale. Solo le donne continuano a parlare italiano, sempre. Conoscendole meglio capisco che conoscono benissimo il dialetto nativo, ma l’italiano è una scelta che tendono a fare sempre più di frequente, anche con amiche meno o più conosciute, anche in casa, specie con i bambini. Per la prima volta vedo affiorare una tendenza che poi si è rivelata sempre meglio: le donne, specie le più giovani, sono le principali attrici, le protagoniste dell’espansione dell’uso dell’italiano accanto al dialetto e più in generale sono diventate poi protagoniste della crescita culturale collettiva. [Una dozzina d’anni dopo, scrivendo un capitolo sulla cultura per un volume Laterza, Dal ‘68 a oggi. Come siamo come eravamo, ho potuto riprendere quest’ipotesi rafforzandola con i primi dati statistici Doxa sull’uso di italiano e dialetto, sulla lettura, sull’andamento scolastico: già alla fine degli anni Settanta era o avrebbe dovuto essere evidente la superiorità culturale delle donne rispetto ai connazionali maschi].

Qua e là nell’italiano, specie femminile, mi pareva che affiorasse qualche parola ipercorretta tipo porgimi il sale per passami dammi il sale. E c’era qualche elemento regionale che, come allora ho imparato, può salire fino all’italiano formale che si parla in una lezione universitaria o in una conferenza: sconoscere “ignorare”, da recente “di recente”. [Se la memoria non m’inganna colgo già allora come tratto locale settimana scorsa “la settimana scorsa”, mese passato “il mese passato”, che almeno dai primi anni Duemila, come attestano la rete e risposte a quesiti della Crusca, ormai si colgono spesso in persone d’ogni provenienza regionale. Queste omissioni d’articolo sono talora accusate di settentrionalismo, ma credo non bene: sono infatti frequenti e anteriori le attestazioni napoletane, oltre che siciliane].

Il boom della linguistica

Dalla metà degli anni Sessanta il buon successo di alcuni libri di linguistica appena pubblicati dal Saggiatore e da Laterza induce gli editori ad aprire i loro cataloghi a testi fondamentali della linguistica europea e nordamericana. Michele Rago scrive in quegli anni che per decenni i linguisti italiani avevano «montato la guardia sulle Alpi» per impedire l’ingresso allo straniero. Forse Rago eccedeva. Certo però dopo Ascoli si era creato un forte distacco tra linguistica italiana e linguistica mondiale (lo aveva rilevato nel 1932 Leo Spitzer recensendo la miscellanea in memoria di Ascoli). A metà anni Sessanta le frontiere si aprono. Più che la glottologia accademica established sono allora giovani linguisti e rari cattedratici come Luigi Heilmann (in genere sono gli stessi che nel 1996 danno vita alla Società di Linguistica Italiana), a rimontare la china con l’aiuto decisivo dell’editoria e di alcuni giornalisti attenti, come Rago, Gianfranco Corsini, l’assai più giovane Enzo Golino. Laterza pubblica in rapida successione gli Elementi di linguistica generale di André Martinet, curati da Giulio Lepschy, che accompagna il libro con un prezioso glossario plurilingue, e poi testi di Leroy, curato da Anna Morpurgo, Coseriu e Robins, entrambi tradotti e curati da Raffaele Simone, Le strutture della sintassi di Chomsky, curato da Francesco Antinucci, Shaumian, curato da Eddo Rigotti, gli Itinerari filosofici del semanticista statunitense Paul Ziff, La linguistica americana di Charles Hockett, tradotto da Giorgio Cardona, la silloge di saggi sulla comunicazione verbale e non verbale di altri animali e degli umani sovrintesa da Robert Hinde, tradotta da Raffaele Simone, il Manuale di linguistica generale di John Lyons, curato da Francesco Antinucci. Feltrinelli pubblica nel 1966 i Saggi di linguistica generale di Roman Jakobson, curati da Luigi Heilmann. L’anno stesso il Mulino inaugura, diretta da Heilmann, redattore capo è Luigi Rosiello, una nuova e a lungo fortunata rivista, «Lingua e stile», aperta agli apporti italiani e stranieri di teoria generale e di impronta prevalentemente, ma non esclusivamente, strutturalista, cui seguono volumi di Rosiello e Durante. Einaudi pubblica nel 1966, La linguistica strutturale di Giulio Lepschy, diventato un testo standard nelle università dei molti paesi in cui viene tradotto, e poi un grande classico, i Fondamenti della teoria del linguaggio di Louis Hjelmsev, curato dallo stesso Lepschy. Boringhieri pubblica tre volumi degli scritti degli anni Sessanta di Chomsky. Bompiani, a parte il succedersi delle opere di Umberto Eco, pubblica la monumentale Zoosemiotica curata da Sebeok. Si impegnano anche editori minori. Nel 1965 presso l’editore Morano di Napoli Tristano Bolelli pubblica, curandola con i suoi allievi, l’antologia Per una storia della ricerca linguistica. Ubaldini pubblica i Principi di noologia di Luis Prieto. L’elenco precedente dà una buona idea dell’effervescenza editoriale che accompagna la linguistica in quegli anni, quasi un fenomeno di massa. Qualcosa del genere può dirsi, per l’immediato e durevole successo editoriale, del Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure, pubblicato nel 1967 e da subito e poi più e più volte ristampato e riedito ogni tre quattro anni da Laterza. L’apparato di introduzione, commento al testo, notizie biografiche e critiche, fu poi tradotto in francese, nel 1972, dall’editore Payot in quella che è diventata l’edizione standard del Cours de linguistique générale, assunta a base delle molte successive traduzioni dell’opera in altre lingue.

