Luglio 2014

Mese: Luglio 2014

Diario minimo dei libri che mi arrivano per posta: la coscienza e il romanzo

“’Noam Chomsky, per esempio, ha detto: ‘È decisamente possibile … che si imparerà sempre di più dalla vita dell’uomo e sulla sua personalità dai romanzi che non dalla psicologia scientifica’. Il motivo sta nel fatto che la scienza cerca di formulare leggi esplicative generali che si applicano universalmente, leggi che erano in funzione prima di essere scoperte, e che presto o tardi qualcuno avrebbe scoperto. Le opere di letteratura descrivono sotto forma di narrazione la solita specificità dell’esperienza personale, che è sempre unica, perché ognuno di noi ha una propria, più o meno diversa, storia personale, che modifica ogni nuova esperienza; e la creazione di testi letterari riassume questa unicità (vale a dire Emma di Jane Austen, per esempio, non avrebbe potuto essere scritto da nessun altro, e non sarà mai scritto un’altra volta da nessun altro, mentre un esperimento che dimostri la seconda legge della termodinamica è, e dev’essere, ripetibile da qualsiasi scienziato capace)”.

Non so quanto abbia ragione, ma l’importante è porsi i dilemmi, no?

Penso a Stendhal.

Mi è appena arrivato per posta La coscienza e il romanzo di David Lodge, Bompiani. Come spesso accade per i grandi accademici e teorici della letteratura, Lodge non è il romanziere migliore del mondo, ma i suoi saggi riescono sempre a farti sedere in un angolo e pensare “ha senso la letteratura? Perché l’abbiamo trasformata nella nostra principale occupazione?” E questo (nelle giornate in cui possiamo permettercelo emotivamente), può avere i suoi effetti curativi e/o produttivi da commencement speech di una laurea americana dove (arricchiti da citazioni, semplicismo e infervoramento) alla fine tiriamo in aria i cappelli.

“Una ragione per cui la creazione letteraria continua ad affascinarci e sfugge ai nostri tentativi di spiegarla, è l’impossibilità, per così dire, di sorprendere noi stessi nell’atto della creazione. Non è come se a uno venisse in mente un’idea per una poesia, diciamo, e poi la esprimesse in parole. L’idea per quanto vaga e provvisoria, è già un concetto verbale, e il fatto di esprimerla con parole specifiche, più precise, la rende diversa da ciò che era. Ogni revisione non è formulare nuovamente lo stesso significato leggermente (o molto) diverso”.

Penso ad Arbasino.

Tolgo la copertina bianca con un libro aperto su sfondo bianco, che mi ricorda troppo il logo de ilmiolibro.it, e scopro che sotto c’è un’elegante e accademico accostamento tra grigio e azzurrino con effetti cromoterapeutici calmanti. Decido di lasciarlo così.

La font Bompiani – quel Bomfield creato appositamente per la casa editrice da Francesco Messina – è abbastanza morbidamente accogliente e non troppo rotondamente infantile e mi ricorda i testi gialli e arancioni di filosofia che compravo al liceo per abbandonarli a metà lettura. (Se non fosse che Lodge ha quell’ironia da alcolizzato british che sa tutto su Henry James inizierei a pensare alla Critica della ragion pura che non ho mai finito ma che tenevo sul comodino invece che continuare a sfogliare il libro).

“Il termine ‘critica’ comprende moltissimi modi di riflettere sulla letteratura, da quello più personale e informale a quello più pubblico e sistematico. Include l’attività stessa di leggere, poiché leggere un testo letterario è un processo di continua interpretazione e valutazione. La semplice decisione di procedere con la lettura di un romanzo o di una poesia fino alla fine, comporta un certo tipo di azione critica. In senso lato la critica è dunque, come osservò T.S. Eliot, ‘inevitabile come respirare’”.

Se nei primi due capitoli (La coscienza e il romanzo e La critica letteraria e la creazione letteraria) Lodge cerca di dirci “attraverso il romanzo arriviamo alla conoscenza dell’uomo e di noi stessi”, – forse, o forse sono io che amo solo Montaigne e vedo tutto coperto dalla sua aurea –  nei restanti otto ce lo dimostra analizzando e raccontando nel dettaglio le opere di determinati autori. Il mio occhio cade su Dickens, solo per il fatto che il capitolo si chiami Dickens il nostro contemporaneo e perché so già che dirà che è il più grande di tutti dopo il loro Shakespeare – secondo Lodge: Dickens “era un enterpreneur brillante oltre che un artista, spinto dai dolorosi ricordi di quando era povero e dall’eccitazione di far denaro mediante i propri sforzi”

“La celebrità non è la stessa cosa della fama. Vi furono scrittori inglese prima di Dickens che in vita divennero famosi – Samuel Richardson, il dottor Johnson, Lord Byron, per esempio. Ma essi non coltivarono o sfruttarono la loro fama, né questa assunse il controllo della loro intera vita come la celebrità spesso minaccia di fare. La celebrità porta con sé un certo collaborazionismo e una certa complicità da parte della persona coinvolta.  Può arrecare grandi gratificazioni materiali e soddisfazioni personali – ma a un costo, una specie di mercificazione di sé. Richiede condizioni che non esistevano prima dei notevoli progressi apportati dalla Rivoluzione Industriale […]. La parola stessa “celebrità” come nome concreto, applicato a una persona, entrò nel linguaggio solo a metà del diciannovesimo secolo. La prima citazione nell’Oxford English Dictionary della lingua inglese risale al 1849, l’anno in cui Dickens pubblicò il David Copperfield e divenne senza discussione lo scrittore più grande e popolare della sua epoca”.

Il settimo capitolo si chiama Henry James e il cinema. Vado su wikipedia a vedere quando è morto Henry James. 1916. Scopro che era pelato e grassoccio e me ne stupisco, forse perché nelle copertine dei suoi libri ci sono sempre e solo donne con la pelle bianca e vestiti di satin che ti immagini essere corteggiate da uomini secchi con cilindro e baffetti ramati e lunghi bastoni da passeggio. Il capitolo inizia così:

“La protagonista di Notting Hill, la fortunata commedia sentimentale del 1999, è una diva del cinema americano che si trasferisce in Inghilterra per girare un film. Che questo film nel film sia presentato come l’adattamento di un romanzo (non specificato) di Henry James, mostra con quanta furbizia Notting Hill tastasse il polso alla moda e al gusto culturale della fine del ventesimo secolo”.

(E che fine ha fatto Hugh Grant? Mi dimentico sempre che c’era anche Alec Baldwin in quel film. E che fine ha fatto Kim Basinger?)

“Il fatto che i romanzi di Henry James siano in gran voga presso i moderni cineasti è sia assurdo sia paradossale. È assurdo perché in tutta la sua carriera letteraria James desiderò ardentemente un gran successo sia popolare sia commerciale e non lo ottenne mai. I suoi romanzi non furono mai venduti in grandi quantità e il suo impegno per diventare drammaturgo finì, dopo un qualche tentativo, in un disastro, quando fu fischiato dal loggione alla prima di Guy Domville nel 1895, l’episodio più umiliante della sua carriera letteraria”.

Dopo aver passato in rassegna il capitolo su Philip Roth – dove si va in dettaglio sulle fissazioni dell’alter ego David Kepesh de Il professore di desiderio e Il seno – scorro con vertiginoso gusto l’indice analitico. Allen, Woody; Balzac, Honoré de e Nolte, Nick vengono menzionati lo stesso numero di volte: una; McEwan, Ian almeno quattro. Non cado nel facile pensiero della critica all’anglocentrismo (o albiocentrismo) e torno alle prime pagine del manuale di Lodge, innocente romanzocentrismo:

“La storia concepita come la somma totale delle vite umane individuali non è naturalmente conoscibile: i dati sono semplicemente troppi. La storiografia può sì fornirci resoconti selezionati di eventi in vite umane selezionate, ma quanto più scientifico è il suo metodo, quanto più scrupoloso nel basare tutte le sue asserzioni su testimonianze, tanto meno è in grado di rappresentare lo spessore di quegli eventi vissuti attraverso la coscienza. Questo, tuttavia, è qualcosa che può fare la letteratura narrativa, e specialmente il romanzo. Crea modelli narrativi di come sia ‘essere un essere umano’ che si muove attraverso il tempo e lo spazio. Cattura lo spessore degli avvenimenti accaduti mediante la retorica, e mostra il collegamento degli eventi attraverso i meccanismi dell’intreccio”.

