Aprile 2013

Mese: Aprile 2013

Chi ben comincia e chi no – L’importanza dell’incipit

Massimo Arcangeli, linguista, critico letterario, docente universitario oltre che Responsabile scientifico del Progetto Lingua Italiana per la Società Dante Alighieri, analizza criticamente uno dei momenti chiave di ogni romanzo, l’incipit, pescando nel mare magnum della letteratura i più belli e i più brutti, i più o i meno significativi, i più o i meno riusciti, le partenze più magiche e quelle che tradiscono.

Prima Puntata – Paola Mastrocola, Non so niente di te (2013)

Erano seduti al tavolino d’angolo della piccola caffetteria di Broad Street, in vetrina; lui con un giaccone grigio, il colorito pallido appena un poco arrossato dall’aria del mattino e i capelli candidi ancora folti; lei con un montone dai risvolti crema, gli occhiali cerchiati d’oro a metà del naso. Davanti a loro, oltre lo spiazzo, l’imponente costruzione del Balliol College, col suo portone di legno scuro, i muri di pietra chiara, gli archi gotici e le torrette magre a cono che forano il cielo.

Lei stava dicendo a lui quanto il vento anomalo di quei primi giorni novembrini, ancora così tiepido, le intenerisse il cuore di nostalgia.

– Nostalgia di cosa, esattamente?

– Della vita che è passata, Burt, e di che altro?

– Oh sì… – sospirò lui.

Tagliando ognuno con il coltello il proprio plain croissant, imburrandolo e farcendolo con una punta di marmellata alle fragole, contemplavano assorti il grande albero al centro dello spiazzo, dolcemente scosso dal vento.

– Eh… – continuò lui. – Proprio vero che siamo come le foglie…

Judith a quel punto sorrise. La forchettina in aria, si trovò a ripensare a quei poeti antichi che aveva studiato in gioventù e che in versi straordinari avevano già mirabilmente espresso quella similitudine ormai vieta tra la vita umana e le foglie d’autunno che il suo amato Burt, tra un sorso e l’altro di filter coffee, le aveva appena richiamato alla memoria. Quand’ecco che un compatto gregge di pecore sbucò all’angolo, invase a poco a poco la via e cominciò ordinatamente a entrare, animale dopo animale, nel portone del Balliol College.

– Sheep! – esclamò Judith.

– Oh my God! – le fece eco Burt, smettendo di sorseggiare il caffè.  

A menare le danze, nell’avvio di Non so niente di te, la morbidezza del quadro e la compostezza di chi lo anima; l’indugio di due anziani coniugi sulla loro vita trascorsa e sui poeti di un passato lontano; la tenuità, la delicatezza, il sapore d’antan di alcune tinte (i «risvolti crema» del montone di lei; il grigio del giaccone di lui, dai «capelli candidi» e dal «colorito pallido» del volto, «appena un poco arrossato dall’aria del mattino»); la comparazione apparentemente trita fra la china esistenziale e la caduta delle foglie in autunno; la minutizzazione di ambienti, edifici, oggetti: il «tavolino d’angolo», la «piccola caffetteria», le «torrette magre», la «forchettina in aria». Lo stile descrittivo, serio e semplice, è fedele al copione; la lunghezza di alterati e avverbi di modo (esattamente, dolcemente, mirabilmente, ordinatamente) è un invito a far sosta un attimo in più, a tirare un bel respiro prima di proseguire. La lentezza nella lentezza: la delicatezza di un vento tiepido e quell’improvviso affacciarsi di un gregge di pecore, sbucato da chissà dove, che supera ordinatamente il portone d’ingresso di un collegio oxfordiano. Ne seguiamo il movimento, «animale dopo animale»; una scena en ralenti.

I diminutivi, i colori, le foglie che muoiono, gli alberi appena turbati dal vento, le torrette del Balliol College che bucano la volta celeste, l’intrusione di un corteo bucolico di ben centosessantotto elementi in un santuario del sapere. Prove concrete di un tracciato ben segnato fin d’ora, di un quadro che si ricomporrà in forme e presenze in parte riconfermate, in parte inedite.

I diminutivi s’acquartiereranno solidi ma per molti versi evolveranno, negli intimi raccorciamenti dell’ipocoristico: Fil e Filino per dire Filippo, e poi Guidino per Guido, Gheri per Margherita, Cami per Camilla, Nana e Giu (e Giagiù) per (zia) Giuliana, Gelsa per Gelsomina, Nisi e Nisina per Annalisa, Giro per Girolamo, Jer per Jeremy. I colori si moltiplicheranno, e in molti casi si altereranno, preciseranno, specializzeranno, contamineranno: il cinerino, il biancosporco, il bianco lanoso statico del branco di ovini; il marrone grigio dell’acqua di un fiume in piena per le piogge, il «color madreperla» di un lago, il blu scuro di un giorno terso che cede alla sera, il rosso velluto di un lampone, il verde vellutato di un prato e il verde prato di una candela, con il laghetto verdastro prodotto dallo scioglimento della sua cera; l’azzurro pervinca di una sciarpa, il verdemarcio di un soprabito, il grigiotopo o il verde pavone di un doppiopetto, il grigioferro di un completo, il giallo acido di un gilet, il verde bosco di una giacchetta; il rosso fuoco di una poltrona, del cielo, della camicia di un bambino, il «color antracite» di una cartella di cuoio, il verdepisello di una scopa; il blu cupo di una massa di nubi, una luce verdazzurra irradiante dal cielo, un mare color verderame; la «sagoma tozza e rossobruna» della Tate Modern di Londra, e la carnagione rosa pallido di un giovane residente nella City; la capigliatura rosa shocking di una ragazza, quella biondo chiaro di un’altra; una «marea grigiolucida di foche, o di leoni marini», e il «giallo intenso, color beccopinguino» di un pinguino di gomma, dal mantello nerastro e dalla pancia biancastra; il color del nulla di una «casa algida».

Le foglie ingiallite (non muoiono: diventano) e gli alberi scossi dal vento saranno occasioni per prestare attenzione, per auscultare il mondo e osservarlo con occhi nuovi, con uno «sguardo lungo». Acquattati sotto un albero con una canna da pesca, attenti al moto ventoso (la carezza di un alito o un soffio, lo schiaffo di una folata), si lancia per aria la lenza e si arpiona una foglia un momento prima che si stacchi dal ramo. Ci si accorge della sua caduta prima che avvenga, per ridare valore alla ricerca di sé e al tempo; non soltanto al tempo di fare quel che non s’è mai fatto, di leggere quel che non s’è mai letto, di studiare come non s’è mai studiato (liberamente e disinteressatamente, per vederlo passare), ma anche al tempo di tornare a scrivere qualcosa su un bloc-notes che accompagni la riscoperta del piacere di lasciarlo trascorrere in pace:

Cercare in una spiaggia di chilometri il sassolino giusto, quell’unico che ha quella forma e quelle dimensioni, e quel colore e quelle striature… Perché mi fate fretta? Datemi tempo! Magari lo trovo al fondo della vita, quel sassolino, da vecchio… Che ne so? Lasciatemi studiare! Lasciatemi invecchiare!                  

Filippo Cantirami, il giovane protagonista, il suo tempo a un certo punto se lo riprende. Ha appreso dalle sue pecore che «non si perdono mai (o quasi mai)», perché si muovono poco. Decide così di sottrarsi alla prospettiva della vita competitiva e frenetica che altri hanno programmato per lui; di rinunciare per sempre a montare su quegli aerei sui quali è stato fatto imbarcare a forza e cominciare a prendere treni, autobus, battelli; di abbandonare le connessioni perpetue del global world e sposare la riflessione, la speculazione, la concentrazione appartata e nemica di ogni disturbante contatto; di prendere un traghetto diretto in Norvegia per realizzare il suo sogno d’amore con Frine, una ragazza incontrata una sola volta e mai più dimenticata.

Quelle torrette del Balliol College che foravano la calotta celeste subiscono uno smacco. Il sapere condizionato dallo svettante progresso cede il passo alla conoscenza libera e un po’ rétro dell’esistenza di una elementarissima soglia, di un cielo economico «che abiti stabilmente sopra di noi e ci faccia un po’ da tetto, sotto il quale provare a vivere, e a progredire, in modo nuovo». Che si maturi  quest’idea ottocentesca «leggendo nuovi economisti o i classici che nessuno legge più, o guardando pascolare pecore, o pensando ai tonni e alle acciughe, o consultando i dati dell’archivio britannico, importa poco». Importa di più che quell’idea partorisca un libro importante sui limiti posti a una crescita economica che si vorrebbe invece inarrestabile, e che quel libro sia stato scritto da un economista per caso, andato a stare per sempre in uno sperduto paesino norvegese, con l’amata Frine al suo fianco, a far prima il pescatore e poi l’impiegato (un «lavoro quieto, normale, che gli lasciava la libertà di inseguire i suoi pensieri»).

Lì il cielo s’inchina e prende Filippo con sé, specchiandosi in un mare che, durante il giorno, cambia numerose volte colore e «fa diventare tutto doppio, e lo capovolge: e lui lì sopra con suo figlio, lenti, sospesi, a solcare come niente tutto quel mondo capovolto». A invecchiare finalmente in pace.

Reportage inattendibile dai luoghi bellowiani (quinta parte – di molte parti)

Il dono di Humboldt, uno delle più luminose prove della narrativa bellowiana, è dedicato a questo conflitto dalle proporzioni bibliche tra insuccesso e successo. Tra vocazione all’auto-disintegrazione e una salubre forma di auto-tutela. Bellow pone uno di fronte all’altro in un corpo a corpo fatale due personaggi mirabili: da una parte il poeta Humboldt, gigantesco, coltissimo, dissipatore di sé, d’appetiti pantagruelici, autore d’un’opera poetica giovanile di successo, dall’altra il commediografo Charlie Citrine (ennesimo alter ego di Bellow) autore d’una commedia che oltre ad aver sbancato i botteghini di Broadway lo ha reso celebre internazionalmente al punto da consentirgli un’intimità con il clan Kennedy e con molte altre persone influenti, ma che, a dispetto dei desideri di società della moglie, ha preferito rinchiudersi nel suo appartamento di Chicago e frequentare solo vecchi amici del liceo (gangster compresi). Come è noto la storia di Humboldt ricalca la vita (ma soprattutto la morte) del leggendario poeta americano Delmore Schwartz, amico di Bellow tragicamente morto in solitudine e follia, quando i due non si parlavano già da qualche anno.

Basta sfogliare i racconti (assai pochi a dire il vero) scritti da Schwartz nel corso della sua carriera per capire quanto Bellow ne sia stato influenzato. Ci troviamo di fronte a storie la cui dimensione narrativa è stata sacrificata alla speculazione filosofica: insomma un bellowismo ante litteram, anche se privo della leggerezza e dell’ironia irresistibile che caratterizzerà le opere mature di Saul. Ne Il mondo è un matrimonio, ad esempio, Schwartz ritrae, con un tono di vaga nostalgia e di delusione, la bohème ebraica e marxista (cui per altro apparteneva anche un giovane improbabile Bellow) che celebrava i suoi fasti ma soprattutto i suoi insuccessi nel Greenwich Village negli anni ’30. Già in questo racconto vediamo delinearsi il tema della mancanza di denaro e del fallimento artistico che ritroveremo, con ben altra portata tragica, ne Il dono di Humboldt. C’è qualcosa che non funziona nei racconti di Schwarzt. Forse la scrittura gelida, o i personaggi dalle personalità così geometrizzate. O forse vi si intuisce il fondo di deprimente malattia che avrebbe condotto lo scrittore al manicomio. E dire che il suo primo racconto, quello che gli diede una precocissima gloria, quello che entusiasmò personalità artistiche diverse come Eliot, Bellow e Nabokov, era d’un tale splendore che prometteva al giovane autore un futuro entusiasmante. Il racconto aveva un titolo fantastico: Nei sogni iniziano le responsabilità. La struttura aveva qualcosa di borgesiano e il background era di chiara marca freudiana. Era la storia di un ragazzo che andava al cinema a vedere un film muto e scopriva – con quale sgomento! – che il film non era un film, ma una sorta di sconvolgente documentario che lo riguardava intimamente. Così il ragazzo – come in una specie di folle candid camera ante litteram – vede sullo schermo vivere i suoi genitori. Assiste, insieme a tanti altri spettatori incuriositi, alla scena in cui il padre chiede in sposa la madre. Rivive i turbamenti e le delusioni di quei due ragazzi che non sanno ancora che un giorno diventeranno i genitori di quello spettatore disperato.

Al che mio padre si guarda intorno con nervosismo, non sapendo cosa fare. Mia madre allora dice: “È quello che ho desiderato fin dal primo momento in cui ti ho conosciuto”. E singhiozza e lui trova tutto questo imbarazzantissimo, non proprio di suo gusto, non proprio quello che s’aspettava quando pensava a come sarebbe andata, durante le lunghe passeggiate sul ponte di Brooklyn, fantasticando e fumando un buon sigaro; ed è a questo punto che, giù in sala, io mi alzo di nuovo e grido: “Non fatelo. Non è troppo tardi per cambiare idea, tutti e due. Da tutto questo non verrà fuori niente di buono, solo rimorsi, odio, scandalo e due figli dal carattere mostruoso!”.

Il protagonista è sconvolto, non finisce di urlare, di piangere, di fare commenti sarcastici finché, all’ennesimo urlo di dolore e di angoscia, la maschera del cinema lo accompagna fuori dal cinema. E lì la narrazione sfuma in un risveglio angoscioso.
Ci troviamo di fronte a uno dei racconti brevi più struggenti della letteratura americana. Ma siamo anche al cospetto di un uomo i cui cromosomi promettono un destino di degrado e di follia.
Da qui muove la rievocazione bellowiana.

L’amico è morto oramai da un decennio e Bellow prende a pretesto la storia di questa amicizia finita male (Schwartz non gli aveva perdonato il successo di Herzog) per mettere in scena questa sfida ancestrale tra chi ce l’ha fatta e chi non ce l’ha fatta, tra chi ha avuto fortuna e chi non ce l’ha avuta. Tra chi ha avuto in eredità cromosomi giusti e chi li ha avuti sbagliati.

In un episodio cruciale del romanzo lo scattante e longilineo Citrine, – che immaginiamo azzimato e a suo agio in costosi abiti sartoriali – incontra un Humboldt devastato dalla malattia, dal manicomio, dall’elettroshock, dal rancore, dall’indigenza, da una shakesperiana gelosia per la moglie, dagli incubi d’una vita buttata al vento. Lo vede, gli fa pena, gli incute anche uno strano terrore (un terrore che si tinge dei violacei colori della superstizione), ma non trova la forza di avvicinarlo e di aiutarlo. Eppoi come è naturale, tornato a casa, non gli resta altro da fare che pentirsene: pentirsi di non essere intervenuto, pentirsi per non aver aiutato un amico. Per come ci viene raccontato questo pentimento va ascritto a quel genere di impulsi che Baudelaire, con cinismo e con assoluta precisione psicologica, classificava come “aimables remords”. Gli amabili rimorsi.

Perché, a dispetto di certi luoghi comuni cattolici, i rimorsi non sono mai troppo dolorosi: anzi alcune menti sofisticate possono servirsene come utile scorciatoia per quietarsi la coscienza: il rimorso spesso è un diversivo degli ipocriti e degli auto-indulgenti. Quindi il pentimento di Citrine non ispira alcuna dignità e alcuna grandezza: è un’impostura, come si sbriga a fargli notare la moglie (non meno disincantata di Baudelaire). La verità – e stavolta Citrine è onesto – è che Humboldt gli interessa e lo inquieta più per quello che rappresenta che per quello che è stato. La vista di Humboldt ridotto in quelle condizioni riapre in Citrine una ferita. Humboldt è l’immagine stessa di quanto la vita possa essere crudele con un grasso ebreo con l’animo ingolfato dal genio e da mille auto-lesive paranoie. Ma non solo: lui è anche la trasposizione di quella crudeltà con cui l’America usa sbarazzarsi dei suoi poeti più importanti, sin dai tempi lontani di Edgar Allan Poe.

Il problema di Humboldt è quello di aver affrontato la questione-successo a mani nude, con la protervia d’un teppista dei sobborghi. Il problema di Humboldt è quello di non avere avuto la giusta distanza. Non si è fatto carezzare dal successo: si è lasciato schiaffeggiare semmai, dopo averlo inseguito con bramosia. E ci ha pensato il destino a castigarlo. Proprio perché solitamente è così raro che qualcuno ottenga quello che desidera ardentemente, ciò per cui lotta a viso aperto e senza discrezione, Humboldt ha fallito. Ha fallito perché non ha avuto stile, compassatezza. Perché al primo scricchiolio, è stato preso dal panico, ha lasciato che lo facessero a pezzi! Per motivi inversi Citrine ha vinto la sua lotteria (proprio come Bellow) e questo Humboldt non ha saputo davvero perdonarglielo. Non può perdonare a Citrine che lui abbia avuto tanta fortuna, quasi malgré lui.

