Marzo 2014

Mese: Marzo 2014

Tantibambini, 4: Bologna children’s book fair

La fiera del libro per ragazzi di Bologna è il più grande evento per gli addetti ai lavori di questo settore. Camminando per i corridoi si vedono scene splendidamente distopiche, come gli animatori vestiti da Peppa Pig o da Ape Maia che camminano a fianco di editori e manager vestiti eleganti – non è una fiera per bambini, è una fiera per adulti che lavorano per bambini. Questo evento mostra con una certa chiarezza quanto l’ambito dell’editoria per ragazzi sia brulicante e differenziato: nei padiglioni labirintici si trovano i sempiterni supereroi/principesse/ballerine; i grandi giganti editoriali con i loro Roald Dahl o Barbapapà; le associazioni per la lettura – dall’organizzazione internazionale Ibby al furgoncino per letture di Ottimomassimo –; le associazioni come Hamelin; le riviste come Andersen e le case editrici più attente alla ricerca, come Orecchio Acerbo e Corraini. È stata proprio Corraini a vincere, quest’anno, il Bologna Prize for Best Children’s Publisher of the Year nell’area europea: “una delle cose più belle di ricevere il BOP è che si tratta di un premio assegnato da altri editori, gente che ama i libri e conosce il lavoro che c’è dietro ognuno di loro” il commento della casa editrice – che pubblica tra le altre cose tutte le opere di Munari ed è un vero gioiello della ricerca.

Uno degli aspetti più interessanti dell’editoria per ragazzi è proprio come le scelte di qualità riescano ad emergere e ad avere riconoscimento, forse più che nell’editoria tradizionale. Questo ha a che vedere con la capacità maggiore di sperimentare legata all’aspetto grafico – la fiera ospitava una mostra piena di immagini diversissime tra loro e inaspettate (i leoni nella foto sono disegnati da Evelyne Laube e Nina Wehrle, anche se ricordano il grande Blake) – ma anche a una ricerca per ragazzi che sia rigorosa sui metodi più che sugli argomenti.
Per presentarsi ai suoi lettori Orecchio acerbo ha preparato un bugiardino con questo incipit:
Categoria farmaceutica Libri per ragazzi che non recano danno agli adulti / libri per adulti che non recano danno ai ragazzi.
Indicazioni terapeutiche Stati di grave bulimia televisiva. Sindrome acuta di insufficienza immaginatoria. Distonia o rimbecillimento da abuso di videogiochi. Irritazioni cellulari da SMS. Coaudiuvante nel trattamento delle dipendenze da psicofamiliari (anfemammine, erononnine, coccaziine ecc.). Intolleranze alimentate razziali, politiche, religiose ecc.). Elettroencefalodramma da iperattività. Squilibri emotivi connessi a stress per mancanza di mancanze. Stati apatici da eccesso di conformismo. Danni nel campo visivo. Abbassamento della soglia di solidarietà.
L’ufficio stampa, Paolo Cesari, mi ha visto ridere prendendo in mano il foglietto e mi ha spiegato perché hanno deciso di stilarlo e di inserirlo nei loro libri: “tutti ci chiedevano di dire quale fosse il nostro target, quali i nostri metodi, e così abbiamo deciso di scrivere questa di dichiarazione di intenti. A noi non interessa fare un libro, ad esempio, contro la xenofobia qualunque forma esso abbia: ci interessa farne uno bello contro la xenofobia. Si può parlare di tutto, ogni argomento può diventare interessante se trattato con l’occhio giusto e pensando alla qualità dell’offerta.”

Andersen ha annunciato i finalisti del suo premio 2014 proprio durante la fiera; tra i titoli internazionali qui si possono trovare tutti i libri che hanno ricevuto il Bologna Ragazzi Award (in particolare L’ombre de chacun pubblicato da Editions MeMo è un vero spettacolo).
Da quest’anno il padiglione 33 si è aperto anche ai non addetti ai lavori ospitando “Non ditelo ai grandi”. Un modo per far perdere tra disegni e storie nuove anche chi non ci lavora.

Otto domande sul lavoro dell’editor – Federica Manzon

Continua la serie delle interviste agli editor italiani.
Abbiamo sottoposto il questionario a Federica Manzon, editor della narrativa straniera per Mondadori. Hanno già risposto alle nostre otto domande: Ginevra Bompiani, Carlo Carabba, Stefano Izzo, Chiara Valerio, Gabriele Dadati, Giulia Ichino, Andrea Gentile, Matteo Alfonsi, Nicola Lagioia.

1) Quali sono le caratteristiche principali che un libro deve avere per colpire la sua attenzione?
Deve avere qualche cosa di originale, nello stile, nella voce, nello sguardo. Deve darmi l’impressione di non avere mai letto quella storia particolare raccontata in quel modo.

2) Se e in che modo è cambiato il suo modo di leggere negli ultimi anni?
Sostanzialmente non è cambiato. Credo sia importante ricordarsi che siamo prima di tutto dei lettori, non degli apprendisti stregoni con la ricetta magica. Penso che un editor debba guardarsi dal rischio di credersi superiore all’autore e dalla tentazione di cercare nei manoscritti la messa in atto di un’idea che ha nella testa. Valutare un libro non è una cosa complicata, basta leggerlo, fino alla fine o quasi, mantenersi il più possibile lettori curiosi e leggere molto, moltissimo, leggere sempre. Solo in questo caso si riuscirà ad avere il maggior numero di strumenti possibili per dare una valutazione.

3) Quale pensa che sia il ruolo di un editor oggi? Crede che debba influenzare le scelte dell’autore fin dal concepimento dell’opera?
Scrivere un libro, per quanto abbia a che fare con la tecnica e la disciplina, è un’attività che richiede un talento, un talento creativo. Un editor questo tipo di talento non è tenuto ad averlo, deve piuttosto essere in grado di riconoscerlo. Per questo penso che non possa mai sovrapporsi all’autore, influenzarlo nell’ideazione, perché il rischio è duplice: avere opere tutte uguali, un po’ artefatte, e trovarsi in mano delle storie che non sono mosse da alcuna necessità. Credo che un editor possa essere utile all’autore in modo diverso: come interlocutore sulla letteratura, prima, e come lettore attentissimo dopo, in grado di valorizzare le sue caratteristiche e di aiutarlo ad attenuare i difetti.

4) Ci parli della sua formazione culturale, il suo percorso fra gli autori e le letture.
Avendo studiato filosofia all’università, la mia formazione culturale è del tutto umanistica. Non voglio dire che sia un bene o un male, è semplicemente capitato così. Non ho autori preferiti su tutti, ma posso dire che a diverse età della vita sono corrisposti diversi grandi amori. L’infanzia è stata per me il momento delle letture divertenti e fantasiose, da Roald Dahl ai personaggi di Altan; e dei gialli, soprattutto Conan Doyle e Rex Stout. L’adolescenza, con i suoi infiniti pomeriggi vuoti, mi ha fatto incontrare i classici, I Buddenbrook, I dolori del giovane Werther, I fratelli Karamazov, insomma Russia e Germania, un po’ di Francia. Subito dopo è stato il tempo degli scrittori anglosassoni: De Lillo, Roth, Wallace, Joyce Carol Oates, A.M. Homes, Palahniuk, McEwan. Ho letto molti italiani, ma per curiosità, per studiarne la lingua, con pochi grandi amori, a parte Svevo e Fenoglio, la Morante. Come se ne deduce opere di narrativa, soprattutto narrativa. In generale per me i libri non sono mai stati uno strumento di cultura e accrescimento intellettuale, piuttosto degli oggetti del desiderio, dei buoni amici. Questo credo abbia influenzato e influenzi ancora oggi il mio lavoro, nel senso che la sua ragione ultima per me risiede sempre nel desiderio di mettere in mano ai lettori libri che possano renderli felici, buone letture, di qualsiasi tipo esse siano.

