Novembre 2013

Mese: Novembre 2013

Compianto in terracotta, II

[Di seguito i frammenti finali del Compianto in terracotta, II di Maria Pia Quintavalla. Dalla raccolta Compianti, ispirata al tema del Compianto, dipinto su terracotta, di Antonio Allegri detto Il Correggio.]

La luce di cinepresa andrà ad accendere
avverare l’ultima vita,
(oh, non diciamolo) che avanza –
Correvi sulla passerella, l’anima in vista bella
bianca come una cresimanda
che si fa più amare.

Ti applaudiremo, sarà danza,
intanto voci che guidano il canale
nella spia luminosa chiedono grazia,
e acque da tagliare
per sentirti più vivo, qui vicino
a pascolare le antiche passeggiate
dei passi tuoi. Aspettami tu Piero,
ma anche la tua Gina che insieme
fate il pane agli angeli la sera,
prima di sorvegliarci con le tue preghiere.

Non conto più gli oggetti alle pareti,
ma sagome vive del silenzio, alberi
a festa che circondano a campana.
Sarà l’impronta del tuo seguito, la cena
a segnalare aria lì davanti,
sacralizzare di ogni chiesa le aperture
finestre mani, senza sepoltura
una campagna esplosa, una madrid
da passeggiata.

*

Sempre i luoghi il mondo sapranno
di noi, dove nascosto
alle tende mormoravi, Siamo nati
e moriremo qui, vicino a voi
come una greppia l’asino ed il bue,
e tu il Gesù convinta di parole,
muta di segni annosi al fondo al creato,
come se fosse intatto il tempo
l’eterno tutto qui insepolto
fresco di mondi

indelebili f u t u r i.

(Maria Pia Quintavalla, Compianti, Effigie, 2013)

Reading Review: Tupelo Hassman

Libro: Bambina mia

Autrice: Tupelo Hassman

Traduzione: Federica Aceto

Intervengono: Tiziana Lo Porto e Antonella Lattanzi

Interprete: Marco Scognamiglio

Dove: Libreria Feltrinelli, Viale Libia 186, Roma

Dove si trova l’autrice: Boston, Stati Uniti

Metodo della presentazione: Skype.

Prime parole dell’autrice in collegamento: “I can only see Marco’s head” (Posso solo vedere la testa di Marco).

Ambiente: Sala sotterranea, in fondo in fondo, oltre il reparto CD. Sedie pieghevoli nere, un divano laterale nero, pianoforte nero a mezza coda su cui appoggiare i libri. Muri bianchi con appese fotografie iconiche della Roma felliniana in bianco e nero. Rumore di ventole in un seminterrato.

Rapporto uomini/donne: 1/5

Brani letti: 4

Problemi tecnici: 0

Tiziana Lo Porto su Bambina Mia: “È uno dei libri che ho amato di più tra le letture recenti. Racconta la provincia americana, i protagonisti vivono in una roulotte. Racconta, anche, di violenza, perché raccontare di qualcosa diventa un modo di denunciare e di salvarci. E poi è un libro molto fisico, ci sono dei pezzi di diario, addirittura delle cancellature nelle pagine. È la materia che lo fa diventare un libro autentico. Sono molto contenta di parlarne.”

Lo Porto sul vivere in roulotte: “Nel mio immaginario la roulotte è sempre stato un posto bellissimo. Io invidiavo chi ci viveva.”

Lattanzi su Bambina mia: “In questo romanzo tutti sono genitori di qualcuno. Tutte le donne presenti sono madri, anche la protagonista – una bambina – in qualche modo lo è. E le donne sono tutte donne scappate dagli uomini. In questo libro gli uomini sono tutti violenti, incapaci, stupidi. Le donne, pur con i loro difetti e le loro mancanze, sono comunque capaci di amare.”

Interventi di Antonella Lattanzi sulla negatività dei personaggi maschili nel romanzo: 4

Lattanzi sulle Girl Scouts: “Tupelo ha un tatuaggio con il giuramento delle Girl Scouts. E lo cita anche in Bambina mia. La parte del giuramento che ha più effetto su di lei è: ‘prometto che mi impegnerò.’ Il protagonista basa tutto su questo impegno a fare qualcosa. In qualche modo l’autrice prova a trasformare il libro in una sorta di manuale delle Girl Scouts per i lettori.”

Hassman sugli uomini: “Gli uomini nel mio romanzo fuggono, sono violenti, aggressivi. Questo perché in momenti di difficoltà gli uomini vengono più facilmente sconvolti rispetto alle donne. Sono meno resistenti.”

Hassman sulle madri: “Sono diventata madre dopo che è uscito il libro. E da quando leggo pezzi del mio libro alle presentazioni fa tutto un altro effetto. È tutto più tragico, più triste. Prima non capivo il mio stesso libro quanto adesso.”

Hassman su come è diventata scrittrice: “Mentre stavo seguendo un corso di scrittura al tempo del college mi sono rimessa a leggere il mio diario di quando ero bambina. Vedevo che ogni qualche pagina c’era sempre scritto ‘ora mollo tutto e mi metto a fare la scrittrice’, ‘voglio essere una scrittrice’. Così l’ho fatto.”

Hassman sulla protagonista di Bambina mia: “Il fatto che sia più intelligente, più brava a scuola, più sveglia degli altri e che legga tanti libri la rende diversa dalla sua comunità, la distanzia da tutti. Ma è nei libri che trova una sua comunità e questo la salva.”

Hassman sulla verità : “Mentre scrivo penso sempre che gli scrittori stiano cercando di trovare una verità, la verità. Anche chi scrive di non-fiction.”

Hassman sull’ispirazione: “La musica mi ha sempre ispirato a scrivere. Poi gli scrittori della Beat generation. E Margaret Atwood. Penso spesso a Margaret Atwood mentre scrivo.”

Menzioni importanti: Jimi Hendricks, “Gli spostati” con Marilyn Monroe, Mark Twain, Chuck Palahniuk, Pinocchio.

Foto: disegno di Tiziana Lo Porto per i lettori di Nuovi Argomenti

 

Némirovsky: come scrivere di alberi.

“Credo che dovrei sostituire le fragole con i nontiscordardimé. Sembra impossibile far sbocciare i ciliegi nella stessa stagione in cui maturano le fragole”.

FOR STORM IN JUNE:
What I need to have:
1 An extremely detailed map of France or Michelin Guide
2 The complete collection of several French and foreign newspapers between 1 June and 1 July
3 A work on porcelain
4 June birds, their names and songs
5 A mystical book (belonging to the godfather) Father Bréchard”

(Irène Némirovsky, dai suoi appunti per Suite francese, pubblicati alla fine del libro nell’edizione Adelphi del 2005)

Queste ricerche di Némirovsky sarebbero probabilmente piaciute a Pascoli per la loro precisione. È nota la critica di “indeterminatezza” che muoveva a Leopardi per il suo “mazzolin di rose e viole”, due fiori che non sbocciano nello stesso periodo:

“l’errore dell’indeterminatezza, per la quale, a modo d’esempio, sono generalizzati gli ulivi e i cipressi col nome di alberi, i giacinti e i rosolacci con quello di fiori, le capinere e i falchetti con quello di uccelli. Errore d’indeterminatezza che si alterna con l’altro del falso, per il quale tutti gli alberi si riducono a faggi, tutti i fiori a rose o viole (…), tutti gli uccelli a usignuolo”.

