Dicembre 2015

Mese: Dicembre 2015

I romanzi di Elsa Morante

Dall’incontro dedicato ad Elsa Morante presso la Casa Museo Alberto Moravia, un articolo di Lucia Dell’Aia sulla scrittura narrativa della Morante, seguito da una selezione di passi dei romanzi. L’articolo è l’incunabolo per una versione successiva più ampia.

La madre e il desiderio inesausto.
Sulla scrittura di Elsa Morante

In una recensione all’ultimo romanzo di Elsa Morante, Aracoeli, uscita sul «Corriere della sera» il 14 novembre 1982, Franco Fortini precisava che, «senza dubbio, quest’opera è fatta per chi sa che cosa è stata, finché è esistita, la letteratura». Secondo lui, infatti, la nostra scrittrice non ha alcun rapporto con «quegli attivi coboldi che abitano e animano i corpi di alcuni nostri degnissimi scrittori viventi» e nemmeno con quelle scritture che vengono redatte «con educato cinismo da astuti gnomi esperti in re-writing, pubbliche relazioni e ricerche di mercato; e che allegri se la ridono della plebe ancora pagante».

Non è impresa semplice definire che cosa sia la letteratura, ma abbiamo la certezza che la scrittura di Elsa Morante possa essere ascritta al suo territorio, se è vero che la grande letteratura di ogni tempo è quella che si confronta con i massimi problemi fondativi della specie umana e lo fa mediante una ricerca stilistica che riesce a rendere vive, e significanti in modo sempre nuovo, le forme che la tradizione ci ha consegnato.

Morante, la «grande solitaria» travolta da un «vento di assoluto», secondo Fortini, è sicuramente uno dei massimi scrittori del Novecento, più o meno distante dalle ricerche letterarie coeve, prima fra tutte la neoavanguardia. Questa sua eccentricità non è, però, da intendersi secondo il mito romantico dell’originalità e della genialità, dato che la sua scrittura, pur senza essere epigonica, è saldamente ancorata ad una tradizione che ella stessa non ha mai nascosto.

Tale tradizione affonda le radici nelle grandi narrazioni omeriche, bibliche, evangeliche, della Bhagavadgītā, dei romanzi cavallereschi, del romanzo ottocentesco, senza dimenticare la tradizione della lirica (fino agli amati Saba e Penna) e i testi filosofici, da Platone a Weil alla sapienza orientale. A trenta anni dalla sua morte, molti, e spesso validissimi, sono gli studi che si sono raccolti intorno alla sua opera, e molti di questi hanno impresso una svolta importante proprio nella direzione dello studio filologico e della ricostruzione del significato storico-culturale delle sue fonti.

Ciò che contribuisce in modo significativo a fare delle opere di Morante dei classici è la loro leggibilità, la loro apertura verso l’alterità del lettore. Tale discorso non vale solo per il romanzo La Storia, che, nel 1974, per volontà dell’autrice stessa, uscì in una edizione economica ed ebbe moltissimi lettori. Tale leggibilità è una caratteristica di tutti i suoi scritti e, probabilmente, in particolare, dell’Isola di Arturo, forse il suo capolavoro assoluto. Non trasformare le opere d’arte in virtuosismi di stile incuranti dei significati umani contenuti nella poesia è il principale tratto della poetica morantiana. In essa la parola, pur esibendo il suo carattere di menzogna, finzione, illusione, non è mai evasione fantastica dalla realtà, ma concreta costruzione di significati nel linguaggio altro della affabulazione mitica, che restituisce una conoscenza delle cose che si oppone a quelli che ella definisce i “mostri dell’irrealtà”, tipici dell’inganno illusionistico delle società capitalistiche dello spettacolo.

Vent’anni dopo l’uscita della Storia, Gabriella Sica ha definito molto suggestivamente Elsa Morante, nel titolo di un suo saggio, “Grande Madre del Novecento”. Il mito della Grande Madre è forse la più potente immagine della scrittura morantiana, e tale presenza non è riconoscibile soltanto nel tema della madre, declinato in diversi modi in tutti i suoi romanzi. Il mito della Grande Madre nella sua scrittura investe il problema poetico stesso, le questioni, cioè, legate alla parola che tenta di dare vita all’esistente, di plasmarlo, di accoglierlo.

È noto ai lettori e ai critici di Morante il ritornello del Mondo salvato dai ragazzini: «Tutto questo in sostanza e in verità non è nient’altro che un gioco», il quale nella Storia diventa «uno scherzo». E sono altrettanto note le conoscenze che Morante possedeva dei miti antichi, anche di quelli delle culture orientali. La sua biblioteca dimostra in maniera certa questo suo significativo interesse. Il «gioco divino» della parola di cui parla Morante reca con sé memoria, fra le altre possibili suggestioni, della poesia mistica medievale in sanscrito che onora la divinità generatrice (Tripurā) nelle diverse forme della Grande Madre, una delle quali è Lalitā (La Giocosa).

Alcuni inni di lode alla Grande Madre tratti da Il mistero di Tripurā o La dottrina segreta di Tripurā, un testo di carattere speculativo, mitologico e rituale composto fra l’XI e il XVII secolo, possono farci comprendere il legame profondo che in Morante esiste fra il tema della maternità e il tema della ricerca della parola poetica. Uno dei suddetti inni a Tripurā recita così: «Tutto questo universo è prodotto dal tuo gioco divino, è il respiro della tua parola primeva». In un altro testo si legge: «Tu sei la Signora che ha per sua forma il significante e il significato, invero tu sei l’essenza di ogni cosa». Infine, in questi ultimi versi da noi selezionati ci si rivolge alla Grande Madre in tal modo: «Desiderosa di salvare gli esseri dall’oceano del dolore, tu mostri molte, eccellenti vie di salvezza». (Per la traduzione dal sanscrito ci siamo avvalsi dell’edizione del testo curata da Fabrizia Baldissera nel millennio Einaudi L’universo di Kama).

Al tema della madre, quindi, si intreccia saldamente quello della parola che deve generare la realtà: si ricordi, del resto, il verso iniziale della poesia Alibi: «Solo chi ama conosce». Come Morante scrive in Aracoeli, «la più nera infelicità terrestre» è quella «di esistere vivi dove non c’è nessuno che ci ama». Nell’Isola di Arturo al protagonista, che vive la solitudine e la nostalgia struggente di sua madre, morta per metterlo al mondo, appare quasi in forma di visione (sotto le vesti della matrigna, la sposa-bambina Nunziatella) una figura di divinità oceanica che ricorda Teti, la madre di Achille, che, nel XVIII libro dell’Iliade, apparendo sulla riva del mare, lo consola dalla disperazione per aver perso l’amico Patroclo.

Molte sono le figure di madri consolatrici in Morante: da Alessandra in Menzogna e sortilegio a Ida nella Storia (e la pastora Bella) fino a Immacolatella, la cagna di Arturo a cui egli si stringe quando più sente la mancanza di sua madre, che per lui «significava precisamente: carezze». Ma altrettanto significativa è la presenza nella sua scrittura della profanazione di questo mito, da Anna in Menzogna e sortilegio fino alla vera e propria parodia del mistero mariano in Aracoeli.

Nell’Isola di Arturo è il padre del protagonista, Wilhelm Gerace, allegoria della parodia, come lo ha definito Giorgio Agamben, a farsi portavoce dell’attacco contro le donne e contro le madri. Per noia, per capriccio, egli che è, e vuole essere, uno scandalo, racconta una «sgraziata fiaba» di uomini che odiano le madri, le quali non amano la felicità, ma solo il sacrificio che le immola all’esistenza dei propri figli, che sono il loro unico universo. Come il cugino Edoardo in Menzogna e sortilegio, il padre di Arturo è il Capriccio che sconvolge uno stato di quiete e di certezze, è la contraddizione che sempre sta al fondo dell’universo dei personaggi morantiani che sono spesso mossi da desideri irrealizzabili.

Attraverso l’ambiguità, «senza cui nulla piace» (Menzogna e sortilegio), e grazie allo scandalo, allo “sgambetto” della parodia, l’universo di Elsa Morante ispira quel «desiderio inesausto» che, secondo De Sanctis, la poesia di Leopardi accende in petto: «mentre chiama larva ed errore tutta la vita, non sai come, ti senti stringere più saldamente a tutto ciò che nella vita è nobile e grande» (Schopenhauer e Leopardi).

***

Nel primo passo che segue, tratto da “Menzogna e sortilegio” (1948), a parlare è la giovane protagonista Elisa, voce narrante del romanzo, che ricostruisce la storia della sua famiglia, fin dagli eventi che hanno preceduto la sua nascita, grazie al suo unico e fedele compagno, il misterioso gatto Alvaro…

Prima di tutto, i miei genitori mi lasciavano un enigma. La loro morte era stata preceduta da alcune circostanze che, pur non essendo, invero, a riguardarle con mente adulta, né straordinarie né favolose, tali erano apparse a me bambina. La vicenda della mia famiglia, col passare degli anni, rimaneva per me indecifrabile, e certi documenti e testimonianze, da me conservati, non me la spiegavano, ma la rendevano anzi più arcana, poiché offrivano un ricco lavoro alla fantasia. La fugace apparizione dei miei genitori, durata per me quanto durò l’infanzia, era stata d’una specie tanto conturbante che, in seguito, la mia memoria trasformò il loro dramma piccolo-borghese in una leggenda. E, come avviene ai popoli senza storia, su questa leggenda io mi esalto.