Fin dall’inizio del romanzo Humboldt, con l’incontinenza che gli è propria, discute con il suo giovane amico del tema dell’insuccesso. Ed è singolare e beffardo, perché le sue diagnosi, peraltro molto convincenti, sembrano spiegare in anticipo il fallimento verso cui si sta avviando. Eh sì, si tratta d’una vera e propria premonizione che piuttosto che addentrarsi nei territori oscuri dell’oracolare, preferisce mantenersi negli stretti confini del raziocinio. E non a caso la questione etnica (il primato degli WASP sugli altri gruppi razziali) è al centro del suo dotto ragionamento.

Se Scott Fitzgerald fosse stato protestante – dice Humboldt al suo amico – il Successo non l’avrebbe danneggiato tanto. Si pensi a Rockefeller senior: lui sì che sapeva tener testa al successo, asserendo che il denaro gli veniva da Dio, ecco tutto. Certo, questo è un concetto manageriale della vita.

Solo poche righe prima Humboldt aveva detto al suo amico con malinconia: “Ho sfondato troppo giovane, sono nei guai”.
E non è un caso che in queste pagine si nomini Scott Fitzgerald. Perché l’ombra di questo sfortunato (o fortunatissimo?) scrittore campeggia sulle teste dei personaggi bellowiani come un nume tutelare o come una maledizione. Il concetto espresso da Humboldt sembra riecheggiare un passo noto de L’età del Jazz – la raccolta di saggi assemblati da Wilson dopo la morte di Fitzgerald che continuano dopo molti anni a esercitare su di noi un incantesimo che in alcuni suoi romanzi sembra essersi spento. Ecco cosa scrive Fitzgerald commentando a più di un decennio di distanza le sue glorie giovanili.

Il successo prematuro ti dà una concezione quasi mistica del destino come opposto alla forza di volontà: nel caso peggiore, l’illusione napoleonica. L’uomo che arriva giovane crede di esercitare la sua volontà proprio perché la sua stella splende. L’uomo che si afferma soltanto a trent’anni ha un’idea abbastanza equilibrata di come forza di volontà e destino abbiano cooperato ognuno per parte sua, colui che arriva a quaranta ha tutte le probabilità di mettere l’accento sulla sola volontà. Ciò avviene quando gli uragani si abbattono sulla sua navicella.
Il compenso di un successo molto precoce è la convinzione che la vita sia una faccenda romantica. Nel senso migliore uno rimane giovane.

Utile ricordare che quando Fitzgerald scrive queste pagine è un uomo non solo affetto da una gravissima depressione ma in preda a quel tipo di disperazioni da cui è impossibile riprendersi e che di solito conducono alla morte (ancora una volta penso a Zweig: all’aria di irrimediabile sconfitta che si respira ne Il mondo di Ieri).

In effetti, però, i discorsi di Fitzgerald e Humboldt, pur appartenendo alla stessa area semantica, sono di segno opposto. Il primo dice che l’errore peggiore che un giovane possa commettere è quello di pensare che il successo sia una diretta (mistica?) emanazione del destino, il secondo, invece, sostiene che il segreto dei grandi WASP milionari (Rockefeller) è nell’idea che il denaro venga direttamente da Dio. Insomma Humboldt ribalta la questione e accusa (si fa per dire) Fitzgerald di non aver saputo gestire il proprio successo perché non ha creduto nell’origine metafisica del medesimo, laddove Fitzgerald accusa implicitamente se stesso di averci troppo creduto. Ma in fondo a noi non importa così tanto che i due la pensino allo stesso modo. A noi importa che per loro questo tema sia semplicemente fondamentale, tanto quanto lo è per Bellow naturalmente.

Nella sua opera difficilmente Bellow parla di Fitzgerald. A dire il vero, difficilmente parla dei suoi colleghi americani (Faulkner, Hemingway, ecc.), per una sorta di sindrome della prima donna. Lui si sente il miglior prodotto del Novecento americano e non vuole che altri giganti gli facciano ombra. Eppure è evidente che Fitzgerald gli ha insegnato qualcosa. Fitzgerald ha fatto del danaro e di tutto quello che il danaro può acquistare una specie di mito. Lui ha creato l’epos fiammeggiante dei ricchi di Long Island. “I ricchi sono diversi” è la sua celebre frase che gli rimproverava Hemingway. Fitzgerald ama gli orpelli dei milionari in un modo religioso, così come gli yacht, le serate di gala, i gioielli.
Fitzgerald in tal modo ha dato una versione americana, un po’ volgarizzata, di decadentismo. Il mito dell’ascesa e del crepuscolo dei grandi milionari che in seguito Hollywood avrebbe sfruttato volgarizzandolo.

E non si può certo dire che Bellow sia immune da questa forma di estetismo. Molti dei suoi personaggi sono attratti dal lusso: da Humboldt fino a Ravelstein, per non parlare della sequela di mogli nevrotiche o di simpatici alter ego di Bellow stesso. Lui ama concentrare il suo sguardo su alcuni elementi nell’addobbo delle case, o sugli interni delle sfarzose macchine che talvolta si compiace di regalare ai suoi personaggi.

La differenza da Fitzgerald sta nel fatto che Bellow è troppo disincantato per poter rimanere significativamente contagiato da tali miti. Spesso Bellow nei suoi libri ironizza su questo punto. Lui si sente figlio della Grande Depressione degli anni ’30, non della Grande Euforia degli anni ’20. Ecco la differenza. Nei suoi romanzi la ricchezza è un dono del cielo che uno deve trattare con leggerezza perché domani potrebbe esaurirsi senza ragione. Non è un mito da idolatrare o in cui identificarsi.

Non so se sia mai stato notato, ma il solo tratto che accomuna tutti gli scrittori della lost generation (e alludo soprattutto a Fitzgerald, a Hemingway e a Dos Passos) è la loro impressionante mancanza di ironia. Essi prendono eccessivamente sul serio, non tanto la missione di artista, ma direi la loro missione di uomini sulla terra. Se ciò dipenda dall’esperienza tragica della guerra o dall’esuberanza dell’età del Jazz, non saprei dire, ma mi sembra un dato incontrovertibile. L’ironia è un regalo fatto agli scrittori americani dalla Depressione.
Forse per questo Bellow guarda ai fasti e alle dissolutezze della lost generation – e soprattutto guarda a Fitzgerald – con un sorriso pieno di scherno.

In fondo è mirabilmente vero quello che Alfred Kazin ha scritto di Fitzgerald: “Commentava il mondo sguazzandovi con la stessa soddisfazione dei nuovi ricchi e, quando voleva, sapeva capirlo da saggio, ma non ebbe mai il dono dell’interiorità, i suoi sensi erano sempre rivolti all’esterno, verso un mondo fatto di domeniche a Long Island”.

Giudizio ineccepibile che spiega anche il decisivo passo in avanti fatto da Bellow. Fitzgerald è un principe delle superfici che ama in un modo spasmodico il mondo che ha scelto di descrivere con devozione, ricercatezza e una struggente soavità. Bellow è uno scrittore d’altra pasta. È attraversato – da bravo ebreo chicaghese cresciuto nella penuria spirituale e pecuniaria del New Deal roosveltiano – da una tormentata interiorità. Così anche le raffinatezze e i salotti e il successo che da un certo punto della sua opera in poi Bellow comincia a descrivere sono tenuti a distanza. Bellow preferisce ragionare pacatamente sul successo e sull’insuccesso, sulla ricchezza e sull’indigenza, piuttosto che lasciarsi incantare dalla nuova conquistata agiatezza e dall’occasione di incontri prestigiosi che essa sembra offrirgli. Trova i ricchi eccentrici o cretini, più che epici. Fitzgerald è morto, è morta la sua America: c’è qualcosa di rarefatto e sfibrato e infantile nella poetica fitzgeraldiana (e nella sua prosa) che urta le nostre sensibilità moderne.
E Bellow è un antidoto potentissimo alle perniciose deliquescenze anni ‘20. Perché riesce simultaneamente ad essere scrittore dei salotti e scrittore delle idee. Delle apparenze così come delle profondità. E senza mai appesantirci l’anima.
La descrizione di Ravelstein che si veste prima di uscire, è paradigmatica:

Si ferma davanti alla specchiera (qui non ci sono specchi a tutta parete), infila nelle asole i gemelli d’oro massiccio e si abbottona la camicia a righine Kisser & Asser di Jermyn Street: la lavanderia e stireria American Trustworthy gliele consegna imbottite di carta velina. Si passa la cravatta intorno al collo alzando il colletto che scricchiola di amido. Fa un nodo sontuoso. Le dita incerte, lunghe, scoordinate, agitate da un nervosismo da esteta, girano due volte intorno a un capo della cravatta. Ravelstein ama nodi grossi: anche lui, dopo tutto, è un omone. Poi si siede su vello ben conciato del suo letto e s’infila gli stivali marrone Poulsen and Skone. Il suo piede sinistro è di vari numeri più piccolo del destro, ma Ravelstein non zoppica.

 

Qui come non mai si evince come il tratto peculiare dello stile bellowiano sia la sprezzatura, e come la caratteristica della sua intelligenza sia l’intuizione. Sì, insomma, il mondo dei fenomeni, come a ogni realista di razza, gli interessa – ne è talvolta addirittura commosso –, ma a patto che quella sequela di dettagli gli consentano di aprire spiragli imprevedibili sul carattere dei suoi personaggi.

È evidente come Ravelstein, l’ultimo magnifico eroe creato dal laboratorio bellowiano, sia tutto nella sue abitudini vestimentarie. “Il nervosismo da esteta” di cui parla Bellow è proprio quella vibrazione delle mani che cattura tutti coloro che hanno un’idea della vita piuttosto complessa, che sono nati per viverla fino in fondo e che per questo arrivano a soffrire di tanta grazia e di tanta bellezza. Ma l’ultima notazione: quel piede sinistro tanto più piccolo del destro è il colpo di genio: l’intuizione che ravviva l’affresco. Quell’asimmetria, quella dissonanza delle estremità inferiori è ciò che restituisce Ravelstein alla sua essenza di uomo difettoso e un po’ ridicolo. Così come il fatto che non zoppichi è la prova della sua dignità e del suo auto-controllo. D’altronde mentre tutto questo avviene – mentre questo rito vitalista ed estetizzante si compie – Ravelstein sa già che dovrà morire.

[continua…]

La prima parte del Reportage è qui.
La seconda è qui.
La terza qui.
La quarta qui.

(Il testo è originariamente apparso in due puntate sui numeri 27, luglio-settembre 2004, e 28, ottobre-dicembre 2004, della quinta serie di Nuovi Argomenti)

Resurreción

Battito d’ali, battito di mani, battito di piedi. Resurreción. Pasqua all’ennesima potenza. Nella mattina del giorno in cui Cristo risorge, il concentrato della Semana Santa si raccoglie nel momento in cui gli ultimi pasos, quelli della confraternita chiamata appunto La Resurreción, restano dentro alla loro chiesa, Santa Marina, a calle San Luis. Sotto alle finestre della casa in cui sono stato invitato a celebrare, in quest’alba di pioggia, è silenzio. Sono le sei di mattina. Dopo un sabato di sole splendente, tutto adesso sembra cupo. Con l’ora legale ripristinata*, e il sole che qui ancora arriva tardi e cala tardissimo, tanto lontano è il confine andaluso dai fusi orari di Greenwich*, sembra notte piena. Gli alberi di arancio su Calle Inocentes sono un distillato conturbante che il mito di Mirra non riuscirebbe a raccontare ma il resto è parole e semmai fotografie. Le fotografie che passano di mano in mano per raccontare albe di anni passati: il Cristo che resuscita dal sepolcro, davanti a un angelo stupefatto, il Cristo che si sarebbe mosso sotto a queste finestre, se la pioggia non glielo avesse impedito. Allora, immagino. Immagino il paso che si muove spinto da grandi ondate come se veramente stesse per salire in cielo, come se i fiati della banda che suona volessero spingerlo in una rincorsa tutta terrena verso il cielo che fra poco dovrebbe aprirsi. Ancora una volta centinaia e centinaia di persone aspettano per le vie. Li vedo, qui sotto, verso calle Feria, verso l’Alameda de Hercules, ovunque. Pioggia, non pioggia, notte, giorno, pomeriggio, alba. Non è bastato nulla a fermare le folle che piangono una lenta resurrezione, una continua, progressiva rinascita. E mentre sogno il Cristo che passa sotto il terrazzo su cui ci affacciamo, mi pare inevitabile pensare che fra poco sarà l’ora di una torrija e di un caffè eppoi di un letto prima di prepararsi al pranzo celebrativo, il pranzo finale, il delirio del pranzo davvero di festa. Le immagini corrono più veloci della realtà. Si confondono la via uggiosa e quel che sarebbe stato. Sento i battiti d’ali di uno stormo di uccelli che volano via sulla grande piazza di San Blas e il battito di mani di un gruppo di ragazzi che vorrebbero lanciare una saeta, una saeta trionfale di resurrezione flamenca, un canto allegro e folle, e invece scandiscono solo il ritmo, il ritmo incomprensibile a chiunque non sia flamenco di nascita.

E allora ecco il vero ritmo. Quello più vicino alla terra. Il battito dei piedi. Nei piedi è tutto. E non è più sogno. Perché sono stati i piedi a scandire, in tutti questi giorni, il cammino di resurrezione. I piedi appena visibili sotto gli enormi palchi portati in giro per Sevilla, quei piedi chiusi in scarpette bianche o blu o nere, scarpette da ginnastica sottili, anonime, senza marca. I piedi che avanzano a ritmo, movimento di papera, movimento sui talloni innanzitutto. I piedi di chi è il vero artista, artefice, artigiano della resurrezione mondana che si celebra nella Semana Santa: i piedi dei costaleros. Se non avete mai visto un costalero, provvedete. Non c’è altra resurrezione in questo mondo. E certo, si deve scendere in Andalusia, magari qui a Sevilla, durante questi unici sette giorni ogni trecentosessantacinque, ma è qui che vedrete l’essenza allo stato puro dell’uomo a cui si riferisce Achille quando risponde a Odisseo che lo incontra nell’Ade. Siamo nell’Oltretomba dove Achille è finito dopo che una freccia infingarda scoccata da un mezzo uomo, incapace di coraggio, abile solo nella seduzione e nel ballo, lo ha ferito, a tradimento, nell’unico spazio dove poteva essere colpito: il tallone.

La scena è celebre ma a tal punto centrale nella storia dell’Occidente che paradossalmente si tenta di rimuoverla. Achille è morto. Giovanissimo. Bellissimo. Invincibile. Forse è stato lui stesso a preferire la morte e la gloria immortale piuttosto che una lunga vita di mediocrità e di oblio. Così almeno tutti ricordano la storia. Ma è un ricordo parziale. Perché è vero che Achille, a sua madre Teti che lo ha sempre accompagnato nelle decisioni, ha più volte detto di desiderare la gloria immortale, ma non è vero che abbia detto di volere per questo la morte. E del resto chi non vorrebbe la gloria immortale? Anche Ettore è morto per quella, per un destino di fama tra gli aedi che ne avrebbero cantato le gesta, vincendo per lui l’inevitabile fine che colpisce gli uomini. Tutti vogliono la gloria eterna. Nessuno vuole la morte. Eppure una cosa di Achille è certa e diversa da tutte le altre parole degli eroi portati via dalla Chera nei miti fondativi della nostra storia. Achille, nell’Odissea, mentre appare morto al protagonista che scende nell’Ade per farsi aiutare a trovare la via di Itaca, ha parole sdegnose: “Non lodarmi la morte, splendido Odisseo. / Vorrei esser bifolco, servire un padrone, / un diseredato, uno che non avesse ricchezza, / piuttosto che dominare su tutte l’ombre consunte” (Od. XI, 488-91). Meglio essere un uomo da nulla, insomma, uno che lavora come manovale, servo di un padrone di poco valore, senza molte ricchezze. Meglio servire un poveretto, piuttosto che essere il Signore del nulla, dell’Ade, del buio che domina nell’Oltretomba, dove si è ombre consunte, prive di corpo, incapaci di abbracci, di corse, di corporee sfide, folli istinti, amori, godimenti, errori, odori, fiori, donne, uomini, cuori, terra, sudore, lacrime, ma vita, sì, vita, solo vita. Risorgere. Tornare corpo. Questo vuole Achille. I suoi talloni umani, i suoi piedi veloci. E non c’è modo migliore per capirlo oggi che venire qui nel sud di Spagna a osservare i piedi dei costaleros, perché è in essi e nel loro lavoro che sta tutta la resurrezione a cui ambisce Achille.