 

Ne Gli alberi di Roma (Newton & Compton 1997, nelle migliori biblioteche e bancarelle) Leonella De Santis parla di alberi con precisione: delle diverse specie, con i loro tronchi lisci o nodosi e le loro chiome più o meno ingombranti, ma anche di individui – per esempio del cipresso piantato da Michelangelo ancora presente dietro Santa Maria degli Angeli nelle terme di Diocleziano, o della quercia del Tasso, che poi era anche quella di San Filippo Neri, o delle palme piantate da Goethe.

 

Cominciamo con gli Olmi, Pini e i Platani, per osservare come il semplice avvicendarsi di questi tre esemplari nelle strade parli già dell’immagine della città che chi la governa ha in mente.

L’Olmo, leggiamo, “è sempre stato strettamente legato ai papi e alla Chiesa e la tradizione vuole che davanti ad ogni piccola parrocchia di campagna venisse piantato un albero di olmo”. E la storia degli olmi a Roma si potrebbe tracciare proprio attraverso i pontefici, che li facevano piantumare davanti agli edifici di culto e non solo. “Siano olmi, veda dove cavarsi il denaro”, ordinava Alessandro VII Chigi al governatore di Roma nel 1656.

Dal 1849, quando gli olmi che collegavano San Giovanni in Laterano con Santa Croce in Gerusalemme vengono utilizzati per costruire le barricate, si vedono sempre meno esemplari in giro. Si veda la storia dell’olmata dei Cappuccini: piantata nel 1820, cresciuta così rigogliosa nonostante la potatura che spettava di diritto ai frati -l’olmo può raggiungere i 30 metri di altezza e la sua chioma 25 di diametro – da suscitare le proteste degli scultori che si ritrovavano con gli atelier oscurati, e infine scomparsa per l’apertura di Via Veneto.

“Smesso l’abito paesano che le davano le strade piantate ad olmi”, Roma “si ripulì, si vestì  a festa e si regalò una serie di grandi viali alberati con grandi platani, alla stregua dei grandi boulevard parigini”. Sembra però che l’anima campagnola di Roma faccia resistenza: mandrie di capre e greggi di pecore danneggiano le alberate, e la magistratura respinge la domanda di pascolo sul Celio. Sono gli anni dei Piemontesi e di Roma capitale, e si ricerca per la prima volta la progettualità dei viali alberati: “Non appena in Italia si vede una strada alberata si può star certi che è stata opera di qualche Progetto Francese”, aveva detto Stendhal nelle Promenades dans Rome. Il platano viene usato per la più preziosa delle passeggiate, quella sul Gianicolo, e da allora è diffusissimo, anche per la sua resistenza all’inquinamento atmosferico: la sua corteccia si rinnova continuamente, staccandosi a grosse placche, e le sue foglie pentalobate e larghe si lasciano lavare facilmente dalla pioggia.

Ma ecco che a partire dalla seconda metà degli anni Trenta il platano non è più l’albero più diffuso di Roma: lo soppianta il pino, che il regime fascista piantuma nelle vecchie e nelle nuove strade in quanto essenza tipicamente italica, e di cui lo stesso Mussolini pianta un esemplare, il primo della Via Imperiale.

 

Delle decine di migliaia di alberi che vivono a Roma, tra specie mediterranee, quelle esotiche e quelle esotiche ma ormai naturalizzate come la palma, prendiamo quelle di cui De Santis ci dà le descrizioni più puntuali e belle.

C’è il cipresso, con “la corteccia grigio-bruna lungamente fissurata”, il cui duro legno è usato per fabbricare mobili e in cui frutti, chiamati coccole, profumano d’incenso. C’è il fico, che non è usato per arredare strade e viali, ma cresce dove preferisce, soprattutto sui muri per trattenere le sostanze nutritive della calce. C’è l’albizzia julibrissin, con “la chioma molto espansa ad ombrello e setose fioriture”. C’è l’alloro, il cui frutto è costituito da drupe (cioè frutti che non si aprono spontaneamente per far uscire il nocciolo, come la pesca) che maturano in ottobre facendosi nere, con le foglie sempreverdi, coriacee, disposte in modo alterno sul ramo, che profumano se schiacciate. C’è il bagolaro, dall’andamento dritto “con numerosi rami rivolti verso l’alto pronti a formare un andamento rotondeggiante”. C’è il leccio che ha le foglie con forme diverse a seconda dell’età: prima dentate e spinose, poi sempre più strette e con i bordi più lisci; si tratta del fogliame più scuro di Roma, così compatto che all’interno passano i raggi del sole. C’è il ligustro, che nel natio Giappone è pianta ornamentale e a cui il freddo da noi fa cadere le foglie. C’è il pruno, che fra Febbraio e Marzo fa sbocciare i fiori prima di far spuntare le foglie, salvando dallo squallore alcune vie romane. C’è la Robinia, con le foglie formate a loro volta da foglioline picciolate, con  i fiori profumatissimi delizia delle api. C’è la roverella, precisamente “quercia pubescens”, cioè con la parte inferiore delle foglie e del picciolo pelosa. C’è il siliquastro, per molti “l’albero di Giuda”, di cui il direttore dei giardini pubblici di Roma a fine Ottocento descrive “la bella e precoce fioritura, eccitamento allo spirito di vandalismo dei ragazzi”. E infine ci sono le foglie di tiglio, sopra verdi scuro e sotto bianco-argentee, che “in luglio e agosto brillano al sole quando sono mosse dal vento”.

 

Ascoltate infine cosa dice Dick Davis nel suo saggio On Not Translating Hafez:

“Un altro esempio di come la retorica sia concepita diversamente in Persiano e in Inglese è la metafora mista. Riferirsi ad una persona come un “cipresso che cammina” (sarv-e ravan) è semplicemente assurdo in Inglese, e non implica niente della delicatezza, del fascino, e della meraviglia che accompagnano la frase in Persiano. Nella metafora inglese c’è una letteralità che fa una forte resistenza alla metafora mista e la etichetta come di cattivo gusto. La metafora mista del tipo “cipresso che cammina” è invece apprezzata in Persiano. […]

“La poesia persiana è piena di parole che esprimono quest’estetica della meraviglia e dello stupore. Ciò che è inaspettato, innaturale, miracoloso, ciò che provoca nell’osservatore meraviglia perplessa o sopraffatta è di per sé considerato poetico. Persino quando si descrivono fenomeni perfettamente naturali – il verde della primavera, per esempio – si tende a descriverli nell’orizzonte espressivo di quest’estetica, dando per inteso che il loro splendore li elevi al di sopra dell’atteso e del credibile. Questa idealizzazione della realtà e la chiamata in causa di emozioni come la meraviglia e la sorpresa, le quali sono viste come una reazione davanti ad una perfezione inedita, sono anch’esse relativamente rare nella tradizione poetica inglese, la quale di solito tende al preciso ed al caratteristico, e che cerca di ottenere il lampo di riconoscimento del lettore più che la stupita meraviglia davanti ad un ideale lontano dall’esperienza quotidiana.”