*

Dal romanzo “L’isola di Arturo” (1957), la descrizione ammirata che Arturo fa del padre e del suo mistero che lo rende quasi un personaggio divino (2.1). Segue un brano sulla madre di Arturo, di cui il ragazzo possiede solo una foto e che egli trasfigura nella memoria, sentendone la mancanza struggente (2.2 e 2.3). Poi i passi in cui Arturo, osservando la sposa-bambina del padre, Nunziatella, ha la visione di una madre consolatrice che ricorda la figura di Teti così come appare ad Achille nell’“Iliade” consolandolo dopo la morte di Patroclo (2.4). Infine, un passo in cui parla il padre di Arturo, Wilhelm Gerace, che per noia e per capriccio lancia strali contro le donne e le madri, dando vita ad un controcanto parodico dell’intera narrazione (2.5).

2.1. La prima ragione della sua supremazia su tutti gli altri stava nella sua differenza, che era il suo più bel mistero. […] Anzitutto egli primeggiava fra gli isolani per la sua statura. […] Oltre alla statura, poi, lo distinguevano dagli altri i suoi colori. […] in ciò quasi il segno d’una stirpe non terrestre: come s’egli fosse fratello del sole e della luna. […] Lui non faceva mai parola sulla vita fuori dell’isola; e la mia immaginazione si struggeva intorno a quell’esistenza misteriosa, affascinante, a cui, naturalmente, lui mi stimava indegno di partecipare. Il mio rispetto della sua volontà era tale che non mi permettevo, neanche in pensiero, l’intenzione di spiarlo, o seguirlo, di nascosto; e non osavo neppure d’interrogarlo. Volevo conquistare la sua stima, e magari la sua ammirazione, sperando che un giorno, finalmente, lui mi avrebbe scelto per suo compagno nei viaggi.

2.2. […] mia madre. La quale, in se stessa, non era altro che una femminella analfabeta; ma più che una sovrana per me. […] Figurina stinta, mediocre e quasi larvale, ma adorazione fantastica di tutta la mia fanciullezza.

2.3. Ma talvolta, specie durante le sere, quando mi ritrovavo solo fra i muri di una stanza, e incominciavo a rimpiangere la madre, per me madre significava precisamente: carezze. Sospiravo il suo corpo grande, santo, le sue manucce di seta, il suo fiato. Il mio letto, nelle notti d’inverno, era freddo e gelido: e per riscaldarmi, io non avevo che addormentarmi abbracciato con Immacolatella. […] Ad ascoltare la ragione, sapevo che tutto quanto restava di mia madre era rinchiuso sotto terra, nel cimitero di Procida. Ma la ragione, davanti a lei, si ritraeva, e, senza rendermene conto, io, per lei, credevo addirittura in un paradiso.

2.4. Allo spegnersi della lampada, un fioco riflesso lunare si svelò nella stanza, attraverso le vetrate polverose. Io mi sdraiai supino in terra, pigramente. Intravedevo, al di là del mio corpo disteso, l’ombra seduta della sposa, come una statua; e guardavo, con la testa rovesciata, la opaca finestra alle mie spalle, immaginandomi la figura sottile della luna nuova che là dietro il vetro discendeva il sereno come lungo un filo. Il buio nella stanza durò solo pochi secondi; ma in quei pochi secondi io tornai, d’improvviso, a rivivere un mio ricordo. Esso apparteneva a un’esistenza che io dovevo aver vissuta in tempi lontanissimi: secoli, millenni prima, e che solo adesso mi risaliva alla memoria. Sebbene non tutto chiaro, era un ricordo così veridico e certo che per un poco mi rapì al presente! Mi ritrovai in un luogo assai lontano; quale fosse il paese, non so. Faceva una notte chiara, ma in cielo non si vedeva la luna: io ero un eroe, e camminavo lungo la riva del mare. Avevo ricevuto un’offesa, o soffrivo di un lutto: forse avevo perduto il mio più caro amico, è possibile che me lo avessero ucciso […]. Chiamavo qualcuno, e piangevo, disteso sulla rena; e appariva una donna assai grande, che sedeva su una pietra, a un passo da me. Era una bambina, ma pure aveva, in tutta la persona, una maturità maestosa; e la sua misteriosa infanzia non pareva un’età umana, ma piuttosto un segno di eternità. Ed era proprio lei che io avevo chiamato, questo è certo; ma chi ella fosse, ora non sapevo più ricordarlo: se una divinità oceanica, o terrestre, o una regina legata a me da parentela, oppure una veggente…

2.5. Io non so che farmene, del sentimento delle femmine. Non lo voglio, io, l’amore vostro. […] Il mio antenato, che sta pittato qua, su questo ritratto, diceva che una femmina è come la lebbra: che quando ti si attacca, vuole mangiarti tutto intero, brano a brano, e isolarti dall’universo. L’amore delle femmine è un malaugurio, le femmine non sanno amare. […] Almeno […] dalle altre femmine, uno può salvarsi, può scoraggiare il loro amore; ma dalla madre, chi ti salva? Essa ha il vizio della santità… non si sazia mai di espiare la colpa d’averti fatto, e, finché è viva, non ti lascia vivere, col suo amore. […] Ah, è un inferno essere amati da chi non ama né la felicità, né la vita, né se stesso, ma soltanto te! […] In realtà, essa vorrebbe sempre tenerti prigioniero, come al tempo ch’era incinta di te. E quando le sfuggi, tenta di irretirti da lontano, e di dare la propria forma a tutto il tuo universo, per non farti mai scordare l’umiliazione d’essere stato concepito da una donna!

*

Questo brano è tratto da “La Storia” (1974): la voce narrante onnisciente racconta un sogno della protagonista Ida. Il sogno, come recita una epigrafe del romanzo, da una poesia di Marina Cvetaeva, rimanda all’idea dell’essere «imponderabile in un mondo di pesi, dismisura in un mondo di misure».

Quella notte, dopo tanto che non sognava, [Ida] ebbe un sogno. I suoi sogni, per solito, erano colorati e vividi, ma questo invece era in bianco e nero, e sfocato come una vecchia foto. Le pareva di trovarsi all’esterno di un recinto, qualcosa come un terreno di rifiuti in abbandono. Altro non c’era che delle scarpe ammucchiate, malridotte e polverose, che parevano smesse da anni. E lei, là sola, andava cercando affannosamente nel mucchio una certa scarpina di misura piccolissima, quasi di bambola, col sentimento, che, per lei, tale ricerca avesse il valore di un verdetto definitivo. Il sogno non aveva intreccio, nient’altro che quest’unica scena; ma per quanto lasciato senza séguito, né spiegazione, sembrava raccontare una lunga vicenda irrimediabile.

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L’ultimo romanzo di Elsa Morante è “Aracoeli”, 1982. Nel passo che segue la voce narrante è quella del protagonista Manuele, mentre cerca di seguire le tracce del mistero materno, nel suo luogo di origine in Andalusia, El Almendral.

Fra i vari, possibili beni, di cui la gente è ghiotta, io, per tutto il mio tempo, domandavo quest’unico: d’essere amato. […] Io fin da ragazzino udii che El Almendral non era un mandorleto (come pretende il suo nome) bensì una sassaia bruciata dal vento. Però quella sassaia nasconde – invisibile ad occhi estranei – il mio giardino d’amore. […] Per la prima volta ho sperimentato la più nera infelicità terrestre: di esistere vivi dove non c’è nessuno che ci ama.

La scoperta dei libri, la nascita di Atlantide

La prima volta che ho considerato l’esistenza dei libri avevo due, forse due anni e mezzo. Ero a casa della Signorina Drago, maestra delle elementari dura e pura che continuava a usare ceci sotto le ginocchia e bacchettate, nonostante fossero prossimi gli anni Novanta. Stavo seduta a capotavola nella sua piccola cucina, nell’odore delle melanzane fritte.
“Leggi” mi diceva la Signorina Drago, i capelli grigi e gli occhi verdi. Poi indicava il libro aperto davanti a me. Allora io scuotevo la testa, balbettavo qualcosa come “non so leggere, sono troppo piccola”, ma lei non voleva sentire ragioni. I suoi erano ordini, e io dovevo soltanto eseguirli. Altrimenti sarebbero stati ceci sotto le ginocchia, bacchettate e schiaffi; già, gli schiaffi a casa della Signorina Drago non mancavano mai.

