Febbraio 2014

Mese: Febbraio 2014

Otto domande sul lavoro dell’editor – Giulia Ichino

Continua la serie delle interviste agli editor italiani.
Abbiamo sottoposto il questionario a Giulia Ichino, editor della narrativa italiana per Mondadori.
Hanno già risposto alle nostre otto domande: Ginevra Bompiani, Carlo Carabba, Stefano Izzo, Chiara Valerio, Gabriele Dadati.

1) Quali sono le caratteristiche principali che un libro deve avere per colpire la sua attenzione?
Mi verrebbe da dire: tutte quelle che non possono venirmi in mente nel rispondere a una domanda come questa. Nel senso che in un libro cerco forse prima di ogni altra cosa un elemento sorprendente, non prevedibile, uno scarto rispetto al mio orizzonte di attese e a qualsiasi “norma”. Se voglio provare a condensare tutto questo in una parola, direi che forse quello che cerco in un romanzo è una forma di intensità: stilistica, formale o emotiva.

2) Se e in che modo è cambiato il suo modo di leggere negli ultimi anni?
Il mio modo di leggere è cambiato sicuramente dal punto di vista materiale: sempre più spesso leggo sull’ipad, e visto che non posso fare a meno di annotare i testi che leggo ho scaricato un programma che consente di scrivere sui pdf.
E poi è cambiato nel senso della velocità; per natura sarei una lettrice lenta, che assapora e non divora. Ho imparato a volare attraverso le pagine, cercando di non perdere l’incanto e la capacità di fermarmi e soffermarmi tutte le volte che posso.

3) Quale pensa che sia il ruolo di un editor oggi? Crede che debba influenzare le scelte dell’autore fin dal concepimento dell’opera?
Credo che il compito dell’editor sia quello dell’editore in senso più ampio: dare valore alle opere che pubblica. Valorizzare nel senso più profondo, che è quello di far fiorire un talento, di illuminarne l’unicità; e anche nel senso più concreto legato ai meccanismi dell’industria editoriale: tanto più in un mercato veloce e mutevole come quello attuale, l’editor ha la responsabilità di essere un tramite instancabile tra il mondo di chi scrive – che va protetto nei suoi tempi e nei suoi spazi spesso non commensurabili con quelli comuni – e il mondo dei lettori, perché è nell’incontro tra questi due universi che si genera la ricchezza, culturale ed economica.
Quanto agli autori, se si crea un’“influenza” con l’editor questo avviene secondo le dinamiche che si determinano in ogni relazione umana non superficiale: ed è sempre un’influenza reciproca.

4) Ci parli della sua formazione culturale, il suo percorso fra gli autori e le letture.
La mia è una formazione estremamente ordinaria, iniziata con il piacere grandissimo e per certi versi irripetibile della narrativa per ragazzi e proseguita con gli studi letterari alla Statale di Milano. Fondamentale per me è stato l’incontro con Vittorio Spinazzola e Gianni Turchetta, con il loro modo laico, divertito, appassionato di affrontare la letteratura contemporanea anche nei suoi esiti più popolari. In realtà credo che la mia formazione si compia ogni giorno lavorando e leggendo.

5) A chi si ispira nel suo lavoro sui testi, ha un modello di riferimento? È cambiato nel corso del tempo?
Non ho modelli di riferimento e credo che sarebbe pericoloso se ne avessi.
Cerco sempre di unire un rispetto profondo del testo e della poetica dell’autore a quello slancio dialogico, maieutico, a volte dissacrante da cui spesso nascono gli stimoli più fecondi.

6) Qual è la parte più difficile del suo lavoro? E la più frustrante?
La parte più difficile da accettare per me è l’impossibilità di fare fronte a tutte le proposte che ricevo. Mi arrivano decine di testi ogni giorno, leggere tutto è impossibile così come lo è trovare il tempo per motivare approfonditamente a tutti autori le ragioni per cui si decide di non pubblicare un romanzo. Davanti alla mia scrivania c’è un grande schedario che contiene l’archivio dei pareri di lettura della Mondadori fino agli anni Settanta. Allora per ogni manoscritto che giungeva in casa editrice “funzionari” come Sereni, Vittorini, Pontiggia e molti altri stilavano dettagliati pareri dei quali poi discutevano in lunghe riunioni. A volte sogno di poter tornare indietro a quegli anni gloriosi. Poi ci ripenso, e credo che la sfida del mondo editoriale contemporaneo sia per molti aspetti molto più appassionante.
La cosa più frustrante per me è la sensazione che per tantissimi scrittori la vita editoriale dei loro libri si trasformi in una sofferenza, comunque vada. Io credo invece che pubblicare libri, leggerli, parlarne, condividerli sia un privilegio grandissimo che da solo vale tutta la fatica del gioco.

7) Quali autori del passato ha amato? Quali pensa che oggi incontrerebbero difficoltà a essere pubblicati, e perché?
Temo non sia davvero interessante che io elenchi gli scrittori che amo. Posso dire che ho amato molto la scrittura per il teatro. Il ritmo, la capacità di generare uno spazio scenico con poche pennellate, il dramma o la brillantezza in un guizzo. Le commedie di Goldoni, per esempio, mi mettono un’irresistibile allegria.
Quanto all’esercizio di immaginare i classici nel mondo editoriale attuale, lo trovo divertente e arguto ma tendenzialmente utilizzato per deprecare l’editoria contemporanea – sport dal quale, per un’infinità di ragioni, talune ovvie, altre forse meno, mi dissocio.

8) In che modo è cambiato il modo di leggere? Secondo lei cosa cercano oggi i lettori in un libro?
I “bisogni” dei lettori sono gli stessi dai tempi di Omero, ma la lettura come la letteratura è un’esperienza in continuo divenire. Con il cambiamento dei supporti e la violenta onda di velocità che ha investito tutto il mondo della comunicazione stanno cambiando i tempi di lettura. Personalmente, credo che una parte non insignificante del cambiamento nelle modalità di lettura sia legato al mutamento della condizione femminile: la storia delle donne ha da sempre accompagnato quella del romanzo, in età moderna, e anche adesso scorgo dei parallelismi interessanti. Viviamo in un mondo frammentato, rapido, multimediale a ogni livello dell’esistenza; ma le donne non smettono di compiere un lavoro quotidiano per tenere insieme tutto questo, per tessere fili che compongano, dai frammenti, una storia: e infatti non cambia il fatto che, nonostante tutto, siano loro le maggiori lettrici di romanzi.

L’inedita storia de “L’apparato umano”