Gente che avrei voluto conoscere: Anne Bonny

Alle feste di carnevale più divertenti a cui mi è capitato di partecipare, quelle cioè che organizzavano le maestre della materna nella palestra della scuola, io ci andavo sempre vestito da corsaro nero.

Chiaramente non è che potessi deciderlo io: per mia madre era ovvio che non volessi desiderare nient’altro che un vestito di velluto nero con i risvolti di pizzo, un paio di baffetti spagnoli disegnati con la matita per gli occhi e una benda sull’occhio sinistro che mi finiva in continuazione sul collo. Dev’essere stato un bel gioco, per lei, mascherare il suo primogenito seienne col caschetto con abiti ricercati, che facessero la differenza in mezzo a tutte quelle tartarughe ninja di gommapiuma, a quegli uomini ragno di nylon, a quelle squaw riempite di piume colorate e tamburelli di plastica e frange scamosciate. Di sicuro facevo la mia figura, in quella palestra colorata riempita di gomma e di tavolinetti rotondi a misura di bambini i cui muri sembrano vibrare, tipo la dimensione oggettiva delle cose con la frequenza Ohm, solo a canzonette che inneggiavano a una ferita di Garibaldi o alla macchina di un ipotetico e per quanto ne sapevo io sconosciuto capo.

Alla festa che ricordo più chiaramente, quella del terzo anno, si palesò una tizia vestita da pirata. Si chiamava Valeria e qualche settimana prima, quando durante una specie di gioco crudele ci costrinsero a sceglierci una fidanzata, io non avevo avuto il coraggio di dirle niente perché mi ero vergognato molto (era piuttosto carina, Valeria) e alla fine il mio sodalizio si era espresso in qualche sguardo silenzioso e nient’altro con una bambina bruttina di cui ho dimenticato il nome.

Valeria si era messa con uno vestito da Zorro, con i baffetti spaventosamente simili ai miei (si chiama Roberto, ora lui restaura barche di legno in Liguria e siamo ancora molto amici). In ogni caso, era chiaro che nel mio immaginario, che cominciava ad essere condito dalle evidenze delle differenze di genere, le donne pirata fossero una specie di abominio (e ancora non conoscevo la differenza tra la legittimazione che viene da una lettera di corsa e quella che ti dai da solo)

Guarda che i pirati sono solo maschi.

Non è vero.

Sì che è vero.

Non è vero!

 

Valeria era risoluta e dal piglio battagliero, brandiva la sua sciabola di plastica con le stelle filanti che le erano finite sulle spalle sfidando il cerchio di ragazzini paranoici che avevo fomentato mio malgrado. Chiaro che non esistono, aveva perfino detto il tizio vestito da Zorro, hai sbagliato tutto. Forse il rifiuto di quello che doveva essere l’amore della sua settimana (anche lei probabilmente iniziava allora a fare i conti con le imposizioni sociali sull’espressione della femminilità) fu troppo: la piratessa in questione mollò la sciabola, si sfilò la bandana rossa e corse in lacrime tra le braccia di una delle maestre, quella più grassa, sbavandole il grembiule di cerone nero che simulava le occhiaie.

 

Ora, vent’anni dopo, Valeria, voglio chiederti scusa pubblicamente: come mi succederà di ammettere più di una volta negli anni a venire davanti alle altre ragazze che avrò avuto, avevi ragione tu.

Le donne pirata erano esistite e anzi, non avevano niente da invidiare ai loro colleghi maschi.

Il ribaltamento letterario che è stato operato sui pirati è affascinante e insieme curioso. Ancora oggi non riesco a pensare a niente di più affascinante che questi condottieri disperati, con un codice morale che andava eseguito alla perfezione ma allo stesso tempo discutibilissimo, che non si facevano scrupoli nello stuprare, nell’uccidere a sangue freddo, nel macchiarsi di azioni orrende. Insomma erano fuorilegge senza poesia, senza accenni di romanticismo, senza ideali che non fossero l’amore per il denaro, che facevano una vita orribile e scomodossima, ma che sono diventati malgrado la verità simboli eroici di avventure da vivere, di libertà, di tutta una suggestione caraibica che odora di rum, e di isole del tesoro, e di postriboli pieni di lanterne nei porti segreti nelle insenature di Haiti. E ancora dovevano arrivare Hook, One Piece, Jonny Depp e Dj Francesco. Tutto quello che per anni ho saputo dei pirati era rimasto a Salgari, alla tragica Didone e a Peter Pan e al ticchettio sfibrante di un orologio che era stato ingoiato da un alligatore. Poi, siccome nella mia vita le cose sono cambiate spesso a causa dei libri che mi capitava di leggere, è stato grazie a Storia generale dei pirati, del capitano Charles Johnson, per qualcuno nient’altro che lo psedunonimo di Daniel Defoe (che molti ricorderanno per tutta la pippa liceale sull’homo oeconomicus del suo Robinson Crusoe o per la più famosa canzone piratesca: Fifteen men on the dead man’s chest — Yo-ho-ho, and a bottle of rum!) che ho conosciuto per la prima volta la favolosa storia di Anne Bonny, insieme a quelle di tutti gli altri, Barbanera col suo vezzo di bere liquori e polvere da sparo, Henry Morgan e la sua base alla Tortuga, William Kidd e il suo cadavere ricoperto di catrame che per due anni ha oscillato su una sponda del Tamigi, a monito futuro.

Siamo intorno al 1700. Anne, di sangue e tempra irlandese, rossa di capelli e piena di lentiggini, si trasferisce ancora in fasce negli Stati Uniti insieme al padre dopo lo scandalo che aveva riguardato la sua illegittima venuta al mondo. Dotata di un carattere più che agitato e per niente disposta ad accettare avance troppo spinte, appena diciottenne finirà quasi per uccidere un ragazzo che aveva tentato di violentarla. In seguito, per far dispetto al padre distruggerà la piantagione di famiglia, scapperà di casa più volte e si fidanzerà con ogni losco individuo che riuscirà a trovare, finendo per essere la compagna del famigerato Calico Jack, l’inventore della bandiera nera della pirateria, il Jolly Roger.

A bordo della nave di Calico fu la responsabile degli esplosivi, insieme al suo migliore amico e confidente, uno stravagante pirata omosessuale che gestiva anche un negozio di abiti e di acconciature. Ma l’incontro più importante della sua vita Anne lo farà durante il corso di un abbordaggio, quando incrocierà le sciabole con Mark Read, pirata donna che non poteva farl altro che travestirsi da uomo, pseudonimo di Mary Read (la storia di Mary è bella e crudele quanto quella di Anne, ma ho preferito la seconda per il colore rosso dei capelli). Il sodalizio fu immediato. Iniziarono a condividere la stessa stanza e quando Calico, geloso di quel tizio effeminato che giaceva con la sua donna, si introdurrà nella camera per trucidarlo scoprirà le vere fattezze di Mary. Calico non dovrà essere convinto del coraggio della donna, per accettare di farla rimanere a bordo anche se questo era contro la legge che vigeva sulle navi dei pirati (al punto 9: chi porta una donna a bordo viene punito con la morte): Mary era già abituata a farsi passare per uomo e a combattere al loro fianco e quando, innamoratasi di un marinaio di una nave abbordata dovrà difenderlo da un regolamento di conti, si farà avanti per prima uccidendo l’accusatore mostrandogli il seno negli ultimi istanti, con orgoglio e scherno.

C’è da dire che anche Mary non era proprio una dolce fanciulla dalle maniere gentili: in molti casi, indossati gli abiti maschili durante gli assalti, arriverà a sparare ai membri della sua ciurma, secondo lei troppo codardi.

Ma le belle storie d’amore a tre finiscono in molti casi come quelle a due: troppo presto. Durante l’ultima battaglia contro una nave inviata apposta per loro l’intera ciurma di Calico fu catturata e condannata all’impiccagione. Le due donne si sottrassero agli eventi perché dichiararono di essere incinte e la legge inglese prevedeva che non si procedesse all’esecuzione. Mary morì nel 1712, probabilmente di malattia, mentre era ancora rinchiusa nelle celle di una prigione in Giamaica. Di Anne invece si perdono le tracce, la leggenda (e l’Oxford dictionary) vuole che fu riscattata dal padre dopo aver corrisposto un ingente somma di denaro e che avesse finito i suoi giorni in una tranquilla cittadina della South Carolina, all’età di ottantadue anni in compagnia dei suoi successivi quindici figli.