Guerriglia urbana

Una notte di fine aprile del 1966 siamo seduti a terra in circolo, alcuni professori ma soprattutto studenti, in un andito dei corridoi dell’Istituto di Fisica dell’Università di Roma. Discutiamo dello stato e delle prospettive dell’occupazione della Sapienza che dura da alcuni giorni.

Il 26 aprile una banda di picchiatori fascisti guidati da Stefano Delle Chiaie e Serafino Di Luia assale e pesta ragazze e ragazzi che, sulla scalinata di ingresso a Lettere, distribuiscono volantini delle varie liste che concorrono alle elezioni del parlamentino degli studenti universitari, l’ORUR, organismo rappresentativo universitario romano. L’impresa fascistica non era cosa nuova. Da anni e anni, specie in occasione delle elezioni studentesche, bande di fascisti mandavano all’aria i panchetti dei seggi elettorali e, lasciando da parte i neofascisti della Caravella, pestavano duramente i rappresentanti delle altre liste. Spesso arrivavano capeggiati da qualche parlamentare del movimento sociale italiano che agiva sicuro protetto com’era dall’immunità nel caso sopravvenisse la polizia. Caso altamente improbabile: il garante dell’ordine nell’intera Sapienza era un mite poliziotto in borghese che arrivava trafelato, ovviamente sempre a cose fatte, per constatare i danni e consolare i più malconci. I giornali romani il giorno dopo titolavano “Scontri tra opposte fazioni all’università”. Quando gli studenti andavano a protestare dal Rettore costui a volte li riceveva e sempre faceva l’equidistante invitandoli a evitare scontri con i fascisti.

Ma il 26 aprile le cose andarono diversamente. I fascisti agirono con assai maggior violenza. Qualcuno prese a spintoni uno degli studenti presenti, un giovane cattolico e socialista candidato dell’unione goliardica romana, Paolo Rossi, e lo fece cadere dal ripiano più alto della scalinata. Il ragazzo entrò in coma per il trauma cranico. La reazione degli studenti, ma anche di alcuni docenti, fu immediata: per protesta la Facoltà fu occupata. L’equidistante Rettore chiamò la polizia per sgombrare la Facoltà. L’intervento della celere fu di inusuale violenza. Nei locali di Filosofia alcuni docenti e studenti si erano sdraiati a terra per opporre resistenza passiva allo sgombro della polizia. I poliziotti acchiappavano per i piedi i resistenti e li trascinavano stesi a terra nei corridoi e poi anche per le scale fino all’esterno. Ricordo ancora Maria Corda Costa, una valorosa pedagogista, ma anche ragazzine allora mie alunne, come Chiara Ingrao, rimbalzare doloranti e protestanti sugli scalini. Scene assurde. Una rinnovata reazione si estese a tutte le Facoltà, l’intera università fu occupata. Mentre giungeva la notizia della morte di Paolo Rossi. La protesta, attraverso assemblee notturne, andò acquistando forma. Si chiedevano le dimissioni del Rettore e una riforma dei chiusi ordinamenti accademici. Cortei di operai e di studenti delle scuole superiori, spesso con i loro insegnanti, e intellettuali di spicco, come Alberto Moravia, Pasolini, Vito Laterza, venivano a portare la loro solidarietà. Le cose erano a questo punto quella notte d’aprile quando discutevamo nei corridoi di fisica.