Sarà stato 150 cartelle di 25 righe ognuna, da me battute pazientemente a macchina la sera, a casa, però mai dopo mezzanotte perché il vicino sentiva il ticchettio e cominciava a picchiare alla parete. Perciò ci misi più tempo, non solo perché fossi maldestro e mi scappassero parecchi errori, che fino a un certo punto sbianchettavo poi toccava ricopiare il foglio. Ricordo con sollievo quando finii di trasferire tutto in bella e approfittando di un turno di notte al giornale, che in corridoio non passava nessuno, torchiai la fotocopiatrice per riprodurre l’intero dattiloscritto. Bisognava mettere un foglio alla volta, era una macchina vecchio modello che se surriscaldata s’inceppava. Impiegai quasi un’ora, infilai tutto in una busta a sacco e all’una e mezza scendevo per via del Tritone, preso di freddo ma compiaciuto come chi porta sotto braccio il capolavoro che quando verrà fuori vedrai l’effetto.
Il titolo l’avevo trovato, ricordo come fosse adesso, una mattina di gennaio osservando il vecchio capocronista entrare in redazione con un cappotto di montone esagerato per Roma, ma costoso. Sapevo che solo per dispetto alla povertà media di noi colleghi lo indossava, essendo veramente benestante, e che per questa ragione, il dispetto, coltivava da una vita una saldissima fede comunista. (Dimenticavo: era il 1988 e il muro di Berlino stava ancora là, come il mio giornale, entrambi marcescenti e gloriosi).
Contemplavo affascinato le cannule dell’apparecchio acustico che s’agganciavano alle pesanti stanghette dei suoi occhiali, pensando che era l’unico sordastro di quanti ho conosciuto il quale amasse ostentare il problema anziché minimizzarlo. Sempre per dispetto. Come i denti. Montava una protesi spropositata per lunghezza, parevano incisivi di cavallo e dello stesso particolare giallo degli erbivori, che conferivano alla bocca una struttura protesa in modo innaturale, sicché quando sfoggiava il sorriso veniva pure a te da ridere, ma per disagio. Mentre si scappottava, poggiando sul portacenere la sigaretta inastata nel consunto bocchino Bofil nero, con cui si gingillava quando non fumava, pensai a tutti i racconti sulla sua mitica abilità professionale, che si propalavano dovunque fosse passato nel corso della carriera. Riflettevo sui suoi consigli, tipo che un buon cronista lavora con le orecchie ma poi parla o scrive riferendo sempre meno di quanto ha appurato. E mi dicevo: orecchie e bocca, là si concentra la bravura, perciò forse le cannule sugli occhiali e la dentiera equina sono come segnalatori, le boe di questa sapienza. Per dispetto. Come per dispetto, probabilmente, scopava e proponeva a noi dall’agendina i numeri telefonici di pornodive celebri, informando sul tariffario di ciascuna. Bastava chiamare. Sapendo, naturalmente, che non ci potevamo permettere più di una puttana comune, mentre lui sì, a dispetto della dentiera, dell’apparecchio acustico e del bocchino, sperimentava il lusso di star già declinanti o ancora speranzose. A dispetto pure dell’età: mi sembrava proprio vecchio però oggi, ricalcolando a freddo, avrà avuto circa sessant’anni.
E allora fu quella mattina, quando apparecchiata la mazzetta dei giornali cominciò a leggere le cronache per controllare se avevamo dato o preso “buchi”, allora fu che guardandolo rapito, dalla punta del mento all’occipite lungo la linea dei capelli corvini per tintura, impomatati all’indietro, lo trovai affascinante mentre inconsapevole mi regalava il titolo per il romanzo che scrivevo di nascosto. Venne così, come s’accende un faro fuori orario, all’improvviso: L’apparato umano.
Lui era l’apparato umano.

–  Hai visto La grande bellezza? mi domandò un amico qualche mese fa. E no che non l’ho vista, sopporto poco il cinema, gli preferisco il circo. Lui mi rimprovera e accorato raccomanda: – Vacci.
Me ne dimenticai fino a qualche settimana dopo, quando una collega mi chiese a bruciapelo: – Hai visto La grande bellezza?
Stessa risposta, biasimo analogo.
La faccenda è andata avanti un altro paio di volte finché mi sono rassegnato a colmare la lacuna con l’attrattiva di trovare, dopo, qualcuno che non avesse visto La grande bellezza per rinfacciarglielo con aria delusa. Per dispetto.
Solo, quella sera in sala, come un critico cinematografico o un maniaco (gli unici che, secondo me, possono andare a cinema privi di compagnia senza soffrire complessi), la scarica di adrenalina provata all’improvviso qui a stento la riesco a raccontare. E’ quando sento Carlo Verdone, alias Romano, rievocare al protagonista Jep Gambardella l’unico romanzo che aveva pubblicato molti anni prima: “Jep, che cazzo dici? L’apparato umano era un capolavoro. Vinse pure il Bancarella. Dico: il Bancarella!”. Uno, in casi come questo, non balza subito dalla sedia. Al principio crede di aver capito male, e pure se registra negli orecchi qualcosa di sottilmente familiare poi l’umore si riacquieta. Provo intanto una certa simpatia per Jep, giornalista arrivato come me da Napoli a Roma e alla mia stessa età, anche se lui diventa il principe della mondanità e io un frate del nascondimento, anelando entrambi in pari misura alla figura che poi siamo diventati. Questione di carattere. Nella vicenda che scorre sullo schermo, tuttavia, il libro di Jep è una costante che ritorna, e la seconda scarica di adrenalina mi parte quando il personaggio di Stefania la radical chic, in chiacchiere sul terrazzo con vista Colosseo, ripete il titolo del romanzo: “L’apparato umano era un libro limitatissimo, frivolo, pretenziosetto come il suo titolo…”.
Stavolta ho capito bene. Stavolta realizzo in un istante che quello è, anzi era o fu, proprio il titolo del mio romanzo. E mi sento quasi offeso a sentirlo definire frivolo, limitatissimo e pretenziosetto (tre aggettivi così irritanti che poi ho letto la sceneggiatura per recuperarli e riportarli, fedelmente, qui). Anzi, mi sento toccato come in un uno-due dall’aggiunta che Jep (o io) questo lo constatava benissimo, “tanto è vero che ha evitato di scrivere altro”.

Cosa ne poteva sapere il regista Sorrentino? Chi ha mai conosciuto Sorrentino? E possiamo dire sia solo coincidenza? Le idee, i titoli, i motivi musicali ondeggiano per l’aria e raramente si rendono visibili, come accade al pulviscolo quando il sole penetra una stanza di luce dorata nei pomeriggi di prima estate. Sono uscito dal cinema col dubbio di non aver mai scritto L’apparato umano, e che fosse un titolo senza libro esistente solo nella sceneggiatura di Sorrentino. O che esistesse un altro testo con lo stesso titolo del mio, o che uno stesso titolo – finché non corrisponda a un volume stampato e pubblicato – possa sottendere molti libri omonimi ma diversi e non tutti, forse nessuno, reali.
L’apparato umano, intendo il mio, fu composto quando stavo da qualche mese a Roma. E se in séguito ho scritto poco mica è “perché sono uscito troppo la sera”, come Jep, né perché “sono andato a letto presto”, come s’apre C’era una volta in America (o, si parva licet, la Recherche). Queste sono frasi da film. Ho scritto poco e basta e non mi chiedo perché. Ora mi preme dire de L’apparato. Avevo quasi ventisei anni e una delle prime cose che feci cambiando città fu leggere Ferito a morte di La Capria, che parla appunto di Napoli vista, o trasognata, da un ragazzo in partenza per la Capitale. Mi venne allora l’idea di trasognare anch’io non Napoli, ma Roma, prima che i miei occhi se ne abituassero e non cogliessero più la luce ancora estranea di cui volevo raccontare.
Una storia, questo sì lo ebbe in comune col libro immaginato (o conosciuto) da Sorrentino, “bella e feroce. Come è il mondo degli uomini”. Facevo il cronista di nera e trovai, in quel quotidiano dove andavo per mutare pelle, o per salvarla, tutti gli elementi di un racconto che ruotava appunto attorno al capocronista, al suo apparato di protesi ostentate, di esperienze occultate, di abilità, mignotte, questura, questori e strade secondarie che ricucivo sulle mie vicende napoletane di persone brutte o belle, di omicidi scritti e visti sui basalti chiazzati di sangue e roba organica, dove incurante della Scientifica potevi ancora intrufolarti per scrutare da vicino la vittima e chiedere ragguagli a un ispettore. Dopo la decima o ventesima volta, se le tue suole si sono macchiate ma resti cristiano, sfuma la tentazione di fare il narratore troppo trucido – tutta gente che poi s’impressiona quando si taglia con le forbicine – o il giallista, o di andare sfruculiando anime uccise con la scrittura di un noir per emozionare qualche fesso in poltrona (che piuttosto si legga la Bibbia).
Roma era meno sanguinaria. Attesi settimane il primo delitto, che pure risultò roba da poco: un barbone pugnalato in una lite ai giardini di piazza Vittorio. Il cadavere era scalzo perché chi scappa da un coltello spesso perde le scarpe. Ma altra fu la materia che alimentò L’apparato umano, attinta a quell’epica di potere politico e di frenetico sesso (ancora senza Viagra) che infoiava la Capitale come un serraglio persiano, negli anni terminali ma più sgargianti della prima Repubblica. Immaginai, per quanto posso rammentare, una ballerina in carriera alla corte di un ministro di cui diventa segretaria. Un giorno, nauseata dalla corruttela politica e morale che tutta la circonda, passa i documenti relativi a un maxi-appalto truccato al giornalista del quale s’è nel frattempo innamorata. (Io). Lui parla della clamorosa inchiesta al capocronista e propone di pubblicarla a puntate, ma l’apparato umano è fedele alla linea del giornale, che è poi la stessa dell’apparato del Partito di riferimento. Perciò gli articoli vengono tenuti fermi con la scusa di un approfondimento necessario, ma in realtà il materiale arriva alla segreteria politica, che lo userà per ricattare il ministro ottenendo in cambio del silenzio alcune opere pubbliche per i Mondiali del ’90. Io (l’ingenuo cronista) un paio di giorni dopo busso a casa della soubrette pentita, ma non risponde perché giace, ancora calda a letto, assassinata con un colpo di pistola sotto una pessima litografia di Franco Angeli (o al più, di Schifano).
Tornando sconvolto in redazione, fisso nelle pupille il capocronista attraverso il vetro spesso dei suoi occhiali e mi rammarico di aver capito tutto troppo tardi. Lui infila una sigaretta nel Bofil e mi ammonisce: – Professo’, non fare il fesso! prima ch’io lo colpisca con un pugno che smonta l’apparato di occhiali, bocchino, protesi acustica e dentiera. Poi, perché sono buono, o veramente un fesso, me ne vado per sempre col primo treno per Napoli.