Nella leggenda rimane pure la frase che l’ex sposa di Calico Jack avrebbe rivolto al suo compagno, qualche momento prima che venisse impiccato: se avesse combattuto come un uomo, adesso non starebbe lì a farsi impiccare come un cane.

Un tipetto tranquillo, insomma.

Ora, io l’ultima volta che ho visto Valeria è stato un sabato pomeriggio di dieci anni fa passeggiando per il corso pieno di palme di San Benedetto, me l’hanno indicata dicendomi guarda quella è quella figa dell’asilo, proprio così, e non aveva niente della feroce piratessa di quando eravamo bambini. Ora magari posso dire che ero contento per lei, ma mi domando se a sei anni avessi avuto la forza di un capitano dei pirati per dirle qualcosa come ti va di dividere la mia merendina alle carote, oggi magari salperemmo i mari dell’adriatico insieme come quei saraceni che imperversavano sulle nostre coste quattro secoli or sono. Ma no, io, come Calico Jack, ero stato poco più che un pavido farabutto da quattro soldi e come un cane sarei dovuto rimanere da solo ad assistere a una vita più brillante, rinunciando al concetto della vita in mare, per il quale molti della mia famiglia hanno perso la vita e il cui ricordo io e mio padre portiamo come una specie di vanto, in una medaglia per lunga navigazione appesa in salotto o quando andiamo a guardare le barche che la sera ritornano al porto. Così mi viene da pensare che solo quelli che hanno avuto la fortuna di nascere sul mare riescono a capire quella specie di richiamo sordo, e il senso di affannarsi a scorgere i temporali che vedi fiorire al di là degli scogli, immaginando i pescherecci che combattono le onde, e storie di naufragi più grandi di noi di cui rimangono foto sbiadite e cronache scritte in piccolo sui giornali, e mi torna in mente una canzone marinaresca di casa mia, che poco c’entra con i pirati, perché parla di una madre e della speranza di un ritorno a casa che per Anne e Mary non poteva esistere: La lune t’accumpagne / stu core sta nghe tte / vanne senza nu lagne / te vuie troppe bbe. /E quasce ’ntutte ll’ore / i stinghe a recetà / pe quelle che qua’n còre, / sempre mme ce starrà. (Che la luna ti accompagni / questo cuore sta con te / vattene senza piangere / ti voglio troppo bene. / E quasi a tutte le ore / io sto pregando / per quello che nel cuore / sempre rimarrà).

Un’altra versione della storia dice che Anne avrebbe ripreso il mare, sotto un altro nome e che abbia continuato a imperversare sui mari dei caraibi fino alla fine dei suoi giorni. È un finale tranquillizzante, che ti rimette la coscienza a posto con la vita, con quello che nella vita sei stato destinato a fare. E vorrei farmelo spiegare da lei, magari mentre acconcia i manichini sui ponti della nave, imbrattandosi di sangue di tartaruga per ricorrere allo stratagemma del vascello fantasma, che cosa vuol dire saper abbandonare le cose, volgersi al nuovo giorno come si volge lo sguardo a una nave nemica, e rincorrerla fino alla fine dell’oceano, sapendo che sul ponte di una nave fantasma c’è Anne, con un coltello in mezzo ai denti e il seno al vento, che ti rincorre inevitabile come in quel verso di Tarkovskij, “come un pazzo col rasoio in mano”.

New York si è fermata a Eboli

In occasione della visita del sindaco di New York in Basilicata pubblichiamo un intervento di Antony Shugaar apparso sulla rivista Asymptote che riscopre i luoghi raccontati da Carlo Levi. Traduzione dall’inglese di Giulio Silvano.

Quando il sindaco Bill de Blasio tornerà a Grassano, il luogo di nascita di sua nonna Anna Briganti, non ripercorrerà solamente le orme dei suoi antenati, ma anche dello scrittore italiano la cui prima opera fu l’inizio della fortuna di uno degli editori più conosciuti di New York. La coincidenza è ben più che geografica: il sindaco riformatore ritornerà sì nella città natale della sua famiglia, ma anche nel luogo che ha portato alla nascita di un capolavoro letterario di cronaca sociale e filosofia riformista.

Il libro di Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, pubblicato nel 1945, fu uno dei primi acquisti di Roger Straus, fu “ il precursore di molte cose a venire”, secondo Hothouse (una storia della casa editrice Farrar, Straus & Giroux), “un successo della critica e un best seller nel 1947”.

Il libro fu scritto da Levi, un ebreo torinese, dopo un periodo di esilio, per attività antifasciste, a Grassano e nel paesino accanto, Aliano (che nel libro diventa Gagliano).

Anche se la nonna di de Blasio aveva lasciato Grassano decine di anni prima che Levi vivesse lì a metà degli anni ’30, la città non era cambiata di molto. Ironicamente, era il posto con solamente stretti collegamenti con un’unica città al mondo, e quella città non era neanche in Italia. “Non Roma o Napoli, ma New York sarebbe la vera capitale dei contadini della Lucania, se mai questi uomini senza Stato potessero averne una”.  La vita laggiù, secondo Levi, “per quello che riguarda i ferri deI mestieri, è tutta americana, come lo è per le misure: si parla, tra i contadini, di pollici e libbre piuttosto che di centimetri o di chilogrammi. Le donne, che filano la lana su vecchi fusi, tagliano il filo con splendidi forbicioni di Pittsburg: i rasoi del barbiere sono i più perfezionati ch’io abbia mai visto in Italia, e l’acciaio azzurro delle scuri che i contadini portano sempre con se, è acciaio Americano”. E quando la sorella di Carlo Levi, anche lei un medico, va giù da Torino a visitare la cittadina, viene notata una chiara divisione tra the americans, i contadini emigrati e poi ritornati in Italia, e i più benestanti e meglio educati “signori” del paesino. I gentiluomini si stupiscono che una donna possa essere un dottore; i contadini che avevano vissuto in America al contrario non ci trovano nulla di strano, il loro unico interesse è fare in modo che lei possa esaminare i nonni e i figli malati.

De Blasio seguirà anche le orme di colui che fu sindaco di New York molto tempo prima, Vincent Impellitteri, che visitò nel settembre del 1951 Isnello, in Sicilia, la città dov’era nato. Curiosamente anche Carlo Levi era stato lì per quell’evento. “C’era qualche cosa di misterioso in questo Impellitteri che si aspettava, che nessuno conosceva, perché era stato portato via, bambino piccolo di un anno, cinquanta anni fa, e che ora tornava, circonfuso di gloria come un santo del paradiso, dall’America: e che, per quanto ignoto a tutti, era tuttavia uno di loro”.

Levi si divertì molto con la visita di Impellitteri, e in un certo modo ne creò una parodia, giocando sugli aspetti cristologici di una visita in un paesino del sindaco di New York. Scrisse che Isnello è molto conosciuto per La Casazza, un rispettabile spettacolo popolare sulla passione, con contadini vestiti da Gesù, San Giuseppe, Erode e Ponio Pilato. “Anche oggi erano tutti attori, ma c’era un protagonista vero: dopo la fuga in Egitto avvenuta cinquanta anni fa, era l’ingresso di Cristo a Gerusalemme”.

Ma il signor Impellitteri sicuramente non ci arrivò su un asino maapparse salutando da una lucida Pontiac grigia “nel frastuono degli applausi e della banda municipale. E una volta che lui ne uscì i ragazzi del paese le si affollarono intorno, chiamandosi l’un l’altro a gran voce, spingendosi, urtandosi, facendosi largo a gomitate per toccarla”. Levi cita i ragazzini, ” Toccamo ‘a macchina – gridavano, esortandosi reciprocamente, coi visi seri di chi fa una cosa importante: – Toccamo ‘a macchina, così ce ne andiamo in America -.” Levi sottolinea che l’auto, appena arrivata, “già era diventata una reliquia.”

Levi sfruttò le proprie conoscenze mediche per aiutare i contadini lucani, e descrive le condizioni in cui operò. Nelle case a una stanza gli animali dormivano sotto al letto mentre i neonati penzolavano dal soffitto in culle appese con delle corde. “[L]o spazio è così diviso in tre strati: per terra le bestie, sul letto gli uomini, e nell’aria i lattanti. Io mi curvavo sul letto, quando dovevo ascoltare un malato […] col capo toccavo le culle appese, e tra le gambe mi passavano improvvisi i maiali o le galline spaventate”.