 

Per dirvi: una volta saputo tutto ciò che c’è da sapere, niente vi impedisce di andare a far camminare i cipressi.

(Costanza Galanti)

Notizie: Paolo Nori messo sotto, Majakovskij in scena, The Freewheelin’ Vargas Llosa

Mario Vargas Llosa litiga furiosamente con Vittorini riguardo ‘Il Gattopardo’ e con Moravia e Sartre per altri motivi, piange saudade per l’Europa che fu e rivela infine che il protagonista del suo nuovo romanzo è un Roberto Saviano, solo molto più discreto.
Una moto di grossa cilindrata mette sotto uno scrittore, ricoverato poi in ospedale. Potrebbe essere l’episodio sgangherato di un libro di Paolo Nori, se non fosse una storia capitata a Paolo Nori, che, di nuovo in forma, fa stampare sulla copertina della sua ultima opera monti lontani e una mucca in primo piano, non prima d’essersi fatto dire da una giuria d’essere un ottimo favolista.
C’è un georgiano illustre nella storia dell’URSS – quello che non ha portato i baffi e non ha gestito il potere – che non mancherà mai abbastanza a chi lo ha letto. Sorpresa: lo ritroviamo, Majakovskij, in climi più miti, a Trastevere, armato di pistola, si sente ancora ‘’non uomo, ma nuvola in calzoni’’, straparla come al solito. Gli restituisce la voce un monologo teatrale.
(Francesco Corbisiero)

Quattro modernisti e una cena di gala

Cosa sarebbe successo se a Waterloo Napoleone non si fosse svegliato con un tremendo mal di testa? Alessandro avrebbe pugnalato Clito se a Samarcanda si fosse risparmiato l’ultima coppa di vino? Lord Byron sarebbe diventato un eroe nazionale greco se il suo spirito per l’avventura non avesse casualmente incontrato nella biblioteca paterna la traduzione delle Mille e una notte ad opera del capitano Burton?
Giudicare la storia degli uomini in base a minimi nessi di causalità è suggestivo, benché improprio; figuriamoci, poi, quando volessimo stabilire un rapporto di causa ed effetto tra un mal di denti – o il passaggio di una cometa, o una bolletta della luce – e un’opera d’arte, che sembra fatta apposta per smentire Leucippo e il suo «nulla accade senza un fondamento». Eppure non è del tutto inutile sapere che fu una nube di polvere vulcanica stabilizzatasi attorno al 1815 negli strati alti dell’atmosfera a dare luogo ai meravigliosi tramonti dipinti da Turner e che il modello principale di Leopold Bloom fu il signor Ettore Schmitz di Trieste, amico di Joyce e incidentalmente passato alla storia della nostra letteratura con il nome di Italo Svevo.
Il più delle volte le storie ufficiali rimangono mute su queste cose. Se ne lamentava Marcel Schwob nel presentare le sue Vite immaginarie, rallegrandosi di Aristofane che «ci ha dato la gioia di sapere che egli era calvo» e di Diogene Laerzio che ci ha raccontato come Aristotele «tenesse sullo stomaco una borsa di cuoio piena di olio caldo». È commovente sapere che Tolstoj – il titano dell’epica moderna – appena terminato di scrivere Guerra e pace annotasse nel suo diario: «Sono insopportabile e noioso a me stesso» e (allo stesso modo) che fosse completamente sdentato dall’età di trentaquattro anni; e dovremmo essere grati a chi s’è preso la briga di andare a spulciare nella biblioteca di Castelvecchio per scoprire che Pascoli (quello di Valentino e di tutto quell’onomatopeico microcosmo garfagnino) scrisse i versi de Il ciocco dopo aver trovato in una traduzione della Bhagavadgītā la sintesi di un ordine cosmico in cui la vita rinasce dalla morte. Così, quando sono venuto a conoscenza di una cena parigina in cui parteciparono i quattro campioni del modernismo mi sono messo alla disperata ricerca di testimonianze, resoconti e indizi su ciò che in particolare si sono detti due di loro, come se da quel dialogo avesse potuto scaturire una vera e propria illuminazione.
Ecco cosa ho scoperto.

Il 18 maggio 1922, in una sala da pranzo riservata del Majestic in avenue Kléber, a Parigi, Violet e Sydney Schiff – ricca coppia di cosmopoliti inglesi – danno un ricevimento per celebrare la prima di Le Renard di Stravinskij assieme a Diaghilev e ai suoi Balletti russi: tra gli ospiti ci sono Stravinskij e Picasso (con una bandana catalana di sghimbescio sulla fronte). Al momento del caffè, come racconta uno degli invitati, il critico d’arte Clive Bell, «sgombrati piatti e cibi, comparve tra la moltitudine elegante un uomo male in arnese, confuso e incespicante. […] Gli fu portata subito una sedia, messa alla destra del padrone di casa, e là egli rimase senza aprir bocca, con la testa fra le mani e un bicchiere di champagne davanti». Era James Joyce. «Alle due e mezzo del mattino, poi, saltò fuori Proust, guanti bianchi e tutto, come se niente fosse».
A quei tempi, Stravinskij aveva già ricevuto enormi trionfi per L’uccello di fuoco e La sagra della primavera, Picasso era il genio cubista di Les demoiselles d’Avignon e quello surrealista delle gigantesche Deux Femmes Courant sur la Plage, e Proust era all’apice della sua fama, avendo appena pubblicato il secondo tomo di Sodoma e Gomorra. «Ricordo che Proust parlò estasiato degli ultimi quartetti di Beethoven», ricorderà Stravinskij. «C’era anche James Joyce, ma per mia ignoranza non lo riconobbi». Le prime copie dell’Ulisse erano state stampate da Sylvia Beach – proprio a Parigi – tre mesi prima, ed erano finite tra le mani delle persone ”giuste”: Gide, Eliot, Crane, Dos Passos, Huxley, Hemingway, la Woolf, oltre a qualche altro invitato al party degli Schiff, dove quel segaligno irlandese veniva osservato tutt’al più come una curiosità; era già piuttosto ubriaco, peraltro, e aveva cominciato a russare.  Poi si svegliò; e – a quanto pare – parlò con Proust.