Li potete vedere facilmente, del resto. Solo a loro è data la possibilità di passeggiare ridendo anche tra le file di processioni più silenziose e serie. Solo loro possono fumare, bere, abbracciarsi e ridere, sudati, paonazzi, vigorosi e affaticati ma pieni di un orgoglio sconfinato, mentre i pasos attraversano la città. Perché senza di loro i pasos non si muoverebbero e senza di loro i Cristi non rivivrebbero, le Vergini non trionferebbero e la resurrezione stessa, in una parola, sarebbe impossibile. Li vedete facilmente perché le squadre di costaleros che portano in giro i pasos delle confraternite sivigliane si danno il cambio spesso, tanto è lo sforzo fisico con cui devono fare i conti. Così, dovunque vi troviate, dopo poche ore in giro per Sevilla, avrete certamente la possibilità di incontrare questi sguardi sanguigni e beati, fieri della più grande fierezza consentita in questi giorni. Si tratta di sguardi che si possono soltanto intravedere e che tuttavia riconoscerete immediatamente perché sono gli unici sguardi pieni di un’umiltà apparentemente superba. Ciò di cui parlo ha una spiegazione tecnica che non si deve ignorare. Il fatto è che, per portare in giro i pasos, il costalero è costretto a indossare una specie di turbante che per metà gli copre gli occhi. E’ un sistema antico. Il panno rivoltato sulla nuca in una sorta di spessa onda deve aiutare le spalle dell’uomo nello sforzo a cui saranno costrette. Sulla fronte esso deve scendere il più possibile per evitare che si sfili quando il peso di centinaia di chili si scontrerà con la tensione muscolare dei colli taurini. Così potrete vederli, quando, per riprendere forza, abbandonano le loro posizioni al buio dei pasos, dove sono nascosti a tutti fuorché per i piedi. Li vedrete in giro con i loro strani turbanti, mentre l’altra squadra li ha sostituiti nel ventre del paso. Vi appariranno come figure di un altro mondo: gli occhi semi bendati che li costringono a una posizione della testa innaturale: molto alta, quasi all’indietro, una posizione in parte sfrontata che all’ingenuo può apparire sintomo di vanagloria e arroganza ma che in effetti non nasconde altro che l’umiltà del lavoro meno appariscente.

Andate a Sevilla o ovunque si portano in giro gli altari che celebrano la resurrezione in questa Spagna profonda, solo per vedere i piedi dei costaleros, i loro turbanti e i loro sguardi. Troverete Achille. So benissimo che qualcuno potrà leggere in questo commento una sorta di volo della sovrainterpretazione ma vi assicuro: questa è soltanto realtà. E in fondo per capirlo basterebbe scartare l’opzione privilegiata e considerare con attenzione il ruolo del cosiddetto capataz. Ossia, chi in genere viene esaltato come il vero e unico artefice del movimento dei pasos: l’uomo che guida il movimento, conduce, dà gli ordini alle squadre di costaleros che lavorano al buio. È il capataz colui che indica la strada e muove i piedi: avanti, indietro, di lato, a destra, a  sinistra, di poco, di slancio. È il capataz a battere sul fronte dell’altare segnando con tre rintocchi la partenza o la sosta. Lui, il vero responsabile, l’eroe, il capo tra i capi, l’uomo che guida il cammino dell’altare all’uscita dalla chiesa o nei pertugi più insoliti della città, in svolte apparentemente impossibili o sotto archi che costringono a sforzi inumani. Eccolo, il capataz, verso le cui labbra i signori della televisione allungano microfoni per coglierne i sospiri, le indicazioni, le grida di motivazione, le spinte per rincuorare i suoi uomini, le sue truppe. Eccolo, per ore e ore a guidare i suoi costaleros lungo un percorso che ha studiato a menadito, cogliendone le difficoltà più appassionanti, perché è noto a tutti qui che ciò che suscita passione sono le difficoltà. L’Arco del Postigo, per esempio, uno dei punti più classici dove l’arte del capataz viene esibita al suo massimo grado. Le strettoie su Placentines, uno dei vicoli celebri dopo l’uscita dalla Cattedrale. Mille potrebbero essere i luoghi da indicare agli spettatori che cercano di vedere gli altari nel loro cammino di rinascita, perché i loro numerosi percorsi finiscono per intrecciarsi e cercare proprio questo: la difficoltà, l’ostacolo, ciò che crea immonda fatica, immane sforzo, al punto di mostrare tutta la vita che l’altare possiede. Ora, gli angoli dove l’altare è costretto a manifestarsi vivo si trovano soltanto fuori dalla strada che tutti quanti i pasos, ritualmente, devono percorrere: il saluto all’angolo della Campana, calle Sierpes, l’entrata e l’uscita dalla Cattedrale. Migliaia di spettatori stipati lungo questa via di trionfo su seggiole, seggiolette, palchi, posti pagati, riservati, passati di generazione in generazione. Ma il vero spettacolo è altrove, nelle svolte impressionanti delle stradine, degli archi e di repentine curve a gomito dove non c’è un centimetro da perdere. E in tutto questo sale la grande fama del capataz.

Ma l’eroe che rivendica la vita e che ambisce a rinascere non è Agamennone, è Achille. Non è il capataz, sono i costaleros. Non il capo tra i capi, ma tutti i capi, tutte le truppe e l’uomo esemplare, il guerriero esemplare di queste truppe, ossia quello che è il vero artefice della resurrezione, l’unica resurrezione in vita. E infatti l’opera del costalero-Achille, del pié veloce dal tallone mortale, il piede che scandisce la vitalità della marcia, quell’opera oggi è in mostra soprattutto all’uscita dei pasos dalle loro chiese e anche, ma paradossalmente al contrario, quando i pasos rientrano, tornando a casa dopo ore e ore di marcia. L’uscita è un parto, infatti. Un travaglio che porta alla nascita, che dà luce all’altare, ribalta Cristo o la Vergine nella dimensione della vita. Ne ho visto uno molto significativo, di questi parti. E’ stato nella plaza Montesión, davanti alla cappella omonima, giovedì scorso. Il primo altare raccontava Cristo che riceve l’angelo nell’orto di Getsemani, i suoi discepoli addormentati sotto un grande ulivo e l’angelo che scendeva dal cielo, davanti a Cristo in ginocchio, l’angelo con le sue ali altissime, quanto bastava a impedire l’uscita dell’altare. Erano due anni che non faceva capolino dalla chiesa per via della pioggia e le ali dell’angelo quasi colpivano la sommità dell’ingresso. Allora il capataz ha gridato, i costaleros hanno bloccato il peso sui loro talloni di vita e di morte, hanno cominciato a abbassarsi, sempre più, fin quasi a inginocchiarsi, minuti e minuti di travaglio, prima che l’altare finalmente uscisse nel sole, scintillante, vivo, carnale, e il boato saliva da tutt’intorno, i calici schizzavano vino, i bicchieri di birra spillata dalla Vizcaina tintinnavano in brindisi e la banda suonava una marcia di redenzione. L’apoteosi di una rinascita. Cristo finalmente di carne, finalmente al sole per le vie della città.

Tutto il contrario dunque del ritorno a casa. Un ritorno al feto, un cammino di morte che avviene quasi sempre di notte. Le gigantesche candele accese o spente da folate improvvise di vento, la cera che cola sui candelabri, i volti piangenti delle Vergini che piangono l’amarezza della mortalità. Qualcosa che difficilmente i riti di oggi ci concedono di vivere. Il più bel ritorno, il più triste e commovente dei ritorni, l’ho vissuto con la Vergine de la Soledad, ieri notte, sabato, quasi a mezzanotte. Era un cammino che pareva lugubre e disperato. I costaleros spingevano l’altare su Vergara, abbandonando San Luis per entrare nel giardino di aranci che si apre di fronte alla chiesa di Santa Isabel. Non è quella la dimora della Vergine amata dalla confraternita de Los Servitas. Quel che si stava celebrando era solo un saluto. E così le porte si sono aperte e la Vergine si è inchinata, letteralmente, era lei a inchinarsi, erano i costaleros che facevano sì che s’inchinasse, erano loro e la loro Vergine a inchinarsi. Si è inchinata di fronte al Cristo in croce, morto, lì nella chiesa. Poi in un canto morente e luttuoso, passo dopo passo, l’altare si è allontanato, ha girato accanto alla fontana che tintinnava acqua nella notte. I ceri accesi, un canto straziante, il buio, il silenzio, la tristezza degli astanti. La Vergine ha voltato l’angolo e ha strascicato i suoi passi lungo gli ultimi metri di calle Siete Dolores de Nuestra Senora. Poi si è fermata. Non ne voleva sapere. Non voleva avanzare. Non aveva alcuna voglia di rientrare. Ma doveva. Perché così vanno le cose su questo mondo. Così dev’essere. Il paso si è girato sull’ingresso stretto, ha esitato, ha accennato una retromarcia e si è ritratto. Ma la legge della vita e della morte è inesorabile. La Vergine ha preso una specie di rincorsa come se fosse costretta a fugare i suoi stessi dubbi. In pochi secondi era scomparsa. Era di nuovo nella sua Chiesa, nel sepolcro dove dove è celebrata nella sua immobilità di morte. Oscurità, candele accese, incenso. Niente più azahares. Di qui alla prossima Pasqua altri trecentocinquanta giorni almeno senza sole. Niente più carne, niente più bar, niente più brandy, niente più almendras.

[continua…]

La prima parte del reportage di Matteo Nucci è qui.
La seconda qui.
La terza qui.
La quarta qui.

Padri e figli (prima parte)

Mi piacciono i libri in cui il Personaggio del Padre è importante. Figlio di genitori divorziati, mi hanno sempre interessato, in particolare, i romanzi con un padre morente o direttamente morto. Al liceo ero un grande fan dello schiaffo che il padre di Zeno gli rifila sul letto di morte e il mio libro preferito era Il Male Oscuro.
Mettetevi nei panni di un sedicenne che ha problemi col proprio padre e che sfogliando le prime pagine del Male Oscuro capita su un passaggio di questo tipo: “A forza di scoprire contraddizioni e deficienze, riuscii gradatamente a liberarmi della sua strapotenza e a passare, con l’alzata di testa dell’arruolamento volontario, alla seconda fase, quando, francamente, questo padre arrivai a mettermelo sotto i piedi, tanto da poterne avere addirittura pietà qualche volta”.

Tutto questo mi sembrava una questione estremamente seria, degna di essere approfondita leggendo Jung. Recentemente però ho riletto un centinaio di pagine del Male Oscuro e le ho trovate spassosissime. La parte in cui il figlio non riesce a restare nella stanza d’ospedale per via dell’alito cattivo del padre già più di là che di qua? Meravigliosa. Quando si chiede se è il caso di farlo operare perché sopravviva con un ano artificiale o se sarebbe più dignitoso farlo morire e basta? Spassosissimo.
Mi ero accorto che Berto faceva ridere la prima volta che l’ho letto?
Ho sempre pensato che quello fosse un modo di compensare, di compatirmi magari, adesso mi chiedo se invece non mi stavo vendicando di mio padre leggendo Giuseppe Berto.

Ad ogni modo, una riflessione di questo tipo mi ha spinto ad interrogarmi sui padri e i figli che compaiono nei romanzi che ho amato in tempi più recenti (e, si spera, con maggiore consapevolezza). Adesso vorrei analizzare la figura di Phil Preminger e di suo figlio Marshall, protagonista, quest’ultimo, del racconto Il Condomino di Stanley Elkin. (Il modello alla base del racconto di Elkin è La Resa dei Conti di Saul Bellow, anch’esso dotato di una meravigliosa Figura Paterna di cui parlerò nella seconda puntata.)

Il Condominio
Marshall è un quasi quarantenne negli anni settanta, conferenziere fallito, ormai senza agente, con l’unica prospettiva concreta di scrivere la tesi e ereditare dal padre morto prematuramente. In aereo, mentre si sta recando a Chicago per il funerale, chiede alla hostess carta e matita e si fa i calcoli su quanto potrebbe guadagnare dalla morte del padre.

“Lavorando su cifre vecchie di almeno quindici anni (e per di più basate su cose che aveva origliato, su casuali sbirciatine a libretti bancari, vaghi ricordi di alti premi assicurativi, frammenti di ricordi dell’umore di suo padre risalenti a quel paio di volte in cui si era vantato di aver comprato delle obbligazioni che poi gli avevano fruttato il doppio o il triplo), fece una stima della sua eredità: doveva essere sui duecentoventicinquemila dollari”.

Lordi. Farlo fantasticare sull’eredità è un modo stupendo di farci capire che Marshall non sa quasi nulla del padre.
Quando vede per la prima volta il corpo del padre, un dipendente delle pompe funebri che passava di lì gli fa:

“Sembra assurdo (…) ma gli hippy fanno proprio un figurone nella cassa da morto”.

Il padre nel feretro aveva un aspetto stranamente sano, “florido”; indossava “giacca edoardiana, camicia con una fantasia da carta da parati, cravatta della stessa stoffa della camicia”. Vestiti che Marshall non gli aveva mai visto addosso. Si era fatto crescere capelli e basette. Secondo Marshall il padre emanava “un oscuro senso di potenza”. Secondo il tipo delle pompe funebri che, si presume, di corpi doveva vederne parecchi, era solo un hippy e da morti gli hippy venivano meglio degli altri.

Ecco come si svolge la conversazione tra Marshall e un collega del padre al cospetto della salma. Il primo a parlare è Joe, il collega:

“Non sarebbe mai dovuto andare in pensione” (…)

“Joe, mio padre era esausto. Non ne poteva più di viaggiare”.
“Nessuno gli impediva di lavorare in ufficio. Nessuno gli impediva di dettare le condizioni”.
“Era un commesso viaggiatore”.
“Nessuno gli impediva di condurre le vendite dall’ufficio. Il settore dei gioielli su misura non sarà più quello di una volta, ma ci sono ancora acquirenti che vengono fino a Chicago. Nessuno gli impediva di assumere dei giovani non ancora laureati e mandarli a battere il suo territorio così da avere il tempo di vedere tranquillamente i clienti in ufficio. Nessuno gli impediva di usare il telefono. In tanti lo fanno”.
“Mah, non saprei”.
“Era una questione di invidia. Non voleva che la gente pensasse che lavorava per me. Non mi sopportava. Io volevo bene a Phil, ma lui ce l’ha sempre avuta con me”.
“Che sciocchezze. E di cosa doveva essere invidioso? Era un uomo molto dinamico”.
“Era un portento, ma era invidioso. Lo è sempre stato. Io ero un dirigente e lui un commesso viaggiatore. Non guadagnavo più di lui, anzi era lui che guadagnava di più, ma io avevo più benefit. Essendo un dirigente avevo diritto a un maggior numero di azioni. E a lui questa cosa non andava giù.”
“Gli piaceva il suo lavoro”.
“Lo odiava. Gli sarebbe piaciuto avere la sua scrivania personale, nel suo ufficio personale, con la sua segretaria personale, e non una dattilografa qualsiasi. Gli piaceva l’idea di fare scena. Quando la ditta si è presa il settimo piano del Great Northern Building io mi sono fatto in quattro per fargli avere quell’ufficio. Quelli di New York volevano farci una sala d’esposizione. E lui pensava che ero io a mettergli i bastoni tra le ruote”.
“Santo cielo, Joe, la prego, non parli così di mio padre. Lo fa apparire un uomo piccino”.
“Piccino lui? Era il Parco Nazionale di Yellowstone in persona. Solo le nullità come me hanno decoro e forza di carattere. Gli uomini come Phil sono folli, meschini e straordinari”.
“Le voleva bene”.
“No. Ero io che gli volevo bene, mentre lui sparlava di me con quelli di New York. Mi disprezzava. Pace all’anima sua”.

Se trascrivo questo lungo brano è per far vedere con che gusto Elkin ci mostra che Phil Preminger è meno reale per il figlio Marshall che per il suo collega Joe.

Non solo Marshall non ha alcuna intenzione di scoprire qualcosa di nuovo e vero sul conto del proprio defunto padre, ma è così poco autentico che non riesce neanche a soffrire in modo diretto senza passare attraverso il filtro di quello che lui crede sia il modo giusto di soffrire per la perdita del proprio padre. Al tempo stesso non è in grado di portare avanti lo shiva, il periodo di lutto previsto dall’ebraismo.

L’eredità di Phil consiste in un appartamento all’interno di un condomino abitato da arzilli vecchietti. Niente cash. L’appartamento per giunta è carico dei debiti delle spese condominiali arretrate. Marshall decide di vivere lì.

“Non c’erano foto di sua madre né di lui, non gli parve di riconoscere nulla della casa precedente. Tutto era nuovo, costoso, raffinato, insomma, l’appartamento di uno scapolo vent’anni più giovane di suo padre (cioè lui, se se lo fosse potuto permettere?) o di una coppia senza figli”.

Insomma Phil Preminger era un vedovo che si trattava bene. Uno spendaccione. Portava avanti un flirt con una vicina di casa mezza pazza più giovane di lui (giovane quasi quanto Marshall) con cui forse si era sputtanato parte dell’eredità.
Ecco un dialogo tra Marshall e la vicina (il primo a parlare è lui):

“Per lo meno ha vissuto una vita piena”.
“Cinquantanove anni? Cinquantanove anni sono una vita piena?”
“Voglio dire che ha vissuto la vita nella sua pienezza. Ogni giorno per lui era una nuova scoperta. Traeva piacere dalle cose. Ha mantenuto fino alla fine un atteggiamento curioso nei confronti della vita. Credo che sia questo il motivo per cui è andato in pensione prima. Per provare cose nuove. Per continuare a scoprire, continuare a imparare”.
“Non sapeva cosa fare”.
“Si godeva il suo appartamento. L’ha sistemato con tanto amore”.
“I conti da pagare lo mandavano al manicomio”.
“È morto nel sonno. (…) E dunque senza soffrire?”
“Chi lo sa? (…) Se il cuore ti ruzzola per le scale probabilmente un pochino soffri”.
“Per lo meno non ha sofferto a lungo” (…)
“È morto solo. Se sei solo quando muori, hai tutto il tempo di provare paura”.