5) A chi si ispira nel suo lavoro sui testi, ha un modello di riferimento? È cambiato nel corso del tempo?
Per me vale quello che diceva il grande editor americano Robert Gottlieb “Il lavoro dell’editor richiede una costante apertura, bisogna essere sempre pronti a reagire.” Come a dire che se si legge instancabilmente, senza pregiudizi e con una certa sensibilità alla lingua, si farà un buon lavoro.

6) Qual è la parte più difficile del suo lavoro? E la più frustrante?
La più difficile è sicuramente ricordarsi che pubblicare libri non è un’attività solitaria, non riguarda il rapporto tra editor autore e testo, ma necessita dell’impegno di tante persone diverse all’interno della casa editrice, che vanno coinvolte e motivate, e questo richiede un sacco di energie.

La parte più frustrante è sicuramente l’impotenza davanti all’esito negativo di un libro che si sa molto bello, quando cioè un romanzo non viene stroncato o criticato ma proprio non viene nemmeno percepito. Dispiace sempre moltissimo.

7) Quali autori del passato ha amato? Quali pensa che oggi incontrerebbero difficoltà a essere pubblicati, e perché?
Un elenco sarebbe svilente. Ogni epoca ha per me il suo beniamino e poi sono di gusti prevedibili: Erodoto mi ha appassionato quanto Petronio, amo Tonio Kröger ma la Montagna incantata mi annoia, Le relazioni pericolose rimane uno dei libri a me più cari, trovo l’ironia di Jane Austen praticamente irripetibile, Sevo naturalmente, e poi i russi, quasi tutti tranne Gogol. Ma è difficile fare elenchi, molto difficile.

Non voglio pensare che ci siano libri belli che oggi non sarebbero pubblicati: i grandi capolavori sono sempre in anticipo sui propri tempi, ci trovano impreparati e quindi alle volte sbagliamo a valutare, siamo restii a correre dei rischi. Credo che la più bella possibilità del lavoro di un editor sia il battersi per fare pubblicare i manoscritti più meritevoli, con la megalomane pretesa di stare facendo qualcosa per la letteratura – molto spesso sbagliamo, ma se facciamo giusto almeno una volta, ne sarà valsa la pena.

8) In che modo è cambiato il modo di leggere? Secondo lei cosa cercano oggi i lettori in un libro?
Cercano quello che hanno sempre cercato: storie, scrittori che sappiano farci vedere la realtà che abbiamo sotto gli occhi in modo inedito, che ci scuotano e ci emozionino, ci dicano qualcosa di importante che ci riguarda. Date a un qualsiasi lettore un libro meritevole, di qualsiasi tipo, potrà fare più o meno fatica, ma gli lascerà sempre una traccia, ci cambierà un po’.

Gente che avrei voluto conoscere: Raymond Carver

Consideravo l’idea di scrivere per il sito di Nuovi Argomenti brevi pezzi che parlassero di gente che mi piace e stavo dicendo a me stesso che sarebbe il caso di iniziare a farlo in maniera meno randomica, più studiata. Ho pensato anche che quello che la gente fa per iniziare a dare un senso alle cose è nominarle, checché ne dica Cratilo. Avevo pensato di darle un titolo ma “emanazioni di me” suonava un po’ troppo neoplatonico e “persone che sarei voluto essere se non fossi stato io” mi sembrava comunque troppo pretenzioso. Alla fine ho deciso che “Gente che avrei voluto conoscere” (anche se Gregory Corso mi sarebbe piaciuto abbracciarlo e con Casanova mi sarei limitato a una discreta cena piena di aneddoti), era un buon compromesso.

Oggi voglio parlare di Carver, uno dei miei riferimenti umani principali (dopo Tuthankamon e Montezuma). Ma siccome non ho intenzione di parlare del ruolo degli editor nella letteratura, né della propensione alla forma racconto, ho deciso di limitarmi alla produzione poetica dello scrittore statunitense.

Doveva essere il 2007, mi pare, avrò avuto ventun’anni, forse ventidue. Ero in macchina con la mia ragazza di allora (ho cercato un aggettivo possessivo che qualificasse il nostro passare del tempo insieme come una cosa che andasse univocamente da me a lei e non il contrario ma non sono riuscito a trovarlo: in ogni caso “mia” non rende affatto giustizia alla situazione) e stavamo andando sulle rive di un lago, Bracciano mi sembra, a fare pranzo. Sarebbe stata anche una cosa romantica se lei in realtà non fosse stata l’amante di un tizio sposato con figli che una volta mi ha pure urlato al telefono facendomi sentire un po’ come quello scemo dei filmati porno amatoriali con in basso a destra scritta in bianco una data qualsiasi degli anni ‘90 che se ne sta in un angolo a guardare (lui è il tizio bianchiccio e sovrappeso, di solito). Racconto questa scena perché mi ricordo perfettamente che in macchina stavamo parlando di letteratura (un po’ perché studiavamo entrambi filosofia e ci sentivamo in dovere di fare discorsi alti e un po’ perché io scrivevo già da un po’, molto male a dire la verità, ma avevo appena pubblicato un racconto su NA e mi sembrava assolutamente normale continuare a ribadirlo). Mi aveva chiesto quand’era stato che avevo capito il modo in cui avrei voluto scrivere, se ci fosse stato uno spartiacque forte tra la scrittura vagamente lirica dei miei sedici anni a quella di allora, perfettibilissima ma almeno più controllata, in un certo senso più matura (l’unica cosa lunga che avevo scritto si chiamava America, una cosa tutta simboli a caso e senzatetto, e a lei non era piaciuto). Io ho risposto che era stato Carver, l’artefice di tutto. E davvero credevo che fosse vero, perché anche se di Carver narratore ho recuperato col tempo quasi tutto, a quel tempo avevo letto solo una poesia, una di quelle più famose, questa:

Giù nello Stretto le onde schiumano,
come dicono qui. Il mare è mosso e meno male
che non sono uscito. Sono contento d’aver pescato
tutto il giorno a Morse Creek, trascinando avanti
e indietro un Daredevil rosso. Non ho preso niente.
Neanche un morso. Ma mi sta bene così. È stato bello!
Avevo con me il temperino di tuo padre e sono stato seguito
per un po’ da una cagnetta che i padroni chiamavano Dixie.
A volte mi sentivo così felice che dovevo smettere
di pescare. A un certo punto mi sono sdraiato sulla sponda
e ho chiuso gli occhi per ascoltare il rumore che faceva l’acqua
e il vento fischiava sulla cima degli alberi, lo stesso vento
che soffia giù nello Stretto, eppure è diverso.
Per un po’ mi son concesso il lusso di immaginare che ero morto
e mi stava bene anche quello, almeno per un paio
di minuti, finché non me ne sono reso conto: Morto.
Mentre me ne stavo lì sdraiato a occhi chiusi,
dopo essermi immaginato come sarebbe stato
se non avessi davvero potuto più rialzarmi, ho pensato a te.
Ho aperto gli occhi e mi sono alzato subito
e son ritornato a essere contento.
È che te ne sono grato, capisci. E te lo volevo dire.