Fu un treno solamente letterario, perché rimasi a Roma mentre aspettavo confidente notizie del dattiloscritto. Avevo mandato la fotocopia de L’apparato umano a Mondadori e custodii l’originale nel cassetto, senza farne parola a nessuno tranne che a un collega assunto al giornale con me da L’Ora (pronuncia il lora) di Palermo. Condividemmo decine di serate, passeggiando come si fa all’inizio per i luoghi più retorici di Roma tipo via Veneto, gli stessi che anche Jep Gambardella avrebbe successivamente scartato. Ci agevolava l’ostilità degli altri redattori, i quali ci sogguardavano come due visitor che il nuovo direttore, volendo rilanciare la cronaca, aveva chiamato da fuori. Lui leggeva Cioran, Quinzio e Calasso, più o meno la stessa biblioteca del sindaco di Roma (un atipico signore che lo era pro tempore, naturalmente, figuriamoci se ciò fosse pensabile per i suoi successori). Quel che leggevo io – La Capria ho già detto – è dimenticabile o dimenticato. Non so perciò se veramente gli piacesse L’apparato umano, perché i giudizi degli amici, specialmente siciliani, svaporano come l’amicizia stessa, senza fondate ragioni, magari nottetempo casa per casa. Una cosa, tuttavia, devo dirla per nobilitare un testo di cui ho così rozzamente sunteggiato il plot: la scrittura era assai bella, aveva voce, ritmo, una poesia che non saprei più rendere. Aggiungo per onestà che non fu tutto merito mio. Qualcosa rubai.
Forse ogni narratore ruba.
Il mio testo di riferimento fu un non testo, che s’intitolava la Supplica. Si trattava di un file condiviso sui computer della cronaca di Roma, dove ciascuno a seconda dell’estemporanea ispirazione poteva inserire quel che gli pareva, coerente o meno con la prosa anteriore, per cui la Supplica si dilatava grazie a più mani e nessuno sapeva quali e quante avessero preceduto le sue nel contributo. Il relativo anonimato e la spinta emulativa di scritture concorrenti portavano ciascuno a prodursi al meglio, così la Supplica assunse il colore e la consistenza, l’oscurità e i tagli illuminanti di un canto ossianico, un delirio da Finnegans Wake o del Kerouac delle pagine più visionarie. Ne trassi per incastonarli nel mio libro lunghi splendidi passaggi, alcuni che credetti di riconoscere per miei, altri in stile cioraniano attribuibili al palermitano e qualcuno d’impronta sadico-profetica presumibile frutto dell’apparato umano: più volte sorpresi il capocronista pudicamente intento all’arricchimento del file infinito, mentre col Bofil vuoto fra le zanne produceva un caratteristico risucchio.
Trascorse il tempo, il giornale agonizzava e poco prima che chiudesse mi arrivò la lettera di rifiuto dalla Mondadori. Quella sera, salutando per le ultime volte la redazione, presi l’originale del romanzo, attraversai via del Tritone e andai a gettarlo in un cassonetto prossimo a Fontana di Trevi con un gesto che voleva essere, assieme, sconsolato e sprezzante.

Negli anni successivi, me ne rendo conto ora che è tardi, commisi un errore. Troppe sere, mosso dalla malinconia se non per noia, rievocai a cena con gli amici L’apparato umano, il mio grande romanzo inedito che poteva segnare una tacca nella letteratura italiana fra la prima e la seconda Repubblica. Così, col tempo, questa storia diventò un refrain che mi si torse contro. Ogni tanto, se restavamo a corto di argomenti, qualcuno esortava: – Racconta, di cosa parlava precisamente L’apparato umano? Oppure: – Perché non provi a riscriverlo? Addirittura, una volta un collega che non conoscevo, quando mi fui presentato, esclamò: – Ma tu sei quello dell’apparecchio umano! (E dire che persino lo corressi: – Apparato, non apparecchio. Apparato umano).
Non so se, e come, questa storia di un libro non libro sia giunta di bocca in bocca, orecchio dopo orecchio, a Paolo Sorrentino. Certo da lui è tornata a me quando la credevo sepolta tra le macerie di quel giornale, con il meraviglioso puzzo di fumo stagnante nello stanzone della cronaca prima degli open space, con il meraviglioso tonfo dei bossoli di posta pneumatica, con le meravigliose sbrecciature nelle sedie girevoli da cui usciva gommapiuma gialla che se stavi nervoso staccavi a briciole per giocarci, con la meraviglia che assume lo squallore quando si sedimenta nel passato, come l’odore delle case dei vecchi che rende più perdonabile anche chi ha condotto una gioventù da stronzo.
Ignoro se a Segrate, in qualche pozzo nero o in un meandro mentale di uno junior editor dell’epoca, tuttora si conservi traccia de L’apparato umano, se sia mai stato veramente letto, se ancora debba esserlo. Se il dattiloscritto sia finito in giro per il mondo partendo da lì. O dal cassonetto a Fontana di Trevi.
Non lo saprò e non m’interessa, perché Sorrentino mi ha fatto pubblicare, vincere il Bancarella e persino criticare sul terrazzo di un attico romano. Mi ha riscattato, vendicato e redento anche se mi ha chiamato Gambardella. Ma alla fine, quanto contano le identità? E’ come per la Supplica*, quel libro più lungo che grande di cui ancora serbo frammenti, dove c’è la mano di tutti e il nome di nessuno.