Questo è il mio primo vero ricordo dei libri. Un pomeriggio meridionale e primaverile. Il sole che si spalma nel cielo tiepido e su Via Cavallotti Felice, alle spalle di Corso Umberto, una manciata di metri dal cuore pulsante di Taranto, la città dove sono cresciuta e dove ho imparato ad amare le parole, le storie che ti portano altrove, i libri che sono sì sogni e universi, ma anche carta: carta su cui scrivere, carta su cui scarabocchiare, carta da frapporre fra se stessi e il mondo. Piccole città dove vivono piccole donne, torte che piovono dal cielo, lettere fra bambini che si innamorano, e ancora balene da inseguire, jungle da perlustrare, tappeti volanti sui quali entrare nelle notti d’oriente.

Per evitare gli schiaffi – e i ceci sotto le ginocchia, e naturalmente anche le bacchettate che arrivavano quando uno meno se lo aspettava, e producevano un dolore acutissimo ogni volta – avevo imparato a leggere benissimo.
La regola era semplice: ogni pagina andava letta, ad alta volte naturalmente, dieci volte. E se si sbagliava anche una sola volta, si ricominciava. Di nuovo per altre dieci volte. Per altre dieci volte ancora. Per altre dieci volte ancora.
Passavo i pomeriggi a leggere. Ed erano letture disperate, dense di ansia e di paura. Non fermarsi abbastanza a lungo su una virgola, esattamente come soffermarsi per qualche secondo in più, equivalevano a ricominciare. Ricominciare. Ricominciare.
La notte i miei sogni erano popolati da libri che mi inseguivano, e dentro cui il mio corpo bambino veniva inglobato: fra le pagine restavo schiacciata, dentro i pensieri degli altri, dentro i loro dolori. Le gioie, chissà perché, non le percepivo mai.

Se in mio fratello il medesimo trattamento della signorina Drago, a lui riservato da una donna molto più docile e anziana, aveva prodotto la ripugnanza più totale nei confronti dell’oggetto e del contenuto libro – ripugnanza condivisa in egual misura da mia madre, in me quegli interminabili pomeriggi infantili avevano generato una perversa e inspiegabile devozione.
I libri hanno costituito la parte centrale della mia infanzia e della mia adolescenza; le parole altrui si sono affastellate in me nelle letture forsennate che solo i disperati sanno orchestrare, e che sono gioco di prestigio: un saggio nella cartella da leggere a scuola e durante l’intervallo, un romanzo sul comodino, un classico in sala da pranzo per non perdere tempo, e dedicare tutti i minuti, tutti i minuti possibili, anche quelli fra il primo e il secondo, alle storie altrui. Precocemente ho anche cominciato a scrivere; ma questo era secondario. Perché la prima passione, il primo innamoramento, è stato quello provocato dalle parole degli altri.

Ed è stato questo sentimento di timore e di scoperta che ho provato quando ho parlato per la prima volta di Atlantide con Simone Caltabellota, ex direttore di Fazi e di Lain.
Erano anni che nella casa di Trastevere fantasticavamo insieme di una casa editrice fuori dalle mode e dal tempo. Di una casa editrice attenta solo a pubblicare libri belli, libri che ti parlano e ti raccontano di te, del mondo che a volte è così incomprensibile e misterioso, così bello e disperato. Erano anni che rimandavamo e promettevano e posticipavamo.

All’improvviso l’anno scorso, in quel caldo sorprendente che porta con sé la primavera romana, tutto ha preso i confini della scommessa: insieme a noi Francesco Pedicini, direttore di produzione dalla lunghissima esperienza, e lo scrittore Gianni Miraglia.
Ogni cosa è accaduta con straordinaria lentezza. Un incontro ha generato un appuntamento, a un aperitivo è seguita una cena, così per mesi; senza che ce ne rendessimo conto, si sono moltiplicati i momenti per stare insieme e discutere (momenti alcolici, che da astemia affrontavo con stoica resistenza). Sono arrivati i primi titoli che ci sarebbe piaciuto pubblicare, e poi la costituzione della società in un’assolata giornata milanese, gli incontri con i grafici e con i webmaster (sempre alcolici, naturalmente), e tutte quelle cose che fanno di un gruppo di amici una casa editrice.

Improvvisamente, è venuta alla luce Atlantide. Ed è nata dal desiderio di restituire la voce a testi che negli anni si sono persi. Dal desiderio di scoprine di nuovi. Dalla volontà di allontanarsi dal tritacarne editoriale cui tutti, anche se in modo diverso, avevamo preso parte.
Il motto è stato fin da subito quello di non cercare le vendite, ma la bellezza e la profondità. Non è un caso che abbiamo rifiutato i canali distributivi tradizionali, cominciando dalle librerie di catena e dai siti di vendita online, e abbiamo deciso di pubblicare i nostri libri su carte pregiate, stampando soltanto 999 esemplari numerati. 999 copie da vendere attraverso il nostro sito internet, e una rete di librai amici che possiamo vantarci di chiamare per nome.

Gli ultimi mesi sono stati un rincorrersi. Una casa editrice è fatta di piccole cose, di decisioni d’istinto e di programmazione. È fatta soprattutto di pensieri, di scelte di rotta, di incontri, di condivisione. Di riunioni giornaliere che si tengono quasi sempre su Skype, e che riescono a mettere insieme l’asse Milano-Lucca-Roma-Taranto. E sono l’incontro fra degli amici che amano i libri, che hanno deciso di scommettere su qualcosa che per la maggior parte delle persone è bellissimo, ma soprattutto folle. E forse sì, folli un po’ lo siamo, ma ogni volta che prendo in mano un libro di Atlantide, ogni volta che penso al prossimo testo che pubblicheremo, che faccio tardi per rileggere le bozze, provo quel sentimento lì, quello che mi avvolgeva da bambina nella cucina della Signorina Drago insieme all’odore delle melanzane fritte.
C’è la paura di sbagliare, certo, ma soprattutto il senso di scoperta e la bellezza. E ci sono i libri, con la loro carta ruvida e profumata, con le loro parole. Tutte cose che, da sole, valgono bene ogni rischio.

Elsa Morante, La storia

Presso la Casa Museo Alberto Moravia abbiamo partecipato a un incontro dedicato alla narrativa, alla poesia e ai saggi di Elsa Morante, di cui prossimamente pubblicheremo alcuni contributi. Il nostro ricordo per la scrittrice prosegue con un brano dal romanzo La storia (Einaudi, 1974).

