Agosto 2014

Mese: Agosto 2014

Per quant’è lungo un bacio /4

E’ quel supplemento di storia, che non dipende da lui, a rendere più bello il più bel giorno del torero. Il 5 agosto 1934 Ignacio ignora che il destino gli ha dato otto giorni.
Gloria.
Vive l’ultima gloria nella tarde del 5 a Santander davanti a un pubblico che esalta con una faena eccezionale. Per il primo toro gli vengono concesse due orecchie, la coda e una zampa. S’alza a quel punto un signore nel tendido, gridando ciò che da una vita Ignacio sogna di sentire e poi può veramente smettere per sempre:
“Così toreava Joselito!”
Lo spettatore entusiasta è José Marìa de Cossío.
Ignacio fa la vuelta al ruedo per salutare il pubblico. Cerca con gli occhi gli amici poeti, in vacanza a Santander, e ha un tuffo al cuore: con loro c’è Marcelle e lui non lo sapeva.
Poiché quella sera non possono incontrarsi, le spiega a telefono che mancano soltanto tre corride al termine della stagione: “Cela fait, je renoncerai définitivement à toréer”. Marcelle trascriverà queste parole mentre terrà per sé le promesse che accompagnano l’annuncio. E’ questione di giorni.
Invece il supplemento della storia termina così, in una distanza meno compatibile di quella fra due che stanno lontano, perché è una distanza di prossimità, con reciproci sguardi fra l’arena e gli spalti e le voci sul filo di una linea. Si lambiscono senza toccarsi.
Quand’è destino. Che s’insiste a fare.

Gli estremi giorni di Sánchez Mejías da allora seguono una bizzarra scivolata. Parte subito per Pontevedra dove s’esibisce l’indomani con due celebrità: Belmonte e Domingo Ortega. Nel tendido c’è Ortega y Gasset. Sarà un pomeriggio insulso e terribile. Belmonte va a finire un toro con il descabello alla cervice, ma per una cornata la spada schizza tra il pubblico e uccide uno spettatore sul colpo. Il medesimo incidente fu immaginato da Gómez de la Serna nel romanzo sul torero Caracho e rende il senso della tragedia: “Davvero quando si muore per una simile fatalità vuol dire che si è talmente segnati dalla Provvidenza che la morte non ammette replica”. Si è vittima del gioco di dadi cui si dedica la Provvidenza “con la sua lama affilata”. “Albergava in tutti gli animi quest’idea della fatalità, perciò la folla era rimasta ammutolita per non saper gridare contro niente e contro nessuno”. Tutti soffrirono la “ferita acutissima”, osserva, “come provocata dalla punta del lungo compasso con cui la Provvidenza traccia i cerchi delle esistenze”.

Il compasso che disegna la vita di Ignacio sta per completare il cerchio: incontra sul treno per Madrid il matador Ortega, ferito in un incidente d’auto, e il suo impresario gli chiede di sostituirlo l’11 agosto nell’arena manchega di Manzanares.
La morte aspetta nella terra dell’amato don Chisciotte e preveggenti suonano le considerazioni fatte un giorno alla Columbia University.
Ignacio aveva già fissato le ultime corride, una il 10 a Huesca e l’altra il 12 nuovamente a Pontevedra. Con l’inclusione di Manzanares diventa un tour de force. Dopo ci ripensa e vorrebbe rifiutare, ma ha dato la parola. Una serie di circostanze incupirà le cose: resta per un equivoco senza la sua cuadrilla, all’albergo di Manzanares gli assegnano la camera numero 13, poi è costretto – cosa che un torero non fa e lui fa la prima volta – ad andare personalmente al sorteggio dei tori.
Sul volto mostra segni di una stanchezza infinita. Un giornalista riferisce che “cominciò la sua faena di malavoglia, più annoiato che mai, come se non lo riguardasse, come se il toro che gli avrebbe dato la morte non fosse presente. Ignacio non fece niente per evitare la cornata. Niente”.
Granadino lo aggancia alla coscia destra vicino alla barrera e lo solleva fin quasi al centro dell’arena. Lui s’aggrappa alle corna gridando ai colleghi indicazioni per distogliere il toro. Come noterà García Lorca nel Llanto, in quei momenti non chiuse mai gli occhi:

no se cerraron sus ojos
cuando vio los cuernos cerca.

La rudimentale infermeria di Manzanares è inadeguata alle cure che gli occorrono. E’ Ignacio stesso a suggerire ai medici, intimiditi dalla sua fama, cosa fare nei primi momenti. La ferita ha l’ampiezza di un pugno. Chiede di chiamare un’ambulanza per trasferirlo a Madrid, dove lo aspetterà il rinomato dottor Segovia che intanto viene rintracciato. Succede pure che il veicolo si guasti nel tragitto e perda tempo prezioso. Lui resta lucido nonostante la forte emorragia, fuma un paio di sigarette e rassicura gli amici che lo assistono. Arriva nella capitale alle cinque del mattino ed è operato dopo una trasfusione. Segovia avverte che ci sono gravi complicazioni infettive.
La muerte – scrive García Lorca – puso huevos en la herida.
Ha deposto le uova sotto forma di una cancrena gassosa con un’atroce agonia durata la giornata del 12 e la notte successiva. Il torero muore il 13 mattina, delirando, ma le ultime parole con un filo di voce sono:
– Gesù, Gesù!

Federico non si sente di vederlo né Ignacio vuole che lo vedano da morto. Forse perché ricorda Joselito, forse pensando alla parte che gli toccherebbe questa volta in una fotografia, ha chiesto di coprirgli il viso appena dopo.
C’è un’immagine nel Llanto confermata da chi fu presente e gira attorno a un termine che ogni napoletano conosce e riconosce in spagnolo, una di quelle “parole di lunghissima agonia” ritrovate nella città da Gómez de la Serna:
tavuto. Bara.
Il letto è una bara con le ruote:

Un ataùd con ruedas es la cama
a las cinco de la tarde.

Tremendi spasmi soffre Ignacio e scuote il letto a rotelle che sarà tavuto. Esasperato dal dolore riesce persino a scendere. Più persone s’avvicendano per tenerlo fermo e confortarlo mentre il letto, vibrando, si sposta assieme a lui.

(Avevo, credo, undici anni quando vidi il primo morto: la professoressa di matematica. Non ricordo chi e per quale necessità portò gli alunni a casa sua. Una bambola pallida stava sul letto matrimoniale e pareva come molti cadaveri rimpicciolita, la stessa persona eppure diversa).

Bravo toro! Bravo!
Adios murderer.
Mueren por que son unos sàdicos de mierda ignorantes e incultos. Son un retroceso en la evoluciòn humana.
Uno menos…
Que rico, es delicioso ver como se muere esta gonorrea…
Son of a bitch, you got what you deserved, cunt!
Un enfermo mental asesino menos.
Se muri
ó como el asesino que era.
Nice one bull! He won’t be tormenting animals anymore!!!!!!!!!

Questi sono solo alcuni tra i commenti al filmato che mostra su Youtube l’agonia di Paquirri, incornato il 26 settembre 1984 nella cittadina andalusa di Pozoblanco. Frasi simili sono postate sotto la morte di ogni torero, più numerose dei giudizi pietosi o elogiativi. Nel significato originario, ricorda Fernando Savater nel saggio Tauroetica, “barbaro” è colui che non fa distinzione fra le bestie e l’uomo. “Per accettare i paragoni di cui si servono gli oppositori della corrida”, dice, “dobbiamo equiparare i tori agli uomini o agli esseri divini, cioè modificare il concetto abituale di animalità”. Non è l’etica, che si occupa solo delle relazioni fra gli uomini, ma la sensibilità personale a regolare la compassione verso gli animali. Continueranno le polemiche, altri libri e articoli si scriveranno pro o contro la corrida, chi esaltando il significato di quest’effimera e artistica vittoria sulla morte, chi condannando la sua crudeltà, anche se “sappiamo – ricorda Savater – che nei mattatoi e nelle aziende avicole gli animali non si divertono affatto, ma non l’abbiamo mai potuto provare perché nessuno vende biglietti per quel tipo di spettacoli”. E “il piacere della corrida non sta nel vedere l’animale soffrire, perché se così fosse frequenteremmo i mattatoi e non le arene”.

La letteratura, come l’amore, scade quando cede alla diatriba, perché il racconto diventa pamphlet e una relazione sentimentale si trasforma in foro giudiziario, dove due fanno a turno il pubblico ministero e l’avvocato cercando o respingendo ipotesi di colpa.