A Joyce, nel suo esilio parigino, mancavano gli amici di Trieste e di Zurigo. Beveva troppo e la salute stava peggiorando: dovette farsi togliere tutti i denti (anche lui) e il glaucoma non dava  pace ai suoi occhi. I problemi economici lo assillavano, benché proprio in quel maggio, assieme alla moglie e ai figli avesse traslocato in un elegante appartamento prestatogli da Valery Larbaud in rue du Cardinal Lemoine. In una lettera spedita in quei giorni, Hemingway scriveva di Joyce: «Si dice che lui e la sua famiglia facciano la fame, ma puoi trovare l’intera banda celtica ogni sera da Michaud dove io e Binney [Hadley] possiamo permetterci di andare una volta alla settimana».
Finito l’Ulisse, Hemingway disse che era «il libro più maledettamente meraviglioso» che avesse mai letto. Virginia Woolf, invece, lo giudicò «un grattamento di foruncoli sul corpo del lustrascarpe».
Vale la pena tornare a Schwob, per il quale «le idee dei grandi uomini sono il patrimonio comune dell’umanità», anche se «ognuno di loro non possedette realmente che le proprie bizzarrie»; come certi odi e non meno intensi amori tra scrittori. A quindici anni, ad esempio, Tolstoj portava al collo un medaglione col ritratto di Rousseau; e quando seppe della morte di Byron, il quattordicenne Alfred Tennyson vagò sconsolato per i campi e incise su una roccia: «è morto!».
I giornali paragonavano Lord Byron a Nerone e ad Eliogabalo, a Enrico VIII e al Demonio; lui scherzava sul fatto di dover dividere con Napoleone la fama d’essere l’uomo più importante del secolo. L’alta opinione che sembrava nutrire per se stesso la riservava raramente ai suoi colleghi;  si conoscono alcune sferzanti battute su Foscolo e non era più tenero nei confronti di certe glorie del passato: nel suo diario londinese, il 18 dicembre 1813 scriveva: «Detesto Petrarca a tal punto che non ci terrei neppure a essere stato l’uomo che ottenne i favori della sua Laura – come non riuscì a quel vecchiaccio rimbecillito, astruso e frignone».
Pound bocciava Virgilio senza appello, come si trattasse di un pivellino appena iscrittosi a un certamen poetico; Nabokov faceva a pezzi – tra gli altri – Pound e Dostoevskij; Tolstoj odiava Shakespeare, Turgenev pensava che Tolstoj fosse un ciarlatano; in una lettera ad Apollon Majkov, Dostoevskij bollava Turgenev come uno di quei «liberaloni e progressisti» che «trovano nel vituperare la Russia piacere e soddisfazione».
Nell’autunno del 1920, appena arrivato a Parigi, Joyce aveva scritto a un amico: «Noto un furtivo tentativo di mettere un certo Marcel Proust di qui contro il firmatario della presente. Ho letto qualche pagina sua. Non riesco a vederci un talento speciale, ma io sono un cattivo critico».
Meno di due anni più tardi, i due più grandi romanzieri del ventesimo secolo si incontrarono per la prima volta alla cena degli Schiff.
Cosa si dissero?
Secondo la duchessa Clermont-Tonnerre – che non era presente al Majestic ma conosceva entrambi –, ci fu un unico e brusco scambio di battute:
«Non ho mai letto le sue opere, Mister Joyce.»
«Non ho mai letto le sue, Monsieur Proust.»
Il poeta irlandese Padraic Colum raccontò quel che gli aveva confidato Joyce, e cioè che quella sera aveva frustrato ogni tentativo del collega francese di attaccare discorso:
«Monsieur Joyce, voi conoscete senz’altro la principessa…»
«No, Monsieur.»
«Ah, Allora forse conoscerete Madame…»
«No Monsieur…»
Ford Madox Ford, su “soffiata” di Violet Schiff, dice che Proust si scusò per essere arrivato tardi: la causa era il mal di fegato, e cominciò a descrivere nei dettagli i sintomi della malattia. «Tiens, Monsieur», lo interruppe Joyce. «Ho quasi esattamente gli stessi sintomi. Solo che nel mio caso le analisi…».
Questa versione è avvalorata, più o meno, da William Carlos Williams, che raccolse le sue informazioni in proposito durante un suo viaggio a Parigi nel ’24: «Ho mal di testa ogni giorno. I miei occhi vanno malissimo», disse Joyce. E Proust rispose: «Sapeste, il mio povero stomaco! Mi sta uccidendo!».
Secondo un altro resoconto (il mio preferito), Proust chiese a Joyce se gli piacevano i tartufi, e Joyce rispose: «Sì, mi piacciono». Punto.

«Se ci fosse stato consentito d’incontrarci per parlare un po’, da qualche parte…» si lamentò tempo dopo Joyce con Samuel Beckett. Dal canto suo, Proust non parlò mai di quella serata: «lo sgradevole incontro con Joyce al Majestic», ricorderà la sua domestica, Céleste Albaret, «non lasciò in lui alcuna impressione, e non accennò nemmeno al suo nome».
Tutto ciò che di tangibile produsse quel rendez-vous furono alcune allusioni a Proust in Finnegans Wake. Anche alla fine della cena al Majestic, quando, per ricambiare la cortesia degli Schiff, l’autore della Recherce li invitò a continuare la serata a casa sua, la presenza di Joyce non fu che un ingombro.
Fu lo stesso Sydney Schiff a raccontare che non appena i loro ospiti sfollarono dall’albergo lui e sua moglie uscirono in strada dove Odilon Albaret – marito di Céleste – aspettava Proust con un taxi che lo avrebbe riportato a casa, in rue Hamelin. Negli anni Venti, le vetture pubbliche di Parigi sembravano fatte per dei pigmei, così, quando gli Schiff furono invitati a salire sul taxi assieme a Proust, dovettero stringersi per trovare spazio; l’affollamento, poi, fu peggiorato dal fatto che nel taxi si infilò di straforo anche Joyce, il quale, una volta dentro, si mise pure a fumare e aprì il finestrino. «Siccome Proust temeva le correnti d’aria, e la sua asma non sopportava il fumo del tabacco, Schiff chiuse il finestrino appena la sigaretta fu spenta o buttata». Lungo il tragitto, Proust «“parlò incessantemente senza rivolgersi a Joyce”, disse Violet Schiff: Joyce lo guardava in silenzio. Quando la macchina arrivò al portone di rue Hemlin, sembrò che Joyce volesse salire anche lui, ma Proust […] fu deciso nello sbarazzarsene. “Lasci che la mia macchina la porti a casa” insistette. E poi, temendo il freddo, s’affrettò a entrare con Violet Schiff, mentre suo marito si fermava a convincere Joyce, cocciuto, quasi molesto, ad andarsene a casa».

Campana

Anche noi al liceo avevamo una specie di società segreta di poeti. Dentro c’era gente che aveva preso troppo sul serio L’attimo fuggente, studenti modello avvezzi all’hashish, avvinazzati, ex rappresentanti di istituto in disgrazia, ragazzi che già cominciavano a venire a scuola con le borse di tela con le stampe di Kafka in bianco e nero comprate a Praga in gita di quarto, e poi c’era soprattutto Claudia, una tizia da cui ero stato orribilmente rifiutato a una festa di Halloween, l’anno prima, con le parole: no guarda forse è meglio di no.
Il palo più generico e immeritato che avessi mai preso.

