Aprile 2014

Mese: Aprile 2014

Due o tre cose che mi hanno insegnato. Quattro scrittrici dimenticate 1/4

La prima volta che ho sentito parlare di Irene Brin avevo sei anni. Stavo mangiando una crème caramel a casa di mia nonna, e zia Titina – una donna con i capelli in mille boccoli e le guance sempre rosa, il rossetto color ciliegia e dei meravigliosi colli di pelliccia anche in estate – si avvicinò e mi disse, con aria un po’ sorpresa e un po’ stizzita: “Ma cosa fai birbantella? Per mangiare il dessert si usa la forchettina, mica il cucchiaino!”. Ricordo perfettamente che l’avevo guardata come si fa con uno zombie o, peggio, con una formica che si arrampica sulle gambe mentre stai prendendo il sole: “Cioè?” avevo domandato. L’educazione non era mai stata il mio forte – non a caso le suore mi rincorrevano chiamandomi con epiteti indegni tipo “satana” o “diavolino”, deprimendo a ogni incontro mia madre che sognava di crescere una principessa e, per sua stessa ammissione, si era ritrovata un caterpillar -, ma non doveva essere innata neppure in mia zia che con un gesto fulmineo mi aveva sottratto il cucchiaino grondante saliva e mi aveva detto, con l’aria compassata delle signore benestanti del Sud: “Amorino, devi fare come ti dice la zia! Questo glielo ha insegnato Irene Brin in persona”.

Quel nome mi fulminò come accade quando hai tredici anni e improvvisamente incontri gli occhi di un compagno di classe che non ti interessa più soltanto per copiare gli esercizi di geometria, ma ti piace anche per andare a fare le passeggiate, darti i baci e pretendere regali. “Irene che?” domandai, e lei scandì piano quelle lettere che mi tornarono in mente soltanto vent’anni dopo, quando ormai ero certa che zia Titina non fosse veramente mia zia – ma soltanto una delle numerose zitelle che gravitavano intorno alla famiglia di mia madre e che erano state investite di un ruolo famigliare per giustificare le inutili e ripetute raccomandazioni, e le incessabili richieste di baci e di abbracci – e che certamente non averebbe potuto mai incontrare Irene Brin. Zia Titina, infatti, non si era mai mossa da Taranto quando Irene Brin non era mai andata più a sud di Napoli o, forse, di Salerno. Fatto sta che quell’illuminazione mi insegnò qualcosa: per quanto tu desideri essere snob, non mentire mai a una bambina di sei anni che sta mangiando il suo dolce preferito. Se lo segnerà al dito e poi, appena potrà, si vendicherà raccontando a chiunque, e con una cattiveria crescente, la verità sul tuo parrucchino, sui guanti di pelle messi per nascondere le mani rugose e sui colletti di volpe indossati a celare la cascata della pelle tutto intorno alla giugulare.

Non so perché, ma questa storia mi è definitivamente tornata in mente – in tutte le sue drammatiche e allo stesso tempo comiche sfumature – dopo diversi anni, mentre chiusa nei sotterranei della Galleria D’arte Nazionale Moderna leggevo da settimane, e senza interruzione alcuna, i documenti editi e inediti di Irene Brin della quale, chissà per quale imprevisto e irrazionale desiderio, avevo deciso di occuparmi dopo il fortuito incontro consumato in un deprimente pomeriggio domenicale in quel di Prati, quando mi ero imbattuta in lei in un trafiletto di un libraccio rimediato in soffitta.

Più leggevo di Irene Brin e più restavo stupita: nella sua vita era stata grandissima giornalista di costume, la prima di tutte, e aveva firmato paginoni accanto ai più grandi, diretta da geni come Leo Longanesi e Indro Montanelli; aveva avuto la galleria d’arte moderna più conosciuta e stimata di Roma, la Galleria dell’Obelisco, grazie alla quale aveva dato fama a Vespignani, Balla e Burri ma anche ad Afro e a Dalì; aveva insegnato agli italiani cafonissimi l’educazione con il nome di Contessa Clara; era divenuta alfiere del made in Italy, stimatissima da Diana Vreeland che l’aveva fatta Rome Editor per Harper’s Bazaar e attivissima in quel gruppo che avrebbe fatto nascere, nel 1951, la prima sfilata di Pitti. Era stata, insomma, in tutti i salotti, scantinati, cucine, case e casine che al mondo contavano: era stata invidiatissima, amatissima, detestatissima. Quando era morta, nel 1969, un’ombra eterna era calata su di lei e l’aveva fatta dimenticare all’improvviso. La colpa? Non aver accettato in vita quei compromessi che ti permettono di essere etichettata come una cosa soltanto. Non aver avuto figli capaci di preservarne attivamente la memoria. Non essersi preoccupata di quello che sarebbe stato una volta tolti i guanti bianchi, e indossato un abito delle sorelle Fontana nero. L’insegnamento: non importa chi sei, tanto finirai certamente dimenticato. Velle, nolle, malle.


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Scrivere del corpo (e farsi prendere sul serio)

 

Di Violetta Bellocchio è da poco uscito un memoir, “Il corpo non dimentica”, che alterna ricordi e riflessioni sul periodo di dipendenza da alcol dell’autrice, puntellati da abbondanti apostrofi al lettore: fra “non è una bugia. Questo è persino vero” alle prime pagine, e “tutte queste cose sono vere” alle ultime pagine, si incontrano frequentemente espressioni come “credetemi, perché è vero” e “Avanti, dimostratemi che sbaglio”.

Perché questa insistenza sull’autenticità, sulla verità e sulle prove da esibire, mi sono chiesta? Di seguito le risposte che mi sono data, per ultima quella in cui provo a mettere in relazione queste apostrofi con un altro aspetto interessante del libro, ovvero le numerose descrizioni che la voce narrante fa del proprio corpo.

Certo, prima di tutto mi son detta che “è tutto vero” è una cosa che i memoir devono saper gridare, e che è da questo che il genere trae molta della sua forza. “Il corpo non dimentica”, per capirci, sarebbe andato in ristampa dopo sei giorni se non ci fosse stato detto che si trattava proprio di una storia vera, che quelle cose erano capitate veramente ed erano capitate all’autrice? Non so. Ma ci sono ragioni per credere che la questione della verità sia per Bellocchio essenziale anche per altri motivi.

“Abbiamo le prove” – se sono le donne a raccontare

Penso prima di tutto alla rivista online che la scrittrice ha fondato lo scorso Settembre, che porta proprio il nome di “Abbiamo le prove”, e che pubblica ogni giorno un pezzo di nonfiction scritto da una donna. Il bisogno di trovare più storie in giro scritte da donne, dichiara Violetta, le è nato dalla constatazione di aver impiegato lei stessa dei giorni prima di prendere anche solo in considerazione la versione dei fatti data dalle due donne che nel 2010 avevano denunciato Julian Assange per reati sessuali. “E ti ricordi l’avvocato che diceva «è tutto un brutto equivoco, la Svezia ha una legge sul sesso a sorpresa» ? .. Come ti sei sentita, dopo, a sapere che t’eri bevuta una cazzata invece di accettare che due (2) donne dicessero la verità?”, chiede Bellocchio nell’editoriale della rivista.

“Santa Barbara” – dare letture di genere in Italia

Dal 2011 al 2013, poi, la scrittrice ha tenuto la rubrica “Santa Barbara” su Rivista Studio, che analizzava i rapporti fra “il gender, la cultura di massa e l’identità personale”. Nei pezzi si parla, fra le cose, di come la nostra società tenda a sostenere i colpevoli di stupro più delle vittime, di come i mezzi d’informazione abbiano bisogno di ritrarre secondo certi schemi una star dipendente dall’alcol, di come siano poche le storie che raccontano di aborti, di cosa succede se una donna bianca mette una parrucca afro. I pezzi sono intelligenti e informati e spiccano per l’altissimo rapporto fra link e parole; in uno degli articoli ci viene detto addirittura che la redazione stessa le avrebbe chiesto di contenere la sovrabbondanza di esempi. In questo caso l’ansia dimostrativa si può forse spiegare con la consapevolezza di presentare ad un certo pubblico di lettori italiani, forse per la prima volta, la prospettiva degli studi di genere applicati alla critica della cultura pop al tempo di youtube: una cosa che sembra poco seria, che adotta procedimenti dimostrativi non familiari, di natura -boh? Sociologica, letteraria, psicologica?, per sostenere i quali si avvertirebbe quindi la necessità di sfoderare un argomentare inattaccabile. Le prove, appunto.

“Una troia marcia” – parlare da donna di un passato di alcolismo

Allora, tornando al libro, con i suoi racconti delle bottiglie nascoste vicino al letto, delle feste in cui ci si sente a disagio, del vomito e delle riunioni degli alcolisti anonimi, mi è sembrato che quest’insistenza sulla verità potesse essere un fatto di rivendicazione disperata di autorevolezza. Come a dire: credetemi, anche se scrivo da una posizione infima, quella della dipendenza meno riconosciuta in un paese che, ci dice Bellocchio, “tende a non riconoscere quelle come me”, dove “un uomo può disintossicarsi con successo ed essere riaccolto con la società”, mentre “una donna che si disintossica sarà sempre una troia marcia”. E mi è venuto anche in mente che, soprattutto nella tradizione americana, la scrittura di memoir ha avuto molto a che fare con la presa di parola delle minoranze rese invisibili, e che il libro di Bellocchio ha a sua volta tantissimo a che fare con queste scritture- fra l’altro, è uno dei pochi libri (l’unico?) di una scrittrice italiana bianca che riconosce come colore non solo il nero, ma anche il bianco: “un ginecologo bianco”, “bianca, femmina, italiana” leggiamo, e dopo un po’ smettiamo di  pensare “e certo”.

“Il corpo non dimentica” – l’esperienza attraverso il corpo può essere rilevante?

Infine, forse, mi sono detta, si chiede di essere credute e prese sul serio nonostante si stia parlando del corpo. Non siamo ancora uscite del tutto dai secoli in cui, noi donne, si esisteva solo nel partorire, allattare e curare i bambini, nell’essere vicine ai corpi dei malati, nell’essere quindi tutte corpo, tatto e odori, secoli in cui la letteratura era quella cosa astratta e grandiosa che facevano gli uomini che trascendevano il corpo- secoli in cui, quindi, il canone non poteva che respingere la nostra esperienza. A parlare di corpo, oggi, di esperienza privilegiata attraverso il corpo (è il corpo, appunto, a “non dimenticare”) non si rischia di legarsi di nuovo, stringendo i lacci con le nostri mani, a questo corpo ingombrante, che pensiamo di saper gestire, ma che ormai è diventato un simbolo troppo potente per essere mai prese sul serio se mai lo rievochiamo?