Una di quelle mattine Ida, con due grosse sporte al braccio, tornava dalla spesa tenendo per mano Useppe. Faceva un tempo sereno e caldissimo: secondo un’abitudine presa in quell’estate per i suoi giri dentro al quartiere, Ida era uscita, come una popolana, col suo vestito di casa di cretonne stampato a colori, senza cappello, le gambe nude per risparmiare le calze, e ai piedi delle scarpe di pezza con alta suola di sughero. Useppe non portava altro addosso che una camiciolina quadrettata stinta, dei calzoncini rimediati di cotone turchino, e due sandaletti di misura eccessiva (perché acquistati col criterio della crescenza) che ai suoi passi sbattevano sul selciato con un ciabattio. In mano, teneva la sua famosa pallina ‘Roma’ (la noce ‘Lazio’ durante quella primavera fatalmente era andata perduta). Uscivano dal viale alberato non lontano dallo Scalo Merci, dirigendosi in via dei Volsci, quando, non preavvisato da nessun allarme, si udì avanzare nel cielo un clamore d’orchestra metallico e ronzante. Useppe levò gli occhi in alto, e disse: ‘Lioplani’. In quel momento l’aria fischiò, mentre già in un tuono enorme tutti i muri precipitavano alle loro spalle e il terreno saltava d’intorno a loro, sminuzzato in una mitraglia di frammenti.
‘Useppe! Useppee!’ urlò Ida, sbattuta in un ciclone nero e polveroso che impediva la vista: ‘Mà, sto qui’, le rispose all’altezza del suo braccio, la vocina di lui, quasi rassicurante. Essa lo prese in collo, e in un attimo le ribalenarono nel cervello gli insegnamenti dell’UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) e del Capofabbricato; che, in caso di bombe, conviene stendersi al suolo. Ma invece il suo corpo si mise a correre senza direzione. Aveva lasciato cadere una delle sporte, mentre l’altra, dimenticata, le pendeva ancora al braccio, sotto il culetto fiducioso di Useppe. Intanto, era incominciato il suono delle sirene. Essa, nella sua corsa, sentì che scivolava verso il basso, come avesse i pàttini, su un terreno rimosso che pareva arato, e che fumava. Verso il fondo, essa cadde a sedere, con Useppe stretto fra le braccia. Nella caduta, dalla sporta le si era riversato il suo carico di ortaggi, fra i quali, sparsi ai suoi piedi, splendevano i colori dei peperoni, verde, arancione e rosso vivo. Con una mano, essa si aggrappò a una radice schiantata, ancora coperta di terriccio in frantumi, che sporgeva presso di lei. E assestandosi meglio, rannicchiata intorno a Useppe, prese a palparlo febbrilmente in tutto il corpo, per assicurarsi che era incolume. Poi gli sistemò sulla testolina la sporta vuota come un elmo di protezione.
Si trovavano in fondo a una specie di angusta trincea, protetta nell’alto, come da un tetto, da un grosso tronco d’albero disteso. Si poteva udire in prossimità, sopra di loro, la sua chioma caduta agitare il fogliame in un gran vento. Tutto all’intorno, durava un fragore fischiante e rovinoso, nel quale fra scrosci, scoppiettii vivaci e strani tintinnii, si sperdevano deboli e già da una distanza assurda voci umane e nitriti di cavalli. Useppe, accucciato contro di lei, la guardava in faccia, di sotto la sporta, non impaurito, ma piuttosto curioso e soprappensiero. ‘Non è niente’, essa gli disse, ‘non aver paura. Non è niente’. Lui aveva perduto i sandaletti ma teneva ancora la sua pallina stretta al pugno. Agli schianti più forti, lo si sentiva appena tremare:’Niente…’ diceva poi, fra persuaso e interrogativo.I suoi piedini nudi si bilanciavano quieti accosto a Ida, uno di qua e uno di là. Per tutto il tempo che aspettarono in quel riparo, i suoi occhi e quelli di Ida rimasero, intenti, a guardarsi. Lei non avrebbe saputo dire la durata di quel tempo. Il suo orologetto da polso si era rotto; e ci sono delle circostanze in cui, per la mente, calcolare una durata è impossibile.
Al cessato allarme, nell’affacciarsi fuori di là, si ritrovarono dentro una immensa nube pulverulenta che nascondeva il sole, e faceva tossire col suo sapore di catrame: attraverso questa nube, si vedevano fiamme e fumo nero dalla parte dello Scalo Merci. Sull’altra parte del viale, le vie di sbocco erano montagne di macerie, e Ida, avanzando a stento con Useppe in braccio, cercò un’uscita verso il piazzale fra gli alberi massacrati e anneriti. Il primo oggetto riconoscibile che incontrarono fu, ai loro piedi, un cavallo morto, con la testa adorna di un pennacchio nero, fra corone di fiori sfrante. E in quel punto, un liquido dolce e tiepido bagnò il braccio di Ida. Soltanto allora, Useppe avvilito si mise a piangere: perché già da tempo aveva smesso di essere così piccolo di pisciarsi addosso.
Nello spazio attorno al cavallo, si scorgevano altre corone, altri fiori, ali di gesso, testa e membra di statue mutilate. Davanti alle botteghe funebri, rotte e svuotate, di là intorno il terreno era tutto coperto di vetri. Dal prossimo cimitero, veniva un odore molle, zuccheroso e stantio; e se ne intravedevano, di là dalle muraglie sbrecciate, i cipressi neri e contorti. Intanto altra gente era riapparsa, crescendo in una folla che si aggirava come su un altro pianeta. Certuni erano sporchi di sangue. Si sentivano delle urla e dei nomi, oppure: ‘Anche là brucia!’ ‘Dov’è l’ambulanza?!’. Però anche questi suoni echeggiavano rauchi e stravaganti, come in una corte di sordomuti. La vocina di Useppe ripeteva a Ida una domanda incomprensibile, in cui le pareva di riconoscere la parola casa: ‘Mà, quando torniamo a casa?’. La sporta gli calava sugli occhietti, e lui fremeva, adesso, in una impazienza feroce. Pareva fissato in un preoccupazione che non voleva enunciare, neanche a se stesso: ‘mà?…casa?…’ seguitava ostinata la sua vocina. Ma era difficile riconoscere le strade familiari. Finalmente, di là da un casamento semidistrutto, da cui pendevano i travi e le persiane divelte, fra il solito polverone di rovina, Ida ravvisò, intatto il casamento con l’osteria, dove andavano a rifugiarsi le notti degli allarmi. Qui Useppe prese a dibattersi con tanta frenesia che riuscì a svincolarsi dalle sue braccia e a scendere a terra. E correndo coi piedini nudi verso una nube più densa di polverone, incominciò a gridare: ‘Bii! Biii! Biiii!!’
Il loro caseggiato era distrutto. Ne rimaneva solo una quinta spalancata sul vuoto. Cercando con gli occhi in alto, al posto del loro appartamento, si scorgeva fra la nuvolaglia del fumo, un pezzo di pianerottolo, sotto a due cassoni dell’acqua rimasti in piedi. Dabbasso delle figure urlanti o ammutolite si aggiravano fra i lastroni di cemento, i mobili sconquassati, i cumuli di rottami e di immondezze. Nessun lamento ne saliva, là sotto dovevano essere tutti morti. Ma certune di quelle figure, sotto l’azione di un meccanismo idiota, andavano frugando o raspando con le unghie fra quei cumuli, alla ricerca di qualcuno o di qualcosa da recuperare. E in mezzo a tutto questo, la vocina di Useppe continuava a chiamare: ‘Biii! Biiii! Biiiii!’ Blitz era perduto, insieme col letto matrimoniale e il lettino e il divanoletto e la cassapanca, e i libri squinternati di Ninnuzzu, e il suo ritratto a ingrandimento, e le pentole di cucina, e il tessilsacco coi cappotti riadattati e le maglie d’inverno, e le dieci buste di latte in polvere, e i sei chili di pasta, e quanto restava dell’ultimo stipendio del mese, riposto in un cassetto della credenza. ‘Andiamo via! Andiamo via!’ disse Ida, tentando di sollevare Useppe tra le braccia. Ma lui resisteva e si dibatteva, sviluppando una violenza inverosimile, e ripeteva il suo grido: ‘Biii!’ con una pretesa sempre urgente e perentoria. Forse reputava che, incitato a questo modo, per forza Blitz dovesse rispuntare scodinzolando da dietro qualche cantone, da un momento all’altro.
E trascinato via di peso, non cessava di ripetere quell’unica e buffa sillaba, con voce convulsa per i singulti. ‘Andiamo, andiamo via’, reiterava Ida. Ma veramente non sapeva più dove andare.

Da Elsa Morante, La Storia, Torino, Einaudi, 1974, pp. 169-171.

Azzorre 2005: il naufragio di Arlecchino

I movimenti fluidi, una danza in assenza di peso.

Trentottesimo parallelo Nord e ventottesimo meridiano Ovest, una mattina di gennaio di dieci anni fa. Il mare è una coperta strappata dalla schiuma. La costa svetta sfidando il vento. Però c’è anche qualcos’altro, qualcosa che si muove tra le onde, colorato come l’arcobaleno. Agita braccia e gambe sinuosamente, ma non è una creatura marina. Rodrigo Delgado, un biologo marino che lavora per conto del Dipartimento di Oceanografia delle Azzorre nella Baia di Ribeira de Cabras a Praia do Norte, sull’isola di Faial, lo vede passare. Stringe gli occhi per mettere a fuoco, non capisce di cosa si tratti: sembra un uomo che danza silenzioso, incrociando braccia e gambe, annodandole e poi sciogliendole ancora, come in un film comico, ma con una grazia diversa. Poi arriva un’onda e la strana creatura si distende: è un vestito da Arlecchino. Il pesce che lo segue è in realtà la sagoma scura di una maschera. A qualche metro di distanza, una parrucca dall’aspetto di una spugna s’inabissa verso un banco di corallo.

Sì: tra tutti i pasticci e le disgrazie di Arlecchino, c’è anche un naufragio.

Qualche giorno prima, il cargo CP Valour era salpato dalle coste americane nei suoi 177 metri di lunghezza e 35 di altezza. Tra i tanti container, uno blu chiaro: su un lato riporta il nome del colosso coreano dei trasporti navali, Hanjin. È un viaggio di routine. Ma dopo quasi tremila chilometri, il tempo cambia e il 9 dicembre 2005 alle 17:15 la CP Valour sorpresa da una tempesta s’incaglia al largo di Faial, un’isola delle Azzorre. I giorni di maltempo continuano e rendono impossibile la rimozione della nave. Il rimorchiatore russo Fotiy Krilov rinuncia al salvataggio e attracca al porto di Horta, mentre una patina di nafta, lenta e inesorabile, ricopre Praia do Norte.

Il comandante Rodrigues Cabral, del Comando della Zona Marítima, viene svegliato nel mezzo della notte, accarezza la moglie mezza addormentata al suo fianco, e cercando di non disturbare il suo sonno, si mette al telefono: un armatore di sua conoscenza ha contatti con un’impresa olandese specializzata in questo tipo di recuperi navali. Ma i giorni passano e le operazioni non hanno successo, non quello sperato. L’elicottero Kamov 32 si alza in volo ogni giorno, persino a capodanno, per trasportare dalla nave il materiale più pericoloso. Poi, a gennaio, il tempo peggiora ancora. Un’onda enorme dà uno schiaffo alla nave incagliata e alcuni dei cinquecento container si riversano in mare come enormi pezzi di lego. Tra le onde si diffonde uno sciame di semi di girasole, una nuvola di grani di sesamo, l’ennesima coda di idrocarburi.