Tre o quattro posizioni si fronteggiano. I pessimisti sono convinti che l’occupazione non possa durare ancora a lungo. Ma durare è un obbligo verso il sostegno che si va profilando nel paese: bisogna resistere almeno finché il Rettore non si dimetta. Altri, terza posizione, aggiungono: finché i partiti di sinistra non presentano in parlamento proposte di legge di riordino dell’università. Ma qualcuno ha dubbi, si profila una quarta posizione: è inutile stare chiusi nell’università, bisogna uscirne. Un giovane docente di filosofia, Alberto Gianquinto, che ha appena ricevuto l’incarico di insegnamento di Logica (materia finalmente istituita nella Facoltà di Lettere), è il più deciso. Bisogna uscire dall’università e, dice, organizzare la guerriglia urbana. Solo un anno dopo cominciarono a circolare alla macchia scritti di Carlos Marighella, solo nel 1969 Feltrinelli pubblica Guerriglia urbana in Brasile. Quella notte d’aprile parecchi sentirono per la prima volta questa espressione che risultava oscura, annunzio di prospettive ancora più oscure.

[Il Rettore Giuseppe Ugo Papi poi, in quegli stessi giorni, si dimise. La terza posizione acquistò forza. Il partito comunista dovette intuire che questo in realtà apriva il varco alla quarta posizione. Due esponenti dell’ala sinistra, Pietro Ingrao e Rossana Rossanda, furono mandati a parlare con gli occupanti per persuaderli ad abbandonare l’occupazione in cambio dell’impegno a promuovere una legge di riforma dell’università. Noi occupanti cedemmo, nei primi giorni di maggio sgombrammo le Facoltà, come decise, senza apparenti opposizioni, un’affollata assemblea nell’aula magna di Giurisprudenza. Nella prima fila sedeva Tristano Codignola, l’unico che alcuni anni dopo fece qualche passo concreto per avviare il rinnovamento degli ordinamenti universitari. Tale fu la legge da lui sostenuta e approvata in Parlamento nel dicembre che 1969 per consentire ai diplomati di tutti i canali di scuola media superiore, e non più ai soli uscenti dal liceo classico, l’accesso agli studi universitari. Ma i licenziati dalle superiori erano una minoranza delle classi anagrafiche: più della metà di ragazze e ragazzi venivano espulsi dalla media inferiore prima di ottenere la licenza ed erano quindi ben lontani non solo dalla laurea e dall’università, ma anche dal poter accedere alla scuola media superiore].

1967: Lettera a una professoressa

Scritto dagli alunni della scuola di Barbiana guidati da don Lorenzo Milani il libro è pubblicato dalla LEF, Libreria Editrice Fiorentina. Scuote, allora e da allora, le coscienze di chi lo legge. Per chi si occupa di linguaggio è una spinta decisiva a cercare di capire «ce qu’il fait» (per riprendere le parole che usò Ferdinand de Saussure) e cercare di farlo il meglio possibile anche a fini di pubblica utilità.