E se non solo si parla di corpo, ma si parla estesamente di uteri e mestruazioni? Ne “Il corpo non dimentica” ho trovato le descrizioni più estese e dettagliate di mestruazioni e secrezioni vaginali in genere che io abbia mai letto in un libro. Ve ne riporto alcune:

“Una mano che mi pianta gli artigli nell’utero, e poi li allarga. E mi strizza. Una contrazione, cinque dita. … Sto perdendo il mio peso in sangue. Ho i brividi, le gambe tutte appiccicose. Prendo l’antidolorifico che prendo sempre -una bustina di Aulin- e aspetto che le contrazioni passino. Oddio: non è che passano, ma la chimica smussa le punte del dolore, e poi ti distende tutto dentro, come un palmo sopra il lenzuolo mentre rifai il letto”,“Sto perdendo sangue nero, e denso. Mobile. Un serpente”, “E la pillola di due anni fa non l’ho sentita, ma questa la sento. Per tutta la sera, per tutta la notte, è una disinfestazione. Sto rigettando qualcosa. Odora di ammoniaca. Brucia mentre sgocciola fuori. No, non sgocciola- è qualcosa che striscia fuori, una lunga coda”, “Perché da lì dentro sta uscendo qualsiasi cosa. Sudore, acqua, pesci, tigri, vite precedenti. E se non mi cambio mi sembra di andare in giro con dei filamenti di pollo tra gli incisivi”.

E poi lo vediamo impiegato come correlativo oggettivo del periodo della dipendenza -“Il mio ciclo non è un ciclo. Si blocca, riparte. Trentotto giorni. Quaranta giorni. Quarantadue. Come se volesse tagliare un traguardo. Intanto io piango, mi gonfio, voglio morire, sciagura imminente. Tutto quanto”- e del periodo della disintossicazione- “Via via, quando smetto di bere, diventa il contrario, uno specchio. Ventotto giorni. Ventisette a volte. Ventinove, durante le ondate di caldo. Ventisei quando ho voglia che piova.”

 

Quindi: ancora a pensare che scrivere di vagine sia un atto sovversivo? No, certo, qui non si rivendica questo, come non c’è voglia di scandalizzare. Qui c’è qualcosa di diverso: l’esplorazione della possibilità di inserire certi temi in una storia, senza che la storia perda di rilevanza, di rappresentatività. Così vediamo che si può parlare di ciclo per parlare (anche) di alcolismo e si può parlare di vagine per parlare (anche) di: eredità, dolore, vergogna, sollievo. Un tema potenzialmente come gli altri: né solamente femminile né sovversivo né gratuitamente esibizionista.

C’è per esempio il racconto della diagnosi di “stenosi”, cioè strato di pelle in eccesso, che le fanno alla vagina, di cui si dice: “non è colpa di nessuno, forse è ereditaria, forse no”; “di tutta la fase preliminare, prima della barella e dei punti, quello che mi resta è una misura di sollievo. Un certo lo sapevo. Sarà terribile, ovvio, essere aperta e poi squarciata, ma metterà un segno fermo sull’orrore senza nome che mi ha seguito fin qui – la ragione per cui i rapporti completi sono sempre stati dolorosi fino a qui”; “credevo di essere frigida, invece ero solo deforme. Che sollievo”, “niente rimette in prospettiva dolore e vergogna come una mutazione. Una traccia. Una prova”.

 

Si chiede di essere prese sul serio, quindi, ma comunque si abbandona uno stile più immediatamente riconoscibile come “letterario”, e lo si abbandona quasi, verrebbe da dire, deliberatamente, dopo aver mostrato di saperlo padroneggiare, come nelle descrizioni delle case eleganti di Milano con “le rose bianche su quelle terrazze”, “la calma e la storia nascoste in una parete rotonda, bianca” e “la ricchezza che è un tipo di benessere, ha abbronzato le loro ossa e pulito il loro sangue”, dove “loro” sono quelli che di queste case possiedono “anche il tetto”.

Ed è proprio dalla tensione fra il bisogno di essere creduta da una parte e il rifiuto di adottare uno stile autorevole dall’altra, che si genera il meccanismo forse più interessante della scrittura di Bellocchio: la torsione fra il paragrafo appena finito e quello successivo che spesso sembra recitato da un altro personaggio, “a parte”. Il risultato è un movimento quasi innaturale per la scrittura, che ci restituisce una voce sistematicamente e lucidamente fuori luogo. E l’effetto che fa, per esempio nell’immaginare un uomo, è questo:

“Non mi avrebbero dato la pace, certe cose, e non stavo cercando l’amore o sperando di trovarlo per felice incidente – la storia di mezza notte non si traduce in bambini timorati di Dio-, ma ho sempre sperato che uno di questi uomini avesse un portico, una veranda che desse su una strada con gli alberi in fila, e che avrei potuto respirare l’aria del mattino seduta lì fuori, e avrei guardato la vernice scrostata, i punti in cui si sollevava dal legno.

Poi, non so. Probabilmente lui mi portava il caffè in una tazza col manico.”

Appunti su democrazia e partecipazione in Italia

Negli archivi di “Nuovi Argomenti” abbiamo trovato questo intervento di Carola Susani su neonazisti al Pigneto, sulle logiche del conflitto, su manifestazioni antirazziste, sull’interesse generale e il pluralismo di classe. Era l’autunno 2008, il numero: Concordia Nazionale.

Nuove forme di partecipazione

Il giorno dei vetri infranti al Pigneto, quando un gruppo di dieci o quindici persone con le mazze, in pieno giorno, ha spaccato le vetrine di un call center e di due minimarket, io ero fuori Roma. Una testimone ha dichiarato di aver visto addosso a uno di loro una svastica, non si è capito se poi era vero. Mi ha chiamato Carlo. Era preoccupato, però mi diceva che i nostri amici, commercianti, ristoratori del quartiere, lo rassicuravano: non c’era, secondo loro, ragione di allarme. Io ero spaventata. Non ci potevo credere: cosa c’entrava un’aggressione neonazista sotto casa? Avrei capito venissero da fuori, che so, da Casalbertone. Ma si diceva che quella gente fosse del quartiere. Come era possibile? Da quando ci vivo, da sette anni, il Pigneto mi è sempre sembrato un posto con una sua civiltà. Un quartiere dove la principale considerazione di senso comune sugli immigrati è: anche loro devono lavorare, invece che: se ne devono andare; con una presenza operaia di vecchia data, ancora qualche ferroviere e tranviere, piccola borghesia, piccolissimo commercio. Anche molti degli autoctoni qui ricordano il loro arrivo, dal centro di Roma o dal meridione. Negli ultimi anni, insieme a bengalesi, senegalesi, peruviani, rumeni, magrebini e qualche egiziano, il quartiere è diventato attraente per la borghesia intellettuale. Conflitti di micromalavita, piccoli scontri tra comunità, non sono mai mancati e tuttavia, malgrado l’insofferenza di chi le risse se le ritrova sotto casa, il quartiere si è sempre retto su un suo precario equilibrio.

Carlo mi aveva raccontato che all’assemblea subito dopo i fatti c’erano i proprietari bengalesi del nostro minimarket. Non li avevamo mai visti a una manifestazione pubblica, anche loro come me avevano paura. Il lunedì la manifestazione antirazzista aveva un’aria sradicata, chi era veramente in apprensione per il razzismo veniva da fuori dal quartiere o lo viveva poco, gli altri erano pure in gran fibrillazione ma per altre ragioni, qualcuno che passava per caso dall’isola pedonale diceva: ma così—cioè fare una manifestazione antirazzista—non è troppo? Non diventa razzismo all’incontrario? Lo dicevano onestamente, lo dicevano ai loro amici rumeni cercando complicità.

Il giorno dopo tutto era più chiaro, il promotore della spedizione, Dario Chianelli, era uscito allo scoperto, mostrando la faccia di Che Guevara che gli campeggiava sul braccio come un resto d’identità. Raccontava che una sua amica dentro uno dei due minimarket aveva subito un furto e che lui si era sentito in dovere di reagire. Io Dario Chianelli l’avevo visto tante volte nel quartiere, era una presenza familiare. La storia del furto del portafogli inseriva mazze e vetri rotti dentro una logica di controllo del territorio. Tutti, noi, i nostri amici rumeni, il commesso del nostro minimarket, i commercianti, abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Ma l’attacco agli altri due negozi, di cui uno in odor di spaccio, era già uno slittamento. I vetri infranti non erano più la reazione a uno sgarbo o lo erano a un livello più profondo. Scatenare dieci o quindici persone armate di mazze non era una cosa da poco, non era facile pensare di dominarle, qualcosa poteva sfuggire di mano. Doveva essere nel conto. Che l’aggressione poi avvenisse di giorno cambiava i termini: quelli che avevano colpito erano sicuri di avere ancora più che acquiescenza, consenso attorno, un quartiere che li legittimava. Un quartiere non monocromo. L’immagine di Dario Chianelli abbracciato da un amico senegalese con il berretto dell’Italia in testa [foto di Paulo Siqueira/ F3] è forse l’immagine più sintetica di quello che era successo.

Alla manifestazione si era parlato come sempre di razzismo, di xenofobia e la gente che un poco conosceva i fatti non capiva di cosa si stesse parlando. Nessuno era razzista qui, nessuno xenofobo. Il fatto che l’aggressione non scandalizzasse buona parte degli autoctoni, ma una volta nota nei suoi termini non scandalizzasse neanche buona parte degli stranieri, che tra gli aggressori ci fosse un ragazzo nero, che Chianelli fosse una persona come noi, che avesse Che Guevara tatuato sul braccio, avrebbe dovuto inquietarci e ci calmava. La nostra comunità era salva, anzi la sensazione era che godesse di una salute nuova. Come può capitare che ragazzini filippini, italiani, peruviani scelgano un compagno di classe filippino o effeminato o balbuziente particolarmente fastidioso e lo corchino di botte tutti insieme, godendo della gioia di essere una allegra baldanzosa comunità coesa, così noi, legittimati dal fatto che tra le vetrine spaccate ce ne fossero in odor di spaccio, tutti insieme ci placavamo nel sentirci comunità. E invece proprio in quel momento avremmo dovuto entrare in ansia, scoprendo che non c’è nessun bisogno di essere neonazisti per produrre quasi in vitro il meccanismo dell’exterminatio: tutti dentro perché qualcuno a calci e schiaffi lo vogliamo sbattere fuori. Se è vero che chi mena in questa logica può essere chiunque, è molto facile che chi ci sta sotto non abbia le spalle molto coperte, che sia più debole, che sia potremmo dire marginale. Probabilmente se i presunti spacciatori fossero stati italiani l’aggressione diurna di dieci o quindici persone con le mazze avrebbe fatto tutto un altro effetto. A me l’avrebbe fatto di terrore. Che quartiere è questo, avrei pensato, dove i conflitti si risolvono così? Ma erano bengalesi, perciò tutto ricadeva in una logica.

Qualche mese fa un amico mi raccontava delle aggressioni ai trans, mi diceva che lui era in macchina con una ragazza e stava passando per una delle strade dove girano a Roma leronde di quartiere, e un tizio, con un’arma a L, due grossi pezzi di ferro saldati, gli ha rotto il parabrezza. Per poco non spaccava la fronte alla ragazza. Questo mio amico devono averlo aggredito perché staziona qualche volta dalle parti dei trans. Probabilmente lo conoscono. Insieme all’aggressore dentro il gruppo c’era un signore che portava al guinzaglio un cagnolino bianco. Il mio amico l’ha incontrato anche di giorno, un brav’uomo, ironico, con il suo cane bianco. Quando il mio amico me lo raccontava, ero impressionata, ma mi sembrava una cosa lontanissima anche se succedeva a pochi chilometri da qui. Lontani erano soprattutto i giustizieri da comitato di quartiere. Di un’altra cultura, mi pareva, di un altro mondo. Mi scandalizzavano, mi facevano orrore: tutto qui. I ragazzi del Pigneto, Chianelli, non mi fanno affatto orrore. Ne capisco le reazioni, il senso della lealtà, il linguaggio, il mondo da cui vengono mi è comprensibile. Eppure il meccanismo che hanno messo in moto è lo stesso delle ronde, dei raid. I vetri rotti al Pigneto mi hanno di colpo avvicinato la ronda del cagnolino bianco.