Eppure, tra le notizie allarmanti c’è anche qualcosa d’inaspettato, tanto strano da sembrare una luminosa premonizione. Dal container Hanjin fuoriescono costumi, manichini, parrucche, scenografie, fotografie e manifesti di uno spettacolo che è appena stato in tournèe negli Stati Uniti: l’Arlecchino servitore di due padroni del Piccolo Teatro di Milano.

Arlecchino alla conquista del West

Due mesi prima, a fine settembre 2005, gli attori del Piccolo Teatro sono pronti per la grande tournèe americana. Ferruccio Soleri (Arlecchino), Giorgio Bongiovanni (Pantalone de’ Bisognosi), Paolo Calabresi (Dr. Lombardi), Pia Lanciotti (Beatrice), Sara Zoia (Clarice) ed Enrico Bonavera (Brighella) andranno da Broadway a Colorado Spring e poi a Los Angeles, a Berkeley, ad Ann Arbor nel Michigan, a Minneapolis e infine a Chicago. Rimarranno in tournèe per otto settimane. È una durata record, se si considera il fatto che si tratta di uno spettacolo di tre ore, recitato oltretutto in dialetto veneto. Certo, Arlecchino è un mito, come un mito è Arlecchino servitore di due padroni, la rivisitazione di Strehler del classico di Carlo Goldoni. Uno spettacolo andato in scena in quaranta paesi, per un totale di duemiladuecento repliche: fresco, leggero, imprevedibile, nato nel 1947, appena dopo la guerra, per gli americani rimane comunque una novità. Non è neanche uno spettacolo, ma un vero pezzo d’arte. Come una mostra sul Rinascimento, come la Gioconda.

All’Alice Tully Hall di Broadway per quattro serate c’è il tutto esaurito, anche se i biglietti costano sessanta dollari. Una donna lo ha già visto a Sydney, un signore a Parigi. Una ragazza dice di aver pianto quando ha visto Soleri all’Istituto Italiano di Cultura il lunedì sera. C’è addirittura chi farà il bis al Lincoln Center Festival. Ed è qui che arrivano anche molti teenager. Forse per colpa di un errore, ironizza un cronista americano: chissà che non confondano la maschera di Arlecchino per quella di un cattivo armato di motosega, un epigono di Jason Voorhees (quello di Venerdì 13). Ma l’equivoco è subito sciolto una volta iniziato lo spettacolo. Per molti è qualcosa di mai visto: buffo, strano e ingenuo, colmo di poesia, con un che di Charlot e un tocco di Homer Simpson.

Il pubblico americano rimane stregato. Arlecchino è slapstick, è ridicolo in senso archetipico; ma è anche diverso dalla comicità alla quale sono abituati: non è un cartone animato del sabato mattina, né un film di Abbott e Costello (i nostri Gianni e Pinotto). è qualcosa di più semplice, la follia evocata nei comportamenti esagerati, nella manipolazione del linguaggio. Gli sguardi degli spettatori si perdono un po’, costretti a leggere la traduzione in inglese che scorre sopra il palco, ma spesso le parole non sono necessarie. Quando l’affamato Arlecchino si concede un lauto pasto degustando una mosca acchiappata al volo, i bambini in sala vanno in visibilio.

L’Arlecchino gira per il mondo come gli attori dell’antica Commedia dell’Arte.

Succede anche se la Commedia dell’Arte è morta, perché ormai non c’è nessuno al mondo che reciti lo stesso personaggio per tutta la vita. Nessuno tranne Ferruccio Soleri. Lui non fa Arlecchino, lui è Arlecchino. E per uno strano cortocircuito del destino, dopo la conquista del West, Arlecchino approda anche alle Azzorre.

Le rotte del destino

Gli attori del Piccolo prendono l’aereo da Chicago e tornano trionfanti a Milano. Attenderanno per giorni i loro costumi e gli oggetti di scena, pensando al peggio, pensando di non rivedere mai più le maschere abilmente create da Donato e Amleto Sartori. Poi però al Piccolo Teatro Strehler arriva un messaggio.

È scritto in portoghese, ed è un messaggio di speranza. A rispondere sarà Alessandra Vinanti, responsabile della tournée negli Stati Uniti: “… We thought everything was lost and your message was a sparkling light in this nightmare…”

Con il naufragio della CP Valour, il teatro, le sue suggestioni, i suoi codici, sembrano guidare i fatti reali. Dopo un senso di sospensione shakespeariano, legato alla tempesta durata più di un giorno, gli abitanti delle isole si rimboccano le maniche.

Già dal 12 dicembre, a Praia do Norte, iniziano le operazioni di pulizia per eliminare i detriti di idrocarburi. Si interrompono il 25 dicembre, ma solo per colpa del maltempo. Ci sono persone di ogni età: qualcuno lavora al Dipartimento Oceanografico, qualcuno è arruolato nella Marina, qualcuno arriva dalla nave Fotiy Krylov, dalla Magadir, dalla stessa CP Valour; da altre isole. C’è qualche pescatore, qualche comune cittadino. E anche alcuni attori. Fanno parte della compagnia amatoriale del Teatro de Giz della città di Horta. Da qualche giorno discutevano sulla stagione teatrale, indecisi su cosa mettere in scena, fin quando la notizia del naufragio non ha messo in allerta tutti i cittadini.

Quando la compagnia de Giz arriva a Praia do Norte il vento è molto forte, la spiaggia nera di detriti, ingombra dei resti del naufragio. Non sanno da dove cominciare, ma cercano di mettersi al lavoro, muniti di grossi rastrelli. Vicino a uno scoglio che affiora sulla battigia, trovano una cassa mezza distrutta. Sul fondo, sotto un panno di stoffa, c’è una maschera. Più in là, accartocciato come uno straccio, un costume a rombi colorati. E ancora: un corpetto, una gonna. Non sanno cosa pensare. Forse provano i costumi, forse no. Sicuramente se li mostrano gli uni con gli altri, se li passano come se avessero trovato un tesoro: c’è qualcosa di misterioso in questa coincidenza. Certo, è un segno. Oppure un’occasione, ancora non lo capiscono di preciso.

Uno di loro avvicina al viso la maschera bagnata, imperlata di granelli di sale. Anche se intorno ci sono quaranta persone in tuta bianca e guanti gialli, la cp Valour incagliata al largo sembra trovarsi al confine tra finzione e realtà. Alcuni attori della compagnia ricordano di aver studiato L’isola degli schiavi di Marivaux (spettacolo messo in scena molte volte dallo stesso Piccolo di Milano). Nella pièce una nave fa naufragio. Padroni e servitori (Silvia e Arlecchino) si trovano catapultati su una bizzarra isola dove saranno invitati a scambiarsi i ruoli. È questo lo spettacolo che la compagnia de Giz metterà in scena mesi più tardi. Ma solo dopo aver fatto qualcos’altro. Sulla superficie delle casse di legno è stampato in rosso il nome del Piccolo Teatro. È così che la compagnia contatta Milano e rende noto il ritrovamento.

Questa però è la storia di un viaggio circolare che non termina alle Azzorre, ma ha ancora qualche chilometro da fare. L’ultima tappa è a Milano nel maggio 2007, per i sessant’anni del teatro fondato da Giorgio Strehler, Paolo Grassi, Nina Vichi. Il teatro de Giz viene invitato ufficialmente. L’anno precedente, infatti, grazie ai finanziamenti della Radio Televisione Portoghese, la compagnia delle Azzorre ha prodotto un film documentario sul ritrovamento dei costumi. S’intitola A ilha de Arlequin, “L’isola di Arlecchino”, per la regia di Josè Medeiros. Verrà proiettato in occasione dei festeggiamenti.

Il 6 maggio a Milano è una sera primaverile, l’aria è frizzante. La forza di Arlecchino, la sua allegria, ha viaggiato oltre le sue intenzioni. Si è fatta comprendere da lingue diverse, da persone impensate. È arrivata dove non si sarebbe mai immaginata, ben oltre l’America: su un’isola fuori dalle rotte dei grandi spettacoli, lontana da qualsiasi cosa. Ed è tornata con ancora più energia di prima. Vivificata dall’incontro tra realtà e finzione. Dall’incrocio improbabile tra uno dei teatri più importanti del mondo e la spontaneità guizzante di un gruppo di giovani.

Questo articolo è già apparso su “Treccani Pem”, il magazine online di Treccani qui

 

La verità, vi prego, sul realismo

Dei miei progetti di matrimonio ricordo pochissimo; ricordo che avevamo un file comune su dropbox con la lista degli invitati; ricordo che S. la aggiornava aggiungendo familiari cui era affezionata, io invece mi dedicavo soprattutto ad amici e conoscenti facoltosi (mi facevano gola i regali); ricordo che ripetevamo troppo spesso di avere un progetto comune; ricordo che parlammo del vino – un rosso piemontese, probabilmente – da servire alla cerimonia.