Allora, funzionava così.
Per prima cosa ti sceglievi un poeta, e gli altri riuniti in assemblea decidevano se eri degno di entrare nella loro piccola e nemmeno tanto segreta società. Lo sapevano un po’ tutti, ma allo stesso modo si faceva finta di niente, forse per quella specie di pudore che tiene nascosti i segreti che tutti sanno sotto un sottile velo di allusività.
Guarda che Baudelaire e Verlaine sono già stati presi.
E pure Rimbaud, e Eliot, e Whitman.
Io mi giro, gli occhi a fessura e dico, guardando quello che doveva essere il capetto arrogante di quel piccolo gruppo di disadattati, come se fossi un supereroe sfigato dai poteri mediocri che alla fine è però chiamato a riscattarsi e a salvare il mondo intero, ovviamente sacrificando sé stesso e tutto ciò che ama, nell’ultima pagina di un fumetto della Marvel e dico:
Io scelgo Campana.
Si guardano, qualcuno annuisce, probabilmente non lo conoscono, l’hanno sentito solo nominare.
Campana, dico allargando gli occhi, il poeta pazzo.
Ah, allora ok.

Fingevo di conoscerlo da anni, anche se in verità io Campana l’avevo scoperto pochi mesi prima, quando Stefano Accorsi aveva urlato le sue poesie dalla trasposizione cinematografica di Michele Placido a una Laura Morante antica, da cartolina. Era il settembre del 2002, io avevo quindici anni, i capelli corti, e orbo alla mia stessa ridicolaggine, avevo cominciato, in un eccesso emulativo che i miei amici avrebbero dovuto contribuire a moderare, a fumare la pipa. Cominciai a imparare a memoria le sue poesie e molti dei suoi pezzi di prosa. Avevo per lui una fascinazione esagerata, che negli anni successivi ho provato, con la stessa intensità, solo per Montezuma, Casanova, Giordano Bruno, Tutankhamon, Ermete Trismegisto e Stefania Sandrelli. Qualche anno dopo, quando venne il tempo dell’esame per la maturità orale e la società segreta scomparve definitivamente (e il cui solo atto pubblico fu attaccare alle porte delle aule una specie di manifesto programmatico dalla dubbia ortografia), mi presentai davanti a quella commissione recitando un pezzo di Giornata di un nevrastenico, che nella parte più accorata grida Oh Satana, abbia pietà della mia lunga miseria! Pensavo di essere molto fico nel pronunciare ad alta voce la parola Satana (non lo ero: un tizio che era stato bocciato più di una volta uscì bestemmiando dall’aula, ridimensionandomi all’istante).

Dieci anni dopo, mi toccò scegliere Campana un’altra volta, quando con l’avvento prepotente di facebook cambiò la gestione dei rapporti umani con i propri idoli.
Mi rendevo conto che c’era una specie di corsa all’oro dei domini più importanti, un po’ come fanno quelli che registrano siti tipo galaxy.com o iphone6.org e poi decenni dopo li rivendono al prezzo di milioni di dollari. È un modo intelligente, per fare i soldi, perfino onesto, ma l’attributo principale che devi avere è la lungimiranza e quella ormai ce l’hanno solo i musicisti con le maglie a righe, lo scollo a barchetta e un debole per l’elettronica. In un’aula studio della facoltà di filosofia, un pomeriggio che fuori c’erano le lauree, mi accorsi che nessuno aveva fatto il profilo di Campana. Eppure Tutankhamon c’era. E pure Montezuma.
Non era possibile.
Nemmeno Stefano Accorsi ci aveva pensato.
Il mio poeta preferito (che modo brutto per dirlo) non aveva un degno rappresentate virtuale su internet. Quello che io consideravo, e per certi versi considero, il più grande poeta del 900 italiano era muto, inesistente, semplicemente l’inconscio collettivo se ne era dimenticato. C’erano vari profili di Stefania Sandrelli, però. Naturalmente, dato che la mia indole non mi permette neppure per un minuto di farmi i cazzi miei, era evidente che toccava a me ovviare a tale incomprensibile delitto letterario.
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Dino Campana, Marradi, 1885 – 1932.

Da allora sono il felice gestore del suo profilo (e di quello di Ermete Trismegisto, ma con meno soddisfazione) e anche se mi limito semplicemente a pubblicare i suoi versi c’è da dire che la sua poesia più famosa (ma forse quella meno indicativa del suo stile), In un momento, ogni volta raggiunge trecento like e un centinaio di condivisioni. Forse è la sola poesia che viene letta, che viene riconosciuta. Le altre sono intrise di simbolismo, di orfismo, sono versi oscuri che hanno per tema la notte, o il viaggio, meccanismi allucinatori all’interno dei quali il senso, se non si perde, viene diluito dalla purezza del suo intento. In una parola sono meno immediate. Non credo che ci sia nulla di scientifico, nell’amore che provo per Campana, nessuna motivazione pratica. É necessario che il significato della visceralità rimanga celato, e che nessuno sia aruspice abbastanza da trarre conclusioni troppo nette, da una poesia che è fatta di dolore e incomprensione e solitudine, ma che è anche veicolata da una voce potente, cristallina, pura: E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola / ma c’è / Nel cuore della sera c’è, / Sempre una piaga rossa languente.
Lessi tutto quello che c’era da leggere su Campana e sulla sua storia. Le introduzioni ai libri, il carteggio con la Aleramo e le lettere a Cecchi, in qualche modo mi innamorai di questo poeta sfortunato e terribile, che aveva inviato l’unica copia del suo manoscritto a Soffici e questi l’aveva perduto, costringendo Dino, già provato dal male oscuro che non lo abbandonerà mai, a ricompilare daccapo i versi che aveva scritto. Nascono così I Canti Orfici. Lo sforzo mnemonico eccessivo gli sarà fatale. Nel 1918 varcherà per l’ultima volta i cancelli dell’ospedale psichiatrico di Villa di Castelpulci: ci rimarrà fino alla morte, avvenuta quattordici anni dopo. La leggenda vuole che di tanto in tanto Sibilla vada a trovarlo e che lui non riesca a riconoscerla. Io a questa storia non ci ho mai creduto, penso che Dino avesse già sofferto abbastanza per dover anche sottoporsi alla pena di dover vedere e riconoscere l’unica donna che avesse mai realmente amato. Come se le manovre elettro-terapiche per calmargli i nervi tesi non fossero abbastanza (Cara, se credi che abbia sofferto abbastanza, sono pronto a darti quello che mi resta della mia vita).

Inizio a sapere delle cose che lo riguardano. A conoscere quest’uomo da un solo libro. Mi faccio regalare il cofanetto dei suoi canti recitati da Carmelo Bene, che si chiude con un nastrino di raso.
Ma non avevo ancora visto Marradi.