Alcuni amici tra Palermo, Partinico e la Valle del Belice stanno organizzando un convegno su Danilo Dolci e la storia della partecipazione nella Sicilia occidentale. Pensavo che anche la caccia ai trans con le torce e i vetri spaccati del Pigneto fanno parte a pieno titolo della storia della partecipazione. Sono reazioni spontanee al degrado, ma anche autorganizzazione, mezzi per fare pressione sul potere, strumenti di coesione comunitaria. Per arrivare a braccare i trans e i loro clienti, prima ci sono volute assemblee e striscioni e il risultato è un canale di comunicazione aperto con le amministrazioni; e qui da noi Dario Chianelli si è proposto come possibile leader di iniziative per la legalità. Sono fenomeni molto diversi dalle risse. Parlano un linguaggio pubblico, un linguaggio immediatamente politico. Leggendo Il Contagio di Walter Siti alla luce di questi fatti riflettevo che forse la pentola scoperchiata da Siti mostra la situazione in atto un istante fa oppure, ed è anche naturale, non mostra tutto.

 

Democrazia e conflitto

Se qualcuno mi parla di concordia nazionale, ma anche con troppa insistenza di pace sociale e di interesse generale, io mi figuro tanti piccoli pogrom, gente che insegue altra gente con le torce, persone prese a calci nei parcheggi.

C’è una ragione per cui la democrazia mi ha sedotto fin da quando ho cominciato a ragionare di politica, ed erano tempi in cui rivoluzione e dittatura del proletariato avevano ancora un loro fascino. La democrazia ha la capacità di canalizzare i conflitti, non li teme, li riconduce al suo gioco e gli dà sbocco. In democrazia non è più necessario che l’avvicendamento al potere sia traumatico, con la soppressione del sovrano per via di rivoluzioni o di conflitti per la successione, né che un gruppo al potere conculchi finché può i bisogni di tutti. La democrazia mi è sempre sembrata nella sua sostanza l’unica forma di governo capace di interpretare la realtà umana, che è trasformazione e conflitto, senza promuovere carneficine. Nella democrazia spero ancora. Ma in Italia la democrazia è bloccata. L’Italia ha paura del conflitto, non lo tollera, lo ricaccia indietro contrapponendogli una città ideale di compostezza e pace, una città vuota, così quando il conflitto irrompe non c’è canale che lo tenga, è distruttivo, sanguinoso. Ci sono ragioni storiche, questo lo capisco, l’approdo dell’Italia alla democrazia sulle ceneri del fascismo non ha cancellato le contraddizioni, c’era la forza costituzionale e centrifuga del partito comunista, c’era l’erosione eversiva della destra neofascista. Per decenni le soluzione, aggregazione al centro e consociativismo, hanno alimentato il timore del conflitto, senza impedire che si insanguinassero le strade.

Io che spero nella democrazia, ho guardato con attenzione alla nascita di una destra liberale italiana, a Forza Italia che rimetteva in gioco il partito di Fini, alla possibilità dell’alternanza, al maggioritario. Mi sembrava un’occasione. Sbagliavo. I vecchi scheletri restano insepolti, la difficoltà italiana ad assorbire e a elaborare il conflitto invece di avviarsi a superamento esplode.

Il quadro a oggi, ottobre 2008. L’estromissione dal Parlamento della Sinistra radicale ha zittito del tutto fasce consistenti del paese. Non è che Rifondazione o Diliberto davvero ne raccogliessero le voci, ma erano un canale di fatto per le irrequietezze sociali, per la paura, per il dolore, per l’incertezza, perché erano gli unici disposti a coltivare, benché in modo poco lineare, il conflitto. La sofferenza sociale ora monta da sola, e il suo montare porta a esiti diversi, e nessuno di questi esiti è buono.

Lo capisco che tessere l’elogio del conflitto sociale in un momento come questo di crisi finanziaria e recessione, suona strano. Sono, questi, momenti, come la guerra, in cui la paura chiama a stringersi come le dita di una mano e chiede risposte univoche, concordia civile, soluzioni condivise, e chi azzarda una voce differente viene tacciato di disfattismo e di idiozia. Mai come in momenti come questi sembra che le soluzioni siano quelle e basta, l’interesse generale immediatamente riconoscibile. Eppure, la democrazia insegna che anche l’interesse generale va incarnato, che all’interesse generale si arriva da diverse prospettive, a partire da diverse basi sociali. Quando, più di quarant’anni fa il Centro studi di Danilo Dolci promuoveva la piena occupazione, lavorava per l’interesse generale da una particolare prospettiva. Confindustria contesterebbe che la piena occupazione sia di per sé una soluzione, e non c’è in questo niente di male. Per considerare di volta in volta uniche, indiscutibili, fatti sostanzialmente di buona amministrazione, alcune ipotesi di soluzione dei problemi, dalla cordata per la salvezza di Alitalia, agli inceneritori campani, bisogna che le cose siano precipitate nell’emergenza e che alcune premesse siano considerate acquisite, ovvie, indiscutibili. Che la prospettiva da cui si guarda sia diventata unica. Io ho l’impressione che a dispetto della contrapposizione evidente tra la destra al governo e il centro sinistra all’opposizione, ci sia nel profondo una distinzione per niente chiara quanto a basi sociali, una mancanza di dialettica reale. Da parte del centro sinistra una incapacità di interpretare il conflitto, una rinuncia più ancora che una paura. Sembra che il centro sinistra condivida con la destra la lettura del mondo, d’altra parte lo abita allo stesso modo, procurandosi influenze nelle cordate del potere economico, giocando sulla stessa articolata scacchiera. Sembra che il centro sinistra da anni sedotto dalla modernità del lavoro interinale, contenda con la destra per la sua stessa base sociale, la borghesia produttiva, gli industriali, proponendo una fragile distinzione fondata sui valori: i produttori buoni, onesti, generosi e solidali stanno con noi, i produttori cattivi e disonesti stanno dall’altra parte. Il che è pure un poco infame; e d’altra parte, come crederci? Questo spiega in parte il conflitto all’apparenza violentissimo tra governo e opposizione, e l’accordo di fatto sulle soluzioni dei problemi. È triste che il palpito residuale non solo del conflitto sociale, ma addirittura del pluralismo debba trovarsi solo nel sindacato, nella Cgil, o addirittura nelle associazioni dei piloti che fino a qualche mese fa avevamo considerato insopportabili fortini corporativi. Ma abbiamo bisogno del pluralismo come dell’aria, perciò abbiamo bisogno di loro.

Il lavoro dipendente, nelle sue forme antiche, dagli operai agli impiegati, e in quelle nuove, del precariato, del falso lavoro autonomo, le comunità degli immigrati, ma anche il disagio sociale, i disoccupati e chi è a rischio di disoccupazione. È suppergiù la base sociale storica, tradizionale della sinistra. Dovrebbe essere la base sociale che costringe a uno sforzo prospettico. A forza di darla per scontata, questa base sociale, il centro sinistra la sta perdendo, gettandola nella allegra dialettica tra Berlusconi e Alleanza Nazionale, che rischia di diventare una dialettica autosufficiente. E intanto qualcuno, tra chi vive nel disagio, non trovando ascolto né risposte, scivolerà per pesanteur verso i suoi piccoli pogrom, rifonderà la sua comunità spaccando qualche testa e approderà nelle braccia paterne e accoglienti di chi politicamente queste cose le capisce, e saprà anche frenarle, appena un poco, con dolcezza.

 

 

 

 

 

Traduzioni. L’unico lieto fine per una storia d’amore è un incidente

Da Buenos Aires Review: un estratto da El único final feliz para una historia de amor es un accidente, di João Paulo Cuenca. Il romanzo è ambientato a Tokyo: il protagonista, Atsuo Okuda, è un poeta giapponese, il cui figlio, Shunsuke Okuda, si innamora di una cameriera polacca. Traduzione di Orlando Vuono.

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Prima che il signor Atsuo Okuda aprisse la scatola, tutto era buio.

Di più: non c’era nulla da illuminare prima che il signor Okuda aprisse la scatola. Se il signor Okuda non avesse mai aperto la scatola, non esisterebbe nulla. Il mondo è iniziato solo nel momento in cui il signor Okuda ha aperto la scatola e ha detto la parola.

Ha detto: Yoshiko.

E Yoshiko è diventato il mio nome.

Dopo che il signor Okuda ha detto Yoshiko, ho ottenuto, oltre che un nome, molti inizi e un fine. Inizio sulla punta delle mie dita, sui ciuffi dei miei capelli, sulla pianta dei miei piedi, sui capezzoli del mio seno, sulla pelle che copre il vuoto al mio interno e tutta la superficie che mi fa essere chi sono. Non potrei essere un’altra, perché ho questo corpo, e solo io ho questo corpo e sono questo corpo.

E questo corpo ha un solo fine: servire il signor Okuda.

Il signor Okuda è il mio padrone, però non è il mio creatore. Il mio creatore è Luvdoll Inc., ubicata al 4-5-28 Nishi-Kawaguchi, nella città di Kawaguchi, provincia di Saitama. Il mio creatore ha seguito le istruzione del signor Okuda, spiegate nell’ordine numero 2358B.

L’ordine numero 2358B, riprodotto in cinque copie circolate durante sessantacinque giorni per i diversi dipartimenti della Luvdoll Inc., diceva che avrei dovuto avere occhi castano scuro (Pantone 4975C), pelle madreperlacea #5, seno modello senoide 220g con 92,5cm di diametro, ombelico con 0,8 cm di profondità e vagina extrasmall #2 con pelo pubico di taglio verticale, profondità di 8 cm e 4 cm di circonferenza.

Altri dettagli sono stati aggiunti durante le conversazioni tra il signor Okuda e Luvdoll Inc., poiché il signor Okuda è stato estremamente dettagliato nelle sue richieste, e questo ha fatto sì che Luvdoll Inc. introducesse nuove variazioni nella sua linea di prodotti. Tre le altre minuzie inedite per Luvdoll Inc., il signor Okuda ha disegnato al dettaglio la curvatura dei miei piedi, lo spessore delle ossa delle mie clavicole e delle mie anche.

Il signor Okuda voleva che le mie ossa fossero sporgenti, e così sono.

Il signor Okuda in nessun momento si è identificato con Luvdoll Inc. E per il progetto personalizzato ha pagato la somma di cinquanta milioni di yen, cosa che mi rende la bambola più cara mai prodotta in Giappone.

Il signor Okuda è un poeta conosciuto e ha annunciato che ha smesso di scrivere da molti anni. Questa è una bugia, perché il signor Okuda mi recita poesie, dicendo che avrebbe potuto pagare per me molto più della somma di cinquanta milioni di yen, perché io sono perfetta, perché io sono perfetta, e sono anche l’unica persona con cui il signor Okuda condivide la sua poesia. Anche questo me lo ha raccontato il signor Okuda in una poesia che ha scritto tra i versi di un’altra poesia.