Marshall porta avanti il proprio complesso edipico (possedendo l’appartamento del padre). Non ha gli strumenti per partecipare alla “res publica” del condominio. Non li ha maturati. Si è limitato a ereditare e per questo non può partecipare all’utopia vagamente kafkiana di quel complesso di torri climatizzate. Non vuole vendere, ma non ha posto all’interno della comunità di anziani che popolano il condominio (simili alla versione malvagia di quelli di Cocoon, anziani in costume da bagno che non si scambiano le foto di figli e nipoti, che non possono neanche farli entrare in piscina perché una regola interna vieta che si portino ospiti).

In sostanza, Marshall è meno vivo del padre morto. Ma è un problema sopratutto narrativo. È infelice, ma la sua infelicità non è a fuoco. Non ha un mondo interiore da contrapporre a quello esteriore (come, ad esempio, ha Tommy Wilhelm ne La resa dei conti) e io non ho capito perché Marshall era così frustrato fin dall’inizio del racconto e cosa si aspettava succedesse.

Ovviamente il mio è un discorso personale che parte dal presupposto che Il Condominio è un capolavoro e uno dei libri più importanti che ho letto nell’ultimo anno (al pari, per dire, di Limonov).

Continuando però la mia anal-isi, dirò che secondo me Elkin gioca sporco con la sessualità di Marshall, tenendo per le ultime pagine come fosse un colpo di scena un’informazione fondamentale per il lettore: Marshall Preminger figlio di Phil è vergine. Ho trovato quella rivelazione un tentativo tardivo di spingerci a provare empatia per un protagonista meno tridimensionale dei personaggi secondari.

Tra le poche cose che sappiamo della sua vita prima del condominio c’è il fatto che all’inizio della carriera di conferenziere le cose andavano forte. Si trattava di conferenze brillanti sul tema  delle liste di 10 persone/cose/libri/eccetera che avrebbe portato su un’isola deserta. Marshall quindi è uno scrittore pop (sono gli anni settanta!) in grado di descrivere un’epoca a lui lontana (quella in cui il padre e la madre si erano conosciuti in campeggio) con paragrafi meravigliosi come questo:

“Da qualche parte c’era la foto di un gruppo di ragazzi, suo padre e i suoi amici, avvolti nei sacchi a pelo, distesi in fila sotto il sole come vittime di un disastro. E le ragazze – Floradora, Gibson, Bloomer, o come si chiamava quel genere di donne negli anni Venti – già circonfuse da un alone di nostalgia virato seppia che gonfiava i loro pantaloni alla zuava, ispessiva i calzini, allargava i maglioni, intricava i riccioli”.

Leggendo un paragrafo del genere mi chiedo prima di tutto perché Marshall abbia smesso di scrivere.
Secondo poi: è possibile che anche nel periodo in cui girava facendo conferenze Marshall non scopasse?

Parecchie pagine prima, Elkin aveva trovato un modo infinitamente migliore di intrecciare il discorso dei soldi a quello del sesso, e per farci capire come entrambe le cose avessero a che fare col padre di Marshall: facendogli venire un’erezione mentre la vicina lo abbraccia per consolarlo. La vicina di poco più grande di lui, che si faceva le storie col padre Phil, e che gli ricordava leamiche che i genitori invitavano a casa quando lui andava al liceo:

“Sapeva perché le trovava così attraenti: erano entrate nella vita dei suoi genitori all’epoca della fortuna economica di suo padre, e quindi la loro presenza era associata alla tv, ai nuovi gadget e ai vari comfort. Forse la pochezza della sua vita sessuale dipendeva dal fatto che non era ricco, e l’erezione – un’altra strana reazione dislocata che solo ora si andava sgonfiando – dipendeva dal fatto di essere tornato a casa di suo padre”.

C’è una bella differenza tra “pochezza della sua vita sessuale” e verginità.

Il sentimentalismo artificiale di Marshall diventa, con questa mossa, parte della struttura del racconto ed è un peccato perché per quel che mi riguarda sarebbero bastati il cadavere hippy di Phil Preminger, il suo appartamento da playboy e le lettere della vicina.

C’era bisogno di portare Marshall al massimo grado di frustrazione, di farlo diventare il più sfigato possibile, per portare avanti la storia (in un modo che non vi dico)?

Sembra che Elkin, per convincerci che il suo personaggio era veramente ridotto male, finisca per compiere lo stesso errore di Marshall quando questo sente di dover dire cose importanti. La retorica di Marshall (“Per lo meno ha vissuto una vita piena”) si sgonfia davanti a immagini come il cuore che ruzzola giù dalle scale o la metafora del Parco di Yellowstone. Allo stesso modo è come se ci fossero due Elkin: quello insicuro che il lettore abbia recepito il messaggio; e quello che dice tutto facendo venire un’erezione al proprio protagonista.

Conclusione
Facendo un rapido calcolo basato su racconti vecchi di quindici anni e “cose origliate”, quasi certamente, quando mio padre morirà si sarà portato a letto più donne di quante io in tutta la mia vita riuscirò a fare, anche tornando single e impegnandomi con tutte le mie energie per raggiungere l’obiettivo.

Mettersi sotto i piedi il proprio padre, non è una cosa così semplice.
Adesso che ci penso anche il protagonista del Male Oscuro non se la passava poi così bene.

 

La seconda parte è qui.

Sono in due di fianco al corpo

Sono in due di fianco al corpo. È morto la notte, la bocca aperta, un cratere nero che ha eruttato l’ultimo sbuffo di impazienza. Gli infermieri stanno aspettando in corridoio, devono portare il corpo alla camera mortuaria. Anna; è tornata a casa dopo la veglia. Ha visto respirare Eugenio per l’ultima volta, poi ha lasciato l’ospedale. Sono in due, figlio e nipote.
Mauro si piega sul corpo, un sacchetto di ossa. Eugenio è stato un uomo forte, da giovane faceva pugilato: spalle larghe, gambe solide, braccia piene su cui si contavano vene e fibre. Ha smesso di allenarsi quando Rosa lo ha visto tornare a casa con il naso rotto: gli ha detto mai più, Eugenio ha smesso e si sono sposati. Prima è nata Anna; poi è nato Mauro.
Eugenio ha preso chili dopo il primo infarto. Prima era in forma, asciutto, merito del fumo, delle lunghe passeggiate e del verme solitario. Quando a Maribor ha mangiato una salsiccia cruda non ha pensato alle conseguenze di una scarsa igiene. Il cibo, il suo punto debole. Il negoziante gliel’aveva incartata nella pagina di un giornale: notizie in una lingua sconosciuta, notizie di tre giorni prima, la fotografia del Maresciallo Tito. Eugenio ha buttato in terra la confezione, ha morso la carne che fermentava sulla lingua insieme a spezie e grasso; non ha avvertito nessun sapore anomalo sotto la paprika e, masticando, ha raggiunto Mauro che lo stava aspettando in macchina. È salito al posto di guida, gli ha allungato il cartoccio con l’ultimo assaggio. Mauro si è voltato verso il finestrino con una smorfia di disgusto. “Almeno prova”. Eugenio di solito lo assecondava, ma non tollerava i giudizi a priori.
Ha incominciato a ingrassare dopo il primo infarto, perché ha smesso di fumare e camminare; ha sostituito passeggiate con partite a carte. Non beveva mentre giocava, mangiava caramelle. Continuava dopo cena; a letto riusciva a finire un pacchetto da mezzo chilo nel tempo di un western. A Rosa non dava fastidio sentirlo sgranocchiare, aveva sopportato il puzzo delle sue nazionali per anni. Quando è morta, è arrivato il secondo infarto.
La pancia è cresciuta con gli anni, gambe e braccia sono rimaste toniche e forti, fino a che cancro e certezza di avere un figlio come Mauro se lo sono mangiato.
Anche Mauro si è sposato, ha contribuito alla crescita demografica del paese, ma Eugenio non è riuscito a volere bene agli altri tre  nipoti. No, proprio non ci è riuscito. Di buono gli era rimasto solo Carlo.
Nipote e figlio, in due accanto al cadavere che sembra incollato al materasso, talmente è vuoto, sottile. Mauro si allunga sul petto, si avvicina al volto del Cristo circondato dagli altri ciondoli; sfila la catenina con una mano, con l’altra tiene sollevata la testa. Mauro lascia scivolare la mano. Si avvicina a Carlo. “Questa prendila tu” gliela mette in mano. Il nipote sta ancora fissando il cuscino. “Tienila, è giusto che la tenga tu.” Stringe il pugno, Mauro, l’oro non suona più, torna il silenzio nella stanza. Carlo esce, sale sulla Vespa. C’è il sole, la visiera protegge le lacrime dal vento.
Rivede lo zio al funerale, indossa una giacca. L’ultima volta che lo ha visto vestito elegante è stato quando si è sposato. Ci sono le foto. Ha giocato nel giardino della villa con altri bambini, è caduto e si è tagliato il mento: due punti al pronto soccorso che Eugenio gli ha tolto dopo due settimane con le forbici sterilizzate nell’alcol, quello rosa, con l’odore forte ma buono, con l’etichetta arancione e la fiammella nera. Lo stesso odore che ha sentito nella stanza dell’ospedale. O almeno così gli è parso.
Mauro indossa una giacca, senza cravatta. La camicia è aperta si vede la pelle sotto il collo: rosa, glabra, senza nei, luccica per colpa del sole che riflette sul sudore. Della catenina non c’è traccia.
Il giorno prima del funerale Mauro ha risposto al telefono.
“È passato un mese, io ho perso la pazienza. Se non ti sbrighi, verrò io domani a prendere quello che mi devi.”
Non è riuscito a controbattere, a rilanciare. Il gioielliere avrebbe chiuso alle sette e mezza. Alle cinque e un quarto è uscito lasciando l’acqua per il tè sul fuoco.
“Per fortuna è oro.”
“Certo che lo è, cosa pensavi che fosse?”
“Per dire… Io non la metterei mai addosso, anche se sono terrone.”
“Comunque si può fondere.”
“Ovvio, secondo  te a chi la vendo una cosa del genere?”
“L’importante è che siamo a posto così.”
“A posto così un cazzo, sono tre mesi che aspetto,con questa ci paghi giusto gli interessi.”
“Stai scherzando.”
“Non alzare la voce.”
“Quanto tempo ho?”
Mauro guarda il gioielliere, sta giocando con la catena del padre, distesa  davanti agli occhi;fra le dita stringe pendenti, ciondoli e medaglie. Uno per uno li lascia cadere fino a quando non raggiungono l’ultima delle maglie e il suono del metallo rimbalza sulla porta blindata. Passa un tram. Non lo vedono, il retrobottega non ha finestre, ma solo un quadro, la cassaforte aperta, la scrivania e nel primo cassetto un revolver.
“La scadenza è oggi.”
Il gioielliere sgancia la chiusura. Il primo ciondolo a cadere è il volto di Cristo.

Grecia, estate 1962. Eugenio e Rosa tornano in albergo dopo una cena alla Plaka. Per le strade ci sono cani randagi che rovistano nei rifiuti delle taverne. I musicisti se ne sono andati prima di loro, quando il cameriere gli stava scrivendo il conto sulla tovaglia.
Nessun taxi, i semafori lampeggiano, l’albergo è distante. Troppa retzina, Rosa barcolla. Cade su un prato e le si scoprono le gambe. Eugenio si sdraia, fanno l’amore. Raggiungono l’albergo due ore più tardi. Il pomeriggio successivo hanno il volo di rientro. Eugenio paga il conto, esce a fumare, sparisce dentro una vetrina. Per Rosa fa incidere le loro iniziali su un bracciale. Dietro la testa del Cristo niente. Davanti invece la corona di spine in rilievo, lo sguardo rivolto verso l’alto, il sorriso. La beatitudine del sacrificio. Sette mesi dopo nasce Mauro.
Un atto d’amore, una lacrima. C’è una goccia di sangue in rilievo sulla fronte del Cristo, c’è n’è un’altra sul secondo ciondolo, una piastrina segnata dal gruppo sanguigno A Rh +. Il secondo ciondolo è un rettangolo e cade addosso al primo: il Cristo tintinna. Quando Mauro fa la comunione va di moda portare il gruppo sanguigno al collo e si usa regalarlo. Una cosa che in genere faceva il padrino e di solito il padrino è lo zio. Di solito. Non sempre. Nemmeno tutti i padrini regalavano la medaglietta con il gruppo sanguigno; Mauro non si ricorda della comunione, di chi gli ha regalato quella roba, tantomeno chi gli ha fatto da padrino. Non l’ha mai indossata. La memoria stava attaccata al collo del padre.

A Napoli Eugenio compra un gobbo portafortuna, una gioielleria del Vomero. Eugenio odia i cornetti in corallo. Il commesso srotola cilindri di velluto. La figura del vecchio con cilindro e bastone, curvo come una L risalta sul nero. Di fortuna gliene ha portata tanta. Fortuna e denaro. Al ritorno dal viaggio, non ha ancora finito di digerire sfogliatelle, mozzarelle in carrozza e pizze fritte che tre contratti di fornitura lo aspettano sulla scrivania. Mattoni, prefabbricati contro terreni. Un mediatore. Sono gli anni in cui i paesi vengono aspirati dalla città. Anni in cui Eugenio quella fortuna la consuma tutta e al figlio rimane solo lo scarto che gli serve per vincere le prime mani di poker sulle brande della caserma.

“La scadenza è oggi.”
Ripete il gioielliere e la croce, il terzo ciondolo cade. Al centro, nel punto in cui si uniscono i due elementi perpendicolari, è più sottile. I baci di Eugenio l’hanno consumata, ogni sera prima di prendere sonno si segnava nel nome del padre del figlio e dello spirito santo e poi rendeva omaggio alla santissima trinità con un gesto pagano. Lo fanno in Grecia, Russia, Albania. Lo ha visto fare. Pulire il vetro con un panno, strofinare forte e poi baciare il volto dei santi, oppure il crocifisso. Accendere una candela. Passare la mano destra sulla fronte, sfiorare la bocca dello stomaco. Spalla destra e poi sinistra. Lui no Padre testa, Figlio plesso solare, Spirito a sinistra, Santo a destra come ogni cattolico di Santa Romana Chiesa e Rito Ambrosiano.
Si faceva il segno della croce prima di prendere sonno, davanti a un carro funebre, passeggiando lungo il parco del cimitero. I nomi degli eroi morti nella Prima Guerra e quello dei loro figli, scomparsi vent’anni più tardi. Compagni di scuola. Coscritti. Anziani.

“Non mi prendere per il culo. Fosse la prima volta ti lascerei il beneficio del dubbio. Ma è come la bronchite di mio suocero.”
“Cosa?”
“Cronica, ma che ti parlo a fare…”
“Ma ti giuro, non è così!”
“Piantala”
“Ti giuro che stasera ho in ballo un movimento serio, due o tre gambe sicure le tiro su. Te le porto domani.”
“Con due o tre gambe non ci faccio un cazzo.”
Si sgancia una moneta, inizia a ruotare sul banco. Il Santo che uccide il drago, Giorgio V. Il Santo che uccide il Drago, Giorgio V. Fronte, retro. Una sterlina del 1915. Un ricordo del papà di Eugenio, il nonno di Mauro, il bisnonno di Carlo. Eugenio l’ha portata a far montare e se l’è messa al collo. Gli inglesi li ha sempre odiati. Più dei tedeschi. I tedeschi in fondo non sono male, non credevano in quello che hanno fatto, hanno seguito l’imbianchino austriaco travestito da pifferaio magico. Imprigionati da procedure e senso del dovere. Gli inglesi no, sono ipocriti, ambigui, doppiogiochisti. Dei traditori. Nessuno scrupolo, nessun onore, solo tornaconto. Radono al suolo città e poi si travestono da liberatori.
Aveva messo in guardia Mauro, come un padre deve fare, ma Mauro no, non l’ha ascoltato, ha fatto ciò che i figli fanno sempre, o quasi, l’ha ignorato e si è messo in società con Frank; cosa ci facesse un costruttore inglese fra Milano e Brianza, nessuno è mai riuscito a capirlo. Mauro è andato con lui a Montecarlo: abbracci, cene offerte, credito al tavolo di chemin de fer. Poi il conto: la casa di Noli come ricompensa per aver ritirato la denuncia. Frank è andato dai Carabinieri di San Remo raccontando di una truffa. Assegni in bianco in cambio di contante. Roba da disperati .