Quella notte di novembre si staglia invece con un nitore da neon. Avevo appena finito di cenare e stavo guardando fuori dalla finestra, verso il lago. L’acqua una massa scura accesa solo a tratti da schiuma opalescente. Il lago Michigan è enorme – 500 chilometri di lunghezza e 190 di larghezza per circa 4900 chilometri cubi d’acqua – e quando c’è vento (quindi sempre, o quasi, a Chicago) le onde sono violente come quelle dei nostri mari nei giorni di bandiera rossa. Da me erano le undici passate – circa le sei di mattina a Parigi – e speravo di parlare con S. prima che andasse al lavoro. A causa del fuso ogni volta che ci sentivamo c’era sempre uno dei due che stava per andare a letto, o si era appena alzato. Parlammo e ci dicemmo le frasi consuete; ridemmo, probabilmente, a una qualche battuta – o fu solo lei a ridere. Lo capii immediatamente: i mesi successivi non avrebbero portato regali, né cerimonie, né letti sfatti in alberghi stranieri e di lusso, solo un penoso misurare la distanza che – sul colpo e senza una ragione apparente – si era aperta tra di noi. Non so perché me ne accorsi proprio in quel momento e non un giorno prima, o dopo, o mai. “Non c’è trama – ha scritto una volta Magrelli – ma trauma”; non c’è mano che squarcia, solo lo squarcio.

Siccome mi sforzavo di essere un bravo fidanzato e mi esercitavo a diventare un bravo marito, il giorno dopo parlai con S., le chiesi se questa nuova distanza che sentivo fosse “reale”. “No”, mi disse sicura: vedevo le cose diverse da come veramente erano, probabilmente perché ero depresso. La depressione aveva deformato figure e cose, cambiato la mia percezione fino a sballare ogni prospettiva. Potevo, in coscienza, darle torto? Non era un bel periodo, e quell’umor nero apparentemente senza speranza in cui si crogiolano molti adolescenti stava durando, in me, ben oltre l’età in cui è consentito non vergognarsene. Ascoltai S. e le diedi ragione, per nulla rassicurato.

La storia è talmente banale che non è proprio possibile farla lunga: i giorni, faticosissimi e uguali, passarono, accumulandosi uno sull’altro fino a diventare un mese o poco più. Lasciai Chicago il 25 dicembre per raggiungere S. a Parigi, sperando che distanza fisica e distanza emotiva fossero commensurabili, illudendomi che eliminando la prima potesse magicamente sparire anche la seconda. Nulla, ovviamente, cambiò; anzi: la fredda prossimità dei corpi acuiva, per contrasto, la percezione dello strappo; lo spazio ingigantiva. Anche l’atteggiamento di S. non era mutato (forse solo il tono, spazientito e via via sempre più stanco, strascicato). S. insisteva nella narrazione di un amore felice, di un progetto comune presto compiuto: quella, mi ripeteva S., e di conseguenza ripetevo io con lei, era la “realtà”, tutto il resto fantasmi partoriti dalla mia mente non proprio in quadro. E realtà invece non era, ma finzione. O matassa di fatti e finzione.

Pensai d’essere diventato pazzo, e forse pazzo per un periodo lo fui davvero, con tutto l’ambaradan di sintomi del caso: l’insonnia protratta per settimane, l’afasia, l’impossibilità di dominare il proprio corpo – un corpo che si alzava e si vestiva, un corpo che si nutriva (pochissimo) e che provava a riposarsi. Silenzioso, mi osservavo come da una bolla. È una storia comune, di tradimento (forse), e di un amore che si spegne. Succede.

S., con i suoi discorsi rassicuranti ma frettolosi, con le sue moine forzate, aveva creato un “romanzetto d’amore” a mio, ma probabilmente anche suo, uso e consumo, esattamente come i giudici di cui racconta Manzoni nella Storia della colonna infame avevano creato – ad uso e consumo della società ma anche di loro stessi – un abominevole, perché falsissimo, “romanzo storico”. I racconti di S. e degli untori contenevano elementi di realtà – la peste, le confessioni di Piazza e Mora, un affetto forse ancora creduto vero – ma dicevano, alla fine, il falso. Come se la narrazione, anche la narrazione che ogni giorno facciamo della nostra vita, non potesse che tradire il suo cuore nero, il suo esser sempre parziale, falsa anche quando non capziosamente falsificata. E avrebbe dunque ragione Roland Barthes parlando di “effetti di reale”: niente più che espedienti, trucchi da prestidigitatore per abbindolare lettori – e innamorati – creduloni.

Ma la letteratura, al contrario delle narrazioni degli amanti infedeli, pretende – e proprio in virtù di questa (necessaria, ineliminabile) falsificazione – di ritrovare e dire una verità altra che, per dirla con Gadda, “sta dietro i fatti e li determina come dietro il quadrante dell’orologio si nasconde il suo segreto meccanismo”.

Dopo alcuni decenni in cui dare del realista a uno scrittore equivaleva a dargli dello stupido o, al limite, dell’ingenuo selvaggio, da qualche tempo il dibattito sul realismo ha ripreso quota e interesse. Ad aprire il vaso di Pandora è stato Gomorra: è a partire dal romanzo-verità di Saviano, infatti, che la critica ha cominciato a parlare di un “ritorno alla realtà” della letteratura italiana recente. Un ritorno evidente, e che andrebbe se mai retrodatato almeno ai primi anni Novanta: a partire, per quanto riguarda il teatro, dal Racconto del Vajont di Marco Paolini (1994) fino a Radio clandestina di Ascanio Celestini (2005). Per quanto riguarda la produzione romanzesca bisognerebbe invece ricordare, tra i molti, almeno Vite di riserva di Sandro Onofri (1993), Fattacci di Vincenzo Cerami (1997) e L’Abusivo di Antonio Franchini (2001). Un ritorno alla realtà, e a forme più o meno classiche di realismo, che andrebbe poi analizzato – lo hanno fatto, e bene, Raffaele Donnarumma e Guido Mazzoni – in stretta relazione con la coeva letteratura europea e nordamericana. (Si pensi, per citarne solo alcuni e alla rinfusa, ad autori come Ingo Shultze, José Saramago, Jonathan Franzen, Michael Cunningham e, più recentemente, Jonathan Littell).

Naturalmente parlare di realismo a cuor leggero è oggi impossibile, e ogni scrittore minimamente avvertito sente irresistibile il bisogno di accompagnare il lemma con un aggettivo ad hoc, rimarcando così la differenza fra gli esperimenti odierni e quelli della tradizione. Walter Siti ha recentemente dedicato al problema un agile libello – tra autoesegesi e utile ricapitolazione delle teorie altrove analizzate più in dettaglio (il debito, riconosciuto, è soprattutto con il Bertoni di Realismo e letteratura) – nel quale propone la definizione di “realismo gnostico”. Utile ricapitolazione, dicevo, perché la riflessione di Siti ripropone, reinventandolo solo in parte, un percorso del realismo che, dai “piedoni sporchi di Caravaggio” alle epifanie woolfiane, mira soprattutto allo svelamento “impossibile” di una Totalità perduta. Anche la proposta, apparentemente contraddittoria, di un realismo come “anti-abitudine”, come “leggero strappo, particolare inaspettato, che apre uno squarcio nella nostra stereotipia mentale”, si muove, in realtà, all’interno del discorso Šklovskjiano dello straniamento (e infatti, già a pagina 10: “molto prima di essere usato da Brecht contro l’identificazione realistica, lo straniamento ha militato a lungo sotto le bandiere del realismo”). La tesi di fondo di Siti è però chiarissima e condivisibile: il realismo, al suo cuore, è una tensione “a rappresentare zone sempre più nascoste e proibite della realtà, impiegando artifici sempre più sofisticati e illusionistici” piuttosto che un risultato raggiunto. Stupisce, se mai, che ancora si senta il bisogno – più di un secolo dopo Freud, dopo il modernismo e, ad esempio, la “metastoria” di Hayden White – di liberare il campo dell’equivoco del rispecchiamento; come non fosse ormai lapalissiano che ogni narrazione è già sempre un’interpretazione nella quale i nessi tra azione e reazione risplendono di una cogenza (di un significato) sconosciuto al “mondo reale” (al semplice accadere del mondo). In quanto interpretazione, in quanto di più di – e della – realtà, ogni narrazione è quindi sempre nello stesso momento atto di fede nella possibilità di dire il mondo e suo tradimento. La non ingenuità dei realismi contemporanei è, in fondo, tutta qui: nella consapevolezza che è possibile dire una verità del mondo e di sé solo attraverso una costruzione che è immancabilmente parziale e soggettiva; che è come dire: una costruzione sempre almeno parzialmente arbitraria. È, del resto, storia vecchia: consapevoli della propria inaffidabilità, i romanzieri hanno da sempre cercato di contrabbandare le loro invenzioni per storie vere (si pensi solo a quello che, per il critico Ian Watt è il primo esempio compiuto di romanzo moderno, il Robinson Crusoe di Defoe pubblicato nel 1719, o all’espediente del manoscritto ritrovato nei Promessi sposi di Manzoni), oppure hanno rivendicato alla finzione un di più di verità generale. Ritorneremmo quindi d’un balzo al libro nono della Poetica, là dove Aristotele afferma che “la poesia è cosa di maggiore fondamento teorico e più importante della storia perché la poesia dice piuttosto gli universali, la storia i particolari”. Come scrive Franchini ne Gli ultimi due italiani di Kobarid, “la storia immaginata” finisce per essere “vera quanto quella reale”; l’equivalenza però – e non è un distinguo da poco – è di quantità, non qualità: la storia immaginata è, o può essere, vera quanto quella reale, non come quella: è di diversa specie. Perché, nella vita come nella letteratura, il problema non è tanto (o non solo) accertare i fatti, ma provare a connetterli (e “soltanto connettere” è l’imperativo posto in epigrafe a Casa Howard di Forster) in vista di un senso. È per questo che il (forse sopravvalutato, certo problematicissimo) saggio di David Shields Fame di realtà sembra mancare il bersaglio: oggi come ieri il lettore non è “affamato di realtà” ma “affamato di destino”, ovvero di un ordine e un significato che, sconosciuti al mondo reale, tralucono invece dalle (migliori) finzioni romanzesche.