*“A luce intermittente, l’amore si è seduto nell’angolo. Schivo e distratto. Per catturarne l’attenzione faccio oscillare lievemente con un piede l’albero di Natale, che quest’anno è fatto finto e azzurro chic, mentre cerco di sfilarle i pantaloni troppo stretti prima che i pisellini multicolori tornino a illuminare la cuspide di vetro nella sua oscena forma di falce e martello. Ho deciso: per il prossimo Natale, gonna e presepio”.

AA. VV., Supplica

L’oroscopo di Gianni Rodari.

[Sul raccontare le favole] Il bambino non ci perde molto, perché lui ha i fumetti, ha la televisione, ha le altre favoleChi ci perde semmai sono i genitori, che non hanno questo momento di dialogo importante che passa attraverso la fiaba, che è un modo di parlare del mondo, di parlare delle cose. È un modo di entrare nella realtà anziché dalla porta dal tetto, dal camino, dalla finestra. Il linguaggio dei bambini è fatto di immaginazione e di pensiero logico, è tutto insieme. I genitori che lo perdono perdono qualcosa per loro, il bambino trova sempre il modo di usare la propria immaginazione.

Ariete
Il “gioco del niente” lo fanno i bambini stessi, chiudendo gli occhi. Serve a dar corpo alle cose, a isolare dalla loro apparenza la loro sessa esistenza. Il tavolo diventa straordinariamente importante nel momento preciso in cui, mentre lo guardo, io dico: “il tavolo non c’è più”. È come se lo guardassi per la prima volta, non per vedere com’è fatto, questo lo so già, ma per accorgermi che “c’è”, che “esiste”.
Sono convinto che il bambino cominci abbastanza presto a intuire questo rapporto tra essere e non essere. Talvolta lo potete sorprendere mentre abbassa le palpebre per far sparire le cose, le riapre per vederle ricomparire, ripetendo pazientemente l’esercizio. Il filosofo che s’interroga sull’Essere e sul Nulla, usando le maiuscole che toccano di diritto a questi rispettabili e profondi concetti, non fa in sostanza che riprendere, ad alto livello, quel gioco infantile.

Toro
Delle occhiatacce d’odio che ci scambiavamo un quarto d’ora fa, quando il filobus scendeva da Monteverde, non è rimasta traccia: l’aria le ha disperse, il primo calcio al pallone le ha sgominate definitivamente.
Un avvocato è andato per violette e ne ha riempito il suo cappello a lobbia.
“Diritto penale o diritto civile?” gli domando.
“Diritto primaverile”, risponde. “Tutti assolti con lode perché il fatto costituisce reato solo quando non avviene. Il fatto, cioè la felicità.”
È quasi commosso. Si mette in testa il cappello e le violette gli piovono giù per la faccia, sulle spalle della giacca.
Il nuotatore, in mezzo al fiume, fa il morto. Ma forse prega, con la faccia rivolta al sole, con il sole che gli versa nelle palpebre, ad una ad una, mille pagliuzze d’oro.

Gemelli
L’Orso sospirò.
“Se vuoi,” propose, “possiamo essere amici. In fondo non c’è nessuna ragione perché ci vogliamo male. Il mio bisnonno, il celebre Orso Macchiato, mi raccontava di aver sentito dire dai suoi vecchi che una volta si stava tutti in pace, nella foresta.”
“Quei tempi potrebbero ritornare,” disse Cipollino. “Un giorno tutti saremo amici. Gli uomini e gli orsi saranno gentili gli uni con gli altri, e quando si incontreranno si caveranno il cappello.
L’Orso apparve molto imbarazzato. “Allora,” disse, “dovrò comprarmi un cappello, perché non ce l’ho.”
Cipollino rise: “Potrete salutare alla vostra maniera, inchinandovi o dondolandovi graziosamente.
L’Orso si inchinò e si dondolò graziosamente, come aveva suggerito Cipollino.

Cancro
“Mamma, vado a fare una passeggiata.”
“Va’ pure, Giovanni, ma sta’ attento quando attraversi la strada.”
“Va bene, mamma. Ciao, mamma.”
“Sei sempre tanto distratto.”
“Sì, mamma. Ciao, mamma.”
Giovannino esce allegramente e per il primo tratto di strada fa bene attenzione. Ogni tanto si ferma e si tocca.
“Ci sono tutto? Sì,” e ride da solo.
È così contento di stare attento che si mette a saltellare come un passero, ma poi s’incanta a guardare le vetrine, le macchine, le nuvole, e per forza cominciano i guai.
Un signore, molto gentilmente, lo rimprovera:
“Ma che distratto, sei. Vedi? Hai già perso una mano.”
“Uh, è proprio vero. Ma che distratto, sono.”
Si mette a cercare la mano e invece trova un barattolo vuoto. Sarà proprio vuoto? Vediamo. E cosa c’era dentro prima che fosse vuoto? Non sarà mica stato sempre vuoto fin dal primo giorno…
Giovanni si dimentica di cercare la mano, poi si dimentica anche del barattolo, perché ha visto un cane zoppo, ed ecco per raggiungere il cane zoppo prima che volti l’angolo perde tutto un braccio. Ma non se ne accorge nemmeno, e continua a correre.
Una buona donna lo chiama: “Giovanni, Giovanni, il tuo braccio!”
Macché, non sente.
“Pazienza,” dice la buona donna. “Glielo porterò alla sua mamma.”
E va a casa della mamma di Giovanni.
“Signora, ho qui il braccio del suo figliolo.”
“Oh, quel distratto. Io non so più cosa fare e cosa dire.”
“Eh, si sa, i bambini sono tutti così.”
Dopo un po’ arriva un’altra brava donna.
“Signora, ho trovato un piede. Non sarà mica del Giovanni?”
“Ma sì che è suo, lo riconosco dalla scarpa col buco. Oh, che figlio distratto mi è toccato. Non so più cosa fare e cosa dire.”
“Eh, si sa, i bambini sono tutti così.”
Dopo un altro po’ arriva una vecchietta, poi il garzone del fornaio, poi un tranviere, e perfino una maestra in pensione, e tutti portano qualche pezzetto di Giovanni: una gamba, un orecchio, il naso.
“Ma ci può essere un ragazzo più distratto del mio?”
“Eh, signora, i bambini sono tutti così.”
Finalmente arriva Giovanni, saltellando su una gamba sola, senza più orecchie né braccia, ma allegro come sempre, allegro come un passero, e la sua mamma scuote la testa, lo rimette a posto e gli dà un bacio.
“Manca niente, mamma? Sono stato bravo, mamma?”
“Sì Giovanni, sei stato proprio bravo.”

Leone
La mia casa è eternamente “quasi finita”: ha già inghiottito i miei risparmi del prossimo decennio, credo, e più la guardo più mi fa schifo. Per fortuna stando dentro non si può vederla. Potrebbe solo cascarmi addosso: spero nella clemenza della scala Mercalli.

Vergine
Chiedo scusa alla favola antica,
se non mi piace l’avara formica.
Io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende, regala.

Bilancia
Il sole viaggiava in cielo, allegro e glorioso sul suo carro di fuoco, gettando i suoi raggi in tutte le direzioni, con grande rabbia di una nuvola di umore temporalesco, che borbottava: “Sciupone, mano bucata, butta via, butta via i tuoi raggi, vedrai quanti te ne rimangono.”
Nelle vigne ogni acino d’uva che maturava sui tralci rubava un raggio al minuto, o anche due; e non c’era filo d’erba, o ragno, o fiore, o goccia d’acqua, che non si prendesse la sua parte.
“Lascia, lascia che tutti ti derubino: vedrai come ti ringrazieranno, quando non avrai più niente da farti rubare.”
Il sole continuava allegramente il suo viaggio, regalando raggi a milioni, a miliardi, senza contarli.
Solo al tramonto contò i raggi che gli rimanevano: e guarda un po’, non gliene mancava nemmeno uno.
La nuvola, per la sorpresa, si sciolse in grandine. Il sole si tuffò allegramente nel mare.