Centenario olivettiano

Nel 1968 ricorre il centenario della nascita di Camillo Olivetti. Adriano, suo figlio, geniale imprenditore e appassionato politico antifascista e democratico, teorico e realizzatore di un’impresa che reinveste i profitti in ricerca e cultura e nella qualità della vita dei dipendenti, promotore negli anni Cinquanta dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, del Movimento di Comunità e dei centri omonimi di grande rilievo per la vita intellettuale da Roma (dove il Centro fu diretto da Guglielmo Negri) al sud, creatore della fondamentale casa editrice Comunità e della rivista omonima, diretta poi da Renzo Zorzi, era morto improvvisamente nel 1960 per un ictus (ma allora e poi aleggiarono sospetti sulla sua morte, non seguita da autopsia). Cadono fuori dei limiti cronologici di questi Fogli alcune grandi produzioni industriali della Olivetti che hanno segnato epoche dell’organizzazione concreta dell’attività intellettuale: nel 1950 la macchina per scrivere portatile Lettera 22 (esposta poi in permanenza al MOMA di New York) e la Lexicon Electrica, nel 1956 la Divisumma 24 [La cosa non merita in sé interesse, ma per dare un’idea posso dire che buona parte dei numeri della Storia linguistica non sarebbero mai stati messi insieme senza che l’autore carpisse periodicamente la Divisumma a Lydia e a Luigi Spaventa], nel 1959 il grande calcolatore Elea, nel 1963 la nuova portatile Lettera 32. Per gli amatori delle cose che potevano essere e non sono state (abbiamo cioè lasciato che non fossero) si può ricordare ancora che nel 1965 a New York viene presentato l’Olivetti Programma 101, anticipatore dei personal computer, ultimo canto del cigno della straordinaria capacità innovativa della Olivetti di Adriano. Ma già erano cominciati lo smembramento, la dissipazione delle strutture di ricerca e le cessioni per far cassa da parte dei nuovi azionisti. E già si disperdeva quell’altra realtà straordinaria che fu il gruppo di intellettuali, non solo ingegneri e grandi designer, ma letterati, sociologi, filologi, raccolti all’Olivetti da Adriano: Renzo Zorzi e Riccardo Musatti, Geno Pampaloni, Nello Ajello, Muzio Mazzocchi Alemanni, Franco Ferrarotti.

Per celebrare il centenario di Camillo Olivetti si tiene a Milano (l’organizzazione è affidata a Umberto Eco) un grande convegno internazionale: “I linguaggi nella società e nella tecnica”. I maggiori linguisti e teorici logici del linguaggio di tutto il mondo, come Yehoshua Bar-Hiller, Richard Montague, Emile Benveniste, Marvin Minsky e Roman Jakobson, vi partecipano insieme a tecnici delle ICT e sociologi. Grande è la risonanza. Per il pubblico intellettuale è così definitivamente consacrata la centralità del linguaggio nella realtà umana e la correlata centralità del suo studio tra le scienze umane e non…

1972: esistono minoranze linguistiche in Italia?

La domanda e il dubbio aleggiavano tra i parlamentari del tempo. Per cercare di rispondere il Servizio Studi di Montecitorio avvia un’indagine che per la prima volta censisce le almeno tredici minoranze alloglotte presenti in Italia da secoli. Le minoranze dunque esistono. Nei decenni successivi a più riprese vengono elaborati progetti di legge che cercano di onorare l’articolo 6 della Costituzione. Uno, eccellente, nel 1989 supera l’approvazione di Montecitorio, ma, anche per la fiera opposizione del Partito Repubblicano dell’epoca, viene fatto decadere nel passaggio al Senato. Solo nel 1999 (cinquantuno anni dopo la Costituzione) il Parlamento approva una legge in materia. Mediocre, ma, come si dice, meglio del niente semisecolare.

1973: «Parlare, leggere, scrivere»

Con questo titolo dal 12 settembre la RAI manda in onda in prima serata un ciclo di cinque trasmissioni, ciascuna di un’ora, per raccontare vicende passate e presenti della realtà linguistica italiana. Il regista è Piero Nelli, autori sono De Mauro e Umberto Eco. Dall’interno dell’azienda le trasmissioni sono state promosse e seguite da Fabiano Fabiani, Emmanuele Milano e Enzo Golino. [«Un’altra RAI» ha commentato molti anni dopo Aldo Grasso.]

1974: rilevazioni dell’uso di lingua e dialetti

La Doxa ha derivato dal suo geniale fondatore, Paolo Luzzatto Fegiz, un rigoroso metodo nelle rilevazioni campionarie e quella grande attenzione anche agli aspetti culturali della vita delle popolazioni che rende tuttora preziosi i volumi Il volto sconosciuto dell’Italia (1956, 1984). Nel 1974, in coda a un’indagine di mercato rivolta ad altri fini, la Doxa compie la prima rilevazione statistica sull’uso dell’italiano e dei dialetti quale risulta dalle dichiarazioni del campione di intervistati. Il 23,0% dichiara di parlare sempre italiano, il 51,3% dichiara di non parlare italiano ma sempre e solo uno dei dialetti, il 23,7% dichiara di alternare l’uso di italiano (in contesti formali o con estranei) e di dialetto (in contesti familiari e con amici). I dati riflettono bene le evoluzioni verificatesi tra anni Cinquanta e Sessanta rispetto alle stime del 1963, fatte a partire da dati del 1955, quando si stimò che sempre e solo italiano parlasse il 18% della popolazione e sempre e solo dialetto il 64%.