Uno di quegli orrendi giorni dopo esserti fatto lasciare una tizia carina che pure non meriteresti, in cui ti dici che devi fare qualcosa della tua vita, Cristo, devi muoverti e fare cose nella speranza che una qualsiasi cosa significativa ti esploda in faccia e cambi tutto quello che ti viene da pensare della tua esistenza, avevo rubato nella qualità di diciannovenne in lacrime la macchina di mio padre e, forte della benedizione del telepass incollato sul cruscotto, avevo preso l’A14 a San Benedetto del Tronto, direzione Bologna. Da lì in qualche modo avrei raggiunto Marradi. Non sapevo bene che cosa mi aspettassi di trovare, forse era semplicemente perché mi ero sentito solo e credevo che magari avrei trovato lì, a casa di Dino, qualcosa che mi facesse pensare che tanto solo non ero (non lo ero veramente: il mio era il classico vezzo adolescenziale di una depressione facilmente risolvibile con la tequila arancia e cannella).
Marradi è un paesino disteso sul Lamone (le cui sorgenti Dino conosce bene e che ora sono diventate una frequentata meta turistico/poetica), ci si arriva dopo molti tornanti, sulle note di un album di Guccini. Quando arrivi nella piazza principale del paese, parcheggi, ti accorgi che il cielo è terso, e se ti siedi su una panchina e guardi il campanile della chiesa che si staglia davanti a un blu molto intenso ti tornano in mente le poesie meno conosciute. Pensi che abbia dovuto descrivere quello stesso cielo, in un certo senso ti senti a casa, c’è qualcosa che accomuna, in quell’autencità e in quell’atmosfera che speri non debba essere cambiata molto. Pensi a un ragazzino sveglio, curioso, che a poco a poco sostituisce il suo carattere eccentrico con un nervosismo da curare, pensi ai manicomi, ai fogli di via, al non riuscire a dare un nome alla voce che ti parla dentro, a un viaggio di poche settimane in Argentina, alla sifilide, al volto dolce di Sibilla Aleramo. Alla poesia che diventa prima il balsamo di una salvezza in cui nessuno crede, che dovrebbe salvare un’esistenza senza soddisfazioni, e poi il veleno fatale che fa il suo lavoro dall’interno senza che te ne accorgi.

Ti alzi, chiedi nell’unico bar aperto, gestito da una signora bionda con una piccola cicatrice sulla guancia destra che però le dona, dov’è che si trova il centro di studi campaniani e te lo indicano, è poco più sotto, procedendo per la strada, dieci minuti a piedi. Ringrazi e cammini con le mani in tasca, potresti toglierti il cappotto ma non lo fai anche se comincia a fare più caldo di quello che pensavi. Le porte dell’istituto sono chiuse, è domenica, dovevi pensarci prima. Ti siedi lo stesso un attimo, fuori dall’istituto c’è una seduta di legno, sforzandoti nel cercare di sentire una qualche specie di spirito poetico, con la paura di non coglierlo, di non sentirlo.
Ora sei calmo, il viaggio ti ha rilassato. Non è che ti senti meno solo ma inspiegabilmente ora pensi di potercela fare, in tutta la generica banalità della frase. Ma quello che sai è che qui ti piace, che dev’essere un bel posto per impazzire, per diventare un poeta.
Torni al bar, deluso ma nemmeno tanto. Ordini qualcosa da mangiare ed è lì che la signora di prima si incuriosisce, vi chiede che cosa ci fai lì, che non ne vedono molti di turisti, in questa stagione. Rispondi sorridendo, anche con un po’ di vergogna che non sai bene da dove viene, che sei lì per Dino, e che ci avresti dovuto pensare prima, ché la domenica sono aperte solo le chiese.
La signora ti guarda qualche secondo di troppo, ti dice di aspettare un attimo.
Prende il cellulare, fa una telefonata. Da dietro al bancone del bar riesci ad afferrare le parole ragazzo, campana, domenica.
Si dà il caso che lei conosca il direttore del centro, utilizza il registro vocale che si usa tra i parenti, che ti dice che lo fa volentieri uno strappo alla regola. Ti apre l’istituto, lasciandoti un’ora buona tra le fotografie dell’epoca e le prime edizioni. La passi leggendo le didascalie, e facendoti autoscatti dal cellulare con le gigantografie del volto di Dino sullo sfondo. Te ne vai con una busta piena di cartoline, due adattamenti teatrali della vita di Campana e la promessa di tornare prestissimo.
Ancora non ci sono mai tornato, a Marradi.

Per tornare a casa sbaglio autostrada e passo per un paese che si chiama come il cognome di quella ragazza che mi aveva lasciato il giorno prima. Fa meno male e lo farà sempre di meno, ogni giorno che passa, senza il bisogno di dimenticare nulla.
Ogni volta che penso a lui, o che rileggo una sua poesia, penso invece a una vita che è quasi un sacrificio obliato, a una colpa ecumenica che lo dissangua, e alle parole, “le uniche importanti di tutto il libro”, che suonano come una specie di giudizio vendicativo: they were all torn and covered with the boy’s blood.

14 scrittori per Via col vento.

Il 9 settembre 2014, l’Harry Ransom Center aprirà la mostra The Making of Gone With The Wind, e nel frattempo tira fuori alcune perle. Come il fatto che almeno quattordici scrittori, incluso Francis Scott Fitzgerald, lavorarono alla sceneggiatura sulla base del testo di Sidney Howard. Per scrivere Via col vento bisognava esser portati per i dialoghi, saper bene cosa mettere all’inizio, al centro e alla fine di una storia. Tra le proposte e le note dei migliori agenti letterari in circolazione alla fine degli anni Trenta, spicca quella di William Faulkner: può arrivare ovunque col suo aereo privato. Né il suo aereo tanto meno le sue abitudini sono affidabili, ma l’ultima raccolta di racconti sulla guerra civile fanno pensare che con l’argomento ci sappia fare.

(Natalia La Terza)

Bad Sex Award, i finalisti.

Ogni autunno The Literary Review, mensile londinese di letteratura, sceglie tra i libri usciti durante l’anno le scene di sesso scritte peggio. Esclusi i romanzi erotici e pornografici. Il premio nasce per criticare ed eventualmente porre fine alle tremende scene sessuali che spesso ci ritroviamo nei romanzi contemporanei.