Il guantone cade per ultimo, rotola lontano dal gruppo di pendenti, scivola nel cassetto. Si ferma accanto alla tacca del mirino.
Libera dal peso, la catenina continua a ballare nella mano del gioielliere, si contorce, si ferma dopo qualche istante. Il gioielliere la posa. Mauro segue i suoi movimenti con il naso, il mento e tutto il corpo. Adrenalina. Poche ore, apre la Buca e sistema le cose, sistema il calo di adrenalina che lo fa dormire tutti i giorni fino a tardi e lo lascia con il sapore di ferro fra lingua e denti. Vede la mano del gioielliere che entra nel cassetto. pensa stia recuperando il guantone. Papà l’ha comprato dopo averlo visto al collo di Monzon, pensa. Il pugilato che sport idiota. Lo sport, che passatempo idiota. L’emozione la dà la scommessa. Il momento in cui l’atleta si sta per rialzare e tutto è perduto. Senti cuore, cervello e inguine pulsare assieme, fondersi nel magma che sputi fuori con un “nooo” e poi rientra in un “sì” aspirato, ti scalda quando l’atleta crolla al tappeto. Ha perso. Tu hai vinto. Scommetti. Vinci. Perdi. Non si può fare a meno di quella risacca.
Mauro ha scommesso sul guantone, ha perso, un’altra volta. Il gioielliere impugna il revolver, niente oro in mano. Non ci sono finestre. La stanza è blindata. Ronza il motore della saracinesca che si chiude, il tram delle sette e mezza passa sui binari davanti al negozio.

Alla Buca non c’è più nessuno quando Mauro arriva con il braccio appeso al collo. L’effetto dell’antidolorifico sta passando, alla fitta dietro la nuca gli corrispnde un bruciore alla mano. Solo il quinto metacarpo non è fratturato, la radiografia sembrava un pacchetto di cracker calpestato. Mauro cammina facendo attenzione a non inciampare fra le macerie e i fasci di tondini. In ospedale gli han chiesto come ha fatto, nessun riferimento al gomito nello stomaco, al polso stirolato,  al calcio del revolver, all’alito del gioielliere.
“Questo ti farà passare il vizio una volta per tutte”.
Quando rimette piede sull’asfalto, appesantisce il passo per scrollare terriccio e ghiaia dalle suole, si allontana dalle recinzioni.
Le pastiglie vanno prese a stomaco pieno. Pensa, le stesse parole del dottore che ha fatto finta di credere alle sue bugie.
Davanti all’ospedale si è fermato alla farmacia di turno, ha cambiato una banconota da venti Euro. In tasca gliene sono rimasti quindici: cinque per il panino, dieci per le slot.
“È avanzato un tramezzino con il tonno. Lì nell’angolo c’è la cambiamonete.”
Il barista sta sciacquando la griglia della macchina per il caffè.
“Vada per il tramezzino e una bottiglietta di naturale.”
“Non preoccuparti, te li porto io”.
Mauro infila dieci euro nella fessura illuminata e la cambiamonete gleli restituisce. Lui soffoca una bestemmia, non è facile stropicciare la banconota con una sola mano funzionante, la sinistra. Mauro non è mancino. Inverte il senso di inserimento, piega gli angoli, soffoca un’altra bestemmia, fino a quando i soldi spariscono e da un altro buco escono i gettoni.
Intanto il barista ha sistemato le tazzine sulla griglia di appoggio, ha tolto il cellophane dal tramezzino e lo ha sistemato su un piatto.
“Eccoti servito”.
“E la bottiglietta di naturale?”
“Le ho finite, vado a prenderle in cantina”.
Mauro annusa il tramezzino, lo morde controvoglia, la mano fa male e le pastiglie vanno prese a stomaco pieno.
Infila il gettone, blocca il primo quadrante, il secondo, il terzo.
Il barista entra con una confezione da sei, dall’apertura accanto al bancone vede Mauro saltare, i gettoni schizzare fuori dalla slot.
“Cos’è questo cinema?”
“Non avevo mai provato con la sinistra e funziona cazzo, funziona!”
“Che stai dicendo?”
“Ti dico che ho capito il trucco, il segreto è la sinistra”.
I gettoni continuano a uscire, cadono per terra fra lo sgabello e il tramezzino rovesciato.

After the Wall – Macaulay Culkin

Macaulay Culkin è morto?!?

non riesco a capire se è morto perchè su alcuni siti dicono di si e su altri di no!!aiutatemi a capire per favore!

ALTRE RISPOSTE (11)

Pippi Langstrumpf
No, è vivo. Comunque quando non hai la certezza che una persona sia morta o no, basta andare su wikipedia…se accanto alla data di nascita c’è anche quella di morte…beh..allora vuol dire che è davvero morto.

2 mesi fa
Quindi Mac è vivo. Solo che da quando Mila Kunis lo ha lasciato non se la passa molto bene. Sembra che non abbia retto alla scena lesbo tra lei e Natalie Portman in Black Swan. O che non abbia retto alla sua esplosione di notorietà. Tanto che, convintosi a farla finita con un cocktail di eroina e antidolorifici, si è fermato poco prima che gli esplodesse il cuore.
Ma anche prima non è che se la passasse benissimo:

Lo si ricordava solo per dire cose tipo “vive in un’enorme casa discarica a New York”. Oppure  “quell’ex bambino prodigio derubato dai genitori”. “Credo sia morto di overdose”. “Ma sì, che si era sposato con quell’altra bambina prodigio, che faceva Sentieri”.

Nessuno se lo ricorda nel 1998, bellissimo ed effemminatissimo nel video dei Sonic Youth, Sunday. Nessuno sembra disposto a dar credito al collettivo d’arte da lui fondato 3MB (Three Men and a Baby).
Il suo ultimo vero momento di notorietà risale al ruolo di supertestimone al processo per pedofilia che vedeva imputato Michael Jackson:

DIFESA — Sig. Culkin, Michael Jackson è un suo amico?
CULKIN— Sì.
D— Come lo ha conosciuto?
C—Dopo l’uscita di Mamma, ho perso l’aereo Mi chiamò e mi disse: «Sono Michael Jackson. Credo di sapere cosa ti sta succedendo, mi piacerebbe incontrarti e parlare un po’».
D— Quando gli ha parlato l’ultima volta?
C— Tre giorni fa.
D — Cosa ricorda di quando ha visitato Neverland la prima volta?
C— che rideva quando chiamavo le Tartarughe Ninja per nome.

ACCUSA — Ha mai passato la notte da solo con il sig. Jackson?
C— Cosa intende per «passare la notte»?
A— Ha mai diviso il letto con il sig. Jackson?
C — Sì, nel senso che mi sono addormentato nel letto con lui.
A—Quante volte è stato a Neverland tra i dieci e i quattordici anni?
C— Una decina, forse più.
A — E ha sempre dormito nella camera del sig. Jackson?
C—Posso essermi addormentato nella sua camera. Quando ero sfinito, crollavo.
A — Quindi è corretto dire che quando era esausto, si addormentava immediatamente?
C— Sì, come tutti i bambini.
A — Lei ha detto che il sig. Jackson non l’ha mai molestata. Intende dire, più precisamente, che non l’ha mai molestata, da sveglio?

Ogni tanto gira voce di un suo ritorno al grande schermo, in pompa magna. È improbabile e irrilevante l’ipotesi di una nuova ondata di successo da cavalcare. Il presente non è fatto per lui. Ma per la generazione nata negli anni ’80 sarà sempre il bambino di “Mamma ho perso l’aereo”.
Era il 1990.
Il  20 gennaio a Baku: l’Armata rossa reprime nel sangue una ribellione azera: il bilancio è di 137 morti.
Il 2 febbraio a Roma: il boss della Banda della Magliana Enrico De Pedis (Er Dandi) viene ucciso a colpi d’arma da fuoco in un agguato in pieno giorno.
Il 21 luglio a Berlino: i Pink Floyd eseguono The Wall davanti a 160 000 spettatori della città riunificata e a milioni di spettatori TV.
Il 1 ottobre in Ruanda: inizia la guerra tribale tra Hutu e Tutsi che porterà al massacro sistematico (a colpi di armi da fuoco, machete e bastoni chiodati) di oltre un milione di persone.
Il 16 novembre esce nelle sale Mamma ho perso l’aereo.
Eccolo, il nostro impronunciabile Mac. Classe 1980. Appena decenne scappa da Joe Pesci per rifugiarsi tra le braccia di Michael Jackson. Che accompagnerà i suoi sogni con “un tripudio di abbracci e coccole”. Imperdibile il sequel, ambientato a New York invece che a Chicago. Come imperdibile è il film con Danny Akroid, Papà, ho trovato un amico, in cui dopo un flirt con l’adorabile Anna Chiumsky che a quei tempi fece sognare i suoi coetanei, in una di quelle love story pre-adolescenziali che fanno tremare le ginocchia, muore per uno shock anafilattico.
Anche se a quattordici anni, efebico Shirlie Temple, è già sul viale del tramonto.
Un mito. Come tutti i miti, eterno.
Un Leonardo di Caprio finito male. Che perde e riperde l’aereo.

Reportage inattendibile dai luoghi bellowiani (quarta parte – di molte parti)

Uno scrittore perdona quasi tutto a un collega, persino la scortesia di aver scritto un ottimo libro. Ma non il successo: quello è davvero imperdonabile. Auspichi che il tuo migliore amico trovi la donna della sua vita, ma saresti sconvolto se osasse portarti via la tua. Ecco, diciamo che per uno scrittore il pubblico è la donna amata, e il successo l’inevitabile corollario coniugale di quell’amore felice e tormentoso.

Università di Princeton 12 luglio 1986

Forse sbaglio. Ma tendo a conferire un’eccessiva importanza all’essere stato rifiutato, appena tredicenne, da una ragazza eccezionalmente bionda nel contesto maestoso d’un’università statunitense svuotata d’americani e pullulante di stranieri: diciamo che lo considero come uno di quei fatti fondamentali che formano il carattere.

Metà degli anni ’80. Era l’epoca in cui si diffondeva tra le famiglie borghesi l’abitudine di mandare i figli in vacanza-studio in Inghilterra e in America: ma i miei zelantissimi genitori evidentemente volevano di più: devo alla loro megalomania quel soggiorno a Princeton, tra le maggiori istituzioni universitarie della East-Coast. Spaventato dall’idea di essere rinchiuso in quella fortezza neo-gotica, fui stupefatto nel vedere una vacanza dai presupposti così seriosi trasformarsi in un’indimenticabile occasione di promiscuità sessuale e razziale, come nella migliore tradizione collegiale mille volte celebrata da insulsi film di cassetta.

E chissà che non sia stata l’immersione nell’adrenalinica euforia di fine millennio, ad avermi indotto all’errore d’invaghirmi di una di quelle bionde ragazze romane che fanno dell’altezzosità e della concupiscenza una sorta di manifesto politico: così in quel maledetto 12 luglio 1986, dopo una serie di trattative mal gestite da quel diplomatico dilettante e minorenne che ero, fui rifiutato (e stavolta senza alcuna ambiguità) da quella ragazza, che si era peritata nei giorni precedenti di alimentare nel mio povero animo di pubescente una serie di speranze convulse e infondate. Ora, la ragazza apparteneva alla categoria di teen-ager i cui capelli sembrano aver risucchiato tutto il calore di Roma. Un’elegia ariana in terra americana. Diciamo che la mia paranoia operò in modo da convincermi che lei mi avesse rifiutato in quanto ebreo, sebbene oggi possa dire con certezza che quella imperturbabile fanciulla non conoscesse la differenza che correva tra gli ebrei e i pastori tedeschi. Però insomma questo episodio di razzismo del tutto ipotizzato mi aiutò a superare la prima grande buca della mia vita.

Della quale mi sarei ricordato molti anni dopo, imbattendomi nell’avventura di Humboldt, il grasso e geniale poeta tratteggiato da Bellow che s’imbarca in una patetica battaglia contro il sistema WASP per avere una cattedra a Princeton. D’altra parte, come avrei potuto, leggendo la cronaca dettagliata del revanscismo di Humboldt e dei suoi inevitabili fallimenti, sullo sfondo di quella solenne università, non provare un senso di empatia? Non ci trovavamo forse – io e Humboldt – sullo stesso campo di battaglia? Non eravamo entrambi votati (per una sorta di destino da cui la nostra razza stenta a liberarsi) alla sconfitta? Diciamo che se lui aveva provato a sfidare il tempio WASP dell’accademismo americano, io nello stesso luogo, molti anni dopo, avevo provato, con un’omologa operazione, a espugnare un fortino ariano ottenendo lo stesso sconfortante risultato e rifugiandomi nelle stesse paranoie auto-consolatorie.

E diciamo che tale analogia mi offre la possibilità di introdurre il tarlo bellowiano per eccellenza: l’ebraismo e l’America.

Temo che il contenzioso che l’ebreo Bellow ha con i WASP non sia molto dissimile da quello che, per esempio, l’ebreo Zweig e tanti suoi correligionari avevano con la vecchia aristocrazia austriaca qualche decennio prima, alla vigilia del genocidio. È come se anche quel benedetto contenzioso avesse preso armi e bagagli per trasmigrare intonso dall’altra parte dell’Oceano. Il solito vecchio problema: gli ebrei che guardano con ammirazione, con invidia e con uno struggente desiderio di emulazione la classe più alta e irraggiungibile nella scala sociale dei Gentili, sentendosene simultaneamente attratti e ripugnati, accolti e disdegnati…

Eppure – bisogna pur convenirne – l’America del Ventesimo secolo non è l’impero austroungarico. L’America è the land of opportunity. Quindi le cose dovrebbero avvenire in modo affatto diverso. Insomma almeno in America si dovrebbe avere più rispetto per gli ebrei e meno pregiudizi per le minoranze in genere.

Diciamo che Bellow si sente investito da tale problema sin dal principio della sua carriera di scrittore, e lo risolve con spregiudicatezza, o almeno finge di risolverlo. Il celebre incipit di Augie March non è altro che questa spudorata rivendicazione di americanità anche a scapito della propria matrice ebraica. “Io sono americano, nato a Chicago” dice Augie, e a noi sembra che lo stia gridando. Eppure, nonostante tutto, in lui, da bravo ebreo della diaspora, sopravvive un fascino misterioso (mescolato al risentimento) per la cultura ufficiale dei protestanti anglosassoni, se non altro perché essa sembra ai suoi occhi una sorta di succursale americana della cultura vittoriana, o di quello che ne resta, per cui Bellow prova un’autentica venerazione. Lui, spesso, nei suoi romanzi, cita i componenti del Bloomsbury Set come se costoro fossero semidei appartenenti a un’altra razza, rappresentanti d’un’epoca in cui lo Spirito Umanistico per una volta (dopo l’Atene di Pericle o la Roma di Giulio II) poté trionfare sulla terra.

Ne Il dono di Humboldt, Charlie Citrine, il narratore, è spinto a conoscere Von Humboldt Fleicher perché questi è l’autore d’una silloge accolta con grande favore dall’Accademica, depositaria (agli occhi di Citrine) delle chiavi della cultura alta americana, che per una volta sembrano aver messo da parte la propria schizzinosa diffidenza nei confronti degli ebrei. Questo successo di Humboldt presso l’establishment dei Gentili ha mandato letteralmente in estasi Citrine, fino a spingerlo a sobbarcarsi un viaggio avventuroso pur di stringere la mano a quel fiero Davide che con le sue poesie ha abbattuto il Golia del pregiudizio accademico.

Avresti detto che uno nato nel West End, figlio di immigrati, nevrotici per di più […], che un giovinotto di tal natura dovesse essere per forza maldestro, che la sua sintassi non potesse venir accettata dai raffinati critici gay posti di guardia allo Establishment Protestante e alla Tradizione Snob. Niente affatto. Quelle Ballate erano terse, musicali, spiritose, piene di gioia e di umanità. Platoniche, direi. Con ciò alludo a quella perfezione originaria cui, secondo Platone, ogni essere aspira a ritornare. Sì, le parole di Humboldt erano impeccabili. L’America degli Snob non aveva motivo di temere. Era allora in uno stato di sovreccitazione nervosa: s’aspettava, da un momento all’altro, di veder sbucare l’Anticristo dai bassifondi. Invece, ecco questo Humboldt Fleisher, con un’offerta d’amore. Si comportava come un gentiluomo.

Rifulgono gli attributi usati da Citrine per definire lo stile humboldtiano, attribuiti che ai suoi occhi sembrano decisamente non-ebraici. Le ballate di Humboldt sono “terse, musicali, spiritose, piene di gioia e di umanità. Platoniche, direi”. E per rendere meglio questo disagio l’allusione a Platone è essenziale, perché non solo si tratta del più cristiano (e quindi del meno ebraico) tra i filosofi dell’antichità, ma soprattutto perché la sua idea di bellezza è così astratta e idealizzata che sembra facilmente contrapporsi all’incombente prosaica espressività giudaica. Insomma la nuova vita degli scrittori ebrei in America riprende proprio da dove l’avevano lasciato i loro antenati europei: dal desiderio di assimilarsi da un lato, e dall’altro da quello di non smarrirsi e confondersi con tutti gli altri. Restare ebrei e allo stesso tempo scrivere al modo dei Gentili, e meglio di loro se possibile.