Scorpione
Titolo: Un discorso dell’onorevole Soppesa. L’ho preparato per il giornale di domani. “L’onorevole Soppesa non ha tenuto ieri alla radio un discorso sulla mortalità dei conigli. Egli non ha esordito tessendo l’elogio del mansueto animaletto, caro alle masse rurali e gradito ai buongustai. Non ha proseguito citando le più recenti statistiche sulla mortalità che colpisce da qualche mese i conigli e non ha concluso il suo dire con una commossa ed elevata perorazione.” […] Pensi che barba se l’onorevole Soppesa avesse parlato davvero alla radio sui conigli, o sulle galline faraone. Bisogna far apprezzare la vita, signor direttore, far comprendere alla gente a quali pericoli e disastri, a quali spaventosi catastrofi scampiamo ogni minuto. Le notizie che accadono realmente sono un’infinitesima parte di quelle che potrebbero accadere realmente. Un giornale moderno deve allargare il suo campo d’informazione al regno del possibile.”

Sagittario
Una volta il semaforo che sta a Milano in piazza del Duomo fece una stranezza. Tutte le sue luci, ad un tratto, si tinsero di blu, e la gente non sapeva più come regolarsi.
“Attraversiamo o non attraversiamo? Stiamo o non stiamo?”
Da tutti i suoi occhi, in tutte le direzioni, il semaforo diffondeva l’insolito segnale blu, di un blu che così blu il cielo di Milano non era stato mai.
In attesa di capirci qualcosa gli automobilisti strepitavano e strombettavano, i motociclisti facevano ruggire lo scappamento e i pedoni più grassi gridavano: “Lei non sa chi sono io!”
Gli spiritosi lanciavano frizzi: “Il verde se lo sarà mangiato il commendatore, per farci una villetta in campagna.”
“Il rosso lo hanno adoperato per tingere i pesci ai Giardini.”
“Col giallo sapete che fanno? Allungano l’olio d’oliva.” Finalmente arrivò un vigile e si mise lui in mezzo all’incrocio a districare il traffico. Un altro vigile cercò la cassetta dei comandi per riparare il guasto, e tolse la corrente.
Prima di spegnersi il semaforo blu fece in tempo a pensare: “Poveretti! Io avevo dato il segnale di via libera per il cielo. Se mi avessero capito, ora tutti saprebbero volare. Ma forse gli è mancato il coraggio.”

Capricorno
A vedere per primi le cose, si può passare per sognatori, perché il tempo della storia non è mai quello dell’individuo e le cose non maturano a stagioni fisse, come le pesche. Marx non era un fantasticatore, ma aveva una fortissima immaginazione.
E non nego che ce ne voglia una buona dose anche oggi, di immaginazione, per vedere oltre la scuola com’è, per figurarsi il crollo delle sue mura di “riformatorio a ore”.
Ma ce ne vuole anche per credere che il mondo possa continuare e diventare più umano. È di moda l’Apocalisse. Le classi che vedono tramontare il loro dominio vivono questo tramonto in chiave di catastrofe universale, leggendo nelle carte ecologiche come nell’Anno Mille gli astrologi leggevano nelle stelle.

Acquario
I gatti hanno un giornale
con tutte le novità
e sull’ultima pagina
la “Piccola Pubblicità”.

“Cercasi casa comoda
con poltrone fuori moda:
non si accettano bambini
perché tirano la coda”.

“Cerco vecchia signora
a scopo compagnia.
Precisare referenze
e conto in macelleria”.

“Premiato cacciatore
cerca impiego in granaio.”
“Vegetariano, scapolo,
cerca ricco lattaio”.

I gatti senza casa
la domenica dopo pranzo
leggono questi avvisi
più belli di un romanzo:
per un’oretta o due
sognano ad occhi aperti,
poi vanno a prepararsi
per i loro concerti.

Pesci
Giovannino Perdigiorno era un grande viaggiatore. Viaggia e viaggia, una volta capitò in un paese dove gli spigoli delle case erano rotondi, e i tetti non finivano a punta ma con una gobba dolcissima. Lungo la strada correva una siepe di rose e a Giovannino venne lì per lì l’idea di infilarsene una all’occhiello. Mentre coglieva la rosa faceva molta attenzione a non pungersi con le spine, ma si accorse subito che le spine non pungevano mica, non avevano punta e parevano di gomma, e facevano il solletico alla mano.
“Guarda, guarda,” disse Giovannino ad alta voce.
Di dietro la siepe si affacciò una guardia municipale, sorridendo.
“Non lo sapeva che è vietato cogliere le rose?”
“Mi dispiace, non ci ho pensato.”
“Allora pagherà soltanto mezza multa,” disse la guardia, che con quel sorriso avrebbe potuto benissimo essere l’omino di burro che portava Pinocchio al Paese dei Balocchi. Giovannino osservò che la guardia scriveva la multa con una matita senza punta, e gli scappò di dire: “Scusi, mi fa vedere la sua sciabola?”
“Volentieri,” disse la guardia. E naturalmente nemmeno la sciabola aveva la punta.
“Ma che paese è questo?” domandò Giovannino.
“Il Paese senza punta,” rispose la guardia, con tanta gentilezza che le sue parole si dovrebbero scrivere tutte con la lettera maiuscola.
“E per i chiodi come fate?”
“Li abbiamo aboliti da un pezzo, facciamo tutto con la colla. E adesso, per favore, mi dia due schiaffi.”
Giovannino spalancò la bocca come se dovesse inghiottire una torta intera.
“Per carità, non voglio mica finire in prigione per oltraggio a pubblico ufficiale. I due schiaffi, semmai, dovrei riceverli, non darli.”
“Ma qui usa così,” spiegò gentilmente la guardia, “per una multa intera quattro schiaffi, per mezza multa due soli.”
“Alla guardia?”
“Alla guardia.”
“Ma è ingiusto, è terribile.”
“Certo che è ingiusto, certo che è terribile,” disse la guardia. “La cosa è tanto odiosa che la gente, per non essere costretta a schiaffeggiare dei poveretti senza colpa, si guarda bene dal fare niente contro la legge. Su, mi dia quei due schiaffi, e un’altra volta stia più attento.”
“Ma io non le voglio dare nemmeno un buffetto sulla guancia: le farò una carezza, invece.”
“Quand’è così,” concluse la guardia, “dovrò riaccompagnarla alla frontiera.”
E Giovannino, umiliatissimo, fu costretto ad abbandonare il Paese senza punta. Ma ancor oggi sogna di poterci tornare, per viverci nel più gentile dei modi, in una bella casetta col tetto senza punta.

Caterina Di Paolo

Notizie. Renzi e Murakami, l’alfabeto dei libri dimenticati, i manuali secondo Eco.

“Nessuno al mondo può aver letto a fondo tutti i testi della storia del pensiero, dai presocratici agli analitici anglosassoni. I manuali suppliscono a questa situazione inevitabile.” Umberto Eco sull’importanza dei manuali.

Perché gli scrittori sono i peggiori procrastinatori.

Renzi e Murakami: “l’arte di correre”.

Quale autore classico è la tua anima gemella?

L’alfabeto dei libri dimenticati.