Il vincitore verrà scelto il 3 dicembre a Londra, i finalisti di quest’anno sono:

  • My Education di Susan Choi
  • The Last Banquet di Jonathan Grimwood
  • House of Earth di Woody Guthrie
  • Motherland di William Nicholson
  • The Victoria System di Eric Reinhardt
  • The World Was All Before Them di Matthew Reynolds
  • The City of Devi di Manil Suri
  • Secrecy di Rupert Thomson

(Giulio Silvano)

La nostalgia a rovescio

Settembre, in questo caso, è il più implicato dei mesi. Ricordo con precisione come arriva sul mio tavolo giallo la notizia della morte di Giovanni Raboni, un giovedì pomeriggio di settembre del 2004, mentre sto studiando. Quest’uomo elegante, con la barba bianca di un profeta o di un filosofo greco, l’avevo visto una volta sola, senza parlargli; ma lo seguivo sulle pagine del «Corriere della Sera». Scriveva di letteratura con una passione sobria, sorvegliata dall’intelligenza. Su quello stesso giornale, all’indomani della morte, Franco Cordelli ricordava, di Raboni, la «presenza morbida, morbidissima, come la sua prosa». E la parola «presenza» è quella che torna più spesso, nel ricordo degli amici – la signorile affabilità che un po’ intimidisce, i gesti del «lavoratore infaticabile». Traduttore, critico teatrale, critico letterario, direttore di collane, poeta: uno degli episodi della vita di Raboni che m’impressionò scoprendolo è quello di un infarto, nel 1987, da lui addebitato al lavoro eccessivo:

Ho cominciato ad avere dei dubbi sulla mia “onnipotenza”: prima credevo di poter far di tutto, sopportare qualsiasi fatica, invece poi ho cominciato a rendermi conto che non era così. Sta di fatto che l’infarto mi è venuto in un momento di spaventoso affaticamento da lavoro. Mi ricordo che quando mi sono ritrovato in sala rianimazione in ospedale, oltre tutto in Germania, ho pensato che in fondo fosse un momento in cui poter tirare un po’ il fiato. (Intervista con D. Piccini, Vivere almeno al 50 per cento, in «Poesia», n. 168, gennaio 2003).

D’altra parte, se non ci fosse altro, basterebbe ad ammirare Raboni l’impresa davvero eroica della traduzione integrale di À la recherche du temps perdu. Il suo nome l’ho trovato lì per la prima volta, nei volumi della collana «i Meridiani Mondadori». Il colophon dice: «Prima edizione giugno 1983» – e curiosamente è il mese e l’anno in cui sono nato. Ma di nuovo a un settembre risale la lettura, credo quello dei miei diciott’anni. Le pagine finali di Combray, preso dall’esaltazione, mi misi stupidamente a segnarle con matite colorate. Mi piace oggi l’idea che si possa riconoscere per intero a un traduttore il merito di averci permesso di scoprire un libro. Le frasi e le immagini che mi esaltavano – e che così chiaramente influenzavano i primi racconti che scrivevo – sono di Proust, ma sono anche di Raboni. Del Proust di Raboni, direi – così diverso da quello di Natalia Ginzburg, per esempio, dove le madeleines diventano «maddalenine» e tutto ha un’aria più spiccia, più domestica. Al Proust di Raboni appartiene la «zona di tristezza» in cui il Narratore entra dopo avere sognato di essere amico della duchessa di Guermantes, «pescare trote, andare in barca sulla Vivonne». È con questa voce di un poeta italiano che ho saputo di «camere d’estate dove è bello essere uniti alla notte tiepida»; di una nonna che scosta dal viso le sue ciocche di capelli disordinate e grigie sotto la pioggia, in giardino; di un campanile che sembra il dito di Dio – e tutto il resto.
La poesia di Raboni l’ho accostata più tardi: dall’ultimo suo libro, uno dei più belli, Barlumi di storia. Pubblicato – ancora settembre! – nel settembre del 2002. Qui gli endecasillabi «cesellati e pur semi-disintegrati» di cui parlava Zanzotto sono polverizzati; la maschera della forma chiusa si infrange e cade. Brani in prosa appaiono tra i versi, ma non più caratterizzati, come nelle raccolte precedenti, da un lirismo acceso, estremista: sono più composti, in una parola più tenui.

La mattina di Ferragosto mio padre usciva ogni anno in giardino e scrutava il cielo con un’espressione più rassegnata che interrogativa. Era azzurro dappertutto, sopra il Monte Rosa che a quell’ora era veramente rosa […]: un azzurro purissimo, incontaminato; ma mio padre scuoteva il capo e mormorava: «Pioverà anche oggi». (G. Raboni, Barlumi di storia, Mondadori 2002).

Ricostruendo la storia di quell’immancabile temporale, che segnava la fine delle vacanze, Raboni ne recupera anche la sfasatura, l’intoppo: quando, nel 1942, l’acquazzone, anziché chiudere, aprì «un’unica, grande vacanza senza scadenze né regole, una villeggiatura obbligatoria». Più volte, in versi, Raboni aveva raccontato quest’epoca della sua vita: i viaggi del padre, le «strane provviste», le notizie che riportava dalla «città sbranata». Ma qui sembra che la prosa sia in grado di cucire le intermittenze, di tenere fissi più a lungo i bagliori, i barlumi appunto.
Nella tesi di laurea che infine, nel 2008, su Raboni avrei scritto, mi soffermavo – con quelle frasi un po’ recitate, da laureando in Lettere, che oggi mi disturbano – sul rapporto fra prosa e poesia. In modo abbastanza confuso, arrivavo a sostenere l’inadeguatezza di certi proverbi critici. Cosa significa – mi chiedevo – che la poesia va verso o si compromette con la prosa? Nemmeno ora saprei rispondere, e forse non m’interessa più. Ma allora non potevo eludere quel genere di interrogativi, anzi mi ci accanivo: vivevo a Milano, scrivevo di notte o di mattina presto, intanto facevo mia la geografia di Raboni – Porta Venezia, Parco Sempione, i Navigli. I luoghi nominati nella sua poesia mi facevano strada nella città sconosciuta. Scendevo su via Farini, prendevo un caffè in un bar tenuto da cinesi, imboccavo via Paolo Sarpi, ed era questa la città dei giorni feriali, il grigio fresco del mattino in cui era avvolta – ma lampeggiava appena oltre un’altra città, appena un po’ sfasata, accordata a un altro calendario.

Numeri sbiaditi o divelti, rete
fatua di sentinelle, pagherei
per essere con voi dove non siete
più, 9 su un portone, 26

su un cancello, sbarrato il primo, muto
atrocemente il secondo che prima
cigolava che come da un liuto
ne era vinto il cuore, con tetra lima

sfranti entrambi. Ma: prendici per quello
che siamo ora, vi penso opporvi, povere
zampette frenetiche sul più bello
spiaccicate contro un muro, e s’infervora

così ancora una volta a vuoto il mio
corpo a corpo col virus dell’oblio.