Ma quello che colpì di più Levi, in tutte le case che aveva visitato – ed entrò in quasi tutte quelle del paese – erano “gli sguardi fissi su di me, dal muro sopra il letto, dei due inseparabili numi  tutelari […] la faccia negra ed aggrondata e gli occhi larghi e disumani della Madonna di Viggiano, dall’altra, a riscontro, gli occhietti vispi dietro gli occhiali lucidi e la gran chiostra dei denti aperti nella risata cordiale del Presidente Roosevelt, in una stampa colorata. Non ho mai visto, in nessuna casa, altre immagini: né il Re, né il Duce, né tanto meno Garibaldi, o qualche altro grand’uomo nostrano.” A volte un terzo oggetto formava una trinità: una banconota da un dollaro, “come uno Spirito Santo, o un ambasciatore del cielo nel regno dei morti”.

Ovviamente, sono passati quasi ottant’anni da quando Levi visse nel paesello natio della nonna del sindaco de Blasio, e quasi sessantacinque da quando il sindaco Impellitteri visitò Isnello. Ma queste vivide testimonianze descrivono un luogo probabilmente molto simile al Grassano che Anna Briganti lasciò nel 1902. E questa parte d’Italia  – che come il titolo del libro suggerisce fu addirittura troppo perché addirittura Gesù ci si avventurasse – rimane povera e sottosviluppata. È un luogo che per molto tempo ha guardato alla città di New York – molto di più negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale, quando “l’America si allontanava sempre più, nelle nebbie dell’Atlantico, come un’isola nel cielo.”  Quello è sempre stato il loro faro di speranza, e non, come Carlo Levi sottolinea, la loro capitale teorica, Roma. “Ma da Roma non arriva nulla”, scrive. “Non era mai arrivato nulla, se non l’U.E. [Uffico Esattoriale] e i discorsi della radio.”

Playlist di libri. Traccia 8

Un compositore classico-elettro-minimalista islandese, il cui ultimo album è fondato sul consiglio letterario della traccia 5 di questa playlist, consiglia Sebal.

 

Jóhann Jóhannsson (compositore)
Gli anelli di Saturno, di W. G. Sebald

Un mio amico mi ha consigliato questo libro qualche anno fa. Ho impiegato molto tempo per leggerlo. Volevo farlo durare, come un sogno che non volevo finisse, e da allora vi sono tornato regolarmente. È una sorta di diario di viaggio, un cammino e un libro sulla memoria e la sua labilità, che tesse assieme l’ordinario con il favoloso e monumentale. Parla molto di imperi, rovine e decadenza, di grandi progetti falliti e di villaggi vacanze abbandonati, e fari malmessi. Parte per la tangente come fanno i sogni. Mi ha ricordato uno dei miei film preferiti, Sans Soleil di Chris Marker.
Il pezzo migliore? Un brano molto bello è quello in cui l’autore ricostruisce un programma radiofonico della BBC ascoltato nel dormiveglia su Roger Casement, il crociato antischiavista che rivelò gli abusi coloniali del Belgio in Congo, e fu successivamente processato e giustiziato per tradimento a causa del suo ruolo nella Rivolta di Pasqua irlandese.
Ho letto il libro a Copenhagen, dove vivo, ma l’ho sempre portato con me in viaggio. Sebald è un ottimo compagno di viaggio. C’è chiaramente un tono e un tipo di malinconia nel libro che esiste anche nella mia musica, così come l’attrazione per tutto ciò che è rovine e decadenza. Il modo in cui i suoi temi si irradiano in varie direzione ma hanno ancora un centro sonoro è simile a quello che ho provato a fare nel mio album Fordlandia.

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Jóhann Jóhannsson è nato a Reykjavik nel 1969. È musicista, compositore e produttore discografico. Ha fondato il collettivo d’arte Kitchen Motors, che è anche un’etichetta discografica: da qui sono nati gli Apparat Organ Quartet. Jóhannsson ha lasciato la band nel 2012, ma continua a comporre musica come solista.

 

 

Tiziana Scalabrin

Diario minimo dei libri belli che mi arrivano per posta: Cortázar

“Dovete sapere che queste lezioni le improvviso molto poco prima che voi arriviate qui: non sono un tipo metodico, non sono un critico né un teorico, quindi via via che mi si presentano i problemi di lavoro cerco le soluzioni”.

Mi è appena arrivato “Lezioni di Letteratura” di Julio Cortázar (Einaudi, 2014), tenute a Berkley nel 1980. L’argentino autore del celebratissimo Rayuela, nato in Belgio e sepolto a Montparnasse, aveva già rifiutato una posizione da visiting professor alla Columbia come presa di posizione verso l’imperialismo Statunitense. Il Simòn Bòlivar del romanzo (secondo Fuentes) accetta di parlare nel luogo più puro dell’America di Carter – la California dove ebbe inizio la rivolta studentesca – per amicizia al professore di spagnolo che lo aveva invitato, José “Pepe” Durant.

Un punto lo guadagnano già la copertina – non ho voglia di descrivere la sua pulizia, guardatelo lo scrittore in cattedra in dolcevita bianco – e la perseveranza einaudiana di volerci insegnare qualcosa facendoci godere. L’indice, oltre istruzioni, prologhi e appendici, è diviso in otto lezioni. Sto per precipitarmi alla quarta (Il racconto realista) – quanto si può imparare dai non realisti sul realismo – poi vedo il titolo dell’ottava: Erotismo e letteratura. Se leggessi prima le altre penserei comunque a quella, meglio vedere subito di cosa si tratta.

“Vorrei chiarire una questione di natura lessicale: quando parlo di erotismo in letteratura non mi riferisco assolutamente a quello che si può definire pornografia. Tra erotismo e pornografia c’è una differenza abissale: la pornografia in letteratura è sempre negativa e disprezzabile, nel senso che si tratta di libri, o scene di libri, scritti deliberatamente per provocare nel lettore una certa eccitazione o una certa reazione; l’erotismo in letteratura, invece, significa che la vita erotica dell’uomo è importante e fondamentale come la sua vita mentale, intellettuale e sentimentale”.

L’odore dei Saggi Einaudi rimane ancora dopo venti minuti che si è tolto il cellophane aderente.

“Vi chiedo di tenerne conto quando leggete noi latinoamericani e di non scandalizzarvi dinanzi a certe scene dei romanzi; cercate, piuttosto, di vedere se queste scene sono articolate in modo legittimo rispetto al resto del libro. Se non si articolano è pornografia, ma se sono una parte vitale del libro, se sono un elemento che ha la stessa qualità ed è altrettanto necessario degli altri, è erotismo perfettamente legittimo ed è il cammino sul quale credo stiamo avanzando”.

Penso a Philip Roth.

 

Tra le lezioni ci sono gli estratti dei racconti che legge in classe agli studenti «Si ferma e annuncia che leggerà una delle sue pagine, a lungo, magari un racconto intero, perché non c’è modo migliore né più preciso per dire ciò che vuole dire. Ecco l’insostituibilità del narrare come modo di pensare. Il racconto letto viene così dislocato rispetto alla sua autonomia di racconto e viene ricollocato come frammento in un nuovo contesto che articola un’intera visione del mondo. In tale gesto, Julio Cortázar, legge, interpreta, se stesso» – si legge nella prefazione di Ernesto Franco (dal titolo meravigliosamente sudamericano di Istruzioni per leggere un libro non scritto).

Mi immagino le scene in bianco e nero, ma il 1980 dovrebbe già essere un mondo a colori. Vado su google images a cercare delle sue foto a colori e per la prima volta noto quanto siano acquatici i suoi occhi. Le sue sopracciglia un po’ mi spaventano e preferisco il ritratto appena tenero con aria à la George Carlin della copertina, che torno a guardare tenendo un dito tra le pagine.

 

Studente: Scusa se ti interrompo, ma credo che sia interessante [parlare di Heberto Padilla]. Hai scritto una poesia bellissima in risposta  a Cuba, in cui parlavi di policritica, eccetera.

Cortázar: Sì, ragazzo, ma non ho qui la poesia…

Studente: Non la sai a memoria?

Cortázar: Ma figuriamoci! Io a memoria non so neanche il mio numero di telefono.

 

 

Prendendo una pausa sfoglio come d’abitudine l’Indice dei nomi ; se Armstrong, Louis non mi stupisce – Cortàzar amava il jazz – accende la lampadina un Allen, Woody (Allan Stewart Konisberg). In effetti anche il mio regista newyorkese prediletto preferisce la musica al cinema, e suonare il suo clarinetto Selmer Albert invece che dirigere film. Mi sposto a pagina 108 tenendo la mano incastrata inutilmente sulla prima pagina dell’Indice dei nomi. Mi sbaglio solo a metà, si parla di Musicalità e umorismo in letteratura.