Il signor Okuda si rivolge a me solo in versi.

Il signor Okuda non ha bisogno di recitare i versi perché io lo capisca. So quello che vuole dire quando mi guarda. Ricevo ordini attraverso il suo silenzio perché sono questo corpo e questo corpo ha un unico fine, servire il signor Okuda, anche ascoltando le sue poesie sulla mia perfezione, sui cipressi in una strada di Shikoku, sul canto degli uccelli o perfino sulla poesia in sé, tema molto caro al signor Okuda, che lo introduce anche nei versi di altre poesie e tra questi versi traccia anche altre poesie su molti altri temi, alcuni che fatico a comprendere, e così le poesie e i versi delle poesie si moltiplicano e si inframmezzano all’infinito, e attraverso essi il signor Okuda mi fa vedere non solo i bei sentimenti che prova per me, ma anche il mondo esteriore e ciò che sta sopra e sotto, perché io non sono mai uscita né lascerò la casa, questa che è la mia casa e anche la casa del signor Okuda.

E, pensandoci meglio, la mia vera casa, la mia unica casa, è il signor Okuda. Lui, lui in persona.

 

2

 

Sotto al riflesso di luci rossastre sull’asfalto umido, il sottomarino notturno naviga per le fondamenta degli edifici, tra cavi elettrici, fogne e tunnel della metro. I pezzi di questo vascello sommerso sono telefoni bucati, cineprese e microfoni nascosti nelle stanze e falsi specchi nei bagni di tutta la città. I nostri uomini-rana, funzionari che registrano il movimento di chi merita di essere osservato, hanno l’abilità di forzare le cassette della posta o di seguire chiunque per il tempo che il signor Okuda giudica necessario.

Questo equipaggiamento alimenta i monitor e gli amplificatori di una piccola stanza nel sotterraneo della casa di mio padre, che lui chiama Sala del Periscopio. È la cabina di pilotaggio del suo posto anonimo d’osservazione. Visto dalla porta, il complesso dei televisori accatastati sembra l’occhio di una mosca gigante.

Questo è quello che ho imparato durante tutta la vita con mio padre, il signor Atsuo Okuda: a guardare. Guardare ed essere invisibile.

Siccome i giorni sono ogni volta più lunghi per il signor Okuda, e il vecchio suona abbracciato alla bambola Yoshiko quasi tutto il tempo, il compito di gestire il Periscopio si abbassa alla mia responsabilità. «È la mia eredità», direbbe. «È quello che resterà di me, più dei miei libri», direbbe.

Il Periscopio del signor Aragosta Okuda, la mia eredità, non funzionerebbe senza l’aiuto del signor Suguro Shibata, professor dell’Associazione del Fugu Armonioso di Tsukiji. Il signor Suguro deve dei favori a mio padre, però, inoltre, riceve una paga generosa per fornire fugu selvaggi e fare il lavoro sporco dello spionaggio. Parola che sicuramente mio padre detesta – preferisce chiamare questa attività «osservazione».

Ho visto Suguro Shibata una sola volta, quando ero bambino, quasi trent’anni fa. Di lui ricordo solo l’odore. Il signor Shibata odora di alga marcia.

Che abbia visto solo una volta il signor Shibata, non significa che lui non mi abbia osservato in innumerevoli occasioni durante le ultime decadi. Accatastati negli armadi della Sala del Periscopio, ci sono migliaia di cassette Betamax, VHS e piatti DVDs con immagini della mia vita, dall’adolescenza all’istante in cui terminerà questo racconto. Mi sono abituato a questa vigilanza dall’infanzia – ho imparato a vigilare essendo vigilato da mio padre.

Ho scoperto la Sala del Periscopio nel seminterrato alcuni anni dopo che i miei sensi iniziarono a inseguire le donne. Lì, organizzate per data e ora, ci sono registrazioni clandestine dei miei primi incontri sessuali negli hotel di Shibuya, e anche di conversazioni, discussioni e riconciliazioni nelle cene, passeggiate e serate della mia adolescenza.

Col tempo, mi sono imbarcato nel sottomarino con mio padre e insieme abbiamo iniziato a navigare attraverso il nostro oggetto di studio per la città delle persone invisibili, per la città dove tutta la gente della nostra grande nazione giapponese viene per essere dimenticata. Per la città asimmetrica che contiene in se stessa tutte le altre città e nessuna di esse. In quei momenti, il signor Langosta Okuda dice nei suoi sogni parole che entrano nei miei:

– Un giorno capirai che l’unico finale felice possibile per una storia d’amore è un incidente senza sopravvissuti. Sì, Shunsuke, mio piccolo intralcio, mio piccolo fugu idiota: un incidente senza sopravvissuti.

 

 

 

 

 

 

Nota: Fugu: il pesce palla – piatto giapponese celebre in tutto il mondo a causa della complessità di cucinare un pesce velenoso senza uccidere nessun convitato.

Otto domande sul lavoro dell’editor – Giuseppe Catozzella

Continua la serie delle interviste agli editor italiani.
Abbiamo sottoposto il questionario a Giuseppe Catozzella, editor di Feltrinelli. Hanno già risposto alle nostre otto domande: Ginevra Bompiani, Carlo Carabba, Stefano Izzo, Chiara Valerio, Gabriele Dadati, Giulia Ichino, Andrea Gentile, Matteo Alfonsi, Nicola Lagioia, Federica Manzon, Elisabetta Migliavada, Jacopo De Michelis, Francesca Chiappa.

1) Quali sono le caratteristiche principali che un libro deve avere per colpire la sua attenzione?
Non esistono caratteristiche predefinite che un testo possa possedere per colpire l’interesse e l’attenzione e mettere in moto quella magia (è tutta qui la questione, la magia, qualcosa che non si può toccare, modificare né definire diversamente) che è la sospensione dell’incredulità. Un testo o ti prende o non ti prende. Ci sono testi che ti prendono per un po’ e poi ti lasciano libero di non credere loro, e altri che ti prendono e vorresti che non finissero mai. Questi sono quelli buoni. Quelli che in sé contengono quella magia. Non ci sono regole o standard: tutto accade “dopo”. Se ci fossero “tipi” o caratteristiche precise l’editoria sarebbe statistica. E invece è lavoro, artigianato, principalmente un continuo esercizio di sensibilità.

2) Se e in che modo è cambiato il suo modo di leggere negli ultimi anni?
È cambiato nel senso che è diventato vigile, attentissimo. Leggendo per lavoro tutto il giorno o quasi il rischio è che la lettura diventi mestiere. Ma se così fosse ci si potrebbe allontanare dall’esercizio di sensibilità e allontanarsi dalla possibile magia. Cosa che sarebbe l’errore più grande perché se un criterio c’è, è quello dell’abbandono. Ho imparato la lettura selettiva (si sviluppa un’abilità rabdomantica all’interno dei testi) e una sorta di lettura “geografica” all’interno del mondo di un testo. Ma quello che più ho sviluppato è un’accesa sensibilità, appunto, per la lingua e il modo in cui si stende all’interno di una storia (ogni parola è parte del tutto del testo e in ogni frase c’è più o meno tutto).

3) Quale pensa che sia il ruolo di un editor oggi? Crede che debba influenzare le scelte dell’autore fin dal concepimento dell’opera?
Non credo che l’editor debba o possa in alcun modo influenzare l’autore nel lavoro che gli compete: creare una materia narrativa all’interno del suo universo di significati e di vita, e quindi crearla in una e una sola forma possibile. Semmai l’editor, come interlocutore o amico o appartenente alla medesima o a una attigua comunità di significati, con l’autore prima durante e dopo parla, discute, ragiona. Io credo che il lavoro dell’editor sia quello di aiutare l’autore a fare dal suo testo quello che vorrebbe che fosse. In ogni caso due teste e due cuori sono meglio di una: sempre, in questo mestiere. E anche tutte le fasi successive di lavorazione del testo – quando questo entra in redazione, o quando lo si comunica agli altri comparti della casa editrice, commerciale, marketing e comunicazione – sono fondamentali perché aumentano le teste e i cuori che hanno a che fare con quella determinata storia. La casa editrice nel suo insieme concerta affinché il testo dell’autore attinga al massimo delle sue potenzialità.

4) Ci parli della sua formazione culturale, il suo percorso fra gli autori e le letture.
Ho saputo che da grande avrei lavorato con le parole e le storie a dodici anni, leggendo Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse. L’ho visto chiaro, non c’erano dubbi. Quel libro (è quella stessa magia, appunto) quel giorno me l’ha mostrato. Da allora la mia vita è sempre stata all’interno dei testi e delle parole. C’è una specie di curvatura che porta a vedere il mondo e la vita come rete di storie e trame (che è poi quello che è, se ce lo rappresentiamo). Quindi si può decidere di respirare a pieni polmoni, e gettarsi dentro la rete senza pensare a niente. Oppure, ogni tanto e le due cose vanno sempre insieme, si può vedere la rete. Quello è l’esercizio di sensibilità. Ho studiato filosofia alla Statale di Milano e mi sono laureato su Nietzsche. Poi ho fatto un master e poi sono partito per l’Australia, dove sono rimasto per più di un anno e sono tornato molte volte per cinque anni. Questo allontanamento per me è stato fondamentale. Mi ha fatto capire chi ero e cos’era il posto da cui provenivo. Le storie sono rimaste, intoccate, lì dove sono sempre state.

5) A chi si ispira nel suo lavoro sui testi, ha un modello di riferimento? È cambiato nel corso del tempo?
A rischio di suonare pedante devo ripetermi: non ci sono modelli. Ogni testo è un modello a sé, se è un buon testo. Questo significa che ogni testo prevede un lavoro specifico e adatto soltanto a quel testo. In questo mestiere non ci sono norme, regole. E meno ce ne sono e più funziona. Tentare di normalizzarlo lo asfissia, gli toglie aria. E le storie di una cosa soltanto hanno bisogno, di aria. Credo si continui a immergersi nelle storie perché le storie fanno respirare meglio.

6) Qual è la parte più difficile del suo lavoro? E la più frustrante?
Quando per troppo tempo non si trovano buoni testi, testi e storie che fanno innamorare. La parte più frustrante è quando un testo e una storia di cui ti eri innamorato non riesce a farsi sentire, per mille ragioni diverse. E questa parte purtroppo rappresenta la maggioranza dei casi.

7) Quali autori del passato ha amato? Quali pensa che oggi incontrerebbero difficoltà a essere pubblicati, e perché?
Ne ho amati moltissimi. L’Ottocento e il Novecento russo. L’Ottocento tedesco. Il Seicento francese. Il Novecento italiano. Il Cinquecento inglese. Il Novecento americano. E gli autori della Grecia antica, Platone, Euripide, Eschilo, Aristofane. E poi i filosofi, quelli meno sistematici, dalla Sofistica fino a metà del Ventesimo secolo. Su tutti, l’unico che non ha scritto niente (ma di cui tutti parlano): Socrate. I filosofi sono sommi narratori. Le loro sono le Narrazioni totali, tracciano i confini delle narrazioni. Quasi tutti oggi farebbero fatica a essere pubblicati. Perché? Perché non si parla più così, il mondo e la vita hanno preso altri modi di sbrogliarsi nelle storie. La lingua e il nostro modo di stare al mondo sono viventi: mutano. Per questo ogni chiacchiera relativa alla presunta purezza della lingua e di un certo modo di raccontare le storie (letteratura alta, che sarebbe il canone) mi fanno ridere: quale canone, di quale tempo parli? La letteratura dialoga con il futuro non col passato.