Così, in questi versi di Quare tristis (Mondadori 1998), Raboni torna «ancora una volta» a interloquire con «gli sfrattati dal tempo», a immaginare con ostinazione – in una strana, vitale tristezza – il passato come un luogo ancora abitabile, un luogo che, volendo, si sovraimprime al presente. Proustiano? A suo modo. La luce che viene dall’infanzia di Raboni non ha niente a che vedere con quella del Narratore della Recherche: è più grigia, più severa, più dura. «Nell’aria ulcerata» scrive Raboni di quel tempo, mentre immagina di ricomprare l’infanzia da un antiquario, di «riavere i miei / feticci di fulgida latta ieri / derelitti, oggi preziosi, stranieri».
Coetaneo di Raboni, Enzo Siciliano ha evocato, nel congedo dall’amico distante, l’infanzia dei nati nella prima metà degli anni Trenta:

Sotto rispetto a lui di due anni, siamo nati nella prima metà degli anni Trenta. La guerra l’abbiamo attraversata da ragazzetti, sull’orlo di non essere più bambini: ce ne è rimasta addosso un’identica paura, che ci ha portato a vedere le cose, nonostante tutto, quasi sempre «in bianco e nero». […] Giovanni dice che non sapevamo più come scrivere, forse avremmo scritto «col gomito o col naso», e la violenza realistica di quest’immagine proietta intera una disperazione che ci avrebbe accompagnato di giorno in giorno fra tanti libri amati come sotto un riparo, un diverso riparo lungo una storia che poi ci lasciava girare la ruota accanto come fossimo estranei a tutto. […] Nessun altro, fra noi, come Raboni, ha saputo raccontare in versi quel levarsi in alto del fiato in cui ci siamo sentiti cacciati, quell’intermittenza cardiaca che rende le notti tormentate e bianche. (E. Siciliano, Giovanni Raboni, un’angoscia raccontata in versi, in «la Repubblica», 17 settembre 2004)

Mi sono interrogato molte volte sul desiderio, così presente nella poesia di Raboni, di riabitare un tempo tutto sommato ingrato. Così come mi interrogo, quando me la propongono, sulla nostalgia di nonni che hanno l’età che avrebbe Raboni. La vita, quale essa sia, riporta sempre a un unico luogo? C’è solo un tempo che non smettiamo di immaginare? «Ah, stiamo qui, viviamo, / papà, mamma! dove vivi vi amo».
L’ultimo libro di Antonio Tabucchi, Il tempo invecchia in fretta (Feltrinelli 2009), ha al centro l’idea che si possa infine provare nostalgia anche per gli anni più difficili: un vecchio signore, alla fine dei suoi giorni, si trova a rimpiangere la Bucarest di Ceauşecu; un ex agente della Stasi vorrebbe tornare agli anni del Muro. Personaggi che hanno addosso i segni dell’età – gente sbarcata nel nuovo secolo come da un’altra era – e i segni della Storia. Il tratto di Novecento percorso, per quanto doloroso, sembra risucchiarli indietro, pare impossibile trarsene fuori, ha qualcosa di vischioso e insieme di rassicurante. Come un Proust rovesciato, anti-consolatorio, senza idillio, Raboni rimette continuamente piede là dove forse non converrebbe; poeticamente si installa in luoghi che non coincidono più con le misure del presente: «la Milano che più mi riguarda e mi emoziona la ritrovo, ormai, soprattutto nella memoria», confessa in un’intervista.
Che si tratti di interni o di esterni, sia che gli spazi si dilatino («la notte si gonfia come un gufo», Tovaglia) o si siano ristretti fino a scomparire («Di tutto questo / non c’è più niente», Risanamento), tutto conserva una concretezza ruvida, senza lusinghe, a volte del tutto senza dolcezza. E se di «strani sortilegi» dei luoghi (l’espressione è di Anceschi) per Raboni si può parlare, essi maturano non in ampie distese, ma in anfratti bui, nel buio stesso («sprofondare / nel buio che torna tra un minuto»), o sotto luci fioche, manzoniane, tra ombre di disgraziati, streghe, mani di untori.

Di tutto questo
non c’è più niente (o forse qualcosa
s’indovina, c’è ancora qualche strada
acciottolata a mezzo, un’osteria).
Qui, diceva mio padre, conveniva
venirci col coltello… Eh sì, il Naviglio
è a due passi, la nebbia era più forte
prima che lo coprissero… Ma quello
che hanno fatto, distruggere le case,
distruggere quartieri, qui e altrove,
a cosa serve? Il male non era
lì dentro, nelle scale, nei cortili,
nei ballatoi, lì semmai c’era umido
da prendersi un malanno. Se mio padre
fosse vivo, chiederei anche a lui: ti sembra
che serva? è il modo? A me sembra che il male
non è mai nelle cose, gli direi.
(Risanamento)

Benché irriconoscibile, sfigurata, Milano per Raboni non può essere abbandonata: la vive, piuttosto – come è stato osservato da Paolo Maccari – con «una doppia cittadinanza»: «sicché anche la realtà presente trova il suo riscatto con quella luminosa realtà del ricordo». Può perdere, a quel punto, anche i toponimi, lasciarseli cadere di dosso come una polvere, raggrinzire; essere semplicemente «la città» – oscura, sbranata – da cui cava dolcezza quello stesso occhio che, «di sotto in su», guardava al padre e alla sua età «con spavento». Il «bordo chiaro dell’oscuramento», «quelle bianche sere / di prima guerra», il «lungo istante del rastrellamento»: quante volte torna tutto questo? Torna, per l’ultima volta, in Barlumi di storia, recuperando anche il gusto di nominare le piazze, le strade, proprio nel momento in cui la presa si allenta. Viale Piave, viale Vittorio Veneto, piazza Tricolore, piazza Cinque Giornate, piazza della Repubblica, via Pisani, viale Tunisia, piazza Fontana. La storia di tutti ha attraversato quei luoghi, ci è passata dentro e siamo passati noi, sono passato anch’io, sembra dire Raboni, mentre si protende verso le voci e i volti dei morti e loro verso di lui:

Non so, non capisco se avrei più gioia
scomparendo in voi, diventando voi
o tornandovi uguale a allora accanto
con il cuore d’adesso.

Loro, i morti, talvolta si ribellano, chiedono al poeta di smettere d’immaginarli: «Siamo dove siamo, non dove a te / piacerebbe che fossimo». Ma lui non si cura delle proteste, insiste, li cerca, li convoca. E loro, infine, rispondono all’appello e si lasciano stanare – in uno «spazio breve e ultimo ma infinito»:

Vivi, io e te, per quanto? Non facciamola,
non ha senso questa domanda. Vivi
finché è stasera, fino a quando
continua sullo schermo la partita
e ancora si può sperare che uno
dei nostri, magari in extremis,
magari nei minuti di recupero,
riesca a segnare. Non c’è tempo
che non sia questo tempo
qui dove siamo, nella casa
che è la tua casa e che ogni tanto
la domenica sera
diventa anche la mia casa,
in questo labirinto
di secondi dove tu mi precedi
dei soliti quattro anni e cinque mesi
che una volta davano le vertigini
(tu un ragazzo e io un bambino,
tu un padre e io ancora un figlio)
e adesso non sono più niente,
meno della durata di un’azione,
meno del tempo che ci vuole
a un mediano di spinta
per raggiungere l’area di rigore.

(a mio fratello, l’ultimo inverno)