«Jerry Lewis secondo me è un comico, e Woody Allen un umorista. La differenza sta nel fatto che un Jerry Lewis cerca semplicemente di creare situazioni che fanno ridere un attimo ma che non hanno alcuna proiezione interiore; sono come barzellette, sistemi a circuito chiuso, molto brevi, che possono essere bellissimi ed è una fortuna che esistano, ma che in letteratura non mi pare abbiano ripercussioni importanti. Invece tutti gli effetti comici che Woody Allen ottiene nei suoi momenti migliori sono pieni di un senso che va molto al di là della barzelletta o della situazione stessa: contengono una critica, una satira o un riferimento che può essere persino molto drammatico, come si inizia a vedere nei suoi ultimi film».

Corro alla fine, perché se con la narrativa non posso permettermelo, con la saggistica mi sento meno in colpa a leggermi l’ultimo paragrafo  (continuo a sentirmici, chissà che non ci sia la grande verità e io mi sono perso il percorso, ma almeno non ci sono omicidi da svelare).

“Bene, ora sì voglio dirvi ciò che vi volevo dire: che non ho la sensazione di andarmene, ho l’impressione che giovedì prossimo ci rivedremo di nuovo. In un certo senso penso che sarà davvero così perché che con molti di voi ci scriveremo, so che molti di voi mi manderanno via via le cose che hanno scritto o che avranno voglia di scrivere. Quelli che stanno già scrivendo – e conosco già qualche bell’esempio – spero che resteranno in contatto con me nel loro lavoro futuro.

Per quanto mi riguarda vi manderò le uniche lettere che posso scrivere per mancanza di tempo: i miei libri. Pertanto ogni nuovo libro che uscirà consideratelo, per favore, come una lettera che indirizzo a ciascuno di voi. Voglio dirvi che vi ringrazio profondamente per la fedeltà e l’attenzione con cui avete seguito questo che non era un corso, era qualcosa di più: un dialogo, un contatto. Credo che siamo tutti molto amici ormai. Io vi voglio bene e vi ringrazio. E ora sì, ora via.”

 

«La sola, vera parola è: ritorna.» La corrispondenza di Arthur Rimbaud

Ventuno anni, 900 pagine sono quelle raccolte da Aragno in Non sono venuto qui per essere felice, la corrispondenza completa di Arthur Rimbaud a cura di Vito Sorbello; un epistolario che è una biografia senza voce narrante. A comporlo non sono solo le lettere di Arthur, pure le brevi lettere della vedova Rimbaud, le più appassionate delle sorelle, i loro diari; le lettere scritte su velina rosa da Verlaine, quelle inviate dai commissariati di Polizia o dal preside del liceo di Charleville, alle prese con registri perduti; il biglietto da visita del poeta col suo indirizzo milanese: Piazza del Duomo 39, terzo piano; il bozzetto dell’amico Delahaye che lo ritrae con indosso una pelliccia intento a brindare con un orso polare che fuma la pipa; il passaporto di Rimbaud a trentadue anni: 1 metro e 80 cm, naso medio, bocca media, barba rasata; una lettera inviata dal poeta a Menelik. Tutto quello che possiamo voler sapere di Rimbaud quando non leggiamo Rimbaud.

 

Nemmeno il primo documento che apre il 1870 è una lettera: è un bigliettino, lasciato da Arthur nella cassetta delle lettere del suo professore Georges Izambard. Ha sedici anni e chiede tre libri, numerandoli per importanza: Curiosità storicheCuriosità bibliografiche e la prima serie delle Curiosità della storia francese. A scrivere al professore una lettera sarà invece Mme Rimbaud; sulla carta: «Sarebbe davvero pericoloso permettergli simili letture». Non si riferisce a nessuno dei tre libri di curiosità, ma a I miserabili di Victor Hugo. L’avvertimento è inutile, per Izambard:  «imbarazzante». Quell’estate il professore parte, lasciando ad Arthur le chiavi della sua biblioteca. Lui gira per la stanza, scorre le dita sui titoli dei libri, li fa suoi, li porta, li riporta, così avanti e indietro per il mese intero, tenendo il professore sempre al corrente delle sue letture. Per dire che un componimento è bello, lo paragona al lamento di Antigone in Sofocle. Quando finisce Don Chisciotte, passa tre ore a rivedere le illustrazioni di Doré. Che altro fare a Charleville, la  «più superlativamente idiota tra tutte le cittadine di provincia»? Scrive a Georges esasperato: «Ho letto tutti i suoi libri, tutti», e in otto parole siamo immediatamente nella “Brise marine” di Mallarmé di quattro anni prima. Imbuca la lettera e quattro giorni dopo è a Parigi. Quando il treno si ferma, viene arrestato e riportato dalla madre.

 

Iniziano così le fughe, rincorse, ritorni e arrivi di Rimbaud, che nel 1871 riuscirà a tornare a Parigi, e tornarci in occasione del cenacolo dei tanto amati parnassiani. Lì Arthur, Veggente, sarà presentato la prima volta, ricordato come «deliziosa giovinetta» sottobraccio a Paul Verlaine da Gaston Valentin, come «un piccolo bon-homme di 17 anni, la cui figura ne annuncia appena 14» da Léon Valade. Due anni dopo, Paul e “Rimbe”, così soprannominato dal poeta di dieci anni più grande, scappano insieme. Sono a Londra, vivono dando ripetizioni di francese e imparando l’inglese a forza di leggere Poe, preso in prestito alla British Library, dove, per ottenere la tessera, Arthur mentirà due volte sull’età, spacciandosi due volte ventunenne. Verlaine si lamenta degli insulsi verbi ausiliari inglesi, lo scocciano il: «to do, to have», tradurrà come vorrà le sue opere; quando si sentono meglio vanno a correre e a lungo, dicono agli amici di conoscere la City e a Hyde Park a fondo.  Altrove, leggendo la definizione di «vita obbrobriosa» condotta dai due, Gadda dirà: «Ma se si divertivano moltissimo!». E poi litigano, litigano, litigano. Verlaine parte. Rimbaud gli scrive che torni, che gli basta rifare il viaggio: «Ma tu, quando ti facevo segno di scendere dal battello, perché non sei tornato? […] La sola, vera parola è: ritorna, voglio stare con te, ti amo, se l’ascolti dimostrerai del coraggio e un animo sincero.» Verlaine non tornerà, partirà Rimbaud. Lo raggiunge a Bruxelles, dove vive con la madre, ma il desiderio di tornare a Parigi è forte. Il 10 luglio, Paul gli spara sul polso sinistro. Le ultime lettere sulla relazione tra i due coinvolgono quattro persone: Verlaine, Rimbaud, la moglie di Verlaine e Victor Hugo. Quando Mathilde, la moglie di Verlaine, l’aveva raggiunto in Belgio, prima dello sparo, Paul l’aveva cacciata, gridandole che la vita coniugale gli era odiosa, che lui e Rimbaud avevano «amori tigreschi», mostrandole insieme il petto ferito. Ora, Verlaine chiede a Victor Hugo, unico in grado di avere un’autorità tale, di farlo perdonare dalla moglie; lettera che Hugo si limiterà a inoltrare all’interessata.

 

Ma gli anni più belli dell’epistolario non sono quelli dei Poètes Maudits, quanto quelli della famiglia Rimbaud. Sono il 1874 e il 1891, i due anni in cui più fitta è la corrispondenza delle sorelle. Nel luglio 1874, Vitalie Rimbaud, allora sedicenne, è a Londra col fratello e la madre, e scrive con curiosità, gioia e agitazione alla più piccola Isabelle i dettagli del suo soggiorno inglese, dove, non conoscendo una parola, deve essere accompagnata da Arthur dappertutto, nei luoghi conosciuti: «Mia cara sorellina, Arthur ci ha accompagnate a vedere il Parlamento. Quale capolavoro! Il Parlamento ha due grandi torri dorate, e molte altre piccole, le ringhiere sono similmente dorate. Quale architettura!»; e in quelli sconosciuti: «Arthur, da un po’ di tempo, ci parlava di un sotterraneo situato sotto il Tamigi, e l’altro giorno ci ha portate. È molto strano a vedersi, se fossi stata qui, ti saresti divertita. Immagina, trovarsi a quaranta metri sotto l’acqua. C’era, sì, freddo, ma poca luce. Era illuminato soltanto da lampioni a gas posti a distanza regolare uno dall’altro. Anziché attraversare il Tamigi in battello, lo abbiamo attraversato in un cunicolo sotterraneo, e poiché ci trovavamo nella zona sud di Londra, siamo tornati con il battello a vapore fino a Charing-Cross.»