Ma non è solo questo il punto di contatto: i posteri sono legati ai progenitori da una smania non meno travolgente. Una smania che si fa ossessione. E tale smania si chiama “successo”.

Ha scritto Hanna Arendt con la solita acutezza:
Gli uomini di affari ebrei non potevano facilmente rendersi conto di quanto le classi alte fossero antisemite, per il fatto che essi perseguivano solo interessi commerciali e non si preoccupavano affatto degli inviti nei gruppi non ebraici. Ma i loro figli scoprirono abbastanza presto che c’era un solo modo per essere accettati in società – diventare famosi.

Negli Stati Uniti – per come è conformata quella società in realtà così dissimile dalla nostra – c’è un termine che risulta in assoluto il più offensivo che tu possa rivolgere a un tuo simile: “looser”. Perdente, o se preferite, fallito. Anche se in realtà “looser” è un vocabolo intraducibile. Perché dire a un americano “you are a looser!” non equivale a dire a un italiano: “tu sei un perdente!”. Nel nostro paese, per ragioni che è inutile indagare, si è arrivati perfino al paradosso di avventurarsi in una commossa retorica dei perdenti che negli Stati Uniti risulterebbe incomprensibile. Fallire da quelle parti è, per una serie di ragioni sociologiche, un’esperienza assai più mortificante.

Sicché il successo in America diventa per l’appunto un incubo individuale e collettivo, metro essenziale per definire la dignità d’una vita. Una vita senza successo è una vita senza dignità. E se ciò vale per l’americano medio tanto di più vale per l’ebreo americano, e se ciò vale per l’ebreo americano in generale, diventa un vero macigno per l’ebreo americano che sceglie di fare lo scrittore. Perché scrivere è un mestieraccio: è una professione faticosa, mortificante, che dà rare soddisfazioni sociali, e solo sulla lunga distanza. Uno scrive oggi per essere apprezzato se tutto va bene tra un paio d’anni. È una scommessa con se stessi che difficilmente ripaga della fatica. Eppoi c’è un altro problema: in qualsiasi altra professione uno può mantenere un profilo basso o medio, essere un buon avvocato, un ottimo ingegnere, un decoroso chirurgo, ma la scrittura, l’arte reclamano l’eccellenza, il primato, lo sgominamento e l’uccisione degli avversari.

O sei il migliore o non sei. Non esisti.

Saul Bellow ha ottenuto un successo travolgente, ha vinto un Nobel, e a tutt’oggi contende a Faulkner e a Nabokov la palma di scrittore americano più importante del Secolo. Ma non si può dire davvero che quel successo gli sia piovuto dal cielo. Se l’è veramente sudato. Ne ha fatto uno scopo di vita senza ipocrisie. E alla fine lo ha ottenuto.

Ma soprattutto ne ha fatto (ed è solo per questo che ne parlo) motivo di studio e di ispirazione letteraria, come forse solo Balzac, in tutt’altro contesto, ha saputo. Molti libri di Bellow sono dedicati – anche se solo ufficiosamente – a questo annoso problema: fare successo negli Stati Uniti e, per Dio, conservarlo.

Per questo forse si può addirittura dire che la sua vita di uomo e di scrittore sia divisa in due parti. E non è difficile comprendere come lo spartiacque che chiude la prima fase e apre la seconda sia Herzog. Per quello che letterariamente rappresenta nell’opera di Bellow (un’autentica svolta), ma anche per quel che comportò nello svolgersi naturale della sua vita privata: celebrità, danaro, tranquillità, frequentazioni altolocate. Se nei libri precedenti a Herzog (forse con la sola eccezione de Il Re della Pioggia che è storia a sé) Bellow ha cantato il disagio di giovani personaggi ebrei figli di emigrati e il loro desiderio di emergere, di mettersi in luce, che spesso si traduce in scacco, nei libri dopo Herzog, ha provato a raccontarci quanto sia sfibrante e difficile conservare un’immagine di sé compatta quando si è tanto famosi, quanto è difficile contemplare la caduta nel gorgo dell’Oblio dei tuoi amici che non ce l’hanno fatta e quanto è facile specchiarti nel loro destino atroce.

È stato spesso notato che in molti romanzi di Bellow ricorrano figure di familiari (fratelli e padri soprattutto, ma non solo) che, a dispetto del protagonista del libro, hanno raggiunto eminenti posizioni nella società e hanno messo da parte un mucchio di soldi. Ne L’uomo in bilico, il primo romanzo, il giovane Joseph, dichiara immediatamente il proprio disagio, la propria frustrazione per la ricchezza del fratello Amos. Ma la persona per cui sente il maggior astio è Etta, la viziata quindicenne figlia di Amos, allevata a considerare il proprio privilegio pecuniario anzitutto come un attestato di carattere e personalità:

Mia nipote e io non siamo troppo in buoni rapporti; c’è una vecchia ruggine tra noi. La nostra famiglia non era ricca. Amos ricorda spesso quanto abbia dovuto lottare, quanto fosse vestito male da ragazzo e quanto poco mio padre poteva dargli. E lui e Dolly hanno allevato Etta insegnandole che la povertà s’identifica non tanto, forse, col male quanto con la mediocrità e che lei, figlia di gente ricca, è distante anni luce da coloro che vivono miseramente, in appartamentini mal ammobiliati, senza domestici, e che indossano abiti grossolani e sono così privi di orgoglio di fare debiti. I suoi cugini hanno automobili e ville in campagna. Io non rappresento certo un motivo di orgoglio ai suoi occhi.

Joseph disprezza e odia sua nipote, eppure non può impedirsi di soffrire per il disprezzo che lei si compiace di restituirgli, come se subdolamente lo stesso Joseph aderisse a quel giudizio detrattivo che la nipote ha formulato – per la perversa educazione che le è stata impartita – su di lui.

Uno schema analogo si ripete ne La resa dei conti: stavolta c’è un padre egoista e spilorcio che si rifiuta di aiutare economicamente il figlio, sebbene questi stia per affogare, e quel medesimo figlio che, nonostante tutto, non riesce a elaborare un giudizio completamente negativo nei confronti del padre preferendo puntare l’aculeo della propria riprovazione su di sé, sul proprio fallimento.

Masochismo ebraico?

No, stavolta si tratta d’un tratto distintivo dell’americanità bellowiana.

In Herzog, quando il protagonista sta per inabissarsi nel fondo della follia, è ancora un fratello ricco a intervenire per tentare di farlo rinsavire. È come se, nell’universo bellowiano, la ricchezza fosse sinonimo di salute mentale. È la ricchezza che conferisce prestigio ai personaggi, che li rende saggi e distinti, non il primato intellettuale e neppure quello accademico così importante per gli ebrei. Ed è perfino lacrimevolmente ingenuo il modo in cui Moses si lascia consigliare dal fratello. È come se la stima per lo spirito pratico di quel simpatico filibustiere chicaghese si fosse impossessata di lui fino a mutarsi in giudizio di merito. Il fratello è meglio di lui perché ha fatto molti più soldi. Ma Moses non ne è invidioso: Moses ama suo fratello alla follia.

(Bisogna capire che Saul Bellow non è un bohemien che si compiace di disprezzare coloro che hanno scelto di vivere negli agi della borghesia. No, lui ha un occhio di simpatia per i borghesi, è lui a sentirsi matto, proprio come il suo inconcludente e dissipatore Herzog. Tale l’entità della sua schizofrenia).

Allora non è difficile capire come tale faccenda del successo e del danaro si sia trasferita dalla mente di Bellow sulla pagina, trasformandosi da impaccio biografico in tema letterario. Non a caso, nei romanzi dopo Herzog, i fratelli e i genitori ricchi, pur non scomparendo completamente, pesano di meno. Diciamo che oramai non c’è più bisogno della loro autorità. È come se dopo il successo di Herzog, Bellow fosse diventato improvvisamente maggiorenne.

Ciò non di meno quando, all’età di quarantanove anni, Bellow si ritrova inaspettatamente, e a causa del suo libro più difficile, un uomo ricco, ha un vero e proprio attacco di panico.

Essere ricco e famoso in America. C’è da sviluppare un fottio di ansie da prestazione. L’assai informato biografo di Bellow ricorda che le settimane in cui Herzog raggiungeva vette insperate di vendite e popolarità, il fratello Maurice abbia commentato con soddisfazione: “Il fratellino ce l’ha fatta finalmente”.

Erano lustri, decenni che i Bellow evidentemente chiedevano a quel “fratellino” artista di seguire la strada scritta nel suo DNA: la strada del successo in America. Tanto meglio se a questi soldi si accompagnava una notorietà che possiamo dire internazionale. Tanto meglio se alla speculazione edilizia lui aveva saputo sostituire la folle speculazione intellettuale di Moses Herzog.

E non deve essere stato semplice per uno scrittore cinquantenne che fino a quel momento ha scritto libri su quanto è difficile la vita in America, dover ora occuparsi di quanto sia facile viverci se hai molti quattrini e molto prestigio. Bisogna riconoscere che la ricetta scelta da Bellow per tenere a bada il successo – e per gestirlo nei libri – è stata certamente la più intelligente possibile.

Cos’altro fare se non prendendone ironicamente le distanze? mostrando quanto la ricchezza sia una cosa che in realtà non ci riguarda e come, dopo tutto, i problemi rimangano sempre gli stessi: il terrore di invecchiare e di diventare cretini, il declino della propria nazione, l’orrore della morte che ogni giorno ti succhia un impercettibile ma determinante centilitro di vitalità dalle vene?

[continua…]

La prima parte del Reportage è qui.
La seconda è qui.
La terza qui.

(Il testo è originariamente apparso in due puntate sui numeri 27, luglio-settembre 2004, e 28, ottobre-dicembre 2004, della quinta serie di Nuovi Argomenti)

 