8) In che modo è cambiato il modo di leggere? Secondo lei cosa cercano oggi i lettori in un libro?
Cambia la lingua e il modo in cui rappresentiamo le nostre vite dentro le storie (e quindi ovviamente il modo di raccontarle), ma non cambia la questione di fondo: nelle storie c’è l’aria, c’è il nostro ossigeno. Senza storie saremmo macchine, e non siamo macchine, quindi delle storie abbiamo bisogno. Le storie sono il modo in cui stiamo al mondo, il modo in cui dividiamo la nostra vita in prima, adesso e poi. Quindi i lettori cercano e cercheranno sempre la stessa cosa in una storia: aria. Cioè bellezza.

La verità può essere detta solo se a forza di stile è resa incredibile. I romanzi di Luigi Di Ruscio

Un mese fa, Feltrinelli ha raccolto nella sua collana Le Comete tutti i romanzi di Luigi Di Ruscio: Palmiro, Cristi polverizzati e Neve nera, e pure un piccolo racconto: Apprendistato. Scrisse di lui Salvatore Quasimodo, introducendo le sue poesie: «Al marchigiano non importa niente che lo si legga o no; il ritmo sordo e perpendicolare nella forma, nei suoi versi viene da una rigorosa ragione di contenuto» . Proponiamo alcuni estratti del suo lavoro in prosa.

 

“Aspettavo comete, meteore, segnali celesti di ogni genere, le scritture continuavano a svolgersi tranquillamente nonostante gli orrori consecutivi, chi è nato morirà, lo strazio di essere vivi non è cosa eterna, avviciniamoci tranquillamente alla fine. Sono finiti i maestosi dinosauri, finiranno gli umani. Gli scagliosi dinosauri sembravano essere destinati ad una vita eterna e vennero distrutti. Figuratevelo il destino di questi uomini che diventano sempre più morbidi. Speriamo che siano i gatti a durare più a lungo.”

 

“C’era la fiera quando la vidi per la prima volta, tutto era a portata di mano e tutto era Nunziata, stava anche a guardare i giornali del chiosco, guardava tutto, guardava i giornali a fumetti delle donne dove tutte le storie d’amore finiscono bene anche se per finire bene Giulietta e Romeo devono risuscitare. Sapeva ridere con gli occhi, sapeva ridere con tutto, mi disse di non scriverle lettere azzurro che non sapeva leggere neppure le bianche, ma se le davo tante cartoline con l’indirizzo già scritto mi avrebbe spedito tante cartoline con tante crocette che le crocette le sa mettere. Ogni volta era meglio della precedente. Anche quando facevo la strada a piedi, la strada non la vedevo, mi aspettava sempre e io l’aspettavo sempre. Andavamo al cinema, ma lo schermo chi lo vedeva, se vedevo lo schermo vedevo solo una grande confusione.”

 

“Poeta piccolo infinitesimale che ha smesso da poco i pantaloncini corti con poesie grandi e sprocedate, i lettori non vanno certo a cercare le mie poesie io non dovrei andare a cercarli, l’incontro più è casuale e più sarà travolgente, scriverei anche se i lettori diventassero impossibili in un pianeta deserto, poesie sugli avvenimenti più illustri con mezzi della verbalizzazione più adeguati al caos quotidiano, il tutto era scopiazzato dal poeta intestardito a voler rinvigorire l’anima nostra essendo difficili e complicati i nostri rapporto con il mondo, nessuna poesia è definitiva, prego a tutti quelli che hanno letto le miei poesie di far rimanere la cosa segreta […].”

 

“Amo molto mia moglie, vi racconto un episodio. Giorni fa un’amica di mia moglie ci ha invitato a cena, abbiamo preso l’autobus, abbiamo mangiato, bevuto moderatamente e sentito musica gregoriana, tanto mia moglie e tanto la cara amica sono persone religiose. Eravamo felici e contenti però nella strada del ritorno essendo una notte molto bella come sono belle le notti estive del nord dove mai è completamente notte mia moglie volle fare la via del ritorno a piedi. In una strada da lontano vidi uno che probabilmente con un piede di porco cercava di scardinare la portiera di una macchina. Un ladro molto gentile che appena gli siamo passati vicino smise di giocare con dei fili elettrici e disse a mia moglie se voleva in prestito il piede di porco che a lui non serviva più, mia moglie gentilmente rispose no grazie perché noi non abbiamo l’auto. Insomma, per farla corta mia moglie era convinta non che si trovasse davanti ad un ladro di auto ma davanti ad una persona che avendo persa la chiave della macchina, ha dovuto scassinarla. Facemmo cagnara, mia moglie mi disse che come al solito essendo io italiano sono sempre sospettoso e vedo delle cose il lato peggiore. Mentre baccagliavamo come un fulmine mi venne in testa questo pensiero: Se mia moglie non avesse visto nel sottoscritto tutti gli aspetti migliori anche quelli immaginari mai mi avrebbe sposato e se non avesse creduto a tutte le fandonie che gli ho raccontato avremmo divorziato da anni e se potesse leggere le mie poesie mi avrebbe come minimo escluso dal letto matrimoniale. Per queste considerazioni tante volte la poesia di Leopardi da me tanto amata mi sembra sostanzialmente sbagliata, non bisognerebbe mai stare a levare la speranza alla gente.”

Il dilemma di Raskolnikov

Negli Archivi di “Nuovi Argomenti” abbiamo trovato questo intervento di Alessandro Piperno. Era la primavera del 2008, si parlava di soldi sfruttando la figura del Signor Bonaventura e del suo fortuito milione di lire. Sfogliando i classici – da Balzac a Fitzgerald – Piperno si chiede: ma è davvero questa l’unica differenza tra i ricchi e i poveri? l soldi?

 

Mi ha sempre colpito che Vladimir Nabokov per introdurre la Recherche di Proust ai suoi studenti della Cornell University (durante quel ciclo di lezioni sulla Letteratura Europea ormai passato alla storia) abbia sentito l’esigenza di partire da una questione banalmente pratica:

Tutti i personaggi della Recherche sono uomini e donne che vivono di rendita. Le uniche professioni in cui si imbattono sono quelle artistiche o erudite. Non hanno un lavoro: il loro lavoro è divertire l’autore. Sono liberi d’indulgere alla conversazione e al piacere, come quei leggendari personaggi d’altri tempi che vediamo in certi dipinti, chini intorno a tavole cariche di frutta, o intenti in elevati colloqui mentre camminano su pavimenti intarsiati, ma che non vediamo mai in un ufficio e in un cantiere.

A qualcuno potrà apparire corrivo fare i conti in tasca ai personaggi di un romanzo. Per Nabokov, nella sua didascalica precisione, è un punto di partenza inalienabile. Una questione fondamentale da chiarire immediatamente, per donare un colore emotivo al romanzo.

In fondo è utile comunicare a chi non ne sa niente che Proust (tanto per rimanere all’esempio di Nabokov) ha scritto un’opera infestata da una fauna di ricchi sfaccendati. E che per scriverla ha voluto affidarsi agli occhi e alla sensibilità di un personaggio non meno ricco e non meno sfaccendato di quelli da lui osservati.

Tale constatazione non ci autorizza forse a concludere che il denaro nella Recherche occupa un posto di assoluto rilievo accanto al Tempo, allo Snobismo, alla Gelosia, alla Letteratura?

Tutto questo mi spinge a una riflessione più generale.

Diciamo così: solo un genere come il romanzo — allo stesso tempo sporco e sfavillante, volgare e sontuoso, cinico e sentimentale — poteva concedere al denaro un ruolo da protagonista.

Che importa se tale fantasmatico protagonista si comporta da presenza rassicurante (come in Tostoj, in James, nella Woolf), o da grande assente (come in Dickens, Dostoevskij, Zola). Ciò che conta è che ti basta aprire un romanzo per sentire l’odore acre e muffoso dei quattrini spesi o agognati.

D’altra parte, se ci si pensa bene, esiste una stretta relazione tra il denaro e i romanzi. Sebbene non abbiano alcun intrinseco valore legato alla rarità o alla lucentezza (come l’oro e come i diamanti), entrambi esibiscono una carica simbolica eccezionale. Non c’è niente nella carta e nell’inchiostro di cui i libri e il denaro sono fatti che l’emozione che essi riescono, ciascuno a suo modo, a suscitarci. Tale emozione deriva dal legame che noi intratteniamo con quella carta e con quell’inchiostro. Quella carta e quell’inchiostro hanno un potere allegorico sulle nostre vite, le influenzano e talvolta le determinano.

Paolo Breda scriveva che: «La differenza tra stare economicamente bene e stare molto male si può ridurre a pochi grammi d’inchiostro». Sì, insomma quelli che servono per scrivere la cifra dei tuoi averi su un estratto conto prestampato, o il numero Vincente su un biglietto milionario della lotteria. Non si può dire un’analoga cosa per i romanzi? Il valore di un romanzo non è forse determinato dalla sequenza di segni d’inchiostro che lo compongono?

Ecco perché vorrei dire che il denaro – proprio in virtù della sua natura immateriale e simbolica e della sua utilità pratica – si presta così bene a diventare uno strepitoso personaggio romanzesco.

Un pregiudizio romantico induce il lettore a ricordare che Emma Bovary si è suicidata per ragioni amorose. In realtà lei si è tolta la vita perché i suoi amanti, Léon e Rodolphe, non l’hanno aiutata a fronteggiare i debiti. I soldi che quei due mascalzoni le hanno negato sono diventati per lei l’epitome del disamore e della disillusione.

Nei drammi etico-religiosi di Dostoevskij, così come nei romanzi epici di Tolstoj, il denaro occupa un ruolo essenziale. I quattrini ereditati dal principe Miskin e da Pierre Bezuchov hanno il potere di decidere del destino di questi due disadattati di successo.

D’altra parte, lasciando in un angolo Tolstoj, la riflessione sul denaro di Dostoevskij è talmente ossessiva che talvolta riesce a scarnificare alcuni cliché borghesi dai quali è tanto difficile liberarsi. Così ecco il suo famoso giocatore chiedersi a un certo punto: «Perché mai il gioco dovrebbe essere qualcosa di peggio di qualsiasi altro modo di guadagnare del denaro, per esempio del commercio?». D’altra parte, anche uno dei più drammatici percorsi etici mai intrapresi – quello che conduce Raskolnikov alla redenzione – Viene innescato da una bieca questione di quattrini. Perché i soldi che mi servirebbero per salvare la mia sorellina da un indegno matrimonio sono concentrati nella mani di una vecchia usuraia e non nelle mie? si chiede il nostro eroe, anticipando di pochi anni l’interrogativo con cui Karl Marx avrebbe tenuto in scacco il nostro mondo per più di un Secolo…  Quale giustizia è questa? Chi mi impedisce di massacrare la vecchia usuraia e di prendermi ciò che, in una società più giusta, dovrebbe appartenermi?