Emanuele Atturo

Vila-Matas: installazione vivente a Kassel

Inizialmente tentennò; poi accettò; alla fine se ne tornò in albergo e decise di scriverci un romanzo: le reazioni di Enrique Vila-Matas alla proposta degli organizzatori di dOCUMENTA: passare cinque giorni interi a scrivere in un ristorante cinese di Kassel, in Austria, osservato da tutti. Insomma, trasformarsi in un’installazione vivente. Nel romanzo appena uscito in Spagna, Kassel no invita a la logica, “si parla di grandi speranze intorno alla vita e all’arte”. Il titolo allude a una frase di Italo Calvino su Torino: “una città che invita al rigore, alla linearità. Allo stile. Invita alla logica, e attraverso la logica apre la via alla follia”. Il contrario di Kassel, almeno secondo lo scrittore spagnolo.
(Orlando Vuono)

Conversando con Joyce.

Un sabato sera di quasi un secolo fa, Arthur Power entrò al Bal Bullier di Parigi per vedersi con una lavandaia e si ritrovò seduto al tavolo in cui James Joyce e Sylvia Beach brindavano al successo dell’Ulisse.
I due artisti dublinesi divennero amici. Le loro conversazioni, annotate ogni sera dal pittore, furono pubblicate nel 1974. In Italia arrivarono nel 1980 grazie a Editori Riuniti; poi basta: nessuna ristampa. Se vuoi leggere da solo questa testimonianza eccezionale, esci dal sito e incrocia le dita affinché la biblioteca della tua città ce l’abbia. Altrimenti, continua.

 

Un conversatore silenzioso

Nessuno padroneggiava le parole meglio di lui. Eppure, Power scrive che Joyce «era per natura silenzioso» e si vantava di possedere tre armi letali: «silenzio, esilio e astuzia». A una festa, un giornalista americano provò a estorcergli qualche risposta interessante e alla fine, arresosi, disse a un altro invitato: «Non c’è rimasto nulla in lui: è andato tutto nel libro». Non andò meglio a Proust, come ricorda lo stesso Joyce: «l’ho incontrato una volta ad un pranzo letterario, e tutto quello che mi seppe dire fu: “Le piace il tartufo?”. “Sì” risposi io “ne vado pazzo”. E fu questa la sola conversazione che si svolse tra i due più famosi scrittori del tempo».

La fonte della grandezza

«Amleto era pazzo, da qui il grande dramma, alcuni personaggi del teatro greco erano pazzi; Gogol era pazzo; van Gogh era pazzo; ma io preferisco la parola esaltazione, una esaltazione, che può forse confondersi con la pazzia. Tutti i grandi uomini hanno avuto in realtà quella vena: era la fonte della loro grandezza; l’uomo ragionevole non raggiunge nulla.»

Invettive

Joyce non gradiva molti autori. Tennyson, per esempio: «il pudico della canonica, un poeta che manca di intelletto». Oppure Turgenev, «un sentimentale che voleva rimanere innamorato del proprio sentimentalismo». Ma soprattutto non gradiva Puskin: «Non riesco a capire come tu possa apprezzare contenuti così elementari»; «ho sempre pensato che si sia comportato da ragazzino nella vita, nell’opera, e nella morte».

Insensibilità artistica

Quando Power gli mostrava i quadri di Braque e Picasso, Joyce rispondeva: «quanto valgono?» Insomma, l’arte figurativa gli interessava come poteva interessare a un cieco. Unica eccezione, un quadro di Vermeer che rappresentava Delft: «Era appeso sul caminetto e Joyce lo considerava un’opera d’arte finissima. Penso che una delle ragioni, se non la ragione, per cui l’ammirava tanto, era che è il ritratto di una città».

Ipersensibilità artistica

Se hai letto l’Ulisse, ti avrà impressionato l’episodio ambientato nell’ospedale: sia per frasi come «Ti devi alzare presto la mattina, peccatore mio, se vuoi fregare Dio Onnipotente», sia per il virtuosismo stilistico: Giulio de Angelis conta 32 stili – da quello delle antiche cronache, dell’epica e della teologia fino allo slang del XX secolo, passando per le parodie di Swift, Sterne, Dickens – che, susseguendosi in una narrazione i cui argomenti sono nascita, fecondità e coito, creano una corrispondenza tra evoluzione umana e linguistica. Power racconta quale effetto ebbe sullo stesso Joyce scrivere quell’episodio:«durante la composizione delle Mandrie del sole non riuscì a toccare cibo perché aveva la testa piena di feti ancora non nati, tamponi e odore di disinfettanti».

America inodore

Alla fine degli anni Venti, Joyce negava che l’America avrebbe avuto un influsso letterario sul resto del mondo: «Non credo che stia per produrre molta letteratura di rilievo per ora, perché un paese deve avere prima la sua vendemmia, avere, in altre parole, un odore, per poter produrre letteratura». Olfattivamente, concedeva qualcosa a Whitman: «ha una certa fragranza, è vero; in lui c’è l’odore della foresta vergine e delle ghiande dei boschi, una specie di colonialismo primitivo, ma da questo al mondo della civiltà ci passa molto». E Thoreau? «A mio avviso non è un vero americano, ha solo trasferito la passività europea di fin-de-siècle sul nuovo continente, ecco tutto».

Insensibilità umana

Dopo aver ritratto il padre a Dublino, Patrick Tuohy lo raggiunse – di sua iniziativa – a Parigi per ritrarre tutta la famiglia. Quando, qualche anno dopo, Power gli disse che Tuohy si era suicidato a New York, Joyce commentò così: «Non mi sorprende, poco mancò che non facesse suicidare anche me».

Paranoie

Power racconta che Joyce era convinto che se fosse tornato a Dublino gli avrebbero sparato un colpo: «quando gli suggerii di ritornare in visita segreta, per vedere com’era, mi fissò in un sogghigno sardonico, come se lo invitassi a suicidarsi. Gli avevano detto che un tale una volta era entrato in una libreria di Nassau Street ed aveva chiesto se avevano una copia di Ulisse. Quando seppe che non l’avevano, osservò: “Bene, l’autore di quel libro farebbe meglio a non mettere più piede in questo paese”: l’osservazione momentanea di un eccentrico religioso o di un nazionalista, come facevo rilevare io. Ma come Joyce replicò: “È proprio un eccentrico così che fa queste cose”».

Boh

Da pagina 47 a 66 il libro della mia biblioteca è un insieme di fogli svolazzanti. Questo presenta indiscutibili vantaggi, tipo uscire con uno zaino più leggero lasciando a casa quelle pagine oppure il resto del libro. Il problema è che, come puoi vedere, sono scomparse le pagine 51 e 52:

Sospetto che fossero le migliori del libro e che qualcuno se le sia intascate. Per quanto ne sai, potrei essere stato io. Bè, non è così. Lo giuro! Anzi, nel caso in cui la tua biblioteca avesse un libro con le pagine 51 e 52 – e magari ti va pure peggio che a me: potrebbe avere solo quelle! – ti chiedo di scrivermene il contenuto qui: orlandovuono@hotmail.it. Vedi?, se le avessi rubate io, certo non ti farei una richiesta simile.

Elogi

Joyce provò in tutti i modi a convincere Power ad ammirare Ibsen: «Ignori lo spirito che lo ha animato. Lo scopo di Casa di bambola, per esempio, era l’emancipazione delle donne, che ha causato la più grande rivoluzione del nostro tempo nel rapporto più importante che esista, quello tra uomini e donne: la rivolta delle donne contro l’idea di essere semplici strumenti degli uomini». Fece lo stesso con Gide – La porta stretta «è bello come una guglia di Notre Dame» – e con Proust. Quest’ultimo, se avesse continuato a scrivere col primo stile, quello de I piaceri e i giorni, «avrebbe scritto i migliori romanzi della nostra generazione».