Stalker

Non ne faccio una questione privata. Io voglio parlare in nome di tutti gli innamorati, signor giudice. Perché io questo reato di stalking non l’ho ancora capito. Tipo arrecare “minaccia o molestia a taluno tale da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto”, boh, non so proprio cosa significhino queste cose, davvero. Poi l’ansia casomai l’ho avuta io, fino al giorno dell’incidente, per non parlare in seguito, signor giudice, quando mi sono venuti a prendere con le manette. Mia madre ancora è sconvolta, una scena alla Tortora. Ma mi lasci spiegare.
Io la amavo, come si può amare a distanza, senza mai pensare a un reale incontro. Niente di platonico, per carità, ma neppure niente di realmente tangibile. Non la conoscevo, né pensavo l’avrei mai conosciuta, era un sogno, un’infatuazione ideale. Ogni mattina le dedicavo una canzone d’amore su Twitter, per darle il buongiorno, questo sì. Un giorno Love of my life dei Queen, un altro giorno Vattene amore di Mietta, cose del genere. Una volta perfino Serenata Rap di Jovanotti. Ecco, era già stalking, secondo lei? Lo domando per capire, sul serio. Mi scusi, signor giudice, allora qual è il limite tra un corteggiamento lecito e questo articolo 612 bis? Volete dirmi che tutti gli innamorati che ci avete fatto studiare sono fuorilegge?
Guardi, un minimo di cultura ce l’ho, ho fatto il classico, e se ragionate in questi termini allora c’è da arrestare perfino Dante per l’ansia che avrà messo Beatrice. Per carità, Don Rodrigo forse un po’ stalker lo era, ma senza Don Rodrigo cosa resterebbe dei I Promessi sposi? Che poi promessi da chi, se lo sono promessi loro fra di loro. Non può non riconoscerlo, Don Rodrigo è l’unico personaggio interessante a dare un senso a un romanzo mortalmente noioso. No, dico: ha presente Renzo e Lucia, vogliamo parlarne? Andrebbe mai a cena con quei due sfigati lagnosi? Mentre delle sofferenze di Don Rodrigo, il vero eroe, nessuno si è mai preoccupato.
E poi con tutti gli altri come la mettiamo? Don Chisciotte con Dulcinea? E Leopardi con Silvia, sempre lì a spiarla dalla finestra? Chissà che ansia cagionata, quella povera Silvia, e ai suoi prossimi congiunti perfino postumi, generazioni e generazioni di discendenti di Silvia costretti a sentire A Silvia, per non parlare di Aspasia. Quindi, li processiamo tutti? Allora dovreste condannare anche il capitano Achab per lo stalking di Moby Dick. E poi King Kong, signor giudice, cosa mi dice di King Kong? Tutti siamo cresciuti con King Kong. Tutti ci siamo identificati in King Kong, e abbiamo avuto una stretta al cuore quando era braccato da tutti. Tutti abbiamo pianto quando King Kong si arrampica disperatamente, quando lotta con gli aeroplani, quando viene ucciso e precipita dall’Empire State Building. Adesso volete dirmi che King Kong è morto invano?
A differenza di King Kong, signor giudice, nel mio caso è stata la vostra presunta vittima a iniziare la guerra, facendo precipitare la situazione. Mi permetta di riepilogare brevemente i fatti. Tutto è iniziato quando, in seguito al mio corteggiamento educato e fine a se stesso, lei mi ha dato un appuntamento. Me lo dette su Twitter, di sua iniziativa. Perché proprio a me? Non ho idea, forse perché ero l’unico a non scriverle sconcerie. Io le chiesi quando, lei rispose il 26 marzo, quando sarebbe tornata da New York. Mi comprende signor giudice? Lei era il mio mito erotico, io solo uno sconosciuto, chi se l’aspettava un appuntamento? Era come vincere alla lotteria. E che ansia.
Aspettai senza disturbare, educatamente, come potete vedere dalla cronologia delle chat. Meno male ho mantenuto la cronologia. Quanto mancava al 26? Una settimana. Avrei messo le crocette sul calendario se avessi avuto un calendario, ma avevo solo quello di Manuela Arcuri e mi pareva brutto fare le crocette lì. Cercavo anche di non pensarci troppo, per non consumarmi nell’attesa. Altrimenti avrei passato due settimane a masturbarmi, e sarei arrivato sfinito. Ma non riuscivo a non pensarci sempre, a non fantasticarci sopra. Meno volevo pensarci, più ci pensavo.
Se mi aveva dato un appuntamento significa che le interessavo, signor giudice. Nicole Minetti non mi aveva mai dato un appuntamento. Neppure la cantante Dolcenera. Neppure Justine Mattera. Sebbene quest’ultima mi avesse ritwittato un paio di volte, le ero simpatico, era simpatica. Ecco, signor giudice, perché dare un appuntamento proprio a me? A lei lo avete chiesto? Il 25 non ce l’ho fatta più e alle 18.36 le ho chiesto l’ora dell’appuntamento, educatamente. Dandolo per scontato. Nessuna insistenza, nessuno stalking. Lei ha risposto alle 20.33,  ha detto che purtroppo aveva avuto un contrattempo, doveva partire per Cannes. Era una bugia, signor giudice. Potete metterlo agli atti? Bugia!
Sia il 27 che il 28 che il 29 era ancora a Milano, e ci sarebbe rimasta pure nei giorni successivi, l’ho visto dal geotag di Twitter. Poteva almeno disattivarlo, il geotag, non crede? Invece no, vogliono far sapere tutto, poi si lamentano della privacy. Ma non è che la privacy uno se la sceglie come vuole: prima fai soffrire gli altri, poi quando ti gira vuoi la riservatezza? Eh no, se la rendi pubblica la tua vita è anche mia.
Al momento sono rimasto allibito, ferito. Tuttavia, sempre con la massima educazione, il 30, alle 11.40, le ho chiesto spiegazioni sul perché mi avesse mentito. In modo gentile, normale, controllate nella cronologia di Twitter. Nonostante, volendo, avessi il numero di cellulare, me l’aveva dato un’amica che fa l’ufficio stampa e ha i numeri di chiunque, e non l’avevo mai usato. Uno stalker come dite voi l’avrebbe usato. In compenso nessuna risposta.
Ho pensato che magari non avesse visto Twitter, perché ha tantissimi follower, più di centomila, mica può stare dietro a tutti. Sinceramente ne ha troppi, di follower. Non per essere maligno, ma ogni tre giorni posta una foto delle sue tette. Ha delle tette enormi. Per questo è piena di follower maschi squallidi arrapati che le scrivono messaggi volgari. E poi si lamenta: oh, come sono volgari i maschi! E grazie al cazzo!
Io non le ho mai detto niente di offensivo prima dell’inizio delle ostilità. Al contrario, le ho scritto carinamente su Facebook, alle 15.44. E anche su Facebook non mi ha risposto. Alle 18.34 dello stesso giorno le ho finalmente chiesto esplicitamente perché non mi rispondeva. Finché non ce l’ho fatta più, e non mi è scappato di dirle che avevo visto il geotag, e sapevo non si era mai mossa da Milano. Non mi prendesse per il culo. Ero irritato, ma appena appena. Perché non sembrassi troppo ostile ho aggiunto la faccina con il sorriso, come fa lei.
È lì che mi ha bloccato su Facebook, senza rispondermi, signor giudice. Mettendomi sullo stesso piano degli altri sconosciuti. Credo il blocco sia avvenuto verso le 19.55, quando ha visualizzato il messaggio. Lo so con esattezza perché sono rimasto fermo lì, nella posta, a vedere quando visualizzava. Qui vorrei aggiungere un’altra cosa, signor giudice: non c’è nessuna legge sul bloccaggio immotivato? Ormai tutta la nostra vita si svolge su un social network, e si può essere bloccati da chiunque senza ragione? Essere bloccati è molto peggio di un licenziamento senza giusta causa, signor giudice, lo dice la stessa espressione: bloccato! Ci si sente impotenti, una volta bloccati. Ci si sente delle merde.
Nel frattempo era sempre online su Whatsapp, perché lei non sapeva che avevo il suo numero di cellulare, e potevo controllare quando si collegava. Chissà con chi chattava. La rabbia montava dentro ma cercavo di stare calmo. Per quanto si possa restare calmi una volta bloccati. L’unica soluzione era accedere alla sua pagina attraverso Deborah, il mio account segreto femminile per le situazioni d’emergenza. Con Deborah entro ovunque, è una troia Cavallo di Troia.
Non c’è niente di peggio dell’avere conferma di un sospetto, signor giudice. Non ci si fida più. Come quando una moglie scopre il tradimento del marito, o una moglie del marito, come può fidarsi dopo? Non riuscivo più a guardare Celebrità, WOW!, la sua famosa trasmissione di gossip. Non mi eccitavo più a vederla, anzi il sangue mi andava alla testa. Era lì, sorridente, quelle tette, quello smalto rosso, come se niente fosse.
Non so spiegarmelo, perché mi aveva mentito? Che bisogno c’era? Non ci conoscevamo, ero solo un follower come ne aveva tanti, veramente non c’era ragione di ingannarmi, né di darmi un appuntamento. È stata una crudeltà fine a se stessa. Il peggio è che molto probabilmente lei fa così con tutti. Come le tette, e le foto dei piedi messi lì su Twitter. Come la questione delle faccine, gliel’ho già detto di quelle sedicenti faccine?
Mi perdoni se insisto, signor giudice, ma possibile non ci sia un articolo del codice penale contro l’inganno sentimentale? L’uso scorretto dei social network può causare problemi. Ecco qui, testuali parole: «Ci vediamo il 26 marzo per un aperitivo, che ne dici? ;)». Forse lei non è esperto, signor giudice, ma alla fine ci sono il punto e virgola seguito dalla parentesi, significa faccina sorridente con l’occhiolino. È un ammiccamento. È come chiedere l’ora a una bella ragazza per strada e questa le sorride e le fa l’occhiolino. Infatti si chiamano emoticon, da emozione. Non penso questo sia irrilevante ai fini del processo. È vero, il sorriso con l’occhiolino lo faceva a tutti i suoi follower, alla fine di ogni frase, ma questa è un’aggravante perché significa che è stronza con tutti, una simulatrice di emozioni.
Ho violato la sua privacy, d’accordo. Ho esagerato con quella cosa del latte, mi rendo conto. Mi creda è imbarazzante perfino per me, non so cosa mi sia preso. La situazione è sfuggita di mano. Ma non esagererei, non ho malattie infettive né l’Aids, non c’è nessun un danno fisico che posso averle arrecato con quel latte. Ma aspetti un attimo, mi ci faccia arrivare.
Cerchi di mettersi un attimo nei miei panni, signor giudice. Mi sono solo trovato nella condizione di avere le sue chiavi di casa. Poteva bloccarmi su internet ma non impedirmi di andare sotto casa sua. Avevo intenzione giusto di farle qualche piccolo dispetto classico, tipo bucarle le gomme della Smart.
Invece, senza premeditarlo, è stato facile rubare le chiavi a Ernestina, la portinaia, fare un duplicato, rimettere l’originale al suo posto nel gabbiotto, nonostante io sia davvero negato per questo genere di cose. Nessuno si è accorto di niente. Inoltre non è che ci fossero tutti questi sistemi difensivi per entrare in quel condominio, io mi aspettavo chissà cosa. Invece è stato come a un rapinatore a cui la banca avesse lasciato all’ingresso le chiavi della cassaforte. L’occasione fa l’uomo ladro, figuriamoci se non fa l’innamorato pazzo.
E tra l’altro mi lasci contestare, signor giudice, questa faccenda della privacy. In un mondo in cui al contrario tutti hanno paura di non essere visti. Quando tutti vivono sperando che qualcuno si accorga di loro. Avete il terrore che nessuno vi consideri, e in effetti, volete sapere la verità? A nessuno frega niente di nessuno. Quanti amici avete su Facebook? Cento? Mille? Bene, a nessuno frega di voi. Potreste annunciare in uno status che avete un ictus e nessuno verrebbe a aiutarvi. Vi mettono tutti quei mi piace alle vostre foto orribili per pena, e per essere ricambiati, per avere i vostri mi piace alle loro foto orribili. Al contrario, per i cittadini, dovrebbe esserci una legge per vietare la privacy.
Se poi la mettete sul piano della mia supposta pericolosità sociale, quando lei mi ha sorpreso lì, in casa sua, avrei potuto violentarla, non ci avete pensato? Ma io non sono un stupratore, sono solo un innamorato, un bloccato. Come il giovane Werther, solo che io ho passato i quarant’anni, non ho tutto quel tempo, tutta quella pazienza di essere giovane, tutta quella voglia di suicidarmi. C’è un’età anche per i gesti estremi, i suicidi vecchi fanno tristezza.
Insomma, come potete essere così insensibili verso questi sentimenti, signor giudice? Come potete condannarmi? Signor giudice, mi lasci dire, lo stalking non esiste. È una legge sbagliata, che tutela i criminali. Lo stalking è un nome di comodo inventato per mantenere l’ordine, il patto sociale. Altrimenti dovreste spiegarmi quali sono le conseguenze dell’amore. Cioè, come dovrebbe essere secondo voi l’amore, fatemi capire? «Io ti amo» dice lui. «Io no» risponde lei. «Ah ok, scusami» e chiusa lì?
E se io mi innamoro di una famosa come lei che è innamorata di un altro, e voi pubblicate pure le foto della loro love story, tutte quelle smancerie riprese con i teleobiettivi, non è istigazione, signor giudice? Perché non le vietate, queste foto intime, visto che ci tenete tanto alla privacy? Inoltre anche quello è stalking, mi scusi. Stalking di immagine. E viceversa, quello che chiamate stalking, è legittima difesa. Prima fate di tutto per ossessionarmi, poi mi punite perché mi ossessiono. Prima mettete online i vostri culi, le vostre tette enormi, le vostre faccine con l’occhiolino, poi bloccate la gente?
Non dovrebbe essere reato far soffrire gli altri? Anzi, addirittura facendoli pagare. “Novella 2000” costa un euro e cinquanta. “Eva 3000” qualche volta un euro, in offerta. Poi uno non resiste, e vuole vederle tutte, e quindi poi si compra anche “Chi”, “Vero”, “Top”, “Stars”, “Di Più”, “Di Tutto”. Non bastava una, cinquanta riviste di sofferenze. A me non bastavano trenta euro a settimana.
Entrare nella sua casa, signor giudice, è stata un’emozione indescrivibile, è stata l’unica volta che mi sono sentito davvero vivo. Mi sentivo più a casa mia in casa sua che a casa mia perché l’avevo ricostruita nei minimi dettagli, mettendo insieme tutte le foto postate su Twitter e su Facebook e il servizio di “Casa Chic”, ”Casa Viva” e ”Casa Vip”, quest’ultimo il più completo.
Non mi sembrava vero essere lì, e poter fare quello che volevo. Affondare il viso nel suo asciugamano, nel suo cuscino. Frugare nelle sue cose. Il cuore mi batteva fortissimo, ogni cassetto mi chiamava, chiedeva di essere aperto. E poi il bagno, il water, la carta igienica, il suo profumo, il suo smalto per le unghie. Una sensazione di potere inebriante, e ti viene voglia di fare qualcosa di intimo, di perverso, è naturale. Ma non sapevo cosa, finché quando ho aperto il frigorifero e mi è venuta l’idea di fare l’amore con il latte. Perché il bianco nel bianco non si vede.
Sono entrato in casa sua cinque volte, l’ho fatto col latte tre volte. Negli orari in cui lei era a registrare Celebrità, WOW! Vi assicuro che non ha mentito solo a me. Vi ricordate quando usciva con quel noto coglione di deejay così sopravvalutato? Tutti i giornali ne hanno parlato come una grande love story, ma lei lo ha tradito con George Clooney, ho le prove. C’è stata una volta, per George è stata una botta e via, ma quella volta c’è stata, e quando Clooney stava ancora con la Canalis. Ho conservato un preservativo usato prelevato nel cestino del bagno, sono sicuro sia lo sperma di Clooney. L’ho scritto anche alla Canalis, su Twitter, ma forse credeva fosse uno scherzo e mi ha bloccato. Non ho capito perché non potete fare il test del DNA su quello sperma. Dite che non cambia ai fini del processo, ma ai fini del processo non c’entra che è una bugiarda e una stronza? E non ha rilevanza penale che lei si diverta a postare le sue tette enormi su Twitter, per farsi desiderare dagli arrapati, per farci soffrire tutti? Cos’è, vedere ma non toccare? Ma che giustizia è la vostra?
E qui arriviamo a quell’ultima volta, signor giudice. Appena ho sentito lo scatto della serratura, mi sono mosso con lo scatto di un felino, in maniera automatica, ho fatto un salto per nascondermi dietro la porta. Mi si è bloccato il respiro, lì per lì non ho capito neppure cosa stava succedendo. È così che funziona il cervello, è come quando vedete un serpente, il corpo si muove prima che il segnale di pericolo arrivi alla vostra coscienza.
Non ho certo pensato a rimettermi i pantaloni e le mutande, cioè se avessi avuto tempo mi sarei rivestito, ma non ho fatto in tempo. La bottiglia del latte che avevo in mano è cascata per terra, il latte sul pavimento. Ero lì lì, per finire ma non ce l’ho fatta. Ma, come si dice, è inutile piangere sul latte versato.
Quando lei ha richiuso la porta, mi sono ritrovato alle sue spalle, sbarrandole la porta d’ingresso. Se fossi quello che sostenete voi, avrei potuto violentarla, signor giudice. Eravamo io e lei, soli, in casa sua. Avrei potuto farle quello che volevo, possederla carnalmente. Sbatterla sul tavolo come in quel film con Michael Douglas. O come in quel film con Nanni Moretti che sodomizza la Ferrari. O come il tango a Parigi. Avrei potuto addirittura ucciderla, impacchettarla nel cellophane e farla pezzi. So come si fa, l’ho visto fare decine di volte a Dexter, ormai tutti in teoria sappiamo uccidere e impacchettare una persona nei sacchetti neri della spazzatura.
È stato imbarazzante, signor giudice, perché avevo ancora l’erezione pulsante. Mi sono sentito come quei maniaci con l’impermeabile, ma senza impermeabile. Mi batteva il cuore fortissimo. Poi, come hanno verificato i vostri periti, signor giudice, io mi sono avvicinato e le ho dato un pugno in faccia. Perché lei ha urlato, ha detto «Esca subito da casa mia!». Come se fossi un estraneo, dandomi del lei. Non è stato un gesto inconsulto, è un atto che rivendico. L’ho guardata e l’ho colpita, con una certa forza, mi è venuto da dentro. È andata giù con un gridolino, accasciandosi sul pavimento. Non ho mai colpito nessuno prima di lei. Credo se lo meritasse, per tutte le ragioni elencate, incluse le tette. Non mi sono pentito, no, mentirei se dicessi di essermi pentito.
Tuttavia le faccio notare che, nonostante lo svenimento, io mi sono rivestito e sono andato via. Anzi, mi sono prima premurato di controllarle il respiro, che non avesse sbattuto la testa cadendo. Inoltre sono stato io a chiamare l’ambulanza, per sicurezza, quindi si figuri se posso essere una persona pericolosa. Prima di uscire l’ho baciata, sì, con la lingua ma veloce, tanto per sentire il sapore della sua bocca, ma da quando un bacio a una persona svenuta è una cosa grave? Le ho toccato le tette, ma così di sfuggita, mentre la baciavo, senza approfittarne troppo. Non credo sia grave, dopo tutte quelle foto. Vedete, vi sto dicendo veramente tutto.
Non sono uno stupratore, non sono un criminale, signor giudice. Non sono nemmeno un stalker, qualsiasi cosa significhi questa parola orrenda, se non significa passione, ossessione, tormento, gelosia, possesso, amore. Condannatemi pure, signor giudice, ma sappia che con me ucciderete tutti gli amori del mondo, e dopo dovrete processare i fiori, le rose rosse, i tramonti, e tutte le scritte sui muri, sui marciapiedi, sulla sabbia, e tutti i lucchetti dei ragazzi sui ponti, e vietare le lacrime, i sospiri, le palpitazioni, e amputare tutte le mani nelle mani, sarà come abolire la luna e le stelle, come spegnere il cielo, come pugnalare al cuore l’amore nel mondo, signor giudice. Sarà come uccidere di nuovo King Kong.

Dove sono io (terza e ultima parte)

Una frase che non riesco a dimenticare: «Si alzò lentamente come disimplicandosi dalla terra». È di Michele Mari, e non so dire perché ma mi pare racchiuda il senso di tutta la letteratura possibile.

Per una serie di coincidenze che sarebbe superfluo raccontare, nei mesi successivi alla telefonata con Simone mi ritrovai in un più di un’occasione nella città di M***. In ognuna di queste occasioni ho pensato di chiamarlo e di fissare un incontro, e ogni volta non l’ho fatto: da una parte c’era Laura che, con le sue solite motivazioni tentava, devo dire con successo, di convincermi a desistere. Dall’altra parte, Simone, come ho già scritto, per mesi e mesi non si faceva vivo né per mail né per telefono: il mio interesse per lui e la sua storia, di conseguenza, andava e veniva a ondate e, forse per una sorta di esorcismo, ogni volta che mi ritrovavo su un treno o in macchina diretto verso la città di M*** la voglia di contattarlo e di stare ad ascoltarlo era al nadir. Eppure giravo per la città di M*** guardandomi intorno, come aspettandomi di essere riconosciuto e apostrofato dalla sua voce. Nel risvolto di copertina del Demone, pensavo, c’è la mia foto, e altre mie foto girano in rete: non è così difficile riconoscermi se si ha qualche interesse nel farlo. Mi sentivo anche, per dirla fino in fondo, colpevole nei confronti di Simone: immaginavo un uomo solo (non so perché, ma l’ho sempre immaginato solo – come poi si è rivelato essere nella realtà), sopraffatto da una biografia insostenibile, colpevole, più grande di lui; lo immaginavo pieno di ira e di attesa e di speranza tradita per via di un cenno che io continuavo a non fargli. E mentre lui si consumava perché l’unica voce che aveva trovato per la sua storia – la mia – faceva di tutto per ignorarlo, io giravo per le vie di M*** in compagnia di amici, tiravo tardi, andavo a vedere il mare e al ristorante.

Ma c’è un’altra motivazione, più profonda e viscerale, e che non ho detto mai a nessuno (per lungo tempo nemmeno a me stesso). Non è piaggeria, e nemmeno captatio benevolentiae se faccio questa premessa prima di dire che io evitavo di contattare Simone e di chiedergli un incontro perché, altrimenti, temevo che non sarei mai riuscito a liberarmi del Demone. Ho realizzato pienamente questa cosa – di cui parlerò tra poche righe – solo quest’estate, ad Agrigento, dove ero stato invitato da degli amici a presentare il libro. Io, allora, avevo già incontrato Simone, l’avevo ascoltato e avevo, per così dire, chiuso quel capitolo della mia vita: e tuttavia ci volle, perché io finalmente riuscissi a confessare tutto a me stesso, una domanda brutale fattami da un ragazzo. Dario (si chiama così anche lui) mi aveva fatto una breve intervista per la tv locale che aveva ripreso l’incontro; finito il servizio si avvicinò di nuovo a me e «Posso farti un’altra domanda?» disse, «Te la faccio per me, non per la tv».
«Altroché» risposi. Io quella sera ero felice, tutto era andato bene, le ragazze portavano i sandali e mi sentivo pieno del mondo. Ero dunque pronto a sentirmi chiedere: «Quanto tempo ci hai messo a liberartene? A liberarti di un libro così, di una voce così?».

Non mi ricordo che cosa ti ho risposto, Dario. Ma so che quella sera di festa io non ero ancora sicuro – a così tanti anni di distanza dall’elaborazione del libro e a undici mesi dalla sua pubblicazione – di essermi liberato di Marat, e della palestra, e di Ivan e Petja, e di Pope Alan e padre Aleksej e delle mamme e dell’orrore di quei tre giorni lontani. Quello che so è che, allora, io, benché non lo potessi sapere, ero preparato a ricevere quella domanda e a rispondere serenamente. Solo pochi mesi prima, non so come avrei reagito.