Ecco il dilemma di Raskolnikov. Con cui tutti prima o poi abbiamo dovuto fare i conti. E che ha modificato la narrativa e la drammaturgia moderna. Da Scott Fitzgerald a Tennessee Williams, da Truman Capote a Saul Bellow, chi tra costoro non ha offerto una personale interpretazione del dilemma di Raskolnikov?

Come si può vedere ho citato parecchi americani. Diciamo che l’ho fatto capziosamente: il caso americano mi appare straordinariamente rappresentativo.

Proprio perché si tratta di un Paese il cui puritanesimo sessuale non trova alcun corrispettivo nel moralismo legato ai quattrini, la potenza simbolica che il denaro ha assunto negli Stati Uniti è del tutto peculiare. Spesso mi sono imbattuto in alcuni miei distinti compatrioti che facevano di tutto per dissimulare la loro indubbia ricchezza. Un atteggiamento impensabile negli Stati Uniti.

Edgar Allan Poe spiegava questa centralità del denaro nella società americana con il fatto che gli Stati Uniti, non avendo un’aristocrazia basata sul sangue, l’avevano dovuta fondare sul dollaro. Un’idea che mi persuade totalmente se penso a un delizioso racconto di Mark Twain intitolato La banconota da un milione di sterline, che racconta la storia di un poveraccio a cui due riccastri buontemponi prestano una banconota dal valore esorbitante, convinti che lui non potrà farci niente perché non troverà nessuno disposto a cambiargliela. Ma sarà proprio il credito garantito al poveraccio da quella banconota dal valore astronomico a consentirgli di diventare un uomo ricco. Non ho mai capito se il racconto di Twain fosse una satira contro il sistema americano o una sua ironica apologia, certo è che dava conto di quanto il credito, in quella società, avesse un valore persino superiore al denaro.

Non a caso Charles Baudelaire, afflitto dalla sua proverbiale indigenza e nemico giurato degli Stati Uniti, aveva scritto qualche decennio prima di Twain, in odio alla civiltà capitalistica dalla quale si sentiva soverchiato, che i soldi non servono a niente. L’importante è poter contare su «un credito illimitato». Provocazione raccolta dal conte Robert de Montesquiou-Fézensac – il celebre dandy fin de siècle la cui figura eccentrica ispirò artisti del calibro di Huysmans, Boldini, Whistler, Proust – che usava dire: «È già così triste non avere soldi che privarsi delle cose che essi possono comprare sarebbe davvero insopportabile». Sì, il nostro Montesquiou era pieno di debiti fino al collo, ma sapeva che se non li avesse contratti la sua vita fiabesca avrebbe semplicemente perso di senso.

E questo introduce una nuova sfumatura alla nostra divagazione sul tema. I soldi hanno il potere di trasformare le persone. Persino più dell’amore, il cui effetto allucinogeno brucia troppo rapidamente.

Su questa questione – sui soldi che ti rendono diverso e che, nel corso di qualche generazione, modificano persino i tratti somatici di una famiglia, ingentilendoli –  si fronteggiavano i due precoci campioni della cosiddetta «Lost Generation»: Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald. Il primo rimproverava al secondo di aver idealizzato i ricchi. Sì, insomma, i ricchi per Hemingway non erano quella bionda classe di dei olimpici intenti in strani riti nei giardini di faraoniche ville di Long Island, così come li aveva descritti Fitzgerald nei suoi romanzi. I ricchi, per Hemingway, erano semplicemente mediocri fancazzisti. Sì, Scotty, la sola differenza tra noi e ricchi, diceva Hemingway al suo delicato amico, è che loro hanno i soldi.

Ma è davvero questa l’unica differenza tra i ricchi e i poveri? l soldi? I soldi spiegano tutto? Non c’è altro dietro il danaro? In un certo senso sì. Allo stesso tempo, però, bisogna considerare il potere che i soldi hanno di forgiare la personalità, soprattutto di coloro che li hanno ereditati. Allora forse Fitzgerald non sbagliava nel notare una difformità antropologica tra sé e i milionari di Long Island. Una specie di diaframma azzurrato che lui mai e poi mai avrebbe potuto bucare, oltre il quale vivevano quegli strani eleganti ectoplasmi, più simili a dei mitologici che a uomini di carne e sangue.

Un analogo dramma aveva vissuto quasi un secolo prima un altro ambiziosissimo ragazzaccio: Lucién De Rubempré, il protagonista delle balzachiane Illusioni perdute, il quale, durante il suo umiliante esordio in società in una Parigi scoppiettante, d’un tratto era stato letteralmente schiacciato dal peso dell’inadeguatezza sociale e finanziaria: “Guardando queste graziose bagatelle, di cui Lucién non sospettava l’esistenza, il mondo delle necessità superflue gli apparve, ed egli rabbrividì al pensiero dell’enorme capitale indispensabile per conquistarsi la condizione sociale di bel ragazzo!”.

Henry James, nel suo libro L’arte del romanzo, dedica un capitolo meraviglioso a Balzac. Per lui, Balzac è un romanziere grandioso, ambizioso sin quasi alla follia, anche se quasi totalmente sprovvisto di grazia. D’altra parte James analizza l’ossessione balzachiana per il denaro con un certo perplesso distacco. Come se giudicasse tale fissazione non perfettamente calibrata. È evidente che il punto di vista di James è quellodi un Gentleman americano. È chiaro che lui è troppo immerso in quel che Balzac chiama “il mondo delle necessità superflue” per rendersi conto di come tale condizione dia un sapore diverso alla sua stessa narrativa.

“Il mondo delle necessità superflue”. Come dir meglio? Ecco ciò che Hemingway non capiva e ciò che Fitzgerald non riusciva a spiegargli.

D’altra parte la vita avrebbe dato beffardamente ragione al secondo! Negli anni Trenta, quando la sua stella venne offuscata dalla tempesta della Grande Depressione e lui valutò la vanità delle sue glorie giovanili, poté constatare come un successo precoce lo avesse illuso che la vita fosse «una faccenda romantica». Ora, forse, bisognerebbe riflettere sugli attributi del successo. E notare come di solito esso si accompagni al denaro e, allo stesso tempo, come ti permetta di entrare in relazione con persone danarose che traggono piacere nel circondarsi di gente che come te ce l’ha fatta. Insomma Fitzgerald d’un tratto capisce tutto: ciò che unisce i famosi ai ricchi (che non a caso si frequentano) è l’idea che la vita possa essere una «faccenda romantica». È questo il pregiudizio su cui i ricchi fondano la loro diversità: aver vissuto sin dai primi istanti di vita in un ambiente romantico (culle di radica profumata al centro di stanze ben riscaldate piene di giocattoli e sorridenti peluche). Dal che si evince che i soldi sono il più semplice viatico per garantirsi un destino romantico. Tanto più che il peggior nemico del romanticismo è proprio l’indigenza.

Ecco perché i romanzi e i soldi hanno bisogno l’uno dell’altro.

Un esempio a chiudere?

Mi chiedo come avrebbe fatto Hans Castorp (il protagonista de La montagna incantata di Thomas Mann) a intraprendere l’avventura intellettuale che tanto ci avvince, se qualcuno non avesse provveduto a pagare la retta annuale al sanatorio di lusso nel quale si era recluso!

Sarà il caso di tornare nell’afosa aula della Cornell University, nella quale frattanto il professor Nabokov avrà quasi finito di leggere i suoi appunti. Credo che a questo punto i suoi studenti abbiano avuto il tempo di comprendere la ragione per cui il mondo di Proust appare circonfuso da quell’inconfondibile alone di struggente nostalgia: il fatto è che nessuno dei personaggi che lo abitano ha mai avuto problemi di quattrini. E i quattrini danno vita all’Universo.

 

 

IL MILIONE DI BONAVENTURA

Traduzioni. I pescatori

Da The White Review: The Fishermen di Jack Cox
Traduzione di Tiziana Scalabrin

 

Il giorno che arrivò a Roma, Milan acquistò un giornale di annunci economici e delle arance da un venditore della stazione i cui occhi andavano dai soldi al cappotto dal quale questi uscivano in una curva sospettosa. Non era una mattinata freddissima, ma a parte i nuovi acquisti stretti sotto il braccio mentre correva dietro ad un autobus, tutto quello che Milan possedeva era nel cappotto.
Scese dall’autobus prima che attraversasse il ponte sul Tevere per Prati e prese una rampa di gradini di marmo per scendere sull’argine. Con il giornale spalancato davanti cerchiò inserzioni per lavori di ogni tipo, e se abbassava la matita e la poggiava era solo per tirare fuori dalla tasca il dizionario e tenerlo aperto con il ginocchio. Sbucciò un’arancia con la mano libera, gettò la buccia sull’immondizia intrappolata tra le rocce sotto i suoi piedi e sputò i semi nel fiume.
Quando iniziò a far caldo si fece un cuscino con il cappotto e si sdraiò sulla pietra. Lente nuvole bianche gli pulsavano sugli occhi. Era stanco per le ore trascorse stipato nel treno, e stava per addormentarsi quando due ragazzi iniziarono ad aggirarsi sulle rocce con una lenza tesa tra le mani. Milan li tenne d’occhio mentre continuavano a gettare la lenza, finché un pesce brillò battendosi fuori dall’acqua. Era lungo quanto le loro braccia scure, una reliquia boccheggiante. Uno gli tolse l’amo dalla bocca mentre l’altro prendeva una busta di plastica dalla sponda, e lo avvolsero.
Milan li chiamò. Voleva sapere dove dormivano. Dormivano sulla riva. Lui non poteva dormire con loro, ma poteva dormire sulla riva: il clima era mite, lo facevano anche degli americani fuori di testa. Milan fissava il pesce che si dibatteva nella busta. Cosa ci avrebbero fatto. Venduto ad un ristorante. Lui chiese se secondo loro poteva trovare lavoro in uno di quei ristoranti, ma loro con aria di sufficienza gli fecero segno di piantarla, dopodiché non riuscì ad ottenere altre risposte.
La prima notte sulla riva fu molto scomoda. Sulla lastra di marmo gelato sentiva il battito del proprio sangue, che fluiva, come il fiume era fluito oltre il suo orecchio poggiato, senza tornare, che uscito dal buio diventava d’ottone sotto Castel Sant’Angelo, precipitando in una piccola diga con evanescente urgenza. L’alba arrivò prima che lui fosse riuscito a chiudere gli occhi.

Lavorava in un cantiere, svuotando la spazzatura, e come cameriere, portando vassoi su e giù dai tavoli sulla strada. Temeva la polizia. Non aveva il permesso di lavoro e sapeva che se l’avessero preso l’avrebbero messo su un treno, e in qualunque momento nel giro di quindici ore tutto sarebbe stato di nuovo disgrazie, retaggio e una fica asciutta. Milan cercava di passare inosservato. Si vestiva in modo semplice ma ordinato, imparò a dire un sacco di parolacce e a troncare le frasi proprio nel punto giusto, e lavorò su quelle vocali che senti a Roma che non assomigliano né alle acute declamazioni di Firenze né agli imbrogli veneziani né alle sillabe sparate della Sicilia. Imparò ad essere altèro e gentilissimo, e si tenne lontano dai guai.