In anni successivi la Doxa ripete il sondaggio e aggiorna altre volte i dati. Dal 1982 cominciano le rilevazioni dell’ISTAT, su campioni di popolazione assai più ampi nel quadro delle indagini sulla vita quotidiana degli italiani, sulla loro cultura in senso rigorosamente scientifico e antropologico. Grazie a Doxa e ISTAT è stato possibile seguire attraverso dati statistici il variare dell’uso alterno di italiano e dialetto, l’espandersi dell’uso dell’italiano nel linguaggio parlato e la correlativa regressione dell’uso esclusivo del dialetto.

1974-75: gli insegnanti organizzano il loro autoaggiornamento

Alle tradizionali organizzazioni “generaliste” cattoliche degli insegnanti, l’UCIIM (insegnanti medio superiori) e l’AIMC (maestri), e laiche, la FNISM, Federazione Nazionale Insegnanti Scuola Media, fondata nel 1901 da Gaetano Salvemini, e il movimento di cooperazione educativa, si affianca ora il CIDI, Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti (elementari e medi). Tra le associazioni di settore alla Mathesis, Società italiana di scienze matematiche e fisiche, fondata nel 1895, si affianca un raggruppamento interno alla SLI, Società di Linguistica Italiana, il GISCEL, Gruppi di Studio e Intervento nel Campo dell’Educazione Linguistica (insegnanti elementari e medi e ricercatori e docenti universitari). Le associazioni hanno dato un contributo prezioso al rinnovamento di metodi e contenuti degli insegnamenti e all’elaborazione di nuovi programmi della media inferiore (1977) e delle elementari (1985) e successive sperimentazioni nella media superiore, opera in questa direzione anche la rivista «Riforma della Scuola» fondata nel 1975 da Dina Bertoni Jovine, Lucio Lombardo Radice, Mario Alighiero Manacorda, Alessandro Natta e altri intellettuali legati al PCI ma (secondo l’espressione di Lombardo Radice) “rompiscatole”.

1977: i “nuovi programmi” della media inferiore

Varata nel 1962, la scuola media inferiore unificata ha stentato e stenta ancora a funzionare come scuola capace di far crescere le capacità e le conoscenze di tutte e tutti. Lo hanno già da anni rivelato la denunzia appassionata dei ragazzi di Barbiana, ma anche un magistrale studio analitico di Fiorella Padoa Schioppa, Scuola e classi sociali, che chiama in giudizio l’intero apparato dell’istruzione. Una legge del Parlamento offre la necessaria cornice legislativa al lavoro di un’ampia commissione incaricata dal ministro di redigere nuovi programmi che orientino la didattica verso la realizzazione degli obiettivi di effettiva inclusione di tutte e tutti attraverso anzitutto la crescita di adeguate competenze linguistiche e matematiche di ogni singolo alunno. L’educazione linguistica assume un ruolo centrale nell’apprendimento di tutte le materie, come qualche anno prima avevano chiesto le Dieci tesi per una educazione linguistica democratica. Negli anni seguenti a più riprese si è constatato che i “nuovi programmi” sono restati poco noti e ancor meno praticati per la grande maggioranza degli insegnanti. Sorte non migliore hanno avuto le Dieci tesi. Il GISCEL, che elesse le Dieci tesi a suo manifesto fondativo e ha svolto un intenso lavoro di collegamento tra ricerca linguistica e azione di rinnovamento dell’educazione linguistica nelle scuole (lo testimoniano gli oltre quaranta volumi della sua collana di studi), ha promosso a cadenza decennale indagini sulla notorietà delle Tesi e sulla loro effettiva presenza nella pratica didattica: è risultato che solo il 20% circa degli insegnanti medi sa dell’esistenza di quel testo e meno del 10% dichiara di attenervisi nel suo insegnamento. Il dato merita menzione perché alcuni bravi studiosi, come Michele Loporcaro e Maurizio Dardano, hanno ritenuto e scritto che quel testo sarebbe all’origine di ciò che loro sembra lo sfacelo dell’intera scuola italiana.