Io ho risposto Carver e lei, senza smettere di tenere le mani sul volante (naturalmente era lei che guidava), è rimasta in silenzio, ha fatto un mezzo sorriso compiaciuto e per un attimo brevissimo ha pensato di lasciare perdere questa cosa degli amanti e sposarmi la settimana dopo in una chiesa di campagna americana coi barattoli al posto dei bicchieri di vetro e un temporale che prima di benedirci si carica un po’ su un deserto in lontananza.
Non so voi, ma almeno la prima parte della poesia è praticamente la versione poetica della lezione americana di Calvino dedicata all’esattezza (l’unica che poi abbia veramente recepito e con la quale sia stato d’accordo). In ogni caso, al momento del racconto Calvino non l’avevo ancora letto e quella poesia fu una specie di folgorazione. Sapevo perfettamente come muovermi all’interno di quelle parole pur chiedendomi cosa cazzo fosse un daredevil rosso (immaginavo sì una specie di amo di quelli piumati, ma poi boh) e dove fosse esattamente Morse Creek. Per me, che venivo da una narrazione confusa dell’emotività personale che fosse però adulterata abbastanza da non essere veramente io quello di cui si parlava (rendendo il tutto ancora più teneramente ovvio) quella era una lezione umana fondamentale che non parlava di verità, di resa sulla pagina, dei grandi problemi del Tema o della trama, no, quella era una cosa che parlava di una cosa più complicata, almeno letterariamente parlando: l’onestà. Quella della gente con gli occhi grandi e la faccia da bambino, per intenderci, che sembrano indifesi davanti al mondo eppure intoccabili, salvi a priori (Lucia aveva i capelli rossi e gli occhi umidi, e qualcosa di sessuale pure nel modo in cui cambiava le marce, con una durezza controllata, il suo era un aspetto peccaminoso, colpevole all’istante).

Ecco il tipo di scrittura che volevo avere, di più, ecco il tipo di persona che volevo essere.
Naturalmente le cose non furono così semplici, da che mondo e mondo non basta volere una cosa per far sì che questa accada, anzi, filosoficamente parlando la volontà è una cosa che ti fotte sempre. Credo che ognuno abbia dei limiti, per quanto riguarda gli influssi letterari, e Carver poteva essere per me la bandierina di destra in un’ipotetica discesa slalomistica, che avrebbe avuto il suo corrispettivo a sinistra nella simbologia spinta, nella letteratura religiosa, nel realismo magico sudamericano. Ecco, mi dicevo che se fossi riuscito a tenermi costantemente all’interno di quel sentiero le cose non sarebbero potute andare troppo male.
L’idea di trovarmi di fronte a un mio limite fu chiara: negli anni lessi tutto quello che c’era da leggere, il suo Il mestiere di scrivere rimane oggi uno dei miei testi fondamentali sulla scrittura creativa e Cattedrale uno dei racconti migliori della storia.

Raymond Carver ha avuto una vita piuttosto standard, per come si immagina l’esistenza degli scrittori in America nell’immaginario collettivo. Si è sposato molto giovane, a diciannove anni, con Maryanne Burk che di anni ne aveva diciassette all’insegna di un matrimonio immaturo e nevrotico, e farà ogni sorta di lavoro, dal banco di una farmacia alla segheria col padre, fino a quando i suoi racconti, uno dopo l’altro, cominciano a venire comprati dalle riviste. Inizia a guadagnarci, il suo talento comincia a essere spendibile. La forma poesia diventa un’esigenza temporale prima che artistica, qualcosa a cui dedicarsi nelle poche ore libere che gli rimanevano a settimana. Scrive:

In quel periodo immaginavo che, se fossi riuscito a ritagliarmi un’ora o due al giorno solo per me, dopo il lavoro e la famiglia, sarebbe stato anche più che abbastanza. Il paradiso. Ed ero contento di avere quell’ora. A volte, però, per una ragione o per l’altra, non riuscivo a prendermela. E allora confidavo nel sabato, benché a volte, succedessero cose che mandavano a monte anche il sabato. Ma c’era ancora la domenica in cui sperare. Domenica, forse.

Ancora, Carver è sì un poeta onesto, ma all’apparenza potrebbe anche sembrare un poeta semplice. Il lirismo delle sue poesie è nullo, è come se l’idea di scrivere in prosa non lo avesse mai abbandonato del tutto ma che fosse solo un modo diverso per esprimere la stessa narrazione, la stessa storia. Racconti in forma di poesia ne è la testimonianza più lampante. Era un colpo duro, perché sapevo che la cosa che mi era sempre mancata, nelle cose che scrivevo, era l’azione vera, le cose che succedono. Ero arrivato al punto che scrivere frasi come “lei si alzò dalla sedia” suonanavano false, erano bugie che costringevo a dirmi nell’ottica di una narrazione fine a se stessa. Ecco che invece da quei nugoli di dubbi usciva, come un raggio di sole che rischiara per poco le acque troppo calme di un lago a mezzogiorno, di un pesce persico mangiato su un tavolino con una tovaglia di carta e il cameriere che chiama per nome Lucia, una scrittura che era movimento senza dichiarazioni di interiorità, che fissava le immagini senza sforzi. Quella limpidezza era per me ovviamente troppo, da raggiungere, ma quello che era certo è che si poteva, che io potevo imparare molto. Le analogie con un altro poeta americano dello stesso stampo, cioè Bukowski, sono innumerevoli, a partire dalla narrazione lucida delle storie alla scelta di personaggi umili: in entrambi i casi i protagonisti delle poesie sono disadattati, alcoliste, esemplari di passaggio nella periferia americana, quella lontana dai grandi centri urbani: le scene di pesca abbondano, come abbonda l’alcol, e quel modo lucido di venire a patti con le dipendenze. Ma Carver è più etico, la compassione che ispira non si limita al solo racconto, non vuole suscitare una gamma di emozioni che vada dallo schifo al tragico, insomma non c’è provocazione, nelle sue parole. L’oggettività con cui descrive le scene dei suoi racconti si ammorbidisce nella poesia, dove a volte appaiono, come una specie di Lichtung, immagini di un’estrema e limpida bellezza epifanica, partendo sempre da una semplice domanda, l’unica possibile, che poi sarebbe il motore che dà il primo movimento al processo creativo: che cosa mi sta succedendo?

Ora, rispondere a questa domanda in maniera onesta è una cosa complicatissima, che fa i conti con le ambizioni, con la ritrosia naturale ad accettare le debolezze di ognuno (figuriamoci degli altri), con l’idea che conoscere veramente se stessi non debba essere proprio una cosa desiderabile. Ma una volta che con gli occhi aperti ti metti seduto, senza nessuna prevenzione e con coraggio, ad ascoltare te stesso, ecco forse allora è il momento in cui si annulla la distanza tra te e il tuo chiamiamolo talento, tra te e la tua intuizione.

Qualcosa sta succedendo proprio a me
se devo dar retta ai miei
sensi non si tratta solo
dell’ennesima distrazione cara
sono ancora imballato
nella solita vecchia pellaccia
le idee pure e le ambiziose aspirazioni
il cazzo in salute e pulito
a ogni costo
ma i piedi cominciano
a dirmi certe cose sul loro conto
sul loro nuovo rapporto con
le mie mani il cuore i capelli e gli occhi.