Il bar dove lavorava si trovava in una piazzetta di Trastevere ed era pieno quasi ad ogni ora. La sera le luci entravano attraverso la veranda traforata come un vitigno e i riflessi erano sparsi sul selciato mentre Milan si avvicinava, barcollando un po’ sotto il peso immaginario di sacchi reali e canticchiando una musica straniera che, trasmessa da una radiolina nascosta sotto le sue lenzuola, anni prima, veniva rallentata per adattarsi all’andamento del respiro. Si fermò e alzò lo sguardo.
Tomaso era in piedi davanti a lui sulla porta del bar e lo guardava. Ahò, che contempli le stelle, tu?
Milan abbassò la testa e si affrettò. Alzò le spalle passando accanto al proprietario all’ingresso. È bella.
E tu come sei bello, eppure te pago.
Nonostante Tomaso discendesse apparentemente da un’antica famiglia romana, il bar era una sua idea e lo gestiva da solo. Trattava bene i dipendenti e manteneva la cucina pulita e in ordine. Milan iniziò lavando i piatti, ma Tomaso trovò redditizio mettergli una divisa e mandarlo a servire ai tavoli: aveva ragione, Milan ci sapeva fare con i clienti. Non chiese mai a Milan che piani avesse e secondo Milan pensava che risparmiasse per spedire i soldi a casa.
Si cambiò nel bagno e con la maglietta bagnata si pulì le ascelle e le natiche. Quando fu in uniforme si strofinò un pollice insaponato sui denti e poi si sciacquò la bocca.
Dal bancone del caffè Tomaso si diresse ad un tavolo, al quale si erano appena seduti un uomo, una donna e un bambino. Sarebbero der tu’ paese. Nun so se pàrleno l’itajano.
Milan li accolse e prese le ordinazioni. L’uomo, estremamente benvestito, con mani che descrivevano brevi archi mentre parlava, scelse un vino dal menu, e ordinò del caffè e un bicchiere di limonata in un italiano stentato. La donna non guardò nessuno di loro. Mentre parlavano tenne gli occhi fissi fuori dalla finestra e aprì appena la bocca senza voltarsi. Il mento del bambino era poco sopra la tovaglia, i suoi capelli neri cadevano dritti sulle sopracciglia e anche lui guardava da un’altra parte, ma senza un motivo, o così sembrò a Milan. Pensò che fosse loro figlio nonostante l’uomo fosse biondo e la donna bionda platino.
Portò loro da bere. La donna abbassò lo sguardo mentre lui si allungava per poggiare il bicchiere di limonata davanti al bambino. Lo ringraziò, lui intercettò il suo sguardo e annuì.
Qualcuno aveva sbriciolato un pezzo di pane sulla tovaglia ma tutte le mani erano ferme come quando avevano ricevuto i bicchieri. Non finirono il vino.
Quando Milan tornò al bancone Tomaso volle sapere se si era sbagliato. Milan annuì. Sono ungheresi.
Tomaso fece scattare il registratore di cassa e scosse la testa. Disse che nell’est-Europa pensavano che Roma fosse l’America. Penzeno che ce farano ‘n be’ futuro. Strinse le labbra. Hai vist’i schifosi n’i giardini, sott’i ponti. Ecco ‘ndo càpiteno. Ma che futuro! Me fa sta’ male ‘a Roma der futuro.
Milan disse che quella famiglia aveva i soldi.
Tomaso alzò le spalle. E va be’, nun è ‘a stessa cosa.

La donna e il figlio tornarono al bar il giorno seguente. Era domenica e Milan aveva il turno pomeridiano. Lei gli sorrise e disse buon pomeriggio con un buon accento. Milan disse ciao al bambino ma lui non parve aver sentito. La donna domandò a Milan da quanto tempo lavorasse a Roma. Milan glielo disse. Gli piaceva. No, non gli piaceva molto lavorare ma gli piaceva qui.
Indossava un cardigan borgogna, nonostante il sole che cadeva dritto sulla piazzetta. Una catenina dorata si tuffava e risaliva sulle sue clavicole. Ordinò un gelato. Quando Milan le portò il conto, lei chiese se più tardi avesse il tempo di fare loro da guida. Non si sarebbero fermati in città a lungo. Era una bella giornata.
Milan rispose di non avere altri impegni.
Si incontrarono alle cinque a Ponte Garibaldi. Il bambino indossava un cappello di paglia fuori moda e la donna aveva lasciato a casa il cardigan. Riparandosi gli occhi dal sole lo salutò con la mano. Milan si stupì di vedere che sotto il vestito indossava un paio di scarpe di tela bianca. I due si erano spostati dal centro del ponte per guardare un barcone che passava lì sotto, si girarono e coprirono metà della distanza mentre Milan si avvicinava; lei teneva il figlio per mano, con gli occhi persi in una striscia d’ombra privata.
Milan li portò al Campidoglio, e se lei c’era già stata non disse nulla. Disse che era bellissimo.
Parlavano e camminavano troppo velocemente, e al museo Milan pensò che avrebbero rotto qualcosa. Il bambino rimaneva indietro, lontano dalla mano tesa della madre, mentre scendevano la cordonata del Campidoglio nella sera luminosa.
Camminavano lungo il fiume che scorreva e Milan la baciò e lei gli disse che voleva portarlo in un hotel e lui rispose che era d’accordo con tutto. Si chiamava Magda. Lui la seguì nell’atrio di un grande hotel di Prati. Il concierge li vide e annuì, e prese una chiave dal quadro in finto onice alle sue spalle. La luce dei candelieri che pendevano bassi correva su quella nera lucentezza. Milan esitò. Lei si avvicino e gli disse all’orecchio, non preoccuparti. Lui non sarebbe tornato per una settimana.
Presero l’ascensore, e per tutto il tempo lei parlò al figlio del cavallo che avevano visto al Campidoglio. Sembrava che il cavallo gli fosse piaciuto, ma non rispose. Non era un cavallo vero. Milan pensò che forse gli piacevano solo i cavalli veri.
Lo lasciarono nel salottino, vicino alla finestra. In camera da letto non chiusero le tende. Lei sedette alla toletta vicino al letto e si slacciò le scarpe. Milan si spogliò per primo, si avvicinò e le sfilò dolcemente l’abito dalla testa. I seni ricaddero in due ombre ondulate sul petto. Milan rimase fermo e gemette e rimasero entrambi sorpresi. Lì c’era il colore dei capelli del figlio.
Lei aveva la gola e la bocca calde e il sudore riluceva sulle piccole curve. Il sapore di lei gli riempì la bocca. Lui pensò a tirarla attorno ai suoi fianchi, pensò che quella fosse la vittoria; ma con i suoi movimenti veloci e gli occhi blu velati e l’abbraccio cieco delle sue mani sulle natiche lei raggiunse il piacere, e quando lui venne quello fu un regalo.
Lei lo guardava attraverso le ciglia raccogliere i vestiti da pavimento. Avevano dormito un po’ e il sole era sceso e ora le luci della città si diffondevano attraverso lo smog sulla superficie della finestra. Il suo corpo riluceva nel buio di quella luce prestata. Il traffico ronzava sul vetro.
Lui vide che lei lo guardava e sorrise. Lei si accorse di essere sdraiata in un punto più illuminato di quello in cui si trovava lui, e la consapevolezza le fece chiudere gli occhi. Poi lo sentì che la toccava con qualche parte del corpo sul ginocchio canticchiando Wagon Wheel e toccandole le palpebre con le dita. Quanti anni hai?
Vent’uno.
Sei sposato?
Sì.

Fecero l’amore un’altra volta, poi lui si vestì. Lei si mise una vestaglia e lo guardò dalla porta, lui le chiese di cenare e lei disse, perché non ceni qui e ti fermi a dormire. Ma lui non poteva, doveva essere al cantiere lunedì mattina presto, quindi si baciarono e si congedarono. Quando se ne fu andato lei tornò da Victor e gli parlò e gli tolse il cappello di paglia e lo lasciò sul divano.
La mattina lei era sveglia e in attesa quando la cameriera entrò a lasciare un vassoio con la colazione nel salottino. Svegliò il figlio e lo aiutò a lavarsi e vestirsi, poi spalmò la marmellata su una fetta di toast e gli versò mezza tazza di caffè e mangiarono in silenzio. Poi decisero di visitare una galleria, ma cambiarono idea e andarono a passeggiare.
Quando tornarono all’hotel c’era una messaggio di Milan alla reception. Le chiedeva di incontrarlo davanti all’atrio quella sera. Lei pagò una cameriera per restare con Victor, si raccolse i capelli con un vecchio fermaglio argentato che era appartenuto a sua madre, e scese ad aspettarlo lungo il fiume.
Era in ritardo. Arrivò correndo, con un paio di jeans nuovi. La baciò dove i capelli le accarezzavano la guancia mossi dal vento che soffiava dal fiume. Comprarono due granite e passeggiarono l’uno accanto all’altra. Andiamo da te.
No, c’è la cameriera. Sta con Viktor.
Scesero qualche gradino verso la riva. Faceva più freddo là, e la pelle di lei rabbrividì. Arrivarono ad una profonda rientranza nel muro di pietra, ma lei non volle entrare. Non vedeva bene, ma le sembrava abitato. Lui le disse di non preoccuparsi e la guidò con la punta delle dita nell’ombra. Il sole iniziava a tramontare sulla riva opposta ma era ancora più in alto della bocca dell’alveo, e lei aveva gli occhi immersi nell’oscurità. Sentì le labbra di lui sfiorarle l’orecchio, la guancia. Le sollevò il vestito e il respiro le si mozzò in gola. Non era ancora entrato in lei. Lei aprì le braccia e trovò subito la sua mano, aperta come se stesse pregando, e il sole calante inondò di luce l’alveo, e quando lei si girò bruscamente verso l’apertura rimase accecata. Si voltò sbattendo le palpebre.
Lui saltellava con le gambe piegate tirando i bottoni dei jeans nuovi e c’erano pentole e tegami appesi alle pareti e un tappeto arrotolato nell’angolo. Lui fece un largo sorriso ma era furioso. Lei si chinò e abilmente si sfilò le mutandine dalla caviglia, gliele mise in tasca e uscirono. Chi vive là?
Gli zingari.
Sarebbero arrabbiati se lo sapessero.
Sì.
Sei maleducato.
Aveva della polvere di cemento sugli avambracci. Le teneva una mano sul fianco e il vestito le scorreva lì sotto dove un elastico con infinita pazienza l’aveva portata a desiderarlo moltissimo. Lui le chiese del figlio. Lei gli raccontò del figlio e del marito. Lui raccontò del villaggio che aveva lasciato e della moglie che aveva una vecchia azienda familiare e ed era molto più giovane di lui. Magda pensò che forse lui era crudele con sua moglie. Gli chiese quanto a lungo prevedeva di restare a Roma e lui rispose per sempre. Lui disse che voleva lei, voleva che lei rimanesse con lui a Roma. Lei rispose che era pazzo. Lui disse che l’amava e che voleva che rimasse con lui.
Lei rispose che aveva un figlio. Camminarono in silenzio lungo la riva finché non fece buio e l’argine si riempì di luci artificiali che ritagliarono loro nuove ombre. Lui le disse di nuovo di restare. Lei sapeva che la sua insistenza aveva in gran parte natura fisica, liberò la mano dalla sua e gli accarezzò la parte bassa della schiena. Non poteva vivere clandestinamente a Roma per sempre.
Vero. Poteva portarsela a casa. Avere una moglie non era un grande ostacolo. Poteva trovare lavoro in città e avrebbero affittato un appartamento, per poi acquistarlo. Le avrebbe dato un bambino.
Tornarono sulla strada e lei si rifiutò di portarlo in albergo. Aveva lasciato suo figlio solo abbastanza. Lui le chiese di promettere che si sarebbero incontrati ancora. Lei promise. Promettere che avrebbero fatto l’amore di nuovo. Colta alla sprovvista rise e disse che prometteva. Si salutarono teneramente e quando lei si voltò lui era ancora lì.