 

Il 1891 è un anno meno felice, l’ultimo. Due anni prima, la rivista “Le Décadent” dice che, vivo o morto che sia: «La gloria emanata dai foglietti di Arthur Rimbaud straripa sul mondo»; i corrispondenti si indignano che il poeta non abbia ancora una statua a Parigi. A Arthur, ignaro di tutto ciò, nel frattempo si «imbianca un capello al minuto». Dopo aver fatto il capocantiere a Cipro, lavorato in un ufficio di un commerciante di caffè ad Aden, essersi improvvisato fotografo ad Harar, aver vissuto momenti di noia interminabile negli intervalli tra il dolore di non avere una famiglia sua, «almeno un figlio, che per il resto della vita io possa crescere a modo mio», e la paura che, tornare in Francia, senza un impiego, avrebbe significato seppellirsi, Rimbaud, è a maggio in un ospedale a Marsiglia. Le vene della gamba destra si sono dilatate, il ginocchio dolorante per i reumatismi; dopo pochi giorni gli verrà amputata. Isabelle, la più piccola dei fratelli Rimbaud, gli fa conforto da lontano: «Su, caro Arthur, coraggio! Dalla finestra vedo passare un uomo che ha, lui pure, una gamba amputata da molto tempo. Lo vedo, almeno due, tre volte la settimana, sempre agile e allegro. Risale sulla sua carrozza con la stessa facilità con cui scende; ho sentito dire che con la sua gamba di legno è il ballerino più infaticabile del paese. Bisogna essere coraggiosi.» Inventa per lui distrazioni. Gli chiede se, quando tornerà nella casa di Roche, desidererà avere la sua camera al piano terra o al primo piano; Arthur, che prima di perdere la gamba scriveva alla madre di non poter mai vivere una vita sedentaria, persevera: le risponde che sarebbe andato ad abitare nella camera più in alto. Impara poco a poco a usare le stampelle, ma ancora non se la sente di tornare. La sensazione, una volta in piedi è quella di tremare «nel vedere gli oggetti e le persone muoversi intorno a te, nel timore che possano buttarti a terra, e romperti l’altra gamba.» Arthur è afflitto, ma nel suo bollettino cerca motivi d’ironia. Chiude così il racconto dell’ennesima giornata a letto, l’ormai sempre più telegrafico RBD: «Il seguito al prossimo numero».

 

Arthur non tornerà mai a casa. Lo raggiungerà, a Marsiglia, Isabelle, che nella camera del fratello, accanto al suo letto, inizierà un fitto epistolario con la madre, della quale, purtroppo, non conserviamo le risposte. I suoi racconti sono delicati, sottili, leggendoli sembra di guardare gli stessi lineamenti di Arthur nella più famosa foto di Carjat. Sarà lei a stargli accanto gli ultimi giorni. Solo Isabelle può toccarlo, solo Isabelle può tagliargli i capelli, ed è a lei che i medici chiedono di somministrargli l’elettricità, per niente. Isabelle accompagna le sue manie, segue le sue esasperazioni. Rimbaud «non sopporta che ci sia, sotto di lui, una sola piega; la sua testa non è appoggiata bene; il moncone è troppo in alto o troppo in basso». Un giorno Arthur si sveglia, guarda il sole alla finestra nel cielo che Isabelle ricorda «sempre senza nuvole» e le grida odioso: «Andrò sottoterra e tu camminerai nel sole!».

 

L’ultima lettera di Isabelle alla vedova Rimbaud è del 28 ottobre, Arthur morirà dopo una decina di giorni e il suo corpo tornerà a Charleville, accanto a quello dell’altra sorella, Vitalie, morta un anno dopo il suo viaggio a Londra. Se non scritta, mi piace pensare l’abbiano riletta insieme. «Sveglio, egli termina la propria vita in una sorta di sogno continuo: dice cose bizzarre molto dolcemente, con una voce che mi incanterebbe se non mi trafiggesse il cuore. Quello che dice, sono fantasticherie – e tuttavia non è assolutamente la stessa cosa di quanto delirava. Si direbbe, e io credo, che lo faccia apposta. Mentre mormorava simili cose, la suora mi ha detto sottovoce: «Ha dunque perso di nuovo conoscenza?». Ma lui ha sentito, ed è arrossito. Non ha più detto niente, però quando la suora è uscita, mi ha detto: «Mi credono matto, e tu, lo credi anche tu?». No, io non lo credo, è un essere quasi immateriale, e il suo pensiero gli sfugge suo malgrado. A volte chiede ai medici se vedono anche loro l e cose straordinarie che scorge e parla e gli racconta con dolcezza, in termini che non saprei rendere, le su impressioni: i medici lo guardano negli occhi, quei begli occhi che non sono mai stati più belli né più intelligenti, e fra odoro si dicono: «È singolare». C’è nel caso di Arthur qualcosa che loro non capiscono. I medici, del resto, non vengono quasi più: spesso, parlando con loro, lui piange, e questo li sconvolge. Riconosce tutti. A volte mi chiama Giami, ma io so che lo fa perché lo vuole, e che la cosa rientra nella sua fantasticheria voluta così; del resto mischia tutto e… con arte.»

Playlist di libri. Traccia 7

La domanda “tutto molto bello, ma questa gente cosa legge?” comincia ad avere una risposta, ma forse il bello deve ancora arrivare.

Il settimo consiglio letterario è di Del the Funky Homosapien.


The Big Payback: The History of the Business of Hip Hop, di Dan Charnas
L’ ultimo libro che mi è piaciuto è The Big Payback di Dan Charnas. Amico, questo libro ha vinto. Un sacco di storie le avevo già sentite, ma I dettagli del libro sono incredibili. Il mio personaggio preferito è Rick Rubin. Mi piace e abbiamo gusti simili e un senso dell’umorismo simile. Tipo che ha preso un 808* e ha semplicemente girato la manopola pesantemente da una parte per creare i suoni più forti e più distorti e li ha usati. E quanto faceva ridere la storia di quando ha messo Russell Simmons in cabina di registrazione a recitare rime così, a caso. E quella volta che Rick Rubin sente l’album di un artista chiamato Paris che conteneva una canzone dal titolo “Bush Killa”, che era stato rifiutato perché troppo problematico, e decide di pubblicarlo per il semplice fatto che può farlo. Solo per fare un grosso dito medio alla censura. Mi ha esaltato. A parte questo The Big Payback è il libro che più ti informa su quei visionari che hanno messo i soldi e non solo la faccia in quella cultura chiamata hip hop quando ancora nessuno ci credeva.

 

* il Roland TR-808 è una drum machine, ndt.

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Del the Funky Homosapien è un musicista hip hop californiano. La sua intensa produzione artistica comprende tantissime collaborazioni e undici album da solista, l’ultimo dei quali, Iller Than Most, è stato autoprodotto e reso scaricabile gratuitamente.

 

 

Tiziana Scalabrin

Playlist di libri. Traccia 6

Continua da Five Dials la playlist di consigli letterari dei musicisti, sempre per chi si è chiesto: “tutto molto bello, ma questa gente cosa legge?”

Alla traccia sei si scopre che ai chitarristi black metal piace Henry Miller.

 

Hunter Hunt-Hendrix (Liturgy)
Sexus di Henry Miller
Il mio libro preferito è Sexus. La mia parte preferita del libro è il brano finale del capitolo nove, quando Henry riceve dei soldi, che poi gli sono tolti e restituiti. L’ho notato inizialmente per una citazione nell’Anti-Oedipus di Deleuze e Guattari. Esaminando il corpo addormentato di Mona egli contempla la Creazione e la Realizzazione.
La vita creativa! Ascendere. Andare al di là di se stessi. Partire a razzo nell’azzurro, afferrando pioli volanti, salendo, librandosi, sollevando il mondo per il cuoio capelluto, stanando gli angeli dai loro eterei rifugi, affogando in profondità stellari, avvinghiandosi alle cose delle comete.
Il passaggio intero è lunghissimo e va dalla politica all’etica all’arte. Descriva la continuità della produzione creativa con l’impulso dell’Essere, e anche la sua vanità. Scrive dell’essenza di nonsense che produce e dalla quale è prodotto, e dello sforzo di realizzazione che come la nascita. Potrebbe essere chiamato l’”Opera d’arte”. Non ho mai letto una più commovente, bella descrizione della creatività. Si accorda profondamente con la mia esperienza – leggerlo e rileggerlo è sia d’ispirazione che di conforto.