Na lacuna e na carenza

I nuovi programmi chiesero agli insegnanti di preparare e tenere aggiornata per ciascun alunno una scheda personale che consentisse di capire nel tempo se e come crescono competenze e conoscenze nei diversi ambiti. Nel formulare giudizi analitici, però, gli insegnanti ricorrono spesso a formule stereotipate che piovono sulla testa di alunni e genitori. Ho colto sul campo e annotato nelle cronache linguistiche fatte per «Paese sera» e «l’Unità» (qui sotto il falso nome di Luigi La Vista) un dialogo tra due madri all’uscita di una scuola media della periferia romana. Un giorno, appena conosciuti i giudizi, le due madri si scambiano notizie all’ingresso della scuola. «Com’è annato tu fijo?». «Mah, me pare bene: cià solo na lacuna ‘n giografia e na carenza de matematica. E er fijo tuo?». «Eh, sto fijo de na bbona donna cià, lo possino, cià tre lacune e quattro carenze». Ai rischi dell’antilingua di Calvino una parte della popolazione reagisce piegando a un senso concreto e specifico espressioni ripetitive, astratte e generiche. Vent’anni più tardi una vignetta d’Altan mette in scena questo stesso che vivifica stereotipi astratti piegandoli alla significazione di realtà concrete. La vignetta è un vero compendio di storia linguistica (e non solo linguistica) dell’Italia repubblicana. Di scena sono i due tradizionali metalmeccanici. Altan, come si sa, vive nel Nord-est, i due metalmeccanici saranno piemontesi o lombardi, ma nella vignetta il dialogo tra i due si svolge in quell’italiano venato di romanesco che serve ormai in tutt’Italia ad alludere a una generica dialettalità. (Paolo D’Achille ha parlato dell’italiano de Roma, ma esiste ormai un romanesco de Italia che dal nord al sud serve a dare alle nostre espressioni il tono, per lo più scherzoso e ammiccante, di una dialettalità generica). Il primo metalmeccanico se ne sta seduto con aria sconsolata e dice: «Nun ciò na lira e nun so più per chi votà». E il saggio Cipputi commenta: «Ecco er famoso intreccio tra finanza e politica».

1977-1985: la scoperta dell’uso medio

Nel 1965 Calvino, osservando caratteri e limiti della traducibilità in italiano di testi letterari di altre lingue, dopo aver sottolineato le possibilità che la “grande duttilità” dell’italiano consente al traduttore, aveva però aggiunto: «il vantaggio del tradurre in italiano è relativo e parziale: per esempio, più si va nel parlato, nel popolare, specie per le lingue che hanno una dimensione gergale, più l’italiano fa cilecca, perché al livello popolare sconfina subito nel localismo e nel dialetto, mentre al livello della conversazione familiare, scherzosa, “borghese”, è sempre stucchevole e – siccome il costume cambia di continuo – immediatamente “datato”. L’”italiano medio”, come ben dice Pasolini, è “una lingua impossibile, infrequentabile”». Forse già allora non era in realtà più così: la lunga marcia verso l’appropriazione collettiva dell’italiano anche nel parlato e negli usi informali comunemente accettati era già cominciata. Ma la percezione dei due grandi scrittori era quella e confermava quel che pochi anni prima affermava un intelligente linguista fiorentino, Emilio Peruzzi, osservando che con l’italiano potevano scriversi poesie o trattati filosofici, ma non parlare della quotidianità. Tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta emergono valutazioni nuove che colgono i fatti nuovi. Nel 1977 Giulio e Anna Laura Lepschy propongono agli inglesi che studiano italiano una presentazione dell’uso colto della lingua «così come viene effettivamente usata, parlando e scrivendo». Le vecchie norme puristico-scolastiche sono messe da parte a vantaggio di un uso comune che si profila sempre più consistente. Negli anni immediatamente seguenti Francesco Sabatini, con un suo ampio studio analitico, Gaetano Berruto e altri ancora aprono le porte al riconoscimento dell’ormai piena affermazione e accettazione di un “uso medio” o “comune”. L’uso è ricco di tratti spesso reperibili già in tempi antichi ma tenuti ai margini o condannati da norme puristiche e insegnamento scolastico. Come osserva in quegli anni Giovanni Nencioni quello che era stato “laboratorio di scrittori” ora è il lavoro quotidiano di milioni di persone che parlano e, anche, osano ormai scrivere esibendo questi tratti.