Il marito di Magda tornò presto. Lei e Viktor rientrarono in albergo un pomeriggio e lui era seduto nell’atrio e leggeva il giornale. Accarezzò la testa di Viktor e la baciò.
In camera si tolse la giacca e chiamò per chiedere una bottiglia di whisky e una di Fanta. Raccontò al figlio del viaggio e poi gli chiese cosa avesse visto, aveva visto il Colosseo, i Fori, Nettuno che guida i cavalli sopra le monetine. Era gentile e cortese con Viktor. Lei, sapendo quello che sapeva sulla sua educazione, aveva pensato che l’avrebbe picchiato qualche volta, invece era sempre gentile. Seduta sul divano si sfilò le scarpe con la punta dei piedi e raccolse le gambe piegate.
La cameriera arrivò con le bevande. Lui riempì un bicchiere di ghiaccio e versò da bere per Magda. Lei tenne il bicchiere in grembo e chiuse gli occhi. Viktor beveva rumorosamente con la cannuccia. Lei guardò il marito, i capelli chiari tirati indietro e le luminose, eleganti pieghe della camicia, e sentì di averlo quasi dimenticato, ma guardandolo non sentì il bisogno di ricordare nulla.
Lui suggerì di fare una passeggiata e scelse un posto per mangiare. All’inizio lei rispose che era stanca, poi acconsentì comunque. Si mise dei pantaloni e una camicetta nuova mentre lui si faceva la barba con la porta aperta.
Lui trovò un cravattino in bagno. Rimase sulla soglia con la schiuma da barba ancora su metà del viso e il cravattino in mano e le bretelle che gli pendevano sui fianchi e la guardò. È una sceneggiata pensò Magda e si spaventò perché non erano mai arrivati a quel punto e non sapeva di cosa sarebbe stato capace. All’inizio non dissero nulla. Era un marito oppressivo ma infine disse di meritarsi una vacanza come si deve e tornò a radersi.
Lei sapeva che lui era stato con altre donne e si stupì di non averci mai pensato, e forse c’erano molte altre donne e forse altri bambini. Non le era più venuto dentro, dopo Viktor. Si sentì le viscere sottosopra e penso di poter essere incinta.
Camminarono, tutti e tre, lungo il fiume. Magda era cresciuta a Budapest e si erano conosciuti all’università. Rimasero fidanzati a lungo prima di sposarsi. Lui era un bravo ballerino e quando erano giovani le cantava le canzoni popolari ungheresi. Scherzarono tra di loro passeggiando tra le strade di Trastevere e Viktor rideva sempre fuori tempo, con il vacuo balbettio di un fantasma che ride da solo.

Quando gli altri furono a letto Magda scese nell’atrio e chiamò il numero che Milan aveva lasciato l’ultima volta che se n’era andato. Non sapeva di cosa fosse il numero. Dopo un po’ rispose una voce e lei chiese di parlare con lui. Sentì altre voci e poi qualcuno venne al telefono a dirle che Milan non c’era, se voleva lasciare un messaggio.
Il giorno dopo il marito si prese cura di Viktor e Magda uscì da sola. Trascorse la mattinata alla Galleria Borghese ma era distratta e non riusciva a fermarsi a guardare niente, così camminò nel parco e tornò indietro. Sotto gli alberi si attardò a guardare le persone che passavano. Si fermò ad una fontana, con una mano si appoggiò al marmo liscio e segnato mentre con l’altra a conca raccoglieva l’acqua.
Nel parco ebbe la sensazione di essere seguita. Per qualche ragione il concierge l’aveva messa in guardia da quel posto, perciò se ne andò. Appena fuori dal parco le sembrò di vedere Milan alla fermata dell’autobus, ma quando si voltò per controllare se n’era andato. C’era solo un uomo che aspettava con il cappello calato su un orecchio e le mani in tasca. Più tardi, mentre tornava passando per via del Tritone, le sembrò di vedere Milan riflesso davanti a lei nella porta a vetri di una cantina. Quando si voltò non c’era. Si voltò di nuovo e non c’era più. Tornò camminando lungo il fiume.
C’erano macchine della polizia parcheggiate all’inizio di Ponte Vittorio Emanuele II e le persone si erano radunate a guardare. Sì unì a osservare dal ponte. Sembrava che uno zingaro fosse caduto in un vortice e fosse annegato. Persone che lo conoscevano, forse familiari, erano sulla riva e parlavano con un poliziotto. Annuivano e indicavano in silenzio. Magda sentì una donna accanto a lei dire che era un buon nuotatore ma era caduto nel punto sbagliato e non erano riusciti a ritrovare il suo corpo. Probabilmente sarebbe finito al mare. Il fiume scorreva sotto di loro in rapide spirali verdi.
Magda gettò lo sguardo sulle facce che aveva intorno e proseguì. Alla fine del ponte un ragazzino punk tendeva un barattolo tintinnante e il suo bastardino le girò innocuamente tra le gambe. Gli diede cinquanta centesimi e si diresse verso il viale di san Pietro. Su tutto il marciapiede i turisti aspettavano in fila davanti alla Basilica e i venditori sedevano ai cavalletti realizzando piccoli dipinti del tramonto. Suonarono le campane. Magda aveva fame e voleva trovare un posto per fermarsi ma continuava a muoversi a scatti. Ormai si era convinta che lui la stesse seguendo e si voltava ad ogni angolo ma non era una buona idea, la città era piena di ragazzi belli e sporchi e tutti ricambiavano il suo sguardo. Si mise le mani nei capelli. Dal cielo azzurro iniziò a cadere la pioggia, i pittori raccolsero le loro cose e si misero al riparo.

 

(Corsivi in lingua originale nel testo)

Otto domande sul lavoro dell’editor – Francesca Chiappa

Continua la serie delle interviste agli editor italiani.
Abbiamo sottoposto il questionario a Francesca Chiappa, editor di Hacca. Hanno già risposto alle nostre otto domande: Ginevra Bompiani, Carlo Carabba, Stefano Izzo, Chiara Valerio, Gabriele Dadati, Giulia Ichino, Andrea Gentile, Matteo Alfonsi, Nicola Lagioia, Federica Manzon, Elisabetta Migliavada, Jacopo De Michelis.

1) Quali sono le caratteristiche principali che un libro deve avere per colpire la sua attenzione?
Mi stupiscono quelle storie che raccontano una verità inaspettata. Che hanno un’urgenza di raccontare, una smania di svelare quello che è davanti agli occhi di tutti, eppure non ancora espresso. La lingua segue questa emergenza, creando ritmi propri e parole in grado di descrivere ciò che ancora non è stato descritto. Quando accade questo – quando la verità incontra le parole nuove – siamo pronte a pubblicare.

2) Se e in che modo è cambiato il suo modo di leggere negli ultimi anni?          
No, non trovo cambiamenti significativi nel mio modo di leggere, e il nostro catalogo testimonia una certa coerenza nel progetto editoriale.

3) Quale pensa che sia il ruolo di un editor oggi? Crede che debba influenzare le scelte dell’autore fin dal concepimento dell’opera?
L’opera, quando non è costruita a tavolino per un fine specifico (penso alla saggistica, ai libri d’inchiesta, all’editoria professionale, alla narrativa più commerciale), prescinde dalla volontà dell’editor. L’editor è piuttosto quella figura invisibile che si muove tra le righe scritte, a controllare che il raccolto sia sano, che non si siano aggrovigliate le radici, che i semi non siano stati piantati troppo in profondità. È un accudimento il lavoro dell’editor.

4) Ci parli della sua formazione culturale, il suo percorso fra gli autori e le letture.
Non ho avuto una formazione letteraria. Sono laureata in scienze politiche, e per un lungo periodo di tempo ho letto prevalentemente saggistica, interessandomi soprattutto di storia, economia, geopolitica. La narrativa, e la poesia, sono state un rifugio. Mi permettevano di conoscere un mondo che ancora non si era manifestato, non ancora studiato né raccontato.

5) A chi si ispira nel suo lavoro sui testi, ha un modello di riferimento? È cambiato nel corso del tempo?
Quando lavoro sui testi penso soprattutto al lettore. Mi preoccupo di non mentirgli. Penso costantemente a quello che il libro sta cercando di comunicargli, e me ne prendo la responsabilità. Ogni libro è un atto politico, e il lavoro sui testi si ispira più a un criterio di giustizia che a un modello editoriale.

6) Qual è la parte più difficile del suo lavoro? E la più frustrante?
Sicuramente la cosa più difficile è conciliare la qualità con il bilancio economico di fine anno. La qualità richiede cura, attenzione, creatività. E soprattutto molto tempo. Tutte componenti che non possono confluire in un prezzo di copertina, e che comunque non sono subito visibili a un nostro lettore occasionale. Di frustrante, da parte mia, c’è il non poter leggere abbastanza, ricercare abbastanza, scavare abbastanza. Vorrei leggere tutti i manoscritti interessanti che mi arrivano, tutte le novità in libreria che escono. Eppure non lavoriamo che attorno a una porzione minuscola di quello che ci arriva, e certamente qualcosa lo perdiamo per strada. Ecco, a me dispiace non averlo raccolto e portato con me.

7) Quali autori del passato ha amato? Quali pensa che oggi incontrerebbero difficoltà a essere pubblicati, e perché?
Per me che faccio narrativa contemporanea, il novecento italiano è la storia d’amore che avrei voluto aver vissuto. Hacca ha una collana, Novecento.0, che intende accogliere proprio quelle opere che hanno difficoltà a essere ripubblicate dai grandi marchi. Le riportiamo in libreria, mascherandole un po’, perché possano essere prese in mano come delle novità. Autori e autrici come Libero Bigiaretti, Ottiero Ottieri, Gianna Manzini, Giovanni Russo, raccontano ancora così tanto del nostro paese, che meritano ancora dell’altro tempo per essere letti, e dei nuovi lettori.

8) In che modo è cambiato il modo di leggere? Secondo lei cosa cercano oggi i lettori in un libro?
Una storia, credo.
Oggi si legge molto, tutti leggiamo molto. Si leggono soprattutto scritture brevi, frammentate, attraverso i social network. Si leggono molti commenti, opinioni personali (facebook ne è invasa). Ma le storie? Ecco, credo che – come sempre – il lettore cerchi delle storie che lo catapultino completamente fuori – o perfettamente dentro – la propria, di storia.