Quel che conta, mentre la storia scorre, sono le storie che le passano sotto e s’assomigliano. Un’infermeria mal attrezzata, un torero ferito alla fine della temporada, la freddezza con cui dà suggerimenti al medico nonostante l’emorragia, l’ambulanza in corsa verso un ospedale. Le analogie, sebbene tante, si fermano qui tra il dramma di Ignacio e quello di Francisco Rivera Paquirri, il quale non giunge vivo al tavolo chirurgico di Cordova. La ferita ha reciso irrimediabilmente l’arteria femorale. “Dottore, voglio parlare con lei. La cornata è forte. Tiene almeno due traiettorie, una di qua e l’altra di là… Apra quel che deve aprire, il resto è nelle sue mani. E… tranquillo, dottore” dice Paquirri al medico Ramón Vila. E’ la prima volta che un matador in agonia viene filmato, che si sentono le sue parole. La cruenta ferita suturata, il traje de luces lacerato, il suo volto, l’acqua che beve, soprattutto la lucidità straordinaria che dimostra mentre abbandona la vita fanno il giro del mondo.
Poiché ci sono sempre storie nelle storie, si condensa in quella tarde anche la biografia di Pepe Salmoral, giornalista precario cordovese che al mattino del 26 settembre ha telefonato al redattore capo di Tve chiedendo se interessa un servizio sulla corrida a Pozoblanco. Lui andrà comunque con la videocamera. “No”, dice il collega, “salvo che ci sia un’incornata o qualcosa del genere…”.
Salmoral riprende tutta la sequenza nell’arena, poi riesce a infilarsi nell’infermeria e in ambulanza con la camera accesa. E’ lo scoop della vita e a un giornalista dispiace, ma non si scandalizza, se talvolta consiste nella tragedia di qualcuno. Dalla redazione centrale di Madrid, dove ha spedito il filmato, gli telefonano dicendo che diverse emittenti straniere ne vogliono una copia. Lui non chiede extra, casomai che il direttore lo consideri per il contratto a tempo indeterminato di cui è sempre in attesa. Tve gli liquida un compenso una tantum, ma non si parli di assunzione. Pepe Salmoral muore pochi mesi dopo aspettando il contratto. I precari nella sua situazione, successivamente, fanno causa e vincono.

Storie che s’assomigliano per forza, non le facciamo assomigliare noi.
Il 26 settembre 1984 il precario spagnolo, capitato nella morte di un torero, fa gli ultimi giri di giostra di una vita in attesa, trova il suo quarto d’ora ma neppure basta a ottenere il contratto. Il 23 settembre 1985, quasi giusto un anno dopo, un cronista precario napoletano che deve cercare e scrivere più degli altri, altra vita in attesa, è ammazzato dalla camorra sotto casa. Si pensa che sarebbe stato assunto.
Chi assicura prima. Chi crede poi.
Non facciamo assomigliare noi le storie, sono le storie che s’assomigliano. Quando ce n’accorgiamo a niente serve, ma lo dobbiamo scrivere.
Storie di toreri, precari, innamorati e paladini tra Napoli, la Spagna e dove solo Dio sa. Forse Ignacio aveva ragione che il mondo intero è una plaza dove chi non torea embiste, attacca come un toro con quanta forza può nella vita che gli è data, così breve alle volte.

Camminando per l’affollata via Toledo, venerdì pomeriggio 11 luglio, un magone prende tutti davanti alla Galleria, l’entrata recintata e ancora a terra schegge del cornicione che cadendo ha ucciso Salvatore, di quindici anni. Sul selciato tanti fiori, specialmente gelsomini bianchi, che sconosciuti hanno lasciato con biglietti e santini. Chi passa si ferma per curiosità o preghiera. Sui giornali si rimpallano responsabilità, riaffiorano leggi dimenticate sulla manutenzione del monumento, accuse morali, difese immorali.
Più in là, verso largo San Ferdinando, una signora spinge un passeggino dove non c’è il figlio, ma un barboncino bianco con le zampe nelle scarpe azzurre e vestitino in tinta. Nessuno rileva la violenza, anzi abbozzano qualche sorriso e lei probabilmente è una che abolirebbe i circhi, dove i barboni erano la razza preferita per il numero del cane sapiente. Quello che legge e fa di conto.
Il grottesco e la tragedia sempre s’avvicinano, ma una mente più sana non accosterebbe il bianco dei fiori al bianco del barboncino e un ragazzo ucciso da una pietra al passeggino che porta un cane travestito da bimbo. Ignacio, ma già Hemingway alla prima corrida, rilevarono le incongruenti calze rosa nell’abito del matador. E’ necessario ritrovare incongruenza in ogni cosa perché chi non la cerca, prima o poi, viene trovato da lei e si meraviglierà dicendo che non ci aveva pensato.

C’è una frontiera d’aria che separa il sole di largo San Ferdinando dall’ombra di via Chiaia quando la imbocco. Tu forse stai in questo momento fra sol y sombra nella plaza di Pamplona, dove aeroplanini di carta oleata ripieni di chorizo violano i confini della luminosità al richiamo degli amici.
Sono le sette, “l’ora triste di Napoli” secondo Gómez de la Serna, che la soffriva al pasar por Chiaia perché la gente comincia a disperdersi, “qualcosa di simile a quell’ora in cui morto l’ultimo toro si scioglie tutto il pubblico dell’arena e s’avverte l’amnesia del pomeriggio inutile, della corrida noiosa”.

Sono le corride dove non si può sognare, in quest’enorme plaza de toros che è veramente il mondo.

Parece que mi destino
es el de vivir so
ñando.
A vida que es toda sue
ño
la muerte no le hará da
ño.
M. Altolaguirre, Vivir soñando

[fine]

la prima parte è qui.
la seconda qui.
la terza qui.

Per quant’è lungo un bacio /3

El arte no tiene miedo, l’arte non ha paura è lo slogan scelto per i tour di Morante de la Puebla, il più gitano dei matador, che s’esibisce pure accomodato su una sedia nell’arena, che affronta i tori inginocchiato a portagayola oppure scalzo, l’andaluso che fuma, aspettando il suo turno, un Cohiba nella plaza. Non gli hanno eretto, come a Curro Romero, una statua di bronzo mentre è vivo, ma la sua effigie quest’anno è stata ammessa nel Museo delle cere di Madrid.
Al di là dello slogan, José Antonio Morante Camacho vive con la paura come tutti i toreri. Anzi ne è perseguitato, però “nunca maltrato a mis miedos” dichiarò in un’intervista. L’uomo che ama i cavalli, i galli da combattimento e la pittura, che voleva toreare “come Zidane gioca a pallone”, che si tiene in forma con la boxe ma non fa incontri di pugilato per paura, il bohemién con sigaro e cilindro ha vissuto un lungo dramma psichiatrico, un disturbo della personalità che dovette curare a Miami con dieci sessioni di elettroshock. L’incubo ricorrente, d’essere trafitto da cornate “invisibili e senza sangue”, l’ha tenuto a piangere nel letto senza forze. Dice Morante: “E’ come se uno non fosse se stesso, come se il tuo corpo non fosse il tuo corpo e ti vedessi da fuori”.
Per la paura, a un torero spunta più barba nei giorni di corrida. Lo raccontò el fenomeno Juan Belmonte nell’autobiografia curata dal giornalista Manuel Chaves Nogales: “Nelle ore precedenti la corrida, si prova tanta paura che tutto l’organismo è smosso da un’intensissima vibrazione, capace di attivare le funzioni fisiologiche fino al punto di provocare quest’anomalia che non so se i medici ammetteranno, ma che tutti i toreri hanno potuto sperimentare in maniera categorica: nei giorni dei tori la barba cresce più in fretta”.

Non c’è una paura sola. Ci sono le paure.
Antonio Diaz-Cañabate, che collaborò all’opera monumentale del Cossío sulla tauromachia, trascorse molto tempo nell’antica taverna madrilena dove sono andato a bere vino una sera con te.
Entrando nel locale di Antonio Sánchez mi parve di rientrare in un passato da cui forse, per distrazione, uscimmo un giorno per una vacanza breve, di pura curiosità, senza sapere che ci saremmo smarriti tanto a lungo che fino a pochi giorni fa, quando ci siamo andati, non avremmo più trovato la strada per tornare. Forse la sensazione che prese Gómez de la Serna nel soggiorno a Napoli dovette carezzare me l’altra sera, e adesso che l’incantesimo s’è rotto, o che invece mi riafferra, non so dire se la vera vita sia là dentro, mentre tu parli sotto i lumi a gas, o è questa adesso, davanti al pc su cui organizzo, timoroso di crederci e rassegnato per non essere creduto, un racconto dedicato ai tori, all’eros e alla morte.

E’ nella Historia di Diaz-Cañabate, consacrata alla Taberna, che si trova una scherzosa riflessione sulle forme della paura e sull’ipotesi che abbiano lo stesso peso, com’è vero tra un chilo di piombo e uno di piume: “Non credo che lidiare una corrida di tori Miura, di trecento o cinquecento chili, spaventi tanto quanto metterti seduto davanti a quel terribile volto di don Salvador Torres Aguilar, cattedratico di Procedura penale all’Università Centrale nei miei giorni studenteschi. E questo si faceva gratis, per accontentare i nostri genitori e una fidanzata che aveva promesso di sposarci quando avessimo preso la laurea”.

– E lei, Manolo, perché sta tanto serio nella plaza?
– Il toro sta ancora più serio, rispose Manolete.

Celava in un’imperturbabilità lunare le paure il califa cordovese, tanto che per capire se ne avesse bisogna leggere la lunga intervista rilasciata a El Caballero Audaz, nom de plume di José Maria Carretero, poco tempo prima della cornata fatale di Linares il 28 agosto ‘47. Alla domanda quando abbia visto la morte più vicina, Manolete risponde secco: “Toreando, nunca”. Racconta invece che fu durante un viaggio in macchina nel Messico, verso la plaza dove si doveva esibire, per una strada tutta curve con un burrone a destra e i fossi a sinistra. I freni si ruppero a 140 all’ora: “Fue un momento de angustia que invadiò todos los corazones”. La prontezza di Manolete evitò la fine, perché impugnò lo sterzo costringendo l’autista a deviare verso sinistra. La vettura dopo spaventosi testacoda si fermò e ne uscirono tutti illesi: “La sera stessa toreavo, e rispetto al pericolo che avevamo passato qualche ora prima, quello rappresentato dal toro mi sembrò insignificante”.
Ci sono varie forme di paura e un chilo di piombo sempre equivale a uno di piume. Così Belmonte spiega perché, come Sánchez Mejías, fosse tornato ai tori. Viveva ormai tranquillamente nella finca, gli affari prosperavano, la moglie era serena e le figlie crescevano allegre. Però pure le piume hanno un peso: “Ero felice. Ma è solo nel finale dei racconti, precisamente perché finiscono, che si mantiene l’illusione di una felicità duratura”.
Allora, confessa Belmonte, “cominciai ad aver paura di essere felice”.

Quando El Caballero Audaz incontra il giovanissimo Manuel Granero, torero prodigio indicato come possibile successore di Joselito, gli fa alla fine una delle domande di maniera con cui si chiude un’intervista mancando la frase a effetto: “- Qual è la sua più grande aspirazione?
– Essere felice! Sia come sia! Costi quel che costi!
– Nulla di meno? Gli chiesi con ironia.
– Nulla di più – mi rispose Manolo con fermezza”.

Al contrario di Belmonte, sarebbe stata più durevole la sua felicità se si fosse ritirato già all’inizio della brillante carriera: si chiama Pocapena, nome da diavolo dantesco, il toro che ficca il corno in un occhio di Granero penetrando nel cervello, di cui l’autopsia rileverà frammenti persino nello stomaco.
Nella camera ardente, al Caballero Audaz restano impresse le mani “esangui e fini” di Manuel, che non sembravano destinate a matare. Era un promettente musicista e cominciò a suonare da piccolo: “Se non avessi fatto il torero sarei violinista” aveva detto. Su tutti gli piaceva Beethoven: “Per me è come un dio”.

E poi, tra piume e piombo, di piuma e piombo, ci sono le paure d’amore.

La bellissima puttana cordovese, con cui il personaggio del tuo romanzo trascorre la notte di Natale, lo irretisce ma lui non la comprende. Cerca di ritrovarne il paradigma in qualche film, che è il difetto di chi ha studiato troppo e vuole teorizzare tutto. Non sa che l’inventario della cordovese è compendiato, semplicemente, nel catalogo free shop dei voli intercontinentali. La voluttà di un touch screen, le pomate per il corpo, un orologio Armani, le casse per il tablet, il foulard Hermes, cioccolatini Lady Godiva, whisky invecchiato. Non l’autentico lusso ma quell’idea di lussuosità, che si sfoglia intontiti quando ritirano il vassoio dei pasti e hai riagganciato la mensola pensando: quanto diavolo manca all’atterraggio. La puttana cordovese lo fa per il catalogo, non è la rassegnata ragazza dell’Est costretta a fatturare da ex bambini incarogniti dalla ginnastica e dai cori obbligati in gelide scuole di Bucarest, che ora vogliono mangiare il capitalismo a bocconi per recuperare gli arretrati. La cordovese si vende perché vuol centellinare la vita, che i suoi solo a bocconi mangiano da generazioni. E’ la puttana cigno laddove le romene sono puttane donnole, faine, furetti.
La puta, la vamp, la giovane acqua-e-sapone, la mamma cattolica e casera, le sorelle minori da alimentare: sono molteplici, ma più o meno le stesse, le parti attribuite alla donna nell’epica taurina, che ha sfiorato e spesso invaso le pagine dello spettacolo. Sánchez Mejías ebbe l’Argentinita. Con Dominguin, solare e presuntuoso, andarono Ava Gardner e Lucia Bosé. Paquirri sposò la figlia del mito hemingwayano Antonio Ordoñez, poi prese per seconda moglie Isabel Pantoja, una cantante da quattro dischi di platino.
Manolete, di natura assorta e più attento all’adorata madre doña Angustia, s’accontentò di molto meno: Lupe Sino era un’attricetta di secondo piano, che qualcuno continuò a sogguardare come poco di buono, più appariscente di Penelope Cruz che la interpreta nel film con Adrien Brody, il quale indossa bene il traje di Manolete.

Due giorni prima di Linares, il torero confida al Caballero Audaz la rabbia per la propria “odiosa timidez” spiegando l’origine del suo mechon di capelli bianchi. Racconta che amava “locamente” una ragazza, non Lupe Sino, una tale di Cordova cui piaceva anche lui ma non trovò mai il coraggio di dichiararsi. Trascorse un anno, due, finché al ritorno da un viaggio la ritrovò sposata. Pianse per otto giorni, “come un bambino. E questo ciuffo mi diventò completamente bianco… era lo stesso che mi tiravano i compagni quando stavo in collegio”.
Lupe Sino morirà a quarantadue anni, sola e malata, in un appartamentino madrileno domenica 13 settembre 1959, mentre nella plaza della capitale si mata un toro chiamato Islero. Lo stesso nome del Miura che uccise Manolete, perché in amore le stranezze non finiscono mai.

Belmonte aveva ragione: vissero felici e contenti si può dire solo quando un racconto è proprio finito. Se la vita prosegue bisogna aggiungere altre righe, spesso capitoli. Allora meglio non arrischiare sentenze.

E’ passato molto tempo dalla pubblicazione della sua autobiografia. Belmonte s’è separato dalla moglie. Cresciute, le figlie si sono allontanate. Solo nella finca, come un monumento vivente, l’anziano torero ha trovato una “passione autunnale” in Enrichetta, che ha una trentina d’anni in meno. Non vivono assieme per evitare speculazioni scandalistiche, è la Spagna tra gli anni ’50 e ’60, ma lui va tutti i giorni nell’appartamento che le ha preso a Siviglia. E’ ossessionato dall’idea della vecchiaia, anche se è sempre stato brutto. Aveva trasformato tutti i difetti di un fisico poco possente in doti funzionali grazie all’intelligenza con cui rivoluzionò la tauromachia. Tolse terreno al toro e lo attribuì tutto al torero. Due le sue massime più illuminanti, che richiamano gli enunciati con cui Bruce Lee scompigliò le arti marziali tradizionali: “si torea come si è”; “se vuoi toreare bene, dimenticati il corpo”.
Ogni giorno Belmonte visita Enrichetta e ogni giorno, quando se ne va, lei gli tira una pantofola. E’ un rito d’eros giocoso, il pegno quotidiano di Cenerentola, perché lui prende la scarpetta e la riporta l’indomani. L’ultima volta si presenta con alcuni regalini, un po’ di contanti e un pacco di vecchie fotografie che vendute alle riviste, assicura, avranno un certo valore. Poi se ne torna, con la pantofola, alla finca e dice al guardiano che farà una cavalcata. Il racconto della serata è confuso. Sembra che abbia fatto un’inusitata cosa che assomigliava alle sue imprese da ragazzo, quando nelle notti di luna nuotava dal quartiere di Triana fino a un allevamento sull’altra sponda del Guadalquivir, per toreare con gli amici di nascosto.
Sembra dunque che quella sera abbia sfidato nel campo uno dei suoi esemplari, cercando il tipo di morte forse sempre invidiato a Joselito. Sembra che tornato a casa, stremato, abbia sofferto di una ricorrente emorragia. Il fatto certo è che prende una Browning 6,35 e si spara un colpo in testa. Le circostanze del decesso saranno offuscate il più possibile per consentire i solenni funerali in chiesa e preservare la reputazione di una gloria nazionale. L’esistenza di Enrichetta, anche se risaputa, non fu mai menzionata.
Belmonte avrebbe compiuto settant’anni sei giorni dopo, il 14 aprile 1962. Non ammetteva la decadenza fisica.
Dimenticò il corpo toreando. Non poté dimenticarlo vivendo.
Se qualcuno trovò la pantofola a casa se ne sarà disfatto, non sapendo o perché sapeva. Così spesso finiscono i pegni d’amore.
Nemmeno, finito il racconto, puoi scrivere vissero felici e contenti.

E’ bella la foto col fazzoletto rosso e la camicia bianca che hai mandato da Pamplona. Racconta quel che dietro si vede e non si vede. E’ bello scrivere trasfigurando la vita anziché meramente immaginare trame verosimili.
Hai ricevuto l’afición taurina da tuo padre e nel renderla tua l’hai incrementata. Non c’è l’equivalente a Napoli, se non il Napoli. Oltre ci sono forme di mitologia privata incomparabili a un’afición, e il diffuso patimento per i Paladini è scomparso se non s’è travasato in una curva del San Paolo. Quand’ero ragazzo chi esprimeva una più spiccata passione, fosse il pianoforte o un’arte marziale, in assenza di specifica tradizione domestica incontrava in famiglia il primo toro, destando sentimenti d’ironia e sospetto, uno scetticismo manifesto verso quella bizzarria da cui, evidentemente, nulla di vantaggioso poteva venire. Confermavano la regola sparute eccezioni di genitori, ma più invasati che confidenti nella prole, trascinata al pomeriggio verso palestre, scuole musicali o piscine da madri che non sapevano nuotare e padri mai stati a un concerto.

La tua foto, tra una folla di camicie bianche e fazzoletti rossi, parla prima che tu ne scriva.
Gli appassionati taurini di ogni livello citano una frase di Ortega y Gasset, secondo cui la rigorosa ricostruzione storica delle corride è necessaria per capire la storia di Spagna dal 1650. Il filosofo fece un’altra riflessione suggestiva: benché il toreo sia un’arte silenziosa, disse, “dà enormemente da parlare”. “E’ senza dubbio un atto di grande carità dare agli uomini di che mangiare, ma conosce poco le cose umane chi non osserva tutto quel che c’è di generosa carità nel dare agli uomini di che parlare. Immaginate di estirpare per magia, dalla vita spagnola degli ultimi due secoli, tutte le discussioni su argomenti taurini e raffiguratevi il vuoto enorme, la spaventosa vacuità che in essa avremmo aperto. Ci si dimentica troppo che una delle cose per cui l’uomo in generale è venuto al mondo, e particolarmente l’uomo meridionale, è parlare, e non è così facile come a primo acchito si potrebbe supporre che l’uomo medio di ciascun paese abbia argomenti di cui parlare”.
Nella tua fotografia quasi si sentono, alle spalle, le voci e il chiasso di San Fermín. Si sente un racconto. Non c’è il pauroso vuoto temuto dal filosofo.
Perciò chi snobba il calcio si costituisce un limite. Perché si nega a un sacco di gente con cui scambiare due parole su una partita piuttosto che sul tempo. Ci sono altri pretesti per comunicare. Ma cancellando per magia le discussioni sul calcio, nessuno riempirebbe il silenzio che ne resta.

A José Ortega y Gasset quel colpo annullatore di bacchetta magica avrebbe inflitto un grave dispiacere personale. Racconta il poeta Gerardo Diego della cena a un ristorante madrileno cui partecipa il filosofo. Parlando del torero Guerrita, a un certo punto don José s’infiamma e s’alza con il tovagliolo aperto, disegnando con eleganza una figura di cappa per poi tornare “majestuoso a la mesa”. E’ il tipico ma imprevedibile raptus per cui certi pacati intellettuali, fomentati dal vino o da presenze femminili, si producono in straordinarie quanto effimere manifestazioni fisiche prima di rientrare, “maestosi”, nella torpida condizione di quiete.

C’è, a quella cena, anche Sánchez Mejías.

Al suo ritorno nelle arene lancerà la cappa nel modo più rischioso, come ad alzare l’asticella del coraggio. Avviene a Cadice il 16 giugno 1934. Spetta a Ignacio “el primero de la tarde”, che lui attende a portagayola. I toreri che optano per questa suerte si fanno prima il segno della croce. Consiste nel porsi, sovente inginocchiati, di fronte al toril chiamando l’uscita dell’animale, che irrompe con tutta l’aggressività frastornato dalla paura e dalla luce improvvisa. L’arena di Cadice riserva un’altra insidia, fra le peggiori per i toreri. E’ il vento che può alzare improvvisamente il panno, scoprendo il corpo e mostrando al toro “l’inganno”. Se la folata è forte neanche basta bagnare la muleta per appesantirla. Quel giorno a Cadice spira un tremendo Levante, ma non impedisce il successo di Ignacio, cui il presidente della corrida concede due code.
Il titolo della cronaca, firmata su ABC da Gregorio Corrochano, non poteva che essere questo: “Contra viento y marea”.

Chissà se contra viento y marea c’incontreremo ancora.
Chissà quante volte l’eleganza di una conclusione, dovuta proprio alla precocità, viene rispettata vincendo la tentazione di un supplemento, della dilazione di un’ora con la mutua rassicurazione che “comunque questo non cambia niente”, che “è davvero l’ultima volta”. Chissà perché la tensione verso un progetto solo teorizzabile prevale sulla concretezza del presente semplice, che basterebbe vivere poiché è già lì.
Ma quel saluto nella Gare d’Orsay, bello proprio perché triste e prematuro, l’addio che segue alla perfezione del bacio avrà un supplemento. Quando lui non se l’aspetta più.
Forse ci sono meccanismi che s’innescano per rendere più struggente, o complessa, la fine di qualcuno, e prescindono dalle volontà soggettive come rispondendo a un disegno superiore, che mentre intravediamo non riusciamo a spiegare.
Così io e te, se simile disegno sarà mai tracciato, saremo attori e non registi dei nostri desideri. Resta per ora un lungo bacio che occupa, in proporzione, la parte più importante della storia che suggella. Poi potrà accadere un giorno di sentire la tua voce alle spalle:
Cuanto tiempo. Qué tal estàs?
E tutto potrà succedere, o niente di speciale. Finirà nei convenevoli:
Cuidate!
Me ha alegrado verte.

La poesia non consiste di eccessi.

[continua…]

la prima parte è qui.
la seconda qui.

Per quant’è lungo un bacio /2

Don Chisciotte guarisce solo per morire. Ma com’è triste che chiuda gli occhi savio. Ha ragione Harold Bloom: “Smagato alla fine, egli muore religiosamente e con la mente sana, ricordandomi sempre quegli amici dei miei anni giovanili che si sono sottoposti per interminabili decenni alla psicoanalisi, per terminare rattrappiti e prosciugati, ogni passione spenta, pronti a morire analiticamente e a mente sana”.
Furono i romanzi di cavalleria a fargli perdere la testa, perché leggendo notte e giorno si convinse che quelle fantasie fossero verità. Fu tra tutti i suoi eroi Rinaldo il preferito. Gano fu tra i traditori il più spregiato. Il poeta napoletano Ferdinando Russo seguì per una vita queste stesse tracce, da quando s’innamorò dei Paladini nei teatrini popolari di una città che non esiste più. Non si limitò a cantarli. Nella vita li replicò con generosità, coraggio e il disincanto che strappa alla pazzia di don Chisciotte però pretende in pegno una visionaria ingenuità.

– Ecco Linardo in campo! Il palatino!
’O palatino ‘e Francia cchiù putente!
Teneva nu cavallo, Vigliantino,
ca se magnava pe’ grammegna ‘a gente!

Comme veveva, neh! Na votta ‘e vino,
na votta sana, ‘un le faceva niente!
Nu surzo sulo, nu varrilo chino!…
e se magnava ‘e zeppole vullente!

Po’ teneva na spata, Durlindana!
Uh ffiglio ‘e Dio, e che poc’’ammuina!
Se sape! ‘A maniava chella mana!

Na notte, pe’ passà d’’a Francia ‘a Spagna,
chisto Linardo, neh, che te cumbina?
Caccia sta spata e taglia na muntagna!

Così comincia ‘O Cantastorie, uno dei poemetti più celebri di Russo, che non traduce solo la sua cifra personale ma il sentimento di una città dove pullulavano i patuti, i patiti dei Paladini, i quali come don Chisciotte avevano eletto Linardo in cima alle preferenze. Don Ferdinando per vivere cambiava spesso giacchetta e a quella del poeta sostituì l’abito fosco del cronista di nera raccontando delle rivalità fra il pubblico finite a coltellate. “Essere patuto – spiegò – è una malattia come un’altra; è come esser febbricitante, o tisico o pazzo”. La diffusione del morbo di don Chisciotte come affezione di massa chiarisce aspetti di Napoli più che non facciano letterati di scarsa passione. Solo chi ha un ramo storto in sé, chi è un po’ patuto per costituzione può capire. Vent’anni dopo la morte di Russo, nella Napoli grama del 1947, Giuseppe Marotta trova a via Foria un superstite teatrino frequentato da povera gente: “Non li eccitava, come taluno avrebbe potuto supporre, la violenza degli scontri simulati dei ‘pupi’; in quei pugnali di latta e in quel sangue di anilina non sentivano, ne fui certo, i richiami di un mondo criminoso e fosco, bensì e soltanto, e semplicemente, il fascino dell’antico duello tra bene e male, tra diritto e ingiustizia; intuii che senza saperlo connettevano a un eventuale lieto fine di quelle truci vicende non so che liberazione, non so che riscatto dai loro effettivi dolori”.
Quale liberazione neanch’io saprei. Gómez de la Serna, che conobbe Russo collaborando allo stesso quotidiano, Il Mezzogiorno, nota ”l’anima tragica” e la “cupezza” dei napoletani. Com’è successo a te quando scendemmo nell’ipogeo a Santa Maria del Purgatorio, o quando ti ho recitato i Paladini, il protagonista di quel romanzo ascoltando l’amante ritrova nel dialetto “molte parole spagnole che non hanno voluto morire, in cui vivranno sempre gli spagnoli che stettero qui”. Perché “sono parole di una lunghissima agonia”. Un’agonia che dura, se le stesse parole ancora pronunciamo e quando le hai sentite me l’hai detto.
Cambiano forse i nomi, forse il tempo, ma adesso se non prima ci siamo conosciuti qui.
“Il monte di coralli morti su cui è costruita Napoli, e che s’aggrappano alle sue intestina, è fatto – scrive de la Serna – di cuori spagnoli e napoletani legati con i lacci delle vene. Non ne dubitare”.

Se non fosse un allaccio di cuori, ma soltanto sesso, si spiegherebbe più semplicemente. Nel tuo romanzo c’è l’episodio di una ricca moglie che si divaga col picador conosciuto nella palestra dove lui si tiene in forma d’inverno. C’è la curiosità della rozzezza macha, la voglia di finire tra le braccia di chi affonda la vara nel toro selvaggio.
Quando non è cuore, ma soltanto sesso, si vive con umore vantaggioso. E’ allegra, fra tanta sombridez, l’allusione taurina che Gómez de la Serna dedica alle puttane che passeggiano per via Partenope: “S’alzavano le gonne per tirare su le calze attraversando la strada, davanti alla minaccia delle automobili, come fosse una suerte de toreo”.
Non ci fu tempo per il sesso, ci fu soltanto cuore nell’ultima avventura amorosa di Sánchez Mejías.
Si chiamava Marcelle Auclair.

La conosce a Madrid una sera di febbraio del ‘33, nella riunione che Federico García Lorca ha convocato per leggere Nozze di sangue. Lei è un’ispanista che vive a Parigi col marito, il poeta Jean Prévost, e sta partendo per l’Andalusia. L’incontro con Ignacio è un coup de foudre per tutti e due, ma se ne saprà la vera storia solo quando sono morti entrambi, perché la figlia di Marcelle pubblica le memorie della donna la cui fama è garantita, più che dai libri, dalla fondazione della rivista Marie Claire.
Lo capiscono appena si vedono, restando emozionati e muti a scrutarsi mentre Federico legge. Dopo girano con gli amici per locali senza smettere di parlarsi. L’unico contatto fisico sarà di vaga promessa lanciata in un ballo, con le mani di Ignacio che si poggiano sulle spalle di Marcelle e lei ne percepisce, quando le ha tolte, ancora il peso. Troppo presto arriva l’alba salutata da una sosta in latteria, ma quella notte Ignacio beve solo acqua, e quella notte lo sguardo di García Lorca si fa via via più angosciato perché è preveggente. Confida a un amico: Marcelle ha marito e figli, Ignacio sta con l’Argentinita, la gitana di fuoco che “los mata a los dos”.
Però non c’è tempo. Marcelle deve partire.

Nella sua biografia di García Lorca, lei parlerà di Sánchez Mejías per spiegare l’origine del Llanto mantenendo il riserbo sulla loro vicenda, ma l’attrazione trasuda da ogni rigo. Ignacio, dice, indossa a Madrid un completo verde mandorla con la camicia rosa, però a Parigi va nel bleu marine dettato dall’arbiter elegantiarum Anthony Eden. Lo personalizza con il “signe indélébile” del cappello un po’ inclinato sopra l’occhio destro.
“Il ne cherchait pas à seduire, mais il était la séduction”.

Ignacio, per Marcelle, è il modello di ciò che gli spagnoli chiamano hombría, ossia “une forme de virilité chevaleresque”. Tutto il contrario del macho perseguito dall’annoiata madrilena che porta a letto il picador, come i bagnini ischitani della mia infanzia che vecchie tedesche venivano a saggiare, comprando, in una specie di safari stagionale. L’eros sempre si stacca dal sesso, come la regola della corrida fissata da Amos Salvador y Rodrigañez nella Teoria del Toreo, che distingue l’arte fina y elegante dalla tosca y desgarbada lotta. Per vivere bisogna vincere sul toro però da artisti, non da macellai. Ripugna all’hombría la violenza, anche quando accarezza una sua certa crudeltà.
Ogni incontro amoroso richiama una corrida, qualche volta si torea, altre si embiste. Sánchez Mejías ha ragione. Però solo se due fondono nella danza le reciproche paure, l’eros sostituisce una forma d’amore alla fatalità del sesso. Da soli è più difficile chiudere la porta della morte. Certo non si può diventare immortali, ma si può per un istante o negli istanti che a quello magico assomigliano. Scrive il poeta Salvatore Toma:

Vorrei essere immortale
per un certo numero di anni.

Sarà forse la stessa cosa per la scrittura, in cui se è tutto chiaramente dichiarato, dopo resta un testo morto che non si riaprirà: “Appartengono alla letteratura – dice Gómez Dávila – tutti i libri che si possono leggere due volte”.

L’eros consiste nel bacio. L’eros è una lenta veronica della cappa rosa e oro con cui il diestro porta il toro, più che a imprimere l’immagine nel panno, quasi a leggerci un’invisibile scrittura.
Quel che scopre ciascuno in un libro o in un bacio, se è un libro o un bacio, chiede d’essere ripetuto. C’è un mistero che incita a rileggere e a baciare ancora, ed è simile all’arte recondita di rallentare un toro. Hemingway riferisce che al matador Antonio Ordoñez “piaceva paragonare la faena al lavoro di uno scrittore”. Dominguin, sapendo che Hemingway lo reputava inferiore a Ordoñez, ironizzava sul suo mestiere: “Che uomo sarebbe Ernesto se soltanto sapesse scrivere”.
C’è un persistente profumo nell’eros, in un certo libro, in una suerte riuscita, come restò sulle spalle di Marcelle il sentido delle mani di Ignacio anche tanto tempo dopo.

Certe volte le ragazze di Cordova, mentre cucivano con le persiane semichiuse durante afosi pomeriggi estivi, sentivano un profumo di nardo dalla strada: “Sta passando Manolete”. Il diestro più verticale della storia, l’uomo che annullò la distanza con il toro, emanava malinconica eleganza anche fuori dell’arena con lo sguardo, con il sottile fluido di quella pregiata colonia.
Trascorsi venticinque anni dalla sua morte nell’arena, ad agosto del ’72, il giornalista Tico Medina va a intervistare la madre di Manolete. Interroga, nel barrio di Santa Marina, le donne che conobbero il torero. “Oggi sono delle ‘cinquantone’, ma ancora belle, ancora ragazzine in tante cose e mi raccontano tra il fragore dei ventagli:
– Passava per questa strada, il camino de la Merced, e sebbene non lo vedessimo, sapevamo ch’era passato per il profumo…”.
Profumo di nardo.
Il nardo rappresenta nel Vangelo l’amore senza prezzo, la passione di Gesù che vince il puzzo della morte. Nel Llanto, García Lorca lo associa al ricordo di Ignacio:

Aire de Roma andaluza
le doraba la cabeza
donde su risa era un nardo
de sal y de inteligencia.

Nel racconto di Tico Medina, quel che più resta non sono le parole, ma il rumore dei ventagli che s’aprono e si chiudono, come se smuovendo l’aria le signore di Cordova s’illudessero di catturare ancora quel nardo che vince la morte, di riassaporare la giovinezza e le illusioni sospese sui tedii pomeridiani, tutte rapprese nel ricordo di un torero che cammina.

“Portava la morte sulla faccia” il giorno che lidiò l’ultima volta nella plaza di Linares. Ci sono presentimenti che si stampano sui volti perché qualcuno li legga. C’è l’inquietante sposalizio di eros e thanatos nella cara che profuma di nardo e la veronica deriva il nome – chiarì il massimo esperto taurino José Maria de Cossío – dalla “somiglianza tra le rappresentazioni della donna che nel Vangelo tiene fra le mani il lenzuolo, su cui resterà impresso il volto del Signore, e la maniera in cui il torero presenta la cappa al toro”.

C’invade, per quant’è lungo il nostro bacio, il deodorante industriale di cui è impregnato il taxi che dal barrio Salamanca porta alla stazione di Atocha. Discreto il conducente lascia fare perché è discreto questo bacio interminabile fra adulti, perché tu hai una valigia e lui presume un treno che ci separerà fra una manciata di minuti.
E’ durante questo bacio, proseguito come luce a intermittenza, con le bocche che si staccano e si prendono, con gli occhi che si chiudono e si guardano, è per quant’è lungo il bacio che mi dico sarà l’ultimo e non soltanto il primo. Ma il bacio è un compromiso nell’istante dell’immortalità. Ce ne ricorderemo come non ricorderemmo una notte nel mio albergo o a casa tua, qui a Madrid, davanti a un poster di Hopper o guardando il cielo grigio di caldo dove qualunque pensiero abbia lanciato tornava al vetro per cui usciva e gli sbatteva contro. E’ un paradosso che a partire dalla tua città oggi sia tu e non io, che a unirci in una rapida faena siano stati un libro, il tuo libro, e la passione per i tori. Non piccole e ripetute azioni con cui generalmente si tessono le storie, come una festa, il ritmo dei rispettivi passi verso il cinema, le uscite scegliendo ristoranti o spiagge plausibili. E’ un paradosso che la passione unisca e subito separi mentre luglio è cominciato strano. Fra violenza di pioggia e di sole te ne vai a Pamplona, dove non voglio venire, per raccontare la Feria di San Fermín che per me è stata e resterà solo Fiesta di Hemingway, dico il libro con cui schiacciavo zanzare nelle notti a Ischia e pause di sangue minimo gocciavano sulla lettura, già disimpegnata quando asseconda scopi da ragazzo. Oggi, cambiati scopi e diventato leggere un lavoro, sembra che le zanzare pungano meno o forse mi difendo senza imbrattare muri.
Subentrano crescendo, assieme alle nevrosi, certi scrupoli di pulizia.

Non c’incontreremo più qui, dove sono venuto a trovarti, né mi cercherai nella città di cui abbiamo visto assieme soltanto il Purgatorio. Forse anche dopo che ti strinsi un braccio ne sentisti la pressione, come accadde a Marcelle con le mani di Ignacio.

Parti stanca ma contenta: “La temporada taurina es asì, pero reconozco que me encanta”. Metti sull’iPad un pasodoble anni Sessanta di Marifé de Triana: No te vayas de Navarra canta dei “sette toritos“ che scatena nelle vene una passione sbocciata all’inizio della festa, il 7 luglio, quando lei incontra uno sguardo che la brucia e la prega di restare a San Fermín. Tu – stanca e contenta – vai lì per scrivere di un mondo, anche il mondo che non esiste più se non con questo sacerdozio periodista. Pigli magia al passato quasi orgogliosa dell’inattualità. E’ la ragione che ci attrae: la mia inattualità vede la tua. I sentimenti amorosi regolano gli orologi sui loro calendari immaginali. Può darsi che persino certi morti, per noi, siano più vivi e non è solo questione di nostalgia.
Riparlami di Ignacio e Joselito.
Parlerai di Ignacio e Joselito e non avremo nostalgia.

I tuoi occhi verdi, che riguardo aprendo i miei nel bacio, guardano sul passato assieme a me ma rimanendo entrambi qui, senza lo charme del nardo o di un ventaglio, con Mariafé nell’iPad e tu che farai un tweet fra poco. Come fossi completamente viva, usi ciò che ti serve per sistemarti nel futuro. Non ci resteremo assieme e il taxi è quasi alla stazione. Scendo per il piacere di portarti il trolley al binario, non c’è aroma di nardo ma è bello replicare certe regole. E’ bello, benché triste, accompagnare al treno una che se ne va.

Quando Marcelle torna a Madrid, Federico a scanso di guai non informa Ignacio, che lo scoprirà per caso ma nuovamente troppo tardi. Lei deve ripartire per Parigi. Qui dopo qualche settimana, nel completo bleu marine stile Anthony Eden, lui si presenta a casa sua e in una sfida di sguardi col marito la invita a uscire per la sera.
Sarà una passeggiata e il resto niente o tutto. Il resto è un bacio.
E’ scritto nelle memorie di Marcelle: “L’unico contatto fisico: un bacio nel taxi che è durato da l’Etoile a Montrouge. Restiamo d’accordo di vederci l’indomani”. Ma il giorno dopo Ignacio deve tornare subito a Siviglia perché Rafaelito Bienvenida, il figlio quindicenne di un amico, è stato assassinato dall’amministratore della finca davanti al primogenito di Sánchez Mejías.
C’è solo il tempo di un veloce saluto nella Gare d’Orsay.
Quando è destino.
Neanche la passione raccontata a San Fermín nella canzone si realizzerà, perché lui cade sotto un toro “come un garofano” il primo giorno della fiesta navarra.
Quando è destino che una cosa non succeda.

Vorrei contare peggio i giorni della settimana. Che fosse venerdì solo perché mi sembra, che non ci fosse per una volta la domenica. Ma è un gioco che chi lavora in un giornale non può fare: sbagliare data, ingannare il tempo che t’inghiotte truccando l’agenda. Vorrei fosse il momento che qualcuno mi chiama per combattere. Ma non ho diritto a una guerra ed è passata l’epoca d’iscriversi a un torneo (foss’anche per perdere, l’esito resta l’ultima cosa).
Ignacio invece.

Ignacio torna ai tori. Poco dopo la storia con Marcelle annuncia che riprenderà. Rientra nell’arena a quarantatre anni, età in cui gli altri si ritirano. Osserva il biografo Andrés Amorós: “Soffre di sciatica, ricordo delle diciassette cornate che gli adornano le cosce; è ingrassato e ha diradato i capelli. Negli ultimi tre anni è invecchiato come se ne fossero passati venti”. Il medico gli prescrive di fumare meno o meglio smettere, perché imputa al tabacco la maggior parte dei disturbi. Autorizza l’esercizio fisico ma raccomanda soprattutto vita regolata.
Si disse che riprese per evitare al figlio di diventare matador (poi lo farà lo stesso), o per denaro benché fosse ricco. Più probabilmente, tornò per confondere il tempo mentre il tempo l’inghiottiva. “Il torero – spiega in un’intervista – non soffre pericolo maggiore che smettere di esistere, e la sua morte non è nella plaza, ma a casa. Joselito è vivo. Più vivo di Belmonte e di me”.
Quanti pugili, calciatori, quanti ex campioni che dissero mai più, quanti cantanti che salutarono la scena “per sempre” sono tornati sulla decisione, anche più volte, con esiti sospesi fra il ridicolo e il sublime.

Lui disse questo: “Cuando uno se retira, se muere”.

Vuole smentire la “leyenda negra” che lo accompagnava, di essere un torero coraggioso ma di tecnica mediocre. Il suo temperamento energico, mentre facilitò il rapporto coi poeti, complicò le relazioni con i giornalisti. Ora vuole che dicano “persino che sono simpatico”.
E’ fatto comune: chi eccelle troppo in un talento viene considerato poco per le altre virtù. La dote eccessiva di Ignacio fu il coraggio: “Non è che fosse valiente, è che cercava il pericolo come divertimento”, sintetizzò un cronista. Ottimo banderillero con Joselito, s’inventò la rischiosissima figura di collocare le asticelle a mariposa, chiamando il toro davanti alla barrera dove un’incornata può inchiodarti come farfalla nello spillo. Non era un tremendista, ma uno sfrontato temerario che riceveva la carica seduto sull’estribo, la sporgenza messa sullo steccato per il salto dei toreri.

[continua…]

la prima parte è qui.

Per quant’è lungo un bacio /1

Molti, anche molto tempo dopo, capitando l’argomento avrebbero rifatto la domanda: dov’eri quando è morto Joselito el Gallo? Ciascuno avrebbe ricordato il luogo, e con chi stava, il 16 maggio 1920 mentre il toro Bailaor uccideva il principe dei matador nell’arena di Talavera de la Reina. Nel mausoleo che gli fu dedicato al cimitero sivigliano San Fernando, il feretro del Gallo è portato a spalla, in un trionfo più perenne che estremo, da un corteo triste scolpito nella pietra.
Molti, tanto tempo dopo, se capita tuttora si raccontano, persino se non chiedi, cosa facevano e dov’erano il 23 novembre 1980, quando il terremoto dell’Irpinia uccise migliaia di persone e scosse così forte Napoli come nessuno ricordava.
E’ dopo, con l’ovvia e lenta perdita dei testimoni di un evento, che sperimenti un altro modo per misurare il tempo. Per tante cose c’è meno gente cui chiedere dov’era. Ciascun popolo ha i suoi giorni e non sempre drammatici – ci sono per esempio le Coppe del Mondo (dove vedesti la finale?) – ma come figure di marmo tutti accompagniamo, sfilando via anche noi senza capirlo, un gran fatto, un grande morto, la tragedia o la vittoria.
“Dov’eri” è la reciproca domanda che mette ordine nel corteo, assegna un posto angusto ma preciso per ciascuno perché eravamo tutti nel medesimo racconto.

I bambini amano la ripetizione delle storie quanto gli adolescenti la detestano. Chi si trovò a sentire la testimonianza soggettiva di un soldato, di uno sfollato, rimpiange un giorno di non ricordarla, di aver smarrito giusto i particolari che gli stanno mettendo un tarlo in testa, perché l’ascoltò così giovane e impazientiva: ora me la racconta un’altra volta. Si distrasse e guardò, sopportando, macchine che passavano dalla finestra, i soprammobili dietro il narratore o il suo gatto. Quando non c’è più, proprio tu gli chiederesti di ripetere, perché non rammenti cosa disse ma ricordi un gatto inutile o una finestra muta, e ammetti che a chi racconta bisogna portare, se non affetto, attenzione. Quel che gli portasti un giorno porterà a te dopo.
Come nel corteo che regge a hombros Joselito, ogni corteo – scolpito con più forza nella mente che nel marmo – esclude i distratti. Povero chi è circondato da disattenzione, poiché non l’accompagnerà nessuno. Un morto scivola da solo se non ricordiamo più dove stavamo quando se n’andò.

Era domenica pomeriggio nella plaza di Talavera. José Bergamín disse che Joselito pareva un Lucibello adolescente, “caído por orgullo de su luminosa inteligencia viva”. Il toro Bailaor era semicieco di natura o restò accecato dalle picche, sicché la virtuosa muleta del Gallo non lo poté ingannare. Di fronte a chi attacca senza alcun criterio, o contro il caso impazzito, persino Lucifero va a perdere la sfida.
Era domenica pomeriggio quando si scatenò la scossa del 1980. Un giorno contristato per essenza, il più temuto della settimana per chi tanto lo soffre da anelare al più presto al lunedì. La copertina di Buona domenica, l’album di Antonello Venditti, si sceglieva fra diversi colori come fosse un maglione e anticipava l’aggressiva varietà degli anni Ottanta. Raccontava di una giornata “passata a piangere sui libri”, “madonna non finisce mai”, la cantava ai ragazzi mentre un parente in visita, per confermare la noia, parlava di una storia della guerra che anni dopo avresti voluto riascoltare.
Sei sono i tori che s’avvicendano nella corrida, però il pubblico in più vuole ammazzarne un altro: “La domenica è il settimo toro di ogni corrida domenicale” considerò lo scrittore Ramón Gómez de la Serna, che soccombeva a quel tedio anche a Napoli, dove visse a lungo e scrisse il romanzo da cui traggo con solidarietà la frase, El torero Caracho. Da un appartamento alla Riviera di Chiaia immaginò la plaza guardando al tendido più che al ruedo e vide, tra il pubblico, un morto recente che prima dell’entierro al cimitero ebbe la grazia di assistere all’ultima corrida. Vide pure un posto vuoto ogni tanto e spiegò che padri e figli erano venuti assieme nella stagione precedente. Ora i figli compravano ancora due biglietti pretendendo compagnia dai fantasmi, perché per commentare lo spettacolo finalmente si parlavano, o parlavano meglio, con il padre. Che restasse così.
Chi non ama la corrida, o la detesta, trasponga il fatto nei tinelli con la poltrona a lato del televisore e pensi alle partite della propria squadra, ricordando come mai quella poltrona certe volte resta vuota di domenica.

“Il mondo è un’enorme plaza de toros”.
Hai fatto tua questa frase di Ignacio Sánchez Mejías, il matador amico dei poeti ucciso da un toro nell’agosto di ottant’anni fa, che ispirò a Federico García Lorca la più bella elegia scritta in Spagna, il Llanto dall’ossessionante a las cinco de la tarde, l’ottosillabo che è il metro d’eccellenza della tua letteratura.
“Il mondo è un’enorme plaza de toros”.
Ho fatto mia questa frase perché anch’io, senza merito, attingo alle sorti della corrida per spiegare altre cose quali la morte, l’amore, la distanza irrimediabile fra vivi e morti o fra due vivi come noi.
Provai quando ti vidi un’inquietudine come la prima volta davanti alla vaquilla in un corso di toreo a Siviglia. E’ la paura che mettono gli appuntamenti di cui si sceglie l’ora e il luogo ma non il perché, ammesso ce ne siano di plausibili. Quando arrivò in redazione la copia del tuo romanzo tradotto in italiano, un mercoledì dei più cinerei di novembre, cominciai a leggere per l’inerzia con cui si scrutano gli incipit, che si fa assiduità se tuo malgrado hai conquistato pagine o alcune pagine hanno conquistato te.
Per telefono l’addetta stampa della casa editrice, con la voce di plastica che dopo un po’ acquisisce chi fa quel lavoro, ringraziò della recensione e m’invitò alla presentazione napoletana del libro. Volli conoscerti perché alcune frasi, forse l’intonazione del romanzo, mi avevano colpito più della stessa storia, fatta di solitudini incrociate nella Madrid degli indignados mentre un mondo sopraffatto dalla crisi inevitabilmente arretra, come un corteo che va all’indietro.
I libri sembrano città: ciascuno sceglie le pagine da abitare o le righe che andranno rilette come un angolo dove tornare. Nel tuo trovai il capitolo sul lustrascarpe messicano della Gran Via, il quale si rammarica che sempre meno gente ricorra ai limpiabotas e ricorda quel torero retirado cliente ogni mattina, con l’aria nobiliare di chi ha un passato presuntuoso riflessa nell’impeccabile lucidità delle calzature. E’ scappato da Madrid o sarà morto, il messicano immagina pensando al vecchio, che si rifaceva i lacci su una gamba per sfoggiare l’equilibrio tra la folla. Niente a che vedere con i toreri attuali, che sembrano e si muovono come chiunque.
Ricordo almeno un paio di giocatori stranieri, che a fine carriera scelsero di invecchiare a Napoli diventando allenatori o commentatori sportivi, i quali avevano la stessa cura per i mocassini perché un signore si vede dalle scarpe, anche se s’assottiglia il gruzzolo messo da parte quando il calcio garantiva guadagni meno grassi. Sudamericani che non persero mai l’accento, ma lo calarono nell’inflessione dialettale e anche uscendo a comprare il giornale preservavano con un atteggiamento dignitoso la dignità di chi salutava in loro una lontana gloria. Niente a che fare con i calciatori attuali, dai tatuaggi che chiunque si può imprimere per assomigliare a loro e assomigliarsi tutti.

La vita è fatta di incontri e di saluti che il tempo stabilisce più di noi per noi.
Joselito, per Ignacio Sánchez Mejías, è molto più di un mito astratto: è il maestro, l’amico, il cognato perché ne ha sposato la sorella Lola. Doveva per forza trovarsi presente alla sua ultima corrida. Toreavano insieme e gli toccò matare Bailador mentre l’altro agonizzava nell’infermeria. Sarà riproposta migliaia di volte la foto di Ignacio che accarezza il capo a Joselito e la suggestione deriva dal contrasto fra l’espressione disperata di chi è vivo e l’implacabile serenità del morto. E’ un dispetto che i defunti, benché non sempre, fanno da sempre.
Giace sulla barella come di non so che appagato.

Il dolore di Ignacio non si spegne ma prende una tinta di rabbia inconclusa. Sette anni dopo, alla vigilia della commemorazione del torero, chiude a chiave in camera Rafael Alberti all’Hotel Magdalena di Siviglia: “Non mangerai né berrai finché non avrai scritto un poema dedicato a José. La veglia in suo onore è per questa stessa notte. Al teatro Cervantes”. “Recuperai la libertà qualche ora dopo”, racconta Alberti, “leggendo a Ignacio Joselito en su gloria, quartine molto semplici che ripetei alla cerimonia, fra olé e ovazioni di un pubblico frenetico, composto di gitani e di devoti del maestro”.

Alla presentazione mi sembrasti come t’aspettavo avendo letto anche i tuoi articoli: ambasciatrice di un passato cui non fai dispetto con la giovinezza, senza la sfortuna di essere decisamente bella che condiziona il cuore delle donne. Chi si mette contra viento y marea, chi ama l’impolitico aroma dei sigari, i disegni art déco di Penagos, e commenta con poesia la stagione taurina, deve avere carnagione sombra y sol, una raffinatezza smentibile o una rozzezza sfiorata, così tu stavi al punto d’equilibrio tra il floreale e le scarpe di corda, l’amore per i classici hollywoodiani e l’insofferenza agli anglismi che contaminano lo spagnolo. Capii che con il tempo i tuoi occhi verde uva non sarano abbelliti dal trucco ma da rughe d’espressione, e se curi i capelli da sola è per la presunzione di evitare acconciature alla moda.
M’invitasti soprattutto al mio gioco preferito, di fare tuffi nel passato, per carpire segreti a un fondale dove può spingerti una donna che in quel mare senza tempo sia Sirena.
Resto napoletano anche se m’emoziono per toreri vivi e morti.

Su Napoli, quando torna a Madrid, Gómez de la Serna compone un romanzo visionario. La mujer de ámbar (La donna d’ambra) è storia di sangue e amore germinata ai tempi del dominio vicereale e vissuta secoli dopo nell’incontro fra Lorenzo, turista spagnolo che decide di restare, e Lucia, una ragazza dei vicoli dell’ombra. Lui è finito a Napoli “come seguendo un’orma di se stesso nel passato”. Più s’inoltra più avverte con sbalordimento quelle tracce spagnole: “Non ne restava ormai che un’eco oscura, sommersa eppure viva e vibrante. Sapeva porgere l’orecchio all’invisibile e ascoltava i rintocchi dell’orologio antico”.

Lo lessi la notte dopo la presentazione. Quando ti dissero che avevo scritto di misteri a Napoli, mi prestasti una prima edizione di La mujer de ámbar, del 1927. All’indomani volevi visitare la chiesa delle Anime del Purgatorio dove c’è il teschio di Lucia col velo da sposa, sempre il più venerato dentro l’ipogeo. Qualcuno dovette raccontarlo a Gómez de la Serna, poiché il protagonista del romanzo si convince dell’identità fra Lucia la fidanzata e un’anima purgante dipinta tra le fiamme: “Sì! Era l’anima rediviva che scontava probabilmente colpe altrui, l’anima che stava sulla terra come in vacanza o per un permesso speciale concesso alla sua sofferenza”. Perché “le anime del Purgatorio tornano sulla terra per espiare pene che non siano tanto sterili come il dolore per il dolore, e maggiormente se si tratta di anime che hanno diritto a una tregua dell’ammenda”.
– Sai una cosa? dissi quando uscimmo nuovamente alla luce così grigia e relativa di via Tribunali: – Ho l’impressione di avere camminato con te per questa stessa strada tanto tempo fa.
– Sì, rispondesti meno incredula di quanto m’aspettavo.
– Sì, la sola differenza è che non avevi l’iPad.
– E se dicessi che ricordo perfettamente?
Ti presi sottobraccio con violenza e andammo via. Stavo solo parafrasando un dialogo del romanzo. Non so se lo capisti o rispondesti seriamente.
Non te l’ho chiesto dopo.

La mattina delle nozze, Lucia vestita da sposa si getta dalla finestra e torna a essere quel che già era: il teschio velato fra le Anime purganti, che tu venuta dalla Spagna, come tornando dove avevi camminato, vedesti assieme a me.
Ti dovevo baciare allora, quando ti presi per un braccio. Quella sera stessa, mentre lo pensavo, stavi già a Madrid.

Il tempo per i baci, come quello della morte, a volte prende di sorpresa e non ci trova pronti.

Ignacio accompagnò fino alla fine Joselito ma mancò di dire addio al più caro amico. Mentre Fernando Villalón moriva a Madrid, Sánchez Mejías tornava da New York, dove aveva tenuto una conferenza sulla tauromachia alla Columbia University a richiesta di García Lorca.
Pronunciò in quell’occasione la famosa frase: “El mundo entero es una enorme plaza de toros, donde el que no torea embiste”. Ma parlò, inaspettatamente e con melanconia, anche di don Chisciotte individuando in Sancio Panza non la figura arguta né il necessario compagno del suo gioco. Ignacio disse che lo scudiero rispetto a don Chisciotte “è il suo assassino”. “Sì, ciò che vuole senza accorgersene è questo: ucciderlo, sopprimerlo”. E’ il primo toro che il cavaliere della Mancia deve fronteggiare, “la sua remora, la sua àncora”. Sancio Panza, aggiunse, rappresenta “l’amarezza del trionfo” di Chisciotte, “l’ascia che pota tutte le sue allegrie”.
Quante occasioni abbiamo vissuto accanto a Sancio sotto le spoglie di un familiare, dell’amico maturo, di una donna che si ritiene più pratica. Quante volte lo scudiero, con una di queste maschere, ci ha illuminati con la fiaccola del ridicolo e del visionario, rendendo noi nostro malgrado don Chisciotte (o quante volte Sancio fummo noi, “potando” le allegrie di qualcuno). Ignacio conosceva la vita: non fu solo torero ma imprenditore, sarà presidente della squadra di calcio Real Betis, della Croce Rossa andalusa, appaltatore di terreni, gestore di una finca, pilota d’aereo. In quel momento tuttavia, ritirato dalle arene, fa soprattutto l’intellettuale: scrive per il teatro, abbozza un romanzo, è figura carismatica della Generazione poetica del ‘27 e si dedica a studi di folklore con la sua amante, l’Argentinita, celebre ballerina di flamenco interprete di García Lorca.
Eppure quel 20 febbraio del ‘29, parlando agli studenti, si fascia nel traje de luces del vecchio matador: “Don Chisciotte ha il corpo pieno di ferite, di cornate che gli hanno inflitto i tori. I tori, non lo dimentichiamo, danno cornate, feriscono e uccidono. Il toro – scandisce Ignacio – è la Morte. Per molto che si sappia di toreo, ci sono momenti in cui non si può evitare il colpo, difetta la tecnica o il lidiador si sbaglia e allora arriva, cruenta, la cornata”.
Ignacio conta diciassette ferite nell’arena. La scomparsa di Fernando sarà la diciottesima, se è vero che il mondo intero è una plaza de toros e che sono insostituibili gli amici con cui si litiga meglio su questioni inessenziali, le uniche a scaldarci senza amareggiare. Straordinario teorizzatore di stravaganze, Fernando ingaggiava con Ignacio, ricorda Alberti, discussioni “terribilmente serie che finivano male”. La più grave fu quando Villalón “si ostinò a dimostrare a Sánchez Mejías che i Re Magi, nel loro viaggio verso Betlemme per adorare il Bambin Gesù, avevano fatto tappa a Cadice, cosa che Ignacio non accettò, suscitando quasi una rottura fra i due amici”. E’ che, fra loro, Fernando recitava la parte di Chisciotte per cui la sua fine lasciò più solo Sánchez/Sancio.
Conte di Miraflores de los Angeles, poeta ma soprattutto allevatore, Villalón – vuole la leggenda – aveva dilapidato il patrimonio nel tentativo di selezionare tori con gli occhi verdi.

Guardo un istante i tuoi occhi verdi e ricordo Lope de Vega. Anziano celeberrimo e smagato, ormai prete, s’innamora di Marta che è assai più giovane di lui, è sposata e gli premorirà pazza. S’innamora degli occhi verdi. Se i poeti si mettono contra viento y marea vanno sognando stranezze: conciliare opposti destini, soffiare sull’età come se fosse sabbia, raggirare la scienza. Cervantes attribuisce occhi verdi all’inesistenza di Dulcinea. Fernando Villalón voleva darli ai tori.
Sánchez Mejías penserà con tenerezza a Don Chisciotte e all’amico.

S’intitola Occhi verdi una canzone di cui feci le parole. E’ che, in un modo o nell’altro, ciò che scriviamo lo viviamo dopo o lo vivemmo prima. Se proprio non succede, forse non c’era invenzione ma menzogna nella scrittura o nella vita.
Dici che la tua vita, per i continui spostamenti di lavoro, è come quella di un maletilla. Il mondo intero è una plaza de toros, perciò ne impieghi le metafore. I maletillas furono aspiranti toreri a caccia di fortuna. Con la loro attrezzatura addosso coltivavano quella ilusión da cui, passando il tempo, alcuni cercano di non guarire perché la vita non si riduca alla constatazione, o alla contestazione, d’una regola condominiale che quasi mai s’impara tutta.

[continua…]