 

(Traduzione di Sexus di Henry Miller di Bruno Oddera, per Feltrinelli)

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Hunter Hunt-Hendrix è il frontman del Liturgy, una band black metal americana. Il loro ultimo album, Aesthetica, è del 2011, e hanno annunciato una prossima uscita per il 2015.

 

 

Tiziana Scalabrin

Il tempo del mito superiore

Il calcio era l’unico orizzonte per cui vivevamo, letteralmente vivevamo, io e la totalità tutta dei bambini maschi in città, e i rari, rarissimi fratelli umani che non ne possedevano i geni demoniaci semplicemente non erano più fratelli. Erano sconfitti, fluido molliccio. Se non giocavi e non ne sapevi parlare, retrocedevi al rango di bandito, eri morto. Se non giocavi ma ne sapevi parlare, dimostravi di interessarti, se mostravi di contemplare il valore del tifo, eri mollicone ma vivo. Ma prima di avere l’età per scendere in strada e misurarsi con gli altri su chi fosse più abile, il più carismatico, il più tecnico, il più efficace, il più vincente, scaltro e spietato, e accettare che solo quel che succedeva in campo regolasse la gerarchia della scarna realtà a ornamento delle praterie d’asfalto o terriccio che in cinque, sei, sette punti strategici tra il mio quartiere e le periferie consentivano partite orgiastiche, ci fu la fase solipsistica, la scuola autodidatta degli anni in cui la socialità era nulla e consisteva nelle onde magnetiche addolcite del nucleo familiare. Io ero un ossesso, e la costruzione dello stadio in casa un’impresa laboriosa. Non bisognava assolutamente accontentarsi di vaghi e accennati segnali di verosimiglianza, e dai primi concepimenti fino al progetto completo da me stesso accreditato come prototipo passò circa una stagione. E sebbene l’innalzamento di un così sofisticato tempio alla megalomania precoce fosse innanzitutto un’opera di fantasia, era vitale che l’intera gamma delle proporzioni in gioco, spalti, riflettori, recinzioni, porte, linee del campo, pallone, pupazzi giocattolo demandati a impersonare i calciatori, ambulanze o elicotteri per il soccorso, e ancora fotografi, inservienti, pubblico in tribuna, servizio d’ordine, torri per la televisione e tabelloni luminosi, fosse pienamente rispettata. Nel brevetto finale, poi approvato e consacrato da ore e ore di gioco, fatte salve le modifiche circostanziali e le ordinarie migliorie nella manutenzione, tutto doveva somigliare il più possibile alla realtà, ma non in senso fotografico. Piuttosto la messa in scena doveva consentire la costante trasposizione, suggerirla nel suo divenire imprevedibile come un semplice attacco musicale per l’orchestra libera d’improvvisare, e così avrei potuto innescare il mareggiare della fantasia sublimata, perché altrimenti sarebbe bastato accontentarsi del celeberrimo Subbuteo, che a dire il vero, da precoce adepto del fanatismo verso qualsiasi forma di manifestazione pedatoria esistesse, chiesi ai miei per il compleanno del giugno 1982, quello dei Mondiali di Spagna, sentendomi rispondere che era un gioco troppo complesso per un pargolo della mia età, e che semmai sarei dovuto tornare alla carica intorno ai quindici o sedici anni. Nel frattempo, avrei dovuto cavarmela da solo. E me la cavai da solo. Scelsi allora un posto particolarmente adatto in soggiorno, una radura di pavimento priva di mobilio e larga qualche metro quadro, che all’estremità sud era confinante non con un fiume in piena ma con una stanza tonda e rialzata, che faceva assomigliare quel punto della casa alla torretta di un sommergibile, il cui accesso era intralciato da due gradini abbastanza larghi da poter ben delineare il lato corto del perimetro di un immaginario terreno di gioco. Quel particolare mi era subito sembrato un buon principio per l’allunaggio, e la bandiera dei pirati a vessillo della crosta lunare fu idealmente piazzata perché mi appropriassi definitivamente del terreno privilegiato, dell’oggetto del desiderio nella più bella corsa all’oro che potessi immaginare, e nel doppio gradino intravidi delle solidissime fondamenta per la curva sud del mio personale Maracanã. Per l’edificazione delle tribune l’idea venne per caso: nell’ora demandata ai compiti, catarsi nel convenzionale da cui non si poteva in nessun modo trascendere prima di iniziare la vita vera, la visione di un paio di sussidiari sul tavolo poggiati uno sull’altro in modo leggermente asimmetrico fu come una rivelazione: i libri non erano solo libri, ma gradoni ampi e ospitali. Capii di colpo cosa avrei potuto farmene delle centinaia di tomi e vo lumi presenti nella biblioteca di famiglia, intere enciclopedie che annualmente transitavano in casa secondo categorie di abbondanza esorbitanti, soprattutto per l’innata incapacità genitoriale di rifiutare l’assalto dei venditori porta a porta più capaci, o almeno di quelli che conoscevano il mito di Narciso. Credo di aver preso allora coscienza definitiva dell’esistenza, nell’uomo, di un Super-io viziato e lunatico da cui sarebbe stato meglio tenersi alla larga, quando assistetti, alla veneranda età di sette anni, all’arrivo del Venditore di enciclopedie allo studio professionale, per dirla all’Auguste e Louis Lumière. Io ero lì per disegnare le mie solite vanaglorie, robot volanti di cui mi vedevo l’eroico pilota, in linea con la mia partecipata adesione a fruire di certi cartoni animati giapponesi in cui gli eterni confronti tra bene e male e tra viltà e coraggio erano perpetuati così all’estremo da apparire come gli unici leitmotiv della vita futura. Oppure tratteggiavo tirannosauri di cui ero il domatore, l’unico umano in grado di controllare e dirigere il loro potenziale distruttivo verso la devastazione di millenni di opere umane verso la successiva palingenesi del mondo, o infine progettavo auto e aerei modernissimi e color pastello, i più moderni che fossero mai stati inventati, prodigi della cinematica infagottati con motori aerodinamici ultrapotenti. Dipingevo quelle erinni malevole con la chiave d’accensione nei minimi dettagli, i flap e la carlinga a muso di squalo con tanto di fauci e occhi disegnati e il naso rosso, come avevo visto fare per i P40 Warhawk, gli aerei americani impegnati nella Seconda guerra mondiale sulla cui cosmogonia le edicole non smettevano mai di fornire materiale, e le mie furiose e personali interpretazioni di mostri assassini a comando lanciati contro nemici di cui non ero a conoscenza avevano quel volto da comics, anime cardiache a loro volta inscatolate in carrozzerie all’avanguardia, e corazzate, marchingegni addobbati di armamenti come fossero ninja, e al contempo rapide più di squali assassini e battagliere come uccelli rapaci. Erano le prime avvisaglie di una passione del tutto irrazionale per la tecnologia che allora vivevo come principio divino, dogma puro, niente di più niente di meno di un fuoco vivo alimentato da quel tipo di kerosene potentissimo che era il desiderio di successo con gli adulti; parlare un linguaggio a loro familiare, immettere valore nell’immaginario rattristito, defantasticizzato che li contrassegnava, un bisogno poi in me estinto in un baleno al sopraggiungere dello sviluppo, quella fase transitoria che si esaurì portando via con sé, nell’oblio, le sterili e saputelle manifestazioni di ossequio cui mi agganciavo roboticamente, come la capacità di riconoscere all’istante, dopo un semplice e fulmineo passaggio al semaforo, tu ti i modelli di automobile esistenti. Considero un momento indimenticabile della mia infanzia, più che i viaggi in antica Grecia con la famiglia o l’iniziazione scolastica, e alla pari con il totem primitivo, ovvero il primo match calcistico disputato per strada, l’apparire sull’uscio aperto di quell’uomo incravattato che la familiarità con l’atto d’impostura perpetua, consistente, in quella personalissima declinazione, nel foraggiare i prodotti da vendere (scope elettriche, enciclopedie, abbonamenti al Club del libro), corredandoli di caratteristiche umanoidi e categorie dell’anima. Quell’attività giornaliera per me così ripetitiva l’aveva reso deforme, pingue, ghignante per il resto della vita. Un saluto mellifluo a mio padre e un baciamano coreografico a mia madre inaugurarono la scena, poi lo sciorinare di una tecnica di vendita dopo l’altra fu l’unico rumore di fondo. Eppure ricordo nitidamente che il dato principesco, il colpo di alabarda che ai miei occhi contribuì a illustrarmi quell’uomo come decapitato e privo di qualsiasi ascendente su di me, fu la sua assoluta dissomiglianza perfino con il più gregario e insulso dei miei eroi di allora, i calciatori. Platini. Boniek. Scirea. Cabrini. Zoff. Tardelli. Butragueño, Madjer, Protasov, Saravakos, Stojković, Maradona. Uomini aitanti loro, scialbo lui. Cavalieri della tavola rotonda loro, lui insignificante maniscalco dell’accattonaggio. Nitidi volti avvezzi alla battaglia i loro, rantolante muso da roditore il suo. Ma, per quanto emanasse un cattivo odore di sigaretta e si fosse lasciato trasportare dall’enfasi ciarliera a una serie di complimenti sul mio aspetto da bambino fatale e taciturno con lunghi capelli neri (e in più, unico e solo tra tutti i miei precedenti incontri con estranei, avesse virtuosamente evitato di scambiarmi per una femminuccia), quando tirò fuori dalla borsa un paio di tomi dimostrativi del Grande dizionario della lingua italiana a firma di Niccolò Tommaseo, aggiornato al 1865 e in ventiquattro volumi, io realizzai senza alcuna titubanza e con l’energia rivelatoria del vaticinio che avevo trovato buona parte della mia tribuna laterale. Così mi dichiarai apertamente a favore dell’acquisto, innescando una concatenazione di equivoci. I miei genitori reagirono tiepidamente all’entusiasmo che sprigionavo; titubarono e balbettarono per la naturale diffidenza a esaudire un desiderio bambinesco di gittata così sproporzionata rispetto alle supposte capacità di discernimento, e quindi mi canzonarono con una certa enfasi per riposizionarmi nel ruolo di gregario, l’umile scudiero, e così il mercante pensò di avere un complice su cui appoggia- re tutta la strategia di vendita, per poi capire quasi subito – e di una così prolifica lucidità bisogna dargli atto – che far leva sul mio desiderio poteva solo funzionare come azione depistante, un grimaldello per ammansire il vero punto debole della fortezza sotto assedio, cioè il narcisismo di mio padre. «Ha ragione» gli disse, rivolgendosi a me, «queste non sono decisioni che può prendere un bambino.» Eppure era chiaro che, mentre l’attacco di fronte al ponte levatoio centrale, presidiato dalle schiere di arcieri e dalla fanteria più addestrata contro gli inganni ciarlieri dell’affabulatore, procedeva lento e pachidermico, il grosso dell’esercito nemico stava per espugnare i rifornimenti d’acqua e grano al castello di cristallo che è l’io. Un’azione militare semplicissima. E se dinanzi a frasi come «un uomo della sua cultura», «un così stima- to professionista», «parliamoci chiaro, qui parliamo di un livello che non è per tutti», che somigliarono a colpi d’ariete, il legno solido della diffidenza poté ancora sopportare l’impatto, la strofa «parliamo di una cifra ridicola, da arrossire, noi non è che edifichiamo il mondo, solo un milione e duecentomila lire», abbatté ogni resistenza plausibile: la breccia era aperta. La debolezza ancestrale, il totem ultimo che in forma diversa possiede la tirannia di ciascuno di noi, risvegliato. Per mio padre il Dio assoluto era la messa in scena della sua supremazia morale sulle questioni materiali, assiomatica dimostrazione della sua stessa idea di virtù. Ecco perché quando al liceo appresi che il veggente Tiresia, a proposito di Narciso, si era espresso attraverso un così sublime presagio – «Narciso vivrà fino a tarda età, purché non conosca mai se stesso» – mi deliziai della forma letteraria ma non mi sorpresi del contenuto, che avevo già sperimentato nel focolare domestico. Ma ciò che contava davvero, allora, fu che tribune prefabbricate in numero copioso sarebbero giunte al mio cantiere, a un costo per me ragionevolissimo, perfino trascurabile, cioè nessuno. La creatura prendeva forma lentamente. Libri ammassati uno sull’altro fino a sessanta, settanta centimetri d’altezza, perché volevo uno stadio enorme che potesse contenere almeno centomila spettatori, proprio come i luoghi mitici di cui sentivo spesso parlare alla televisione. Wembley, il Camp Nou, il Santiago Bernabéu, il Maracanã di Rio e il Marakanà di Belgrado, che scaraventandosi nella mia vita a minuscole dosi, una o due volte l’anno se andava bene e nessuna se andava male (il vettore determinante erano i risultati ottenuti dalle squadre italiane che partecipavano alle coppe europee), acquisivano l’identico statuto dei luoghi delle favole. Non c’era alcuna differenza sostanziale per me, se ci rifletto bene, tra Camelot e l’Old Trafford di Manchester. Postulavo che non ci sarei mai stato in vita mia, e che gli stadi mitici della storia del calcio sarebbero rimasti luoghi dell’immaginazione, perché dopotutto, meditavo, a Camelot o ci si entrava per sedersi alla tavola rotonda o era meglio che restasse un ologramma.

(Questo testo di Giancarlo Liviano D’Arcangelo è tratto dal suo ultimo libro, Gloria agli eroi del mondo di sogno, il Saggiatore 2014)

Playlist di libri. Traccia 5

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Traccia cinque: consiglio letterario di Katie Harkin (Sky Larkin – Wild Beasts)

Fordlandia, di Greg Grandin
In questo momento sono in tour, perciò la mia scelta non è un amico di vecchia data, ma un nuovo acquisto: Fordlandia, di Greg Grandin. Sono seduta nel camerino del 1310 di U Street, Northwest, Washington DC, che è un locale chiamato 9:30. Da queste parti i nomi delle strade sono singole lettere, e questo locale è solo cifre. Per fortuna ho portato con me un assortimento di parole intere: Fordlandia è arroccato su un amplificatore, accanto al più giovane dell’albero genealogico di quadernini rossi che mi seguono ovunque da quando ho iniziato a scrivere canzoni. A parte rari pageturners che si incollano alle dita, di solito quando sono in viaggio non riesco a immergermi come vorrei nella narrativa, a causa dell’instabilità della vita in tour. Ho inconsciamente gravitato verso una non-fiction così inverosimile che sembra fiction, nella quale in qualche modo è più facile immergersi, grazie a segnali di storia familiare posti lungo la strada (in particolare, La città bianca e il diavolo di Eric Larson).
L’idea di Fordlandia sembra una leggenda: una città perduta nella giungla. Non sono un’appassionata di macchine, ma questa storia del tentativo (e del fallimento) di Henry Ford di costruire una fetta di America nel cuore dell’Amazzonia, con gli occhi puntati sul controllo della gomma naturale, mi ha presa moltissimo. Sono solo ad un terzo della storia, ma finora (secondo il quaderno rosso) questi sono i pezzi migliori che mi hanno attratta, scritti confusamente uno dopo l’altro perché in tour sei frastornato e puoi solo spulciare:
Nel 1928 il Washington Post ha annunciato “Ford governerà una piantagione di gomma in Brasile più grande del North Carolina. Questa è la prima volta che si applica il metodo di produzione di massa ai problemi”.
Per l’avvio dell’espansione americana è stata centrale una “profonda inquietudine”, “l’insistente sensazione che qualcosa fosse andato storto” sia nella vecchia Europa sia nell’aver mancato la perfezione nel Nuovo Mondo.
La torre idrica di 46 metri di Fordlandia era la struttura artificiale più alta dell’Amazzonia nel momento in cui fu costruita.
Henry Ford, fotografato mentre indossa un abito fatto di fibre di soia.

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Katie Harkin è cantante e chitarrista degli Sky Larkin, band inglese fondata nel 2005, il cui ultimo album, dal titolo Motto, è uscito nel 2013. Da tre anni Katie suona anche con i Wild Beasts.

 

Sky Larkin – Still Windmills (ascolta)

I know there’s potential,
Like still windmills, still windmills that lurch into life,
to be activated and energised.

Just like all that’s waiting to get made stacked up and filed in brain cell hallways,
you anticipate the day that everything will somehow click into place, why wait?

I know there’s potential,
Like still windmills, still windmills that lurch into life,
to be activated and energised.

I know it’s a precipice, not saying its a piece of piss
but we’ll never generate if under a looming skyscraper you impassively stand, why wait?

I know there’s potential,
Like still windmills, still windmills to lurch into life,
to be activated and energised.

I know there’s potential.

 

 

Tiziana Scalabrin