In questo senso, Siti ha ragione, il realismo è sempre uno “strumento di accesso al Mito”; uno strumento, o ancor meglio una cassetta degli attrezzi, ovvero la somma di molti e diversi effetti di realtà; effetti di realtà che servono a rendere riconoscibile il mondo rappresentato (“a non perdere e tenere a ruota” il lettore scrive Siti) in vista però di un superamento del mondo verso l’idea: “Platone si lamentava del realismo perché è una copia della copia – leggiamo già a pagina 28 -, ma il verosimile sarà tentato di riportare l’albero dipinto verso la forma ideale dell’albero, potando malformazioni e rami secchi”. Che lo si chiami “gnostico” come Siti, “aumentato” come Ricuperati, “2.0” come Casadei (che però si riferiva in particolare a Gomorra) o, ancora, “consapevole” come propongo io, alla fine ogni realismo rimanda all’insufficienza della sua stessa rappresentazione e insieme all’inafferrabilità e insufficienza del suo referente: quella realtà che “non ci basta” e che, non ancora ordinata in racconto, nessuno sa bene che cosa sia. (Ecco il paradosso: per quanto problematico e complesso, il realismo, che è una tecnica, è possibilissimo; impossibile è invece, iuxta Lacan, il reale).

Ma conviene fare un passo indietro e rilevare, a un livello elementare di diagnosi, come un’attitudine in senso lato realistica pervada oggi la narrativa italiana a livelli e con sfaccettature tra loro anche molto differenti. “Realistici” (di un realismo del dictum) sono, ad esempio, tutti quei romanzi che, partendo da un episodio di cronaca, mirano alla scoperta di una verità fattuale diversa da quella vulgata; penso, ad esempio, ad alcuni gialli di Lucarelli e, in parte, a Gomorra stesso. Tali testi, che sfruttano le formule del giornalismo investigativo, si servono di un di più di narrazione come espediente per meglio catturare l’interesse del lettore.  Più complesso, almeno da un punto di vista dell’evoluzione del genere, è invece il discorso riguardo quei romanzi che, partendo da un episodio di cronaca e ibridandosi con generi diversi quali il saggio e l’autobiografia, mirano a trascendere il mero fatto per giungere a una verità prettamente romanzesca, ovvero esistenziale quando non mitica. (Il romanzo ibrido, allora, non riflette l’evento, riflette bensì sull’evento, mettendo in scena le dinamiche in atto tra vita singolare e Storia, o tra vicende private e archetipi umani). Tra i molti esempi possibili, e tra i più riusciti, ricorderei ancora L’Abusivo di Franchini e Il demone a Beslan di Andrea Tarabbia. (Un libro, quest’ultimo, notevolissimo e che non mi pare abbia ricevuto l’attenzione che meritava).

C’è poi un’attitudine realistica diversa, a prima vista anche più “tradizionale”, perché non mira a superare il sospetto (oggi, lo sappiamo, alle stelle) del lettore per il racconto fnzionale attraverso la rielaborazione più o meno narrativizzata di fatti realmente accaduti, ma entra a modellare una trama che è immediatamente e senza ambiguità dichiarata d’invenzione. Penso ai romanzi di quello che è oggi il nostro scrittore insieme più celebrato e bistrattato, Alessandro Piperno. Talvolta ho l’impressione che i suoi più aspri critici nascondano un odio inconfessabile per il genere romanzo in sé; perché si dica quel che si vuole, ma Piperno è romanziere di razza, e tutt’altro che commerciale. Più ancora che attraverso il romanzo d’esordio Con le peggiori intenzioni, credo che la centralità del suo progetto narrativo sia comprensibile alla luce del dittico Nel fuoco amico dei ricordi; un dittico nel quale anche la lingua, depurata di alcuni eccessivi preziosismi che appesantivano la prima prova, si fa più robusta e, direi, “classica”. (E un fine latinista come Luca Canali ha riconosciuto a Piperno uno stile “solennemente ciceroniano” sapientemente mescolato al turpiloquio). Non è un caso che più di ogni altro Piperno abbia sollecitato confronti con i grandi romanzieri primo-novecenteschi (si è scomodato addirittura Proust, di cui Piperno è stato, peraltro, interprete originalissimo). Persino Filippo La Porta, che aveva assai giustamente bollato tali paragoni come “incauti”, non ha resistito alla tentazione, e ha parlato delle Peggiori intenzioni come di un “Buddenbrook de noantri”. Al di là della pertinenza dei singoli raffronti, il punto è capire perché, quando si parla di Piperno, sembri impossibile sottrarsi a questo gioco di accostamenti e azzardi. Se l’Italia è, come ha ricordato La Capria, “terra di letterati, e perciò ricca di scrittori e scarsa di romanzieri”, Piperno – a contraggenio rispetto alla sua stessa tradizione – crede fermamente nel, e forse ancor di più ama il, romanzo “tradizionale”. (Quel romanzo “ben fatto” che la nostra neoavanguardia aveva bollato come irrimediabilmente “borghese” e aveva – sbagliando – relegato in polverose soffitte piene di “buone cose di pessimo gusto”). Immagino che nella personale biblioteca affettiva di Piperno i nomi di Robbe-Grillet e Butor occupino un posto assai marginale; li conosce, senza dubbio ne ha valutati i ripetuti tentativi eversivi, e ha poi consapevolmente deciso di adottare una strategia che, anche ammesso che sia di retroguardia, certo non è obsoleta. Per restituire al romanzo la sua funzione conoscitiva, sembra dirci Piperno, non è necessario negarlo, ma rilavorarlo e rinnovarlo dall’interno, tenendo ben ferme le fondamenta del genere, quelle stesse fondamenta che molte teorie novecentesche volevano far saltare in aria: la robustezza (anche psicologica) dei personaggi e dell’architettura narrativa, e il “piacere” di una narrazione a forte carattere mimetico. Lo si sarà capito: quello di Piperno mi sembra un programma tutt’altro che naïf, e in effetti ad altissimo tasso di rischio. Cos’è, infatti, Il fuoco amico dei ricordi se non un tentativo di descrivere gli intrecci e gli urti tra la contemporanea “società della comunicazione” e la vita psicologica e intima del singolo? Potremmo quasi considerare Persecuzione e Inseparabili due case studies sull’Italia contemporanea; ma sono, invece, qualcosa di diverso e (forse) qualcosa di più. Se alcuni fatti di cronaca hanno certamente funzionato come principi ispiratori (in filigrana alla vicenda di Filippo di Inseparabili, ad esempio, appare chiaramente il “caso Saviano”), Piperno non sceglie, come oggi va per la maggiore, la scrittura di non fiction più o meno romanzata, ma si affida – con un atto di fiducia che può apparire enorme – all’immaginazione, al romanzo “puro”.

Anche per chi, come me, sente tutta la stanchezza del genere-romanzo e punta su narrazioni a forte componente (auto)riflessiva e ibrida, il dittico di Piperno fa l’effetto di una boccata d’aria fresca. Verrebbe da esclamare: “ma allora è ancora possibile!”; è ancora possibile, cioè, costruire un impianto narrativo nel quale piacevolezza e cognitività della trama vadano di pari passo. Mentre leggiamo della famiglia Pontecorvo non solo godiamo dei ripetuti coups de théâtre che una narrazione perfettamente bilanciata dosa con attenzione, ma riflettiamo sui meccanismi che, spesso in modo occulto, governano il nostro stare nel mondo qui e ora.

La piacevolezza di cui parlo non ha a che fare, però, con quella visione consolatoria del mondo di cui ha parlato David Foster Wallace come carattere distintivo dell’arte commerciale; non è una visione rassicurante: Piperno non si arresta di fronte a debolezze, meschinità, storture dell’anima, ed anzi tutte le indaga con sguardo fermo e pietoso (il balzo in avanti del Fuoco amico dei ricordi rispetto alla prima prova mi pare sia frutto esattamente di questa capacità di notomizzare le nostre ferite con rispetto e delicatezza). La piacevolezza di cui parlo deriva quindi dalla razionalità dell’architettura narrativa e dalla possibilità di riconoscimento empatico del lettore con i personaggi. Molto più che la rozza, e sempre labile, alternativa tra tradizione e avanguardia, ciò che emerge con chiarezza dalla lettura di Piperno è allora una rinnovata fede nel personaggio – un “personaggio-uomo” di debenedettiana memoria – e nella sua capacità di disporre senso intorno a sé. I recenti saggi divaganti di Pubblici infortuni lo dimostrano chiaramente: ciò che a Piperno più sta a cuore è infrangere “il prisma smerigliato che divide la realtà dall’immaginazione”, ovvero mostrare come romanzo e mondo, come narrazione d’invenzione e vita vissuta si coimplichino irrimediabilmente: il romanzo non è semplicemente specchio della nostra esperienza del e nel mondo, ma è anche ciò che modella il nostro modo di percepire e abitare una “realtà” sempre fuggevole e complessa.

Affamati come siamo di dati stabili, di certezze cui ancorare la nostra esistenza; affamati di parole (e amori) cui credere “oggettivamente” (ciecamente), facciamo fatica ad accettarlo, ma la finzione può modificare la cosiddetta realtà tanto quanto questa può entrare in una storia inventata: nel romanzo (nella letteratura) ma anche – forse soprattutto – nella vita. In questo senso ogni romanzo, anche il più fantastico e apparentemente lontano dagli eventi “veri” del mondo, è profondamente e autenticamente “realistico”. È questo l’effetto mimetico più potente, davvero incendiario, che il romanzo è in grado di produrre: mostrare, e nella sua stessa struttura, il processo attraverso il quale ognuno di noi, ogni giorno, costruisce se stesso e il mondo come un cocktail – amarissimo, talvolta – in cui i diversi ingredienti di fatti, speranze, sensazioni e atti di fede sono imbrogliati l’uno nell’altro, e inseparabili.

Goodbye, Via Sicilia

Chi poteva immaginare ci fossero avanzati così tanti numeri 44 della quinta serie di Nuovi Argomenti?

Abbiamo già riempito tre scatoloni di “Concordia nazionale”, e ancora ne spuntano fuori dagli armadi un numero inverosimile di copie sfuggite al primo raggruppamento.

Di alcuni numeri, invece, non c’è traccia. Tutti andati di mano in mano, senza che neanche una copia avanzasse per l’archivio.

Tra poche ore lasceremo la palazzina di Via Sicilia 136, storica sede di Mondadori a Roma, e casa della rivista da quando, nel 1998, è tornata ad essere pubblicata dalla casa editrice di Segrate.

Ci trasferiamo dalle parti di Piazza Barberini, nella nuova sede romana di Mondadori, e questo trasloco (che, data la stampa imminente del prossimo numero, il 73, ci siamo ridotti a fare all’ultimo momento) sta diventando l’occasione per fare un inventario di quello che, in quasi vent’anni, si è accumulato nell’ufficio da cui la rivista è stata “fatta” per il periodo più lungo dalla sua nascita, nel 1953.

Le domande che ci tormentano sono molte: di chi saranno le caramelle gommose che riempiono fino all’orlo un barattolo di latta rimasto chiuso per chissà quanto tempo?

E l’enorme e acuminata conchiglia dietro a una pila di copie della quarta serie (Giunti), quando la rivista era ancora in formato quadernone?

E questi cioccolatini a forma di pallone da calcio?

E questo volumone fotografico su Eminem?

E queste vecchie pagine di giornale con le inserzioni di “discrete massaggiatrici” cerchiate a pennarello?

Sulla paternità del passaporto scovato dietro un armadio, invece, non c’è dubbio: Mario Desiati, caporedattore ai tempi in cui direttore responsabile era Enzo Siciliano, per anni pilastro di Nuovi Argomenti, che grazie ai racconti di chi c’era, e all’affetto che viene fuori da ogni aneddoto che lo riguarda, continua a esercitare una forte influenza sul nostro lavoro ancora oggi.

Ma il passaporto dovremmo ridarlo a Mario, o venderlo al mercato nero?

Negli scatoloni diretti alla nostra nuova sede, insieme alla cancelleria, finiscono anche i cimeli più disparati e i ricordi dei redattori. Come la pipa di Alessandro Piperno, che ha cominciato il suo brillante percorso fino al Premio Strega proprio dalle pagine della rivista, la bottiglietta d’olio “Strega” che Filippo Bologna fece simpaticamente imbottigliare, scimmiottando il celebre liquore, quando fu finalista al Premio nel 2009, le foto di Valentino Zeichen e Leo Colombati, quelle con Roberto Saviano, qualche appunto sparso di Sandro Veronesi, quando da caporedattore si consigliava a penna con Siciliano sulle cose da fare, vecchi indici dei numeri, missive di Tondelli, Caproni, Sciascia, i verbali delle riunioni di Lorenzo Pavolini, fascicoli di studio e preparazione dei temi, i promemoria di Carlo Carabba, mio predecessore, con le cose da pubblicare pasticciate da caricature di Pippo della Disney e mischiate agli acquisti da fare per il Fantacalcio.

Tutto non si può portare, e quindi ci tocca trovare il coraggio di cestinare le tonnellate di manoscritti ricevuti lustri fa – pubblicati o respinti, a seconda – e conservati per anni, con rispetto quasi religioso, perché da quegli invii – molti dei quali alla cieca – dipendono i sogni di quasi tutti gli aspiranti scrittori, come molti di noi, specie quelli che hanno dovuto penare non poco per essere letti da qualche editore, sanno fin troppo bene.

Anche se nessuno li avrebbe mai rispolverati, e giacessero dentro scatole ammassate – non sapremmo dire né quando, né da chi – sopra gli armadi, un po’ dispiace disfarsene. Così come dispiace buttare le bozze dei numeri già usciti, con le ultime sviste corrette in fretta e furia prima che venissero mandate in stampa, per poi scoprire, un mese dopo, sfogliando il volume appena arrivato in libreria, di esserci puntualmente persi qualche refuso per strada.

Gli scatoloni con gli ultimi numeri verranno sicuramente con noi, dei vecchi terremo un po’ di esemplari ciascuno, il resto lo regaleremo, e lo stesso faremo dei libri degli scrittori amici e degli scrittori ancora sconosciuti, lasciati in dono alla redazione da chi li ha ricevuti, insieme a diversi numeri di altre riviste, centinaia di raccolte e raccoltine poetiche, pacchi delle lettere più belle, alcune ancora cartacee e scritte a mano, che abbiamo conservato nel tempo.

Sicuramente verranno con noi le più divertenti, quelle che sono finite appese alle pareti, meritandosi l’ostensione per la loro, spesso involontaria, comicità.

Desiati ne era un formidabile collezionista, e ne ha appese parecchie, negli anni, di stampate di mail in cui gli proponevano, nei modi più assurdi, i testi più impensabili, appellandosi a lui come “Maria Desiati”, o “Professor De Fiati”. Staccarle dai muri mi ricorda che dovrei stampare, per il nuovo ufficio, le diverse che ricevo al posto di un certo “Illustre dottor Capeddu, Direttore di Nuovi Orizzonti”, a cui non ho la forza di rispondere non tanto che non mi chiamo Capeddu (che i cognomi dei sardi di origine sono tutti uguali, come i calvi e i cinesi), quanto piuttosto che non sono direttore di nulla, tantomeno di Nuovi Orizzonti, che dubito fortemente di poter essere considerato “illustre” da qualcuno, e che, in ogni caso, con gran dispiacere di mia madre, non sono mai diventato Dottore.

Abbiamo quasi finito, quando aprendo l’ultima anta spuntano pile di Gomorra in lingue sconosciute, con copertine in brasiliano o giapponese.

Che ne facciamo?

Conosciamo qualcuno che conosca il russo a cui regalarle?

Ma guarda che non è russo, è sloveno.

Ma no, è, greco!

Mentre ci appelliamo a Google, perché chiarisca i nostri dubbi, e prendiamo tempo prima di chiudere gli ultimi scatoloni, visto che Saviano non lo si vede più tanto spesso da queste parti, tra una scatola e l’altra dei suoi Gomorra, stappiamo una bottiglia di vino a lui indirizzata da chissà quale editore e rimasta sontuosamente inscatolata per anni.

Data la confezione particolarmente sfarzosa, onestamente, pensavamo meglio.

Ma anche se il freddo questo 4 dicembre non è così pungente, i termosifoni sono accessi e intorno, mentre cala il buio, negli altri uffici mondadoriani in procinto di trasferirsi, ormai interamente occupati da scatoloni che sconfinano nei corridoi della palazzina di Via Sicilia, nonostante la malinconia, si respiri un’aria quasi natalizia, ci scalda il cuore.

Così, salutando per sempre le sale con gli affreschi dove ci riunivamo e lo scantinato dove lavoravamo le bozze, brindiamo alla nuova avventura della nostra vecchia rivista, e alla nuova sede Mondadori, da dove continueremo a fare i nuovi Nuovi Argomenti.