Qualcosa sta succedendo proprio a me
se potessi ti chiederei
hai mai provato una sensazione del genere
ma tu sei già così lontana
stasera che non credo proprio
mi sentiresti a parte il fatto
che la mia voce pure è intrecciata

Qualcosa sta succedendo proprio a me
non ti sorprendere se
uno dei prossimi giorni svegliandoti nel fulgore
di questo sole mediterraneo e girando gli occhi
verso di me scoprirai
una donna al mio posto
o peggio ancora
uno sconosciuto dai capelli bianchi
che scrive una poesia
uno che non riesce più a formare parole
che si limita a muovere le labbra
tentando
di dirti qualcosa

Ecco che cosa mi ha insegnato Carver, che le cose possono succedere in molti modi. E che le svolte sono dietro l’angolo. Divorzia dalla prima moglie, smette di bere. Conosce Tess, a cui è dedicata la poesia all’inizio. Raymond fa pace con la vita, col suo passato, con i suoi fallimenti.  Negli ultimi anni la sua produzione si limita quasi esclusivamente alla poesia. La sua è una innocenza disarmante, le cose del mondo vengono dipinte come realmente sono, all’interno di un’ecosistema puro e contaminato allo stesso tempo. Carver è a tratti disarmante, leggendo quelle poesie mi viene voglia sempre di pensarla come lui, di avere la stessa sensibilità, di dire cazzo voglio essere come lui, voglio vedere le cose allo stesso modo e percepirle nella loro sensibilità. L’immediatezza delle cose che si offrono all’appercezione (ancora, in ottica anticratilea) è la stessa che il poeta usa per scriverne: il rapporto è immediato nel senso che non c’è alcuna mediazione tra lì e qui, tra il fiume e il pescatore, tra l’uomo che vede e l’uomo che scrive.

Alla fine io e quella ragazza ci siamo lasciati senza dirci una parola, smettendo di chiamarci, come si faceva prima, senza doverci spiegare tutto per forza. Anni dopo sono stato invitato a una festa, nella stessa casa in cui aveva abitato lei. Roma è piccola, d’accordo, ma quante probabilità c’erano di finire a mangiare salatini e gin tonic senza ghiaccio in bicchieri di plastica nella stessa stanza in cui fino a qualche mese prima campeggiava come un trono un televisore da 40 pollici di proprietà del suo vero ragazzo? Poche, senza dubbio. Quando sono tornato a casa ho intrecciato le mani come fa Carver in una foto famosa e l’ho avuta come immagine del profilo per almeno sei mesi, nella speranza di poter fare pace anche io con le cose che di me non potevo accettare.

Mentre scrivevo questo pezzo ho pensato che Carver in inglese significa intagliatore. Ecco, è una cosa che mi ha fatto sorridere, una di quelle cose che appena conosci ti fanno stare bene, un po’ come mi succede quando penso a Buzz Aldrin o con speranza alle cose che devo ancora mettere in ordine, e ho pensato che pure io voglio avercelo, il senso di quello che faccio scritto all’interno del mio nome.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

(Le poesie sono tratte da Orientarsi con le stelle, minimum fax, e sono tradotte da Riccardo Duranti.)

Lettere di Raymond Chandler

A 55 anni dalla morte vogliamo ricordare il padre di Philip Marlowe con alcune lettere sullo scrivere e sull’essere scrittori, apparse nel volume Parola di Chandler, edito da Coconino Press.

 

Lettera a Carl Brandt, agente letterario di Chandler a New York, 22 luglio 1949.

Se mi trovassi a scrivere quello che è definito un romanzo serio, potrei avere successo o potrei non averlo, ma di certo non lo avrei per via di ciò che ho scritto prima. Questo dilemma, del resto, è sempre esistito. La parte intelligente del pubblico di uno scrittore spinge per un cambio di passo, vuole che egli provi nuovi temi e nuovi luoghi, ma il grosso del pubblico che compra i suoi libri compra lo stesso prodotto che ha sempre comprato. Fino a ora mi è sempre sembrato che il pubblico dei romanzi tradizionali sia più attratto dal tema, dall’idea, dalla linea di pensiero e dall’attitudine sociologica o politica e sempre meno della qualità di scrittura in sé. Per esempio, se io dovessi considerare 1984 di Orwell puramente come opera di narrativa non lo metterei molto in alto. Non c’è magia, le scene sono solo passabilmente costruire e i personaggi hanno molta poca personalità; in breve non è scritto meglio, artisticamente parlando, di un giallo inglese fatto bene e ben costruito. Ma il suo pensiero politico fa la differenza e laddove scrive come critico e interprete di idee piuttosto che di persone o di emozioni è straordinario.

 

Copertina Penguin Crime degli anni ’60 di ‘Specialista in guai’

 

Lettera a Hamish Hamilton, 19 aprile 1956.    

… Ho grosse difficoltà nel ricordare i miei libri. Dovresti sapere che uno scrittore deve rilleggere i suoi libri ogni sei mesi per poter evitare di scriverne uno uguale.

 

Copertina Penguin anni ’70 di ‘Addio, mia amata’.

 

Lettera a Helga Greene, 25 maggio 1957.        

Non ho ancora finito il libro di Marlowe, nel senso che non è pronto per la copiatura, ma lo sarà entro due o tre settimane, forse meno. La parte centrale è un po’ confusa, come se mentre la scrivevo non fossi sicuro della linea da seguire. Inoltre ho riscritto il finale. Non è che non andasse bene, ma era un po’ troppo leggero. Ho voluto indurirlo un po’. Non volevo che Marlowe scoppiasse in lacrime perché qualcuno si è innamorato di lui. È semplicemente questione di riscrivere qualche scena, scartando un po’ di roba superflua e così via.

 

Copertina Penguin ‘Il grande sonno’, 2011.

 

Lettera a Lenore Glenn Offord, 6 dicembre 1948.        

Ho scoperto che gli scrittori, come specie, sono ultrasensibili e spiritualmente denutriti. Odio quel piccolo luccichio in fondo agli occhi di chi aspetta la lode per l’ultimo libro o racconto. Alcuni dei miei amici (il che non ha molta importanza, ne ho così pochi) sono per me illeggibili. Con loro non parlo mai di loro libri. Non li leggo proprio, i loro libri sanguinosi. Non trovo ragione a questo mondo per cui abbiano dovuto scriverli. Questo fa sì che i rapporti interpersonali siano abbastanza tesi. E una cosa che mi piace di Hollywood è che lo scrittore vi si rivela nella sua definitiva corruzione. Non chiede elogi perché questi gli arrivano sotto forma di assegni. Lo scrittore medio di Hollywood non è giovane, non è onesto, non è coraggioso ed è un po’ troppo benvestito. Ma, dannazione, è di ottima compagnia, cosa che gli scrittori di libri di solito non sono. È meglio di quello che scrive, ecco. Molti scrittori di libri non lo sono.

 

G.S.

 

Il meridiano di Bernard Malamud

“Ci ho messo parecchio a innamorarmi di Malamud. Quasi vent’anni. Non si può dire che la sua narrativa offra l’alimento di cui il mio palato ha bisogno. Tutta questa sobrietà, tutto questo rigore narrativo non rispondono in alcun modo al mio ideale. Diciamo che Malamud me lo sono fatto piacere, come Zeno Cosini si fa piacere la moglie Augusta. E, proprio come quello di Zeno nei confronti della moglie, ho scoperto strada facendo che il mio amore per Malamud non era un ripiego.”
Alessandro Piperno su Bernard Malamud, lo scrittore americano figlio di ebrei russi appena approdato tra i Meridiani Mondadori.

Orlando Vuono

Ezio Raimondi, morte di un critico

Due giorni dopo Cesare Segre, ci ha lasciati un altro illustre critico letterario, Ezio Raimondi. Una sua studentessa ricorda che negli anni Sessanta “si diceva che avesse libri dappertutto, perfino in bagno”. Sconsolata, così si sfogava la moglie: “Ezio tiene i libri anche sotto i piedi dei tavoli, e non serve a niente che io lo sgridi”.