Molti anni fa, quando ero ancora uno studente e avevo nel cassetto un romanzo lunghissimo e sconclusionato che non pubblicherò mai, avevo scritto un appunto – che avevo intitolato, fingendo di essere la Yourcenar, La carcere. Dice così:

Ma si scrive per ingabbiarsi, per incarcerarsi. Scrivere non è un atto di libertà, di espressione, ma, semmai, di prigionia, di impressione. Ci si incarcera all’interno della parola, delle parole. Si è prigionieri di quello che si è scritto. Provo a immaginare di scrivere qualcosa di profondamente autobiografico, il racconto di una sofferenza, ad esempio, o di un episodio che in qualche modo mi ha cambiato: scrivo per liberarmene, si direbbe. Invece no: scrivo per chiudermi in esso, per non uscirne più, per non poterne più parlare se non attraverso le parole che io ho usato per descriverlo.

Sono ancora convinto di questa cosa: si scrive per fissare il mondo attraverso le parole, per inchiodarlo lì. Non ha senso scrivere di una cosa e poi saperne parlare con parole che sono altre rispetto a quelle che si è usate. A questa forma di prigionia (che è la cosa più bella e più grande che può capitare a uno che scrive) se ne deve però aggiungere un’altra, che io all’epoca non avevo provato e non potevo immaginare: l’estrema fatica che si fa, a livello intellettuale, estetico e morale, per andare a toccare un’altra isola, un’altra storia. A lungo, dopo il Demone, non ho scritto: ero pieno di quel libro, mi bastava; soprattutto, ogni volta che avevo un’idea, che provavo a cominciare qualcosa, mi rendevo conto che potevo raccontarla solo con la voce di Marat. Ma la voce di Marat ha senso solo all’interno del Demone. Ciò che non è il Demone ha bisogno di un’altra voce, di un’altra esperienza, e solo ora che è passato così tanto tempo, dopo che ho letto e ho scritto e ho vissuto e ho immaginato, posso dire che la voce di Marat – che è parte di me e non se ne andrà mai – non è più un fantasma che mi scorre nella penna. Se n’è andata: è lì, su uno scaffale, ci posso tornare quando voglio ma non mi fa più male.

Ecco, all’epoca in cui evitavo Simone, la voce di Marat c’era ancora. Forse stava cominciando ad andarsene, ma sapevo che era lì ad attendermi ogni volta che giravo un angolo. L’idea di rientrare in quella storia, di ripercorrere quei tre giorni, e di sentirmi dire che le cose non erano andate come io avevo scritto mi spaventava. Mi attraeva e mi spaventava. Perso tra questi due poli – l’attrazione e la paura – preferivo non pensarci e andare avanti facendo finta di niente.

(Io più nudo di così, credo, non lo sono mai stato).

Ma sapevo che il momento sarebbe arrivato. Ho passato il ponte del Primo maggio dello scorso anno nella città di M*** con Laura e una coppia di amici. Sono andato a M***, quella volta, senza quasi pensare a Simone. Ma la prima sera, poco prima di cena, senza dir niente a nessuno (tutti nella casa sapevano di questa storia) ho preso il telefono e l’ho chiamato. Non so spiegare perché l’ho fatto: forse perché da tempo non pensavo granché a lui e, nel frattempo, l’ombra di Marat cominciava a declinare e io mi sentivo un uomo in via di liberazione. Simone mi ha risposto con la sua voce di prigioniero ed erano mesi che non ci sentivamo. Ho percepito chiaramente, dall’altra parte della cornetta, un singulto d’emozione mentre dicevo d’un fiato:

«Simone ciao, sono Andrea Tarabbia e sono a M***. Mi piacerebbe incontrarti».

Ci siamo accordati per la mattina dopo. Io e Laura abbiamo passato una notte agitata. Lei, soprattutto, ha dormito poco: per non lasciarmi solo, mi aveva convinto a portarla con me.

Un passo a cui ritorno ogni volta, e da sempre, con un’emozione che non provo da nessun’altra parte: «La vidi ritirarsi con un tuffo, abbassarsi e piegare verso i vetri: si mise a correre lungo l’interno della cornice: le spruzzai un altro getto di veleno: si fermò, abbassò le ali e la testa, tornò indietro e per un attimo sospese qualsiasi movimento: contrasse ripetutamente la sacca del ventre, cercò di nettarsi le zampe anteriori, provò le ali, insieme e una per una, avanzò, indietreggiò, cadde all’indietro, restò ferma qualche secondo, sbalordita, perduta all’improvviso la virtù del volo: la gravità che l’affliggeva la spaventò con una violenza che riempì la stanza». I protagonisti del brano sono un’ape molesta e il DDT. È Paolo Volponi, il più appartato dei nostri giganti.

La mattina dopo, domenica 29 aprile 2012 alle 11, io Laura e Simone avevamo appuntamento nel dehor di un caffè della via centrale di M***, quella che dalla chiesa principale declina verso la piazza centrale. Sotto una pioggia torrenziale ci siamo diretti all’incontro. Ero rimasto d’accordo con Simone che l’avrei chiamato non appena fossi stato davanti alla chiesa e ci saremmo fatti un cenno da lontano per riconoscersi. Arrivati alla chiesa, ho preso il telefono e ho immediatamente sentito squillare il cellulare nella tasca di un tizio che ci stava vicino, un quarantenne ben vestito e dai modi borghesi. Mentre il quarantenne cercava di rispondere, ho chiuso la chiamata e mi sono avvicinato a lui chiedendo: «Simone?»

Quello ha fatto sì con la testa e gli ho allungato la mano. Solo che il suo telefono continuava a squillare. Il primo Simone che abbiamo incontrato, insomma, non era quello vero. Nel frattempo, il mio cellulare ha cominciato a trillare e, mentre mi scusavo con il quarantenne, un tizio dall’aria stralunata, con un marsupio e alcune sporte di carta, il cappellino con la visiera rossa e una giacca impermeabile chiara buttata sulle spalle con la noncuranza di chi viene aiutato a vestirsi ci faceva dei cenni da una ventina di metri di distanza.

Dell’incontro, durato quasi tre ore, ricordo molti particolari: che eravamo all’aperto, e che Simone avrà fumato almeno un pacchetto di sigarette; che ricevette quattro o cinque telefonate “d’affari”; che un torrente d’acqua scivolava furibondo nelle scanalature del porfido della via e formava delle piccole pozze sotto il nostro tavolino di metallo, per cui dovevamo tutti tenere le borse e i piedi sollevati; che Simone non si tolse mai il cappellino tranne una volta, per farci vedere la forma spaccata del suo cranio rasato: un solco lungo alcuni centimetri gli piaga il lobo destro e crea una specie di depressione, suggerendo l’idea che Simone abbia due teste, come il padre priore degli Esordi di Antonio Moresco. È una ferita, dice, che si è procurato nel Caucaso nel 2007: è stato aggredito a Vladikavkaz da un gruppo di persone, ma non ha voluto spiegarci il motivo dell’aggressione. Da allora, però, dopo alcuni mesi d’ospedale in Caucaso prima, a M*** poi – mesi in cui dice di aver lottato contro la morte – è in congedo definitivo. Gli hanno trovato un posto come portiere all’ospedale («ospedale civile», dice lui) di M***, e non sta sempre bene: soffre di emicranie continue e, soprattutto, ha dei vuoti di memoria, e non parla bene (dal vivo infatti trascina alcune consonanti e fatica a pronunciare certe parole).

Voglio dire subito che, non appena vidi Simone salutarmi da lontano, non appena vidi com’era vestito e l’aria svagata dei suoi occhi, io smisi di avere paura di lui, di provare agitazione. Diventai come divento di solito davanti alle persone che deludono le mie attese: bonariamente disinteressato. Ma lui ci disse di aver imparato il russo in venti giorni. Prima del 2007, disse, io avevo una mente veloce, e conoscevo molte lingue di cui oggi ricordo solo alcune cose. Nel corso del nostro incontro, pronunciò più volte alcune parole russe, e le pronunciò perfettamente. Ma il suo discorso – di fatto un specie di monologo durato per tutto il tempo in cui rimanemmo seduti al tavolino nel dehor – fu sconclusionato, pieno di salti logici e temporali, di cose che diceva di non ricordarsi bene o che non voleva raccontare fino in fondo. Era stato, nel corso della sua vita di paracadutista, membro di un non meglio precisato battaglione di forze speciali, e aveva girato il mondo, e aveva fatto molte missioni sulle quali era costretto a serbare il segreto. Nei ristoranti degli alberghi, disse, c’è una regola: bisogna farsi assegnare dal cameriere sempre lo stesso tavolo, quello posto in un angolo in fondo alla stanza, e bisogna sedersi sempre con le spalle al muro. In questo modo, disse, si può tenere sotto controllo la sala e, man mano che i giorni passano, si imparano i movimenti dei camerieri, del personale dell’albergo, dei clienti: se guardi un posto per molti giorni dalla stessa angolazione impari a conoscerlo, diventa tuo e, in caso di pericolo, sei in grado di notare prima degli altri qualche mutazione nel comportamento delle persone, qualche irregolarità nel normale svolgimento delle giornate. Quando il tuo lavoro ti porta a frequentare i luoghi pericolosi del mondo, devi per forza comportarti così, perché devi proteggere te stesso e devi registrare il maggior numero di informazioni possibile su ciò che ti sta intorno. Simone, nella sua vita immaginata, è sempre in guerra. Così, in Egitto, al Cairo, disse, ho capito prima degli altri che nell’albergo dove risiedevo sarebbe presto successo qualcosa: quando la bomba contenuta nel borsone di un cliente che stavo tenendo d’occhio da qualche giorno esplose, una mattina a colazione, io avevo già fatto in tempo a correre fuori portando con me una comitiva di turisti italiani che non si era accorta di nulla.

Hitler non è morto nel 1945, disse, ma ci sono prove che sia andato a vivere in Argentina. E così il dottor Morte: pensano tutti che sia finito in Brasile, ma in realtà ha lavorato per anni negli Stati Uniti al servizio della CIA. O la volta, disse, che catturammo Bokassa nella giungla a metà degli anni Novanta (Voi?!? Gli italiani?, chiesi, fingendo di seguirlo e di credergli. Sì, disse, tu non puoi sapere come funzionano davvero queste cose, è molto complicato, ma gli italiani hanno partecipato a moltissime missioni speciali di cui non si deve sapere nulla): si era rifugiato in una capanna in mezzo agli alberi, a molti giorni di cammino nella foresta. C’erano con lui i suoi fedelissimi e alcune donne. E c’era, nelle cantine… Andrea, io non ho mai visto una cosa del genere… Lui è stato accusato di cannibalismo e l’hanno scagionato, ma quello che ho visto io non lo puoi immaginare. Così lo catturammo, avevamo l’ordine di caricarlo su un aereo di portarlo in Europa, perché fosse giudicato dal tribunale dell’Aja. Legato mani e piedi, incappucciato, nel piccolo aeroporto di Bangui, lo caricammo sull’aereo, ma all’improvviso vedemmo sulla pista migliaia di persone, persone comuni, che si avvicinavano a noi urlando, e sai perché?, perché lo reclamavano, lo volevano per loro. A quelli laggiù non gliene frega niente della legge e dei tribunali internazionali, niente. Loro volevano Bokassa, volevano giudicarlo a modo loro. Ma noi non potevamo consegnarlo, ci aspettavano all’Aja. La gente aveva dei portavoce e ci mettemmo a parlare con loro. Accanto a noi Bokassa, legato e incappucciato, era fermo, come morto, forse non capiva quello che stava succedendo. Intanto la gente aveva circondato l’aereo, e più il tempo passava più si faceva minacciosa e noi avevamo cominciato a capire che non ce la saremmo cavata se non l’avessimo consegnato. Così ci siamo consultati. Quello era una belva, Andrea, un assassino e un cannibale, e a noi faceva schifo. I portavoce tentavano di tenere calma la gente, ma quella urlava, spingeva, molti erano armati e in quei posti lì la vita umana – anche la nostra – non ha nessun valore. Così abbiamo deciso: abbiamo detto ai portavoce che avremmo consegnato Bokassa a patto che la gente liberasse la pista e ci permettesse di decollare immediatamente. L’abbiamo lasciato lì, legato e incappucciato, sulla pista, e mentre decollavamo abbiamo visto come è morto. Bokassa non è morto d’infarto, Andrea, Bokassa è stato smembrato e divorato dal suo popolo sulla pista dell’aeroporto di Bangui.

Io e Laura ci guardiamo, il fiume d’acqua che scende dalla chiesa fino alla piazza e il rumore della pioggia che frusta la copertura del dehor.

«Dimmi di Beslan» dico. Simone prende una pausa, si accende un’altra sigaretta, si tocca la testa. Beslan, dice, Tu sei stato bravo, hai scritto un bel libro, ma ci sono delle cose che non potevi sapere, che non sono state dette né scritte da nessuna parte… i morti, per esempio, tu lo sai quanti sono i morti di Beslan?

«Sono più di trecento» dico, «Trecentotrenta, poco più».

Scuote la testa e guarda in un punto imprecisato tra il tavolo e me. Sono ottocento, Andrea, è stata una strage senza precedenti, sono più di ottocento. Io ero là, li ho visti e lo so. Sono stato nel Caucaso per molti anni, ho fatto missioni dalla fine degli anni Novanta fino a quando mi hanno ferito. Quando abbiamo ricevuto la notizia del sequestro della scuola eravamo a Vladikavkaz. Era il due settembre, gli ostaggi erano già rinchiusi da 24 ore. Con un amico di là – sapevamo che non potevamo recarci sul posto come esercito italiano, ma che avremmo dovuto arrivarci come privati cittadini – siamo saliti su una jeep civile e siamo partiti immediatamente. Eravamo in due, solo due: io italiano e lui osseto. Sua moglie è georgiana e fa i migliori chačapuri che abbia mai mangiato. Li conosci, i chačapuri? Sì, dico, sono la focacce georgiane al formaggio. Li ho mangiati qualche volta a Mosca. Ah, ma a Mosca sono un’altra cosa, tu dovresti provare quelli che si fanno nel Caucaso! Dopo, prima di andar via, ti do la ricetta, così magari (guarda Laura) lei te li fa. Fa una pausa, fuma. Beslan, dice, Io Andrea non ho mai visto una cosa come quella che è successa a Beslan, ancora adesso mi sveglio di notte pensando a quei bambini, mi sogno le urla dei loro parenti fuori dalla palestra. È stata una cosa terribile, la peggiore che mi sia mai capitata. Si ferma di nuovo, respira. La voce se è possibile gli è diventata ancora più bassa, tumulare. Si riprende all’improvviso: le autorità quando siamo arrivati erano tutte già fuori, c’erano i militari, i politici, e nessuno sapeva cosa fare. Quelli da dentro minacciavano di ammazzare tutti, e c’era panico, la gente piangeva. C’erano dei parenti dei prigionieri che erano armati e volevano fare irruzione, farsi giustizia privata, far fuori tutti quelli incappucciati. Le autorità non sapevano come comportarsi, dovevano tenere a bada la gente disperata e furente all’esterno e dovevano capire come parlare coi terroristi senza che questi facessero male agli ostaggi. Così, Andrea, visto che nessuno faceva niente, ci ho parlato io. Tu?, dico, trattenendomi per non ridere. Io, io, dice, grave. Il mio amico osseto voleva fermarmi, diceva che ero pazzo, che lui ha una moglie e un figlio a casa e che non voleva riportarmi a Vladikavkaz morto. Ma io non ho nessuno, Andrea: ho solo una sorella che mi è stata vicino quando mi hanno aggredito nel 2007, ma per il  resto non ho nessuno a casa che mi aspetti, non ho moglie, non ho figli. Sono andato dal capo della polizia di Beslan e gli ho chiesto di farmi parlare con loro. Gli ho spiegato chi ero, e che il fatto di essere italiano poteva essere per i terroristi una garanzia che non li volevo fregare, che ero disinteressato e che parlavo solo in nome degli ostaggi. Il capo della polizia non sapeva che pesci prendere e si è lasciato convincere. Mi sono tolto la maglia, e mi sono avvicinato a torso nudo all’ingresso della scuola; tenevo le braccia spalancate per far vedere che non ero armato e che non avevo cattive intenzioni. Io in quel momento non pensavo a niente, a niente, solo a parlare con loro e convincerli a rilasciare almeno qualcuno. Dalle finestre mi hanno puntato il fucile e mi hanno detto di fermarmi o avrebbero sparato. Ma io sono un paracadutista, Andrea, e i paracadutisti non si fermano davanti a un fucile puntato. Ho continuato a camminare piano dicendo che volevo solo parlare con il loro capo. Io, Andrea, ho parlato con Marat! (Si emoziona, si confonde, mescola la realtà dei fatti di Beslan con la parte fittizia contenuta nel mio libro). Ci ho parlato! E l’ho convinto a rilasciare gli ostaggi. Me ne stavo lì, mezzo nudo davanti all’ingresso, disarmato, e lui mi ha ascoltato. Gli ho detto che se non rilasciavano qualcuno, che se non facevano qualcosa di buono il mondo li avrebbe odiati e non li avrebbe ascoltati, e loro hanno rilasciato dei bambini, pochi minuti dopo hanno fatto