Francesi e inglesi

Se non l’hai ancora letto – magari perché pensi che sia troppo complicato, cerebrale, noioso – non ci crederai; se lo hai letto, invece, sarai d’accordo con Joyce: «Ulisse è un’opera fondamentalmente umoristica». Proprio ragionando sull’umorismo, lo scrittore distinse i francesi dagli inglesi: «credo ci sia qualcosa di molto disumano in un autore che non abbia senso dell’umorismo ed è una cosa di cui mancava Stendhal, e di cui mancano alcuni francesi: lo impedisce il loro timbro molto emotivo, perché non sanno fare a meno di prendere la vita seriamente, e nessun francese ammetterà la propria inferiorità di fronte alla vita. Glielo impedisce la vanità. Ma l’inglese è più equilibrato ed ammette la propria impotenza dinanzi al fato attraverso l’umorismo».

Fanatismo

Secondo Power, Joyce nel complesso era una uomo ragionevole; «solo su tre cose era proprio fanatico: la prima erano i pregi di Ibsen, la seconda, abbastanza strana, i pregi della Carmen, la terza, i pregi dei ristoranti, perché un cattivo pasto riusciva a guastargli l’umore».

La rovina dell’uomo

La battaglia contro il romanticismo non è solo una questione poetica; è qualcosa che riguarda l’esistenza di ogni individuo: «Ciò che rende infelice la vita della maggior parte della gente è una sorta di delusione romantica, un ideale frainteso o irrealizzabile. Si può dire in realtà che l’idealismo sia la rovina dell’uomo, e se vivessimo immersi nei fatti, come doveva fare l’uomo primitivo, saremmo più ricchi».

Agli americani serve un po’ di guerra

Sono riusciti a riflettere lo spirito americano solo alcuni «scrittori minori, come Jack London, Bret Harte, Robert Service in Canada ed altri simili, e ci vorrà molto per loro prima di produrre un’arte che sia degna di rilievo. Quello di cui hanno bisogno, a mio avviso, è ancora un po’ di guerra. Si dice che Shakespeare trascinasse una picca nelle Fiandre, Cervantes fu prigioniero di guerra per anni, e Leonardo, quando non faceva fortificazioni per i suoi mecenati, dipingeva un quadro per loro».

La funzione dello scrittore

«Quando viviamo una vita normale, viviamo una vita convenzionale, seguiamo un modello che è stato tracciato da altra gente in un’altra generazione, un modello obiettivo impostoci dalla Chiesa e dallo Stato. Ma lo scrittore deve insistere in una lotta continua contro ciò che è obiettivo: ecco la sua funzione. L’immaginazione e l’istinto sessuale sono qualità eterne e la vita secondo regola cerca di reprimerle entrambe».

Svevo, Weaver, Svevo. Un classico italiano ritradotto in italiano.

Alessandro Lolli traduce dall’inglese all’italiano l’incipit del diario di Zeno Cosini, da Zeno’s Conscience: il romanzo di Italo Svevo nella versione inglese di William Weaver.

L’ultima sigaretta

Quando parlai al Dottore della mia debolezza col fumo, mi disse di iniziare la mia analisi ripercorrendo lo sviluppo di quest’abitudine dall’inizio.

“Lo scriva!” disse “e vedrà quanto presto inizierà a percepire un ritratto accurato della sua persona!”.

Penso di poter scrivere sul fumo qui alla scrivania, senza sedermi a fantasticare in poltrona. Non so come iniziare. Devo chiedere aiuto a tutte quelle sigarette che ho fumato, identiche a quella che tengo in mano ora.

Ho appena scoperto una cosa. Mi ero del tutto dimenticato che le prime sigarette che ho fumato non le vendono più. Sono state prodotte la prima volta nel 1870, In Austria, e erano vendute in piccoli pacchetti di cartoncino con la stampa di un’aquila a due teste. Aspetta un attimo! All’improvviso diverse persone iniziano a raggrupparsi attorno a uno di quei pacchetti; riesco a distinguere le loro fattezze e vagamente a ricordare i loro nomi, ma questo incontro imprevisto non mi porta da nessuna parte. Devo provare a guardare più da vicino. Vediamo cosa sa fare la poltrona. No, ora si sono sfumati e distorti in brutte caricature sghignazzanti.

Torno scoraggiato alla scrivania.

Una delle figure era Giuseppe, un giovane della mia età circa con la voce piuttosto roca, e l’altro era mio fratello, di un anno più piccolo di me, che è morto alcuni anni fa. Giuseppe doveva ricevere parecchi soldi da suo padre e ci faceva beneficio di alcune di quelle sigarette. Ma sono certo che ne dava di più a mio fratello e per questo era costretto a provare a prendermene un po’ per me. E per questo arrivai a rubare. D’estate mio padre era solito lasciare il gilè su una sedia dell’atrio e nella tasca si trovava sempre qualche spicciolo. Prendevo le monete necessarie a comprare uno di quei preziosi pacchetti e fumavo le dieci sigarette contenute una dopo l’altra, per paura di essere tradito nel caso in cui avessi portato con me un bottino così compromettente.

Tutto questo era sepolto silenzioso nella mia mente e così a portata di mano. Non deve essere tornato in via prima perché solo ora capisco il suo possibile significato. Solo ora che ho ripercorso le mie cattive abitudini fino al loro inizio e (chi lo sa?) potrei già essere guarito. Accenderò l’ultima sigaretta, solo per provare, e probabilmente la butterò disgustato.

Ora ricordo che una volta mio padre mi sorprese mentre tenevo il suo gilè in mano. Con una sfacciataggine che ora non avrei mai e che mi spaventa nonostante il tempo trascorso (forse questo senso di disgusto avrà un ruolo decisivo per la mia guarigione), gli dissi che improvvisamente avevo avuto una forte curiosità di contarne i bottoni. Mio padre rise della mia inclinazione matematica o sartoriale e non si accorse neppure che avevo le dita nella tasca del gilè.

A mio favore va detto che il suo ridere di me per quanto ero innocente, quando sapevo di essere colpevole, fu abbastanza da prevenire altri furti da parte mia. O meglio, rubai ancora in seguito, ma senza rendermene conto. Mio padre lasciava sigari Virginia mezzi fumati abbandonati sul tavolo o sui bordi dei cassetti. Pensavo che fosse un modo di liberarsene e ero davvero convinto che Catina, il nostro vecchio servo, li buttasse via di solito. Iniziai a fumarli in segreto. Proprio il fatto di nasconderli mi faceva sentire un certo brivido perché sapevo quanto mi avrebbero fatto male. Così li fumavo fino a che non sentivo gocce di sudore freddo scorrermi sulla fronte e una sensazione orribile nel cuore. Nessuno potrebbe dire che come ragazzino mancassi di determinazione.