Né gli studenti né la moglie esageravano, come testimonia il tavolino in questo video dove il professore si racconta.

 

Orlando Vuono

Otto domande sul lavoro dell’editor – Nicola Lagioia

Continua la serie delle interviste agli editor italiani.
Abbiamo sottoposto il questionario a Nicola Lagioia, editor di minimum fax.
Hanno già risposto alle nostre otto domande: Ginevra Bompiani, Carlo Carabba, Stefano Izzo, Chiara Valerio, Gabriele Dadati, Giulia Ichino, Andrea Gentile, Matteo Alfonsi.

1) Quali sono le caratteristiche principali che un libro deve avere per colpire la sua attenzione?
Una volta un autore mi mandò il suo manoscritto scrivendomi che aveva composto il romanzo cucendolo addosso a quelli che immaginava fossero i miei gusti. Ma il bello della letteratura sta nel fatto che io, prima di aver letto Melville, non riesco proprio a immaginarmi una creatura come Moby Dick né un personaggio come Achab. La letteratura deve prenderti alle spalle, non soddisfare le tue presunte esigenze di lettore prima e di editor poi. A ogni modo, se ci fossero delle caratteristiche preordinate a cui un libro dovrebbe rispondere per piacermi, non sarei un buon lettore e un buon editor, o comunque non sarei il lettore e l’editor che voglio essere. Diciamo che, molto pragmaticamente, capisco che il libro sta colpendo la mia attenzione quando inizio a leggerlo dimenticandomi del tutto che si tratta di una prestazione di lavoro contro denaro. Quando, in definitiva, quel libro (se non lo avessi tra le mani) me lo andrei a comprare e inizierei a leggerlo indipendentemente dal fatto di trarne altro vantaggio che non sia la lettura in sé.

2) Se e in che modo è cambiato il suo modo di leggere negli ultimi anni?
Sono diventato un po’ più veloce, probabilmente. La percentuale tra non libri, libri orripilanti, libri brutti, libri mediocri, libri così così, libri niente male, libri belli, libri bellissimi è rimasta pressoché inalterata nel tempo, e dunque anche il mio sentimento di (non) entusiasmo probabilistico estraendo dal mucchio il manoscritto da leggere. Ovviamente da leggere (quest’ultima frase) in senso figurato, visto che ormai leggo quasi tutto a schermo.

3) Quale pensa che sia il ruolo di un editor oggi? Crede che debba influenzare le scelte dell’autore fin dal concepimento dell’opera?
L’ho detto molte volte, lo ripeto qui. L’editing, a mio parere, è un esercizio di maieutica. Dunque, le regole fisse son due: a) l’editor non deve credersi coautore di alcunché; b) l’ultima parola ce l’ha lo scrittore. L’editor cerca di far diventare il libro ciò che già è in potenza, aiutando l’autore a tirar fuori ciò che (a livello latente) è ancora rimasto inespresso (che in certi casi potrebbe voler anche dire “troppo espresso”) senza che l’autore se ne sia totalmente accorto. Uno scrittore minimamente consapevole in cuor proprio sa, cosa ancora non funziona nel suo libro, dei campanelli d’allarme stanno squillando nelle profondità (ma anche più semplicemente nei sottoscala) della sua coscienza. Solo, sono coperti da sordine. L’editor, aiuta a togliere quelle sordine, così lo scrittore può sentire i propri stessi campanelli d’allarme suonare forti e chiari. In questo caso non è l’Europa che ce lo chiede, è proprio il libro che domanda di essere lavorato ancora un po’, così come un Lolita senza la scena dello scontro Quilty/Humbert Humbert chiederebbe che quella scena fosse scritta.

4) Ci parli della sua formazione culturale, il suo percorso fra gli autori e le letture.
La mia formazione culturale è stata a un certo punto leggere una caterva di libri e non fermarsi più. Farne una ragione di vita. Ma questo posso dirlo guardando a un me stesso passato come si fa coi morti. Essendo le mie giornate fatte di questa stessa formazione, non esiste più un fuori. È esistito, ma era per qualcun altro.

5) A chi si ispira nel suo lavoro sui testi, ha un modello di riferimento? È cambiato nel corso del tempo?
Mi ispiro al libro su cui dobbiamo lavorare. Grazie al cielo lavoro per una casa editrice che non mi obbliga a pubblicare libri che non mi piacciono. Lavoro solo su ciò che mi piace. Ciò che mi piace, di solito, non è un libro nato dal niente (dunque un libro brutto o un non libro), ma qualcosa che sta nel solco di una tradizione. Anche i libri più innovativi, perfino i cosiddetti libri di rottura, viaggiano in quel solco. Magari per provare a sottrarvisi a tradimento, ma anche nell’atto della fuga si sente la forza della tradizione (si sente magari nella violenza dello strappo da qualcosa che esisteva) e allo stesso tempo, se quello strappo è abbastanza potente, lo strappo stesso diventa a propria volta tradizione, e dunque io, leggendo, sento proprio tutta la musica degli anni, dei decenni e dei secoli passati. Bene, mi affido alla musica e questo è tutto.

6) Qual è la parte più difficile del suo lavoro? E la più frustrante?
La parte più difficile è anche la più frustrante. Tutto ciò che non ha a che fare con la letteratura. Ciò che ha a che fare con programmazioni editoriali, diplomazia, eventuali rapporti da ricucire tra autori e casa editrice, autori e insuccesso, casa editrice e insuccesso, autori e successo, casa editrice e successo, non crisi esistenziali o spirituali degli autori però (lì è sempre un manicomio interessante in cui non si è mai secondini ma sempre coinquilini, quella è una parte bellissima) ma problemi di distribuzioni, quello sì, di recensioni (troppe o troppo poche), di anticipi (troppo o troppo poco), di diritti secondari ecc. ecc. Insomma, sto forse dicendo che amo la letteratura quanto considero l’editoria un male necessario? No. L’editoria è bellissima proprio perché è contingenza, concretezza, artigianato, macchie di grasso, rotture di coglioni, frustrazione. Fa tutto parte del gioco.

7) Quali autori del passato ha amato? Quali pensa che oggi incontrerebbero difficoltà a essere pubblicati, e perché?
L’elenco sarebbe troppo lungo.

Oggi farebbero molta fatica a pubblicare gli autori che alla loro epoca erano best-sellers e ora non sappiamo più neanche chi sono. Mentre non farebbe fatica a pubblicare né Nabokov né Proust né Thomas Mann e nemmeno Beckett. Del resto… si pubblica Sebald, David Foster Wallace, Littel, Bolaño, Tedoldi, Saunders, Pynchon, Onetti, Sabato, Coetzee (ben prima del Nobel) e tanti, tantissimi autori cosiddetti difficili. Sia lode all’editoria, che è così coraggiosa da pubblicarli. Sia maledetta l’editoria, che non riesce sempre a valorizzarli come si vorrebbe.

8) In che modo è cambiato il modo di leggere? Secondo lei cosa cercano oggi i lettori in un libro?
I lettori cercano in un libro un bel libro. I coprofagi sono tutti involontari. Si fanno piacere la merda perché non sanno di avere papille gustative in grado di fare dell’ambrosia un’esperienza sinestetica.

Notizie. Cesare Segre, “Il canone occidentale” oggi, personaggi impostori.

-È morto a 86 anni il Semiologo Cesare Segre. Nel 2011 si rivolse ai giovani: “Non fatevi rubare la vostra lingua italiana! Chi perde la propria lingua madre, non può più pensare. E chi non pensa, rimane vittima del potere.

-Come sarebbe ricevuto, oggi, un libro come “Il canone occidentale” di Harold Bloom?

-Quanto leggono i francesi?

-I dieci più grandi impostori in letteratura.

-Che tipo di libro sei?

Emanuele Atturo

Pep

Una mattina di dicembre, nel 2009, dovevo pagare il bollettino del gas. Mi trovavo a Venezia, dopo una domenica deprimente e una notte insonne. Faceva freddo, avevo i soldi contati per il treno di ritorno e il bollettino, il MAV da pagare in qualsiasi sportello bancario italiano. Era lunedì e, tra la stazione di Santa Lucia e le autolinee di piazzale Roma, Venezia pareva una città normale: pensionati a spasso col cane, pochissimi turisti, pendolari intabarrati e frettolosi, in treno o in autobus. Prima di partire per Milano con un Interregionale, ho pensato di guadagnare un po’ di tempo pagando il bollettino. Sono entrato in un’agenzia dietro la stazione. Lo sportellista mi ha chiesto un documento di identità; ha aperto la carta e sollevato lo sguardo per confrontarmi con la fototessera e ha digitato l’importo, sprofondando nella sedia. Ho appoggiato i soldi sulla mensola, a metà tra la mia mano e il breve vuoto che divideva le banconote dalla fronte dell’uomo. Pochi clienti, l’abituale torrido microclima bancario, sottolineato da poster pubblicitari, che emanavano calore e tranquillità di finanziamenti, mutui e assicurazioni sulla vita: spiagge assolate, palme, onde docili come un lenzuolo sistemato di sera dopo una fiaba, bambini festosi assieme ai genitori quasi quarantenni, nonni sessantenni travestiti da ultrasettantenni in perfetta forma, i capelli azzurrognoli e un sorriso di morte.
«C’è un problema» ha detto lo sportellista.
Si è alzato, ha percorso cinque metri e passato il bollettino alla collega dello sportello di fianco. Ho pensato a uno di quei blocchi momentanei dei sistemi informatici, a volte si propagano non proprio in contemporanea ma lasciano alcuni secondi a un unico, sopravvissuto terminale, giusto il tempo per svolgere un’operazione, prima di bloccare tutto. Ero certo, avrei pagato il MAV allo sportello della donna, che infatti, con il piglio spesso risoluto delle impiegate, ha impugnato il bollettino digitando il codice e l’importo, la stessa abituale sicurezza di migliaia di altre circostanze simili. Dalla posizione in cui ero, tenendo due dita sulle banconote e sporgendomi lentamente con il collo al di là del confine della mensola – quasi nel territorio abbandonato dallo sportellista –, potevo vedere una porzione del computer della donna, ritagliata tra la sua nuca e la pancia dell’uomo, su cui era appoggiata la mano destra e la fotografia della mia carta di identità. Il terminale funzionava bene, ma la donna ha scosso la testa e riprovato a digitare aumentando la velocità. Si sentiva il rumore delle dita sulla tastiera, un suono che in quel ritmo affannoso recava in sé un rimprovero, non so bene se verso il collega o verso di me. La donna ha sbuffato e restituito il bollettino al collega, la risolutezza con cui di solito una madre dà al figlio i soldi sottolineando una cosa del tipo: questa è l’ultima volta che succede.
«C’è davvero un problema» ha detto l’uomo, senza nemmeno sedersi. Non ero cliente dell’agenzia e neppure della banca, ma solo una gran seccatura per gli impiegati. Forse esageravano, per dare un po’ di senso a un lunedì mattina, un paio di settimane prima di Natale. Ero di passaggio a Venezia e al posto di camminare come un turista mattiniero e fuori stagione; o di camminare con il passo accelerato del residente che sa dove andare; e invece di sedermi a leggere il giornale al tavolino di un bar, dandomi un’aria quasi internazionale a basso costo, eccomi ansioso, con in tasca il bollettino del gas da pagare, a trecento chilometri da casa. Meritavo qualche intoppo.
«E che problema c’è?» ho chiesto.
«Un blocco» ha detto lo sportellista.
«Ma il computer della sua collega funzionava.»
«Se è per questo anche il mio.»
Mi ha restituito la carta di identità e il bollettino.
«E allora?» ho chiesto, rimettendo i soldi in tasca.
«È un blocco solo su di lei.»
«Me? Io?»
«Stia calmo» ha detto lo sportellista «è meglio se va a parlare con il mio collega.»
Mi ha accolto un funzionario dal volto soddisfatto, lui ce l’aveva fatta, non era rimasto impantanato allo sportello, come gli altri due: aveva fatto un po’ di carriera, in un angolo della banca c’era lo spazio per la scrivania, il telefono, i classificatori gravidi di pratiche mezze marce, in quelle condizioni per l’incuria, non certo per qualche episodio di acqua alta. Lo sportellista ha raggiunto il collega alle spalle, gli ha ripetuto un codice, accostando le labbra all’orecchio destro, senza che il funzionario si girasse, ma anzi, rimanendo immobile, le mani appoggiate ai braccioli della sedia, la schiena diritta, gli occhi socchiusi, quasi che lo sportellista, più che bisbigliare una cifra, gli stesse infilando la punta della lingua nell’orecchio. «Si accomodi» ha detto.
«Vorrei pagare il bollettino del gas.»
«Lo so, ma nel suo caso non è così facile: dovremmo chiedere un’autorizzazione alla centrale operativa.»
«Non sto chiedendo soldi: io voglio pagare.»
«Proprio questo è il problema: lei non può pagare.»
«Pensate che siano soldi falsi?»
«I soldi sono veri. Ma lei è un pep.»
«Chi sono?»
«Una persona esposta politicamente: un pep, appunto.»
«C’è un errore, un caso di omonimia.»
«Risulta così, e non siamo noi ad averla classificata pep.»
Ha ruotato leggermente il computer. I miei dati anagrafici.
Ero proprio io.
«E chi ha deciso che sono un pep? Cosa c’entra con il bollettino del gas?»
«Ah, questo non è nostro compito saperlo. Ci atteniamo alle direttive.»
«Cosa devo fare per pagare il bollettino, per non essere un pep?»
«C’è una procedura, se avesse il conto corrente in agenzia sarebbe diverso. Sa quanta gente passa qui dentro ogni giorno? Arrivano da tutto il mondo.»
Il funzionario parlava, io mi sono perso, ho fissato l’attaccatura dei capelli, e a scendere la cravatta ancora con il nodo grosso del decennio precedente, da calciatore o agente immobiliare esaltato dal decimo rogito mensile nell’anno indimenticabile della sua carriera professionale. Non riuscivo nemmeno a inveire o a ripetere qualche luogo comune contro l’oscura disorganizzazione burocratica e senza senso italiana, né tantomeno potevo essere ironico, sarcastico. «Insomma, non posso pagare il bollettino del gas perché sono un pep.»
«È il Decreto legge numero 231, del 2007. Controlla il riciclaggio di attività criminali e terroristiche. Non vogliamo dire che sia il suo caso.»
«Le ripeto, devo essere omonimo di un politico, o di un pregiudicato.»
«Anche se non è iscritto a un partito, avrà simpatie politiche, no?»
«Non molte.»
«Bastano le antipatie. Che lavoro fa?»
«Be’, fra le varie cose, scrivo: narrativa, ogni tanto su riviste, e articoli su un quotidiano.»
«Politica? Cronaca?»
«Cultura.»
«Uhm, vede?»
«E basta questo per essere un pep?»
«Può darsi» ha detto «tutto basta.»

Sono uscito dalla banca senza credere all’ipotesi del funzionario, secondo cui sono diventato pep a causa della scrittura. Ho letto le insegne spente degli hotel, dei negozi e dell’ufficio postale. In lontananza un telone verde pubblicizzava il Casinò, la roulette gigantesca ricopriva una porzione dell’autorimessa fascista di piazzale Roma. Il bar tabacchi adiacente alla banca sottolineava, con un cartello scritto in stampatello, la vincita modesta a una delle tante lotterie italiane. Ero circondato come al solito dai soldi, ma le banconote che avevo in tasca non servivano per pagare il bollettino del gas, erano segnate da qualche aspetto della mia vita che non avevo considerato, o meglio, c’era stato qualcuno – un funzionario? un pool di investigatori? la mano invisibile e correttrice del mercato? – che aveva ritenuto interessante schedarmi, almeno a livello bancario.
Il bar tabacchi vendeva anche cartoline e guide turistiche con la scritta Venezia, Venice, Venedig, e in altre lingue. Com’è semplice il mondo in quelle pubblicazioni: i monumenti principali, il Canal Grande visto dall’alto, il ponte di Rialto, il campanile di San Marco visto dal basso, i piccioni, i tavolini dei bar, i gondolieri, le maschere di Carnevale, un assemblaggio di paccottiglia fotografica, qualche didascalia, immagini di passanti ignari di essere potenziali pep se non già pep al 100%. Un po’ di sole illuminava le banchine delle fermate dei vaporetti, i distributori automatici di biglietti, snack e bibite, avevo passato troppo tempo nel clima subtropicale bancario con addosso il giaccone, il cappellino di lana, la sciarpa: ero sudato e avevo i brividi. Non sapevo cosa fare, forse dovevo investire i soldi del bollettino non pagato e salire sul primo treno veloce, per tornare a casa, o meglio, per andare nell’agenzia dove avevo il conto corrente e chiedere spiegazioni. Ho camminato in direzione del Ghetto, il giorno prima avevo visto un’agenzia del medesimo gruppo bancario in cui ho il conto. Mi sono fermato cercando di rimanere calmo, ho controllato il bollettino e i soldi in tasca. Dalla prospettiva delle telecamere di videosorveglianza potevo sembrare un rapinatore ansioso e inesperto, che tastava la pistola prima di irrompere per una rapina, uno di quelli che poi, dopo l’arresto, avrebbe pianto e chiesto comprensione, perdono. Be’, visto il look e la situazione, forse ero più un tipo da taglierino. Una voce femminile registrata mi ha ordinato di appoggiare l’indice della mano destra sul sensore e di attendere l’accensione del semaforo verde. Le porte si sono aperte al terzo tentativo. Ho tolto il cappellino e la sciarpa, mi sono avvicinato allo sportello, ho detto buongiorno e affidato  il bollettino all’impiegato, l’uomo ha risposto buongiorno, ha digitato e ripetuto la cifra ad alta voce, ho consegnato i soldi e atteso che la macchina restituisse il bollettino, lo sportellista mi ha dato il resto dicendomi arrivederci, e allora ho ribattuto incredulo, grazie, molte grazie.

Sulla strada verso la stazione, ho pensato che sarebbe stato meglio se anche il secondo sportellista mi avesse negato il pagamento. Ero o non ero un pep? Avrei dovuto smascherarmi prima di pagare il bollettino, confessare allo sportellista della banca amica: sono un pep. Invece avevo taciuto. Forse ero un pep per tutte le banche d’Italia, a esclusione di quella in cui avevo il conto corrente e delle consorelle: del resto, quante volte avevo ripetuto, quasi con un grado di affezione, la mia banca? Oppure ero un pep soltanto per il gruppo bancario che non mi voleva far pagare il bollettino del gas, e in particolare per l’agenzia tra la stazione e il capolinea degli autobus a Venezia, del resto il personale mi era sembrato un’accozzaglia di depressi intenti a tirare le cinque del pomeriggio, per andare a bere uno spritz in qualche bar o per prendere il pullman che li avrebbe riportati a Oriago e a Borbiago. Ma erano soltanto supposizioni, l’unica cosa certa era che lo sportellista aveva digitato, e mentre la stampante marchiava il timbro, l’uomo aveva incassato i soldi e siglato il bollettino firmando uno scarabocchio sopra la scritta pagato, con la stessa noia di un calciatore quando firma un autografo a un ragazzino, dopo uno zero a zero casalingo.
Sono salito sull’Interregionale, il riscaldamento non funzionava, mi sono stretto toccando la tasca svuotata dai soldi, avanzava qualche moneta, ero soddisfatto, la preziosissima ricevuta certificava la riconquistata normalità della mia condizione di cittadino. Al di fuori dei finestrini sporchi, il sole illuminava la laguna, sembrava tutto perfetto, la luce colpiva anche le barchette prigioniere, attraccate lungo il Ponte della Libertà, nel minuscolo spicchio di laguna tra la ferrovia e la strada. I transatlantici attendevano il momento per ripartire nel Mediterraneo, i gabbiani volavano in controluce, sottolineando i tremolanti lumini diurni del petrolchimico di Marghera. Appena passato il ponte, la laguna è sembrata staccarsi dai miei fianchi ed è iniziato il Veneto. L’euforia è passata in fretta e ho ricominciato a pensare al fatto di essere un pep.