1980: nascono i “Libri di base”

Alla fine degli anni Settanta sono molte le suggestioni che vengono da fonti diverse (Gramsci e don Milani, Calvino e Orwell, Rudolf Flesch e Karl Kraus) e dallo stato della cultura italiana spingendo a elaborare il progetto di un’“enciclopedia scomponibile” che abbracci tutti i campi del sapere, tecnico, storico, filosofico, scientifico, offrendo a chi legge libri redatti in modo sistematicamente e studiatamente orientato al massimo possibile di leggibilità e comprensibilità. Il progetto viene esaminato con simpatia ma rifiutato da diversi editori (Vito Laterza, Tristano Codignola, Giunti). Approda infine, grazie alla presidente del CIDI Luciana Pecchioli, sulla scrivania di Roberto Bonchio, che dirige gli Editori Riuniti, la casa editrice di proprietà del PCI. Bonchio lo accetta. Si creano gli strumenti minimi indispensabili a garantire la leggibilità dei testi (un vocabolario di base, alcune elementari regole di scrittura). Si costituisce un gruppo di progettazione molto composito quanto a competenze scientifiche e orientamenti politici (questa è una condizione accettata da Bonchio e, non senza discussioni, dalla proprietà e da molti suoi intellettuali di riferimento), si definiscono contratti e si progettano prime annate di pubblicazione (dodici libri l’anno), si costituisce una redazione, guidata da Elisabetta Bonucci, capace di controllare e migliorare la leggibilità dei testi (i contratti con gli autori hanno la forma di contratto per opera collettiva, che permette l’intervento redazionale sui testi). Nel 1980 appaiono i primi “Libri di base”.

Nel 1989 i “Libri di base” erano diventati 140, l’ultimo, di Antonio Cassese, dedicato alla legislazione internazionale sui diritti umani. Nel decennio la vendita media superò le 17.000 copie per titolo, una tiratura e vendita non consuete in Italia per testi di saggistica. Alcuni sono veri best long sellers, come la Guida all’alimentazione di Emanuele Djalma Vitali o L’infinito di Lucio Lombardo Radice o Che cos’è una legge fisica di Carlo Bernardini. Ma nel 1989 affari interni della segreteria del Partito e di alcuni familiari dell’allora segretario portano a una crisi finanziaria della casa editrice e alla sospensione e poi chiusura sia di “Riforma della Scuola” sia dei “Libri di base”. Curiosi personaggi subentrano nella direzione di quel che resta della casa editrice (si aggira nelle stanze tra gli altri Primo Greganti, il “compagno G” poi ben noto e condannato per le vicende di Tangentopoli e di Milano Expo). I nuovi dirigenti rifiutano le offerte (di Vito Laterza, di Inge Feltrinelli) di rilevare in blocco e continuare l’impresa salvando anche la redazione, licenziano invece i redattori e chiudono la collana. Non si può dire che i “Libri di base” non abbiano avuto nessun seguito. Hanno ispirato collane del Mulino e della Editrice Sindacale, forse hanno aiutato a capire che è possibile anche in Italia una scrittura saggistica non ermetica. Ma nel complesso sono purtroppo restati malinconicamente un unicum nell’editoria italiana.

1993: un codice per il linguaggio delle pubbliche amministrazioni

Nel 1992, nominato ministro della funzione pubblica nel governo Ciampi, Sabino Cassese affronta in modo fattivo il tema delle pessime caratteristiche del linguaggio con cui le amministrazioni pubbliche usano comunicare e si rivolgono al pubblico. Viene insediato un gruppo di lavoro di cui fa parte, tra altre persone, Emanuela Piemontese, forte delle esperienze di “scrittura controllata” maturate mettendo a punto una procedura e formula di calcolo automatico della leggibilità (con Piero Lucisano) e poi redigendo il mensile “di facile lettura” per bambini e per marginali e svantaggiati «Due parole». Il gruppo produce in pochi mesi un Codice di stile della comunicazione scritta ad uso delle pubbliche amministrazioni. Negli anni seguenti, pur con lentezza, diverse pubbliche amministrazioni, specialmente locali e regionali, hanno cominciato a rifarsi al Codice.