Note alla traduzione

Partiamo dal titolo del capitolo. Leggete “L’ultima sigaretta” perché è una traduzione di “The Last Cigarette” , ma Italo Svevo lo ha chiamato “Il Fumo”. Resto sempre stupito da gesti così coraggiosi e arroganti insieme. William Weaver ha deciso di darci maggiori informazioni sul testo che andremo a leggere, di orientare la nostra lettura in modo più deciso di quanto non abbia voluto l’autore stesso. Questa volontà esplicativa è ricorrente nella pagina che ho tradotto. Per spiegare il fatto che Zeno fumasse tutte le sigarette prima di rincasare, ci basta “per non conservare a lungo il compromettente frutto del furto”; ma Weaver aggiunge “lest I might be betrayed if I carried about with me such a compromising booty”, il concetto di tradimento: “per paura di essere tradito nel caso in cui avessi portato con me un bottino così compromettente”. Poco dopo leggiamo del padre che arriva vicino a scoprire il peccato del figlio e dell’urto che questo ha su Zeno. Svevo sviluppa la frase usando solo l’innocenza: “quel riso rivolto alla mia innocenza quand’essa non esisteva più”; Weaver introduce il suo contrario “his laughing at me like that for being so innocent when I knew I was guilty”, “il suo ridere di me per quanto ero innocente, quando sapevo di essere colpevole”. Anche un teatrale “Wait a minute!” tradotto con “Aspetta un attimo!” in luogo di un più pacato “Ecco: attorno a una di quelle scatole…” possiamo attribuirlo all’esigenza di un’espressione più chiara, in questo caso sottolineando il processo di emersione delle memorie sopite. Ma il punto in cui si è verificato un maggiore distacco tra le due versioni italiane è probabilmente colpa mia. Parlo della penultima frase che in inglese appare così: “I would smoke them till cold drops of perspiration stood on my forehead and I felt horribly bad inside”. Ho interpretato in senso figurato “inside”, come un male interiore, interiore cioè spirituale. Una contrapposizione tra gli effetti fisici e gli effetti morali del fumare di nascosto. Ho provato qualche traduzione letterale usando il termine “dentro”, tipo “sentirmi orribile dentro” e cose di questo genere, ma non mi convincevano. Per ricreare quella contrapposizione che avevo intuito, ho scelto per la prima volta di distanziarmi dal testo e usare una parte del corpo largamente metaforizzata come il cuore che specchiasse la fronte della prima frase. Ho ottenuto questo: “Così li fumavo fino a che non sentivo gocce di sudore freddo scorrermi sulla fronte e una sensazione orribile nel cuore”. Peccato che Svevo ci stava descrivendo un’interiorità tutta materiale e molto specifica: “Poi il fumavo finché la mia fronte non si fosse coperta di sudori freddi e il mio stomaco si contorcesse”.

Concludo con alcuni scarti lessicali forse dovuti ai novant’anni che ci separano: “panciotto/gilè/waistcoat”, “tinello/atrio/lobby”, “A mio onore/a mio favore/to my credit”, “vecchia fantesca/vecchio servo/old servant”. Infine, quando Svevo scrive delle sigarette prodotte “Intorno al ‘70”, io e Weaver abbiamo dovuto specificare che fosse il milleottocentosettanta. Non sia mai che qualcuno sbagli secolo e si confonda sulla natura di queste sigarette.

Bret Easton Ellis a tutto campo.

C’è vita oltre ‘’American Psyco’’, e di cosa parla veramente quel libro secondo il suo stesso autore? Cos’è che accomuna Kanye West e Jennifer Lawrence? Che vuol dire ‘’post-impero’’ e perché è una definizione calzante per l’America di oggi? Chiamato al telefono da Vice, un Bret Easton Ellis imbiancato narra della sua adolescenza californiana, dei progetti degli ultimi anni e di una crisi nervosa, poi divaga a tutto campo e fa lo slalom tra le accuse di misoginia che gli furono rivolte e l’ammissione di un’infatuazione per Joan Didion, tra le critiche ad Alice Munro fresca di Nobel (‘’sopravvalutata’’) e il ruolo che hanno i social network nella sua vita, ammettendo di non capire affatto le nuove generazioni cresciute in rete. Da non perdere.

(Francesco Corbisiero)

Duelli in punta di penna

Giulio Passerini ha raccolto in un libroNemici di penna, “i migliori insulti, i litigi epocali, i duelli in punta di penna e le sciabolate più volgari” avvenuti nel mondo letterario.
Alcuni match:
Gore Vidal vs Joyce Carol Oates;
Gustave Flaubert vs George Sand;
William Faulkner vs Ernest Hemingway;
Truman Capote vs Jack Kerouac;
Gore Vidal vs Truman Capote;
Roberto Bolano vs Isabel Allende;
V. S. Naipaul vs Le Persone Che Vanno Ai Festival Letterari;
Jonathan Franzen vs Philip Roth;
Gore Vidal vs Norman Mailer;
Salman Rushdie vs John Le Carré.
A Jane Austen furono rivolti i propositi più feroci, quelli di Mark Twain: “Tutte le volte che leggo Orgoglio e pregiudizio mi viene voglia di disseppellirla e di spaccarle il cranio con la sua stessa tibia”.
(Orlando Vuono)

Il blu oltremare, il blu di Prussia, il rosa Tiepolo, il non-colore. Eleonora Marangoni e Proust.

Dalla settima pagina di Proust. I colori del tempo (Electa, 22 euro), Alessandro Piperno ci accompagna e Eleonora Marangoni ci porta a scoprire i colori dell’opera di uno scrittore che da adolescente aveva come passatempo preferito quello di “entusiasmarsi”, come fissa quella dei nomi propri, e voglia di piangere quando si accorgeva quanto le rose fossero rosa. Qui scopriamo che per Marcel Proust il pittore è meno importante dei colori, che un romanzo sul tempo che passa è un romanzo sui colori che sfumano, che il passato e il futuro colori non ne hanno, che il presente ne è pieno. Nove in tutto, uno per ogni capitolo: si inizia col giallo, il biondo dei capelli delle donne che il Narratore pensa siano la Bellezza, l’Amore e delle quali poi non s’innamora mai. Il blu, prima chiaro, quello dei pomeriggi immerso nelle letture a Combray: “azzurri come la superficie del silenzio”, poi pieno, quello delle tende del treno che svolazzano nella carrozza che lo allontana dalla mamma per la prima volta, il blu Oltremare della volta della Cappella degli Scrovegni che lui stesso visitò a Padova, nel 1900; un blu che percorre il filo sottile che lo porta dall’infanzia alla vecchiaia, quando, blu di Prussia, ricopre in chiazze il viso di Swann. E poi il rosa, il rosa Tiepolo che accomuna in piccolezze le tre donne della Recherche, Oriane, Odette e Albertine che “nella vita reale non si siederebbero certo allo stesso tavolo”, ma con una carnagione, un abito, delle guance di quel colore “scontato” che lo fa innamorare, e che è lo stesso rosa del biancospino nascosto nella siepe, che gli indicò il nonno, bambino, a Combray. Ma nelle 128 pagine del saggio che apre la collana “Pesci rossi” di Electa ci sono pure il verde e il viola, il rosso, il bianco e il nero, e il non-colore: quando Albertine ha la febbre, il colorito delle sue guance, prima di un rosa “quasi commestibile”, diventa “porpora cupo di certe rose il cui rosso è quasi un nero”. Proust. I colori del Tempo è una piccola enciclopedia sui colori, un domino, una lista e un diario, dove i New Order sono citati prima dei fratelli Lumière e dove non ci stupiremmo se a un certo punto arrivasse Godard a chiederci se gli occhi di Véronica Dreyer siano grigio Velázquez o grigio Renoir. Eleonora Marangoni ha trent’anni e ci dice: queste sono tutte le cose che mi piacciono, tutte le ossessioni che mi appassionano, e con lei troviamo le nostre fisse (perché in quel racconto lo stesso costume per lei è giallo, per lui è blu?) e ci avviciniamo ad altre, Recherche compresa, partendo dall’opera di uno scrittore che di pittori ne aveva più di 100 e nella sua camera solo uno, Whistler, col suo, essenziale, semplicissimo Thomas Carlyle.