Ero schedato dal periodo in cui avevo vissuto, alla fine della giovinezza, a Padova, negli anni ’90? Già, doveva essere Padova. Del resto quando ero bambino e vivevo nell’hinterland di Milano mi piaceva Toni Negri, al telegiornale ripetevano che Toni Negri viveva a Padova, e quando, con la mia famiglia, ero andato a visitare la Basilica di Sant’Antonio, avevo creduto di incontrare Toni Negri. Ma poco dopo Toni Negri era stato arrestato e accusato di una serie di crimini: omicidi, sequestri, furti, detenzione di armi, attentati dinamitardi. L’entità che mi ha schedato come pep negli anni ’90 deve aver letto i miei pensierini dell’infanzia ed esteso il suo esito al periodo padovano. Eppure da bambino sapevo soltanto che Toni Negri fosse contro ciò che vivevo tutti i giorni, e poiché ero un bambino ansioso, intimorito dall’Italia, mi piaceva sentire qualcuno che dicesse quanto violento fosse il nostro vivere quotidiano, e quanto lo Stato minacciasse una violenza ancora maggiore per porre fine a qualsiasi dissenso, anche solo potenziale. Per fortuna, pensavo da bambino, esisteva Toni Negri, e poiché già molte cose non mi piacevano, questo mi bastava, e poi amavo il suo nome e cognome, non lo consideravo un nome e cognome vero e proprio, ignoravo che si chiamasse Antonio Negri, per me dire Toni Negri era come dire Superman, fossi stato un bambino contemporaneo avrei pensato a una sorta di nickname, toninegri. Un pomeriggio, vicino alle poste del quartiere – su un muro dove c’erano frasi d’amore, cuoricini, svastiche, croci celtiche, insulti sessuali, politici e razziali – io e Pietro, un amico di quel periodo, avevamo deciso di scrivere Toni Negri sul muro, dopo il suo arresto. Era la prima volta che scrivevo qualcosa su un muro, ero emozionato, sebbene non avessi lo spray, ma un pennarello da prima media in mano. Pietro aveva un anno più di me e così, in virtù di quella differenza, mi aveva strappato il pennarello e aveva voluto scrivere lui Toni Negri. All’inizio avevo protestato, tuttavia, appena Pietro aveva tracciato la T mi ero rassegnato a quella forma di nonnismo militaresco e già avevo pregustato la scritta. Ma quando Pietro ha scritto Tony con la y, gli ho bloccato il braccio, e protestato.
«Non si scrive Tony Negri: si scrive Toni Negri.»
«Ma che cazzo dici? Si scrive come dico io.»
«E allora perché non scrivi Tony Negry?» gli ho detto mimando le y sul muro.
«Ignorante» mi ha detto.
«Tu, ignorante.»
Pietro aveva citato personaggi famosi che si chiamavano Tony: Tony Manero, Tony Curtis, Tony Musante, Tony Binarelli, e non ricordo più chi fra gli altri.
«Toni Negri non c’entra nulla con i tuoi Tony.»
Mi ero allontanato da tutti quei segni sui muri, dal patetico Tony in rosso, che avrebbe potuto essere qualsiasi cosa: se anche fosse passato di lì il poliziotto più Anti Toni Negri d’Italia, mai avrebbe pensato che Pietro volesse scrivere Tony Negri sul muro.
O era iniziato prima? ho pensato attorno a Verona. Fuori continuava a sfilare l’abituale paesaggio di case unifamiliari con cani infreddoliti nei giardini, e ancora capannoni, industrie dismesse, nuove aziende con telecamere di videosorveglianza che richiedevano sempre un uomo, a controllare i monitor.
A metà degli anni ’70, ero andato a Roma per la prima volta, con i miei genitori e mia sorella. Davanti a Montecitorio – sorvegliato dai poliziotti – avevo detto: mio papà dice sempre che qui dentro fanno schifo, ed è diventata una cosa impossibile. Mia madre aveva sorriso, smontando la frase con un buffetto sulla guancia, per relegare la mia uscita all’immaginazione infantile. Mia sorella era rimasta in silenzio, come mio padre, che solo davanti al Pantheon, mi aveva scrollato la spalla sinistra dicendo: ma tu mi vuoi sbattere in galera?
O era iniziato dopo? Mi avevano schedato come pep a una manifestazione studentesca del 1985. Era stata una delle poche manifestazioni organizzate nell’hinterland e avevo partecipato, non ancora diciottenne, ma appena avevo sentito il coro «Dall’est all’ovest son tutti uguali, no ai missili nucleari», mi ero immediatamente staccato dal corteo per rifugiarmi in una pasticceria celebre per le brioche alla mela, meglio conosciute come melanelle.
Fuori dal finestrino sporco eravamo accanto al luccichio del lago di Garda, e dopo Brescia, in qualche stazione minore. Ero stanco, volevo soltanto arrivare per andare in banca, sul treno c’era l’Italia già impoverita, del resto se nemmeno si potevano utilizzare i soldi veri per pagare il bollettino del gas, in quale direzione stavamo andando?
Il treno ha rallentato prima di entrare nella Stazione Centrale, ho visto la periferia di Milano e pensato che ero diventato pep dai tempi in cui lavoravo per una multinazionale delle telecomunicazioni, una decina d’anni prima. Le condizioni di lavoro – contratti, ritmi produttivi – erano peggiorate e così avevamo costituito un comitato di lotta formato da una cinquantina di persone, una situazione che avrebbe inorridito molti miei coetanei. Ma all’epoca un po’ aveva funzionato, e le forme di lotta erano durate fino agli inizi degli anni zero. Avevamo dovuto scioperare, organizzare picchetti, presidi, dj set sotto le finestre per disturbare l’attività dei lavoratori che non scioperavano mai e anzi chiedevano di poter fare straordinario nei giorni di sciopero, e fra questi lavoratori la stragrande maggioranza era formata da donne, e la cosa significativa era che avevamo scioperato spesso proprio per il mantenimento – se non addirittura il miglioramento – delle condizioni di lavoro delle donne, in particolare del cosiddetto turno mamma. Mentre il treno cigolava all’ingresso degli scambi in stazione, ho ripetuto a bassa voce mamma – suscitando lo sbigottimento di una signora settantacinquenne seduta nel sedile di fronte – turno mamma, ho pensato, turno mamma, e ho rivisto le giovani donne, alcune delle quali madri, che varcavano i cancelli sgommando e quasi investendoci, altre più pacifiche entravano da un cancello laterale, con l’ausilio della Digos. Ma guarda che stronze, avevo pensato in quei giorni ingenui, e forse pep significa essere un illuso, un disadattato sociale: persona esposta psicologicamente. La mattina di uno sciopero avevamo scaricato sacchi di letame davanti all’ingresso dei dirigenti, che continuavano a incassare ricchissime stock options, e avevamo preteso di parlare al telefono con l’amministratore delegato. Sono diventato pep a causa del letame, ho pensato entrando in banca.
Non ho mai incontrato né il direttore né il vicedirettore, ho parlato sempre e soltanto con i vari sportellisti avvicendatisi e con gli impiegati addetti agli investimenti. L’impiegato del dicembre 2009 era sulla cinquantina, lo avevo incontrato altre volte, mi aveva ricevuto volentieri benché sapesse che non avevo soldi da investire, e anche se li avessi avuti, non avrebbe ricavato nulla da me, nemmeno uno straccio di obbligazioni a ventiquattro mesi. Avevo l’impressione che mi ricevesse per sfogarsi, per prendersi una sosta dal lavoro vero, dal mondo. E sbagliava. Proprio il fatto di sentirsi libero di dire ciò che voleva, lo riportava ai suoi demoni, mentre con gli altri era più semplice, poteva continuare a parlare della significativa crescita di un player globale. E invece mi rovesciava addosso la sua cupa visione dell’Italia: complotti, stragi, massoneria, strategie occulte, mafia, servizi segreti, destra eversiva. Anche quel giorno, in fondo, non si è smentito: appena mi sono accomodato, ha ruotato il computer e mostrato il profilo Facebook di una ragazza in costume.
«È in Australia» ha detto «lei è mia figlia. Se voglio darle un futuro, l’unica possibilità è allontanarla da qui» ha detto togliendo un post-it vuoto dal bordo del pc.
«Eh, l’Italia: sa quanto mi costa l’Australia?»
«Tanto?»
«Tantissimo. Ma allora, li abbiamo fatti un po’ di soldi da investire?» ha aggiunto.
«No, sono qui per sapere se sono un pep.»
«Un cosa?»
«Lo sa benissimo cos’è un pep.»
«No, davvero. Maurizio? Mauri? Sai cos’è…? Come ha detto?»
«Pep.»
«Eh, Mauri, sai cos’è un pep?»
«Mai sentito» ha detto Maurizio sulla soglia dell’ufficio.
Quando sono uscito dalla banca era ormai tardo pomeriggio. Mi sono buttato sul divano di casa, senza accendere la luce. Avevo il giubbotto addosso, sembrava che qualcuno mi avesse attaccato due pesi alle suole delle scarpe. Ho tolto dalla tasca la ricevuta del pagamento e buttato per terra gli spiccio-li, che hanno risuonato nella penombra. Da fuori giungevano bagliori di fanali, improvvisi fasci di luce proiettati sul muro, insieme al giallo dei lampioni e alle luminarie natalizie. Ho raggiunto il termostato e aumentato la temperatura. Ho accostato l’orecchio al muro, per sentire il rumore dell’acqua nei tubi, la vampata della pompa che emetteva più calore; e ho sollevato la testa di poco, quel tanto che bastava per vedere la fiamma viola dimenarsi, imprigionata nella piccola feritoia della caldaia.

(Il racconto di Giorgio Falco è tratto dal numero 65 di Nuovi Argomenti, attualmente in libreria.)