2001

Si conclude la prima indagine internazionale sulle competenze di lettura, scrittura e calcolo delle popolazioni adulte di alcuni paesi, tra cui l’Italia. L’indagine è stata promossa da Statistics Canada negli anni Novanta e per la parte italiana è stata svolta dal cede, Centro Europeo Dell’Educazione, allora diretto da Benedetto Vertecchi. Le capacità linguistiche sono accertate non sulla base di autovalutazioni (come nelle indagini ISTAT), ma in modo “osservativo”, cioè verificando in un campione stratificato di popolazione adulta in età di lavoro (16-65 anni) le capacità di rispondere correttamente a cinque questionari di difficoltà crescente. I primi due questionari individuano le (in)capacità di adulti che sono sotto il livello minimo di competenze sufficienti a capire testi semplici relativi alla vita quotidiana, sono cioè analfabeti funzionali (decifrano lettere e numeri, ma stentano a mettere a frutto queste conoscenze). I tre questionari successivi (cui accede chi ha superato i primi due) determinano fasce crescenti di competenza. I risultati per l’Italia attestano che una percentuale notevole (5%) non riesce nemmeno a decifrare il testo del primo questionario, è cioè immersa nel più completo analfabetismo strumentale. In complesso il 70% della popolazione si colloca ai due primi livelli. È cioè al massimo analfabeta funzionale, quando non è analfabeta strumentale.

I risultati sono presentati con una conferenza stampa tenuta al Ministero della Pubblica Istruzione. La notizia cade nella disattenzione pressoché totale degli organi di informazione e delle forze politiche.

2013. Parlare l’italiano. E leggerlo?

Nell’ottobre Maria Chiara Carrozza, studiosa di bioingegneria industriale di rilievo internazionale e al momento ministra dell’istruzione, dichiara con molta schiettezza ai giornali: «Quando ho letto quei dati ho fatto un salto sulla sedia! Non volevo crederci». I dati che hanno fatto sobbalzare il ministro sono quelli dell’indagine PIAAC, Programme for International Assessment of Adult Competencies, svolto dall’OCSE in una trentina di paesi e realizzato per l’Italia dall’ISFOL. La ministra non si limita a sobbalzare. D’accordo con un altro ministro del governo Letta, Enrico Giovannini, ministro del lavoro, vuole cercare di capire se e che fare, nomina un gruppo di lavoro di economisti, pedagogisti, insegnanti, che a tempi rapidi (due mesi) fornisca indicazioni operative. Il gruppo di lavoro consegna il suo rapporto nel febbraio 2014, il giorno prima che l’ormai proverbiale «Stai sereno» detto da Matteo Renzi a Letta sortisca il suo noto effetto, le dimissioni di Letta e del suo governo e il passaggio di mano all’augurante Renzi. I due ministri fanno a tempo a leggere e approvare il rapporto e a pubblicarlo nei siti dei ministeri, dove resta come una sacra apparizione achiropita cui nessuna mano e nemmeno occhio di successivi ministri ha osato accostarsi.

I dati PIAAC sono di sicuro interesse economico, per capire le ragioni di fondo del lungo ristagno produttivo dell’economia italiana dai primi anni Novanta, e di immediata rilevanza linguistica. Un’utilizzazione in questa prospettiva ho cercato di dare in Storia linguistica dell’Italia repubblicana. Come già avevano rilevato due precedenti indagini internazionali sulle competenze alfanumeriche degli adulti del 2001 e 2006, la popolazione italiana adulta si segnala per bassi livelli di comprensione della lettura e di calcolo e uso di ragionamento scientifico. Il 70% degli adulti italiani si colloca sotto i livelli minimi di competenze alfanumeriche che internazionalmente sono ritenuti necessari “per orientarsi nella vita di una società moderna”. Poiché un’altra fonte preziosa di dati, l’indagine multiscopo dell’ISTAT, fa stimare pari al 95% la percentuale di popolazione che usa l’italiano nel parlare o in modo esclusivo (circa 50%) o in alternativa con un idioma locale, dialetto o lingua di minoranza (45%), i dati suggeriscono l’immagine di una popolazione che ormai e finalmente usa molto la sua lingua nel parlare ma solo per meno di un terzo la possiede e usa con quel sufficiente livello di padronanza che soltanto la consuetudine con la lettura può dare. Se è la lingua che ci fa eguali, come dicevano don Lorenzo e i suoi allievi, ci troviamo dunque dinanzi a un paese che, più di altri, nel suo linguaggio è ancora segnato da diseguaglianze che possono sfuggire ai più se chi le conosce e studia non sa chiarirne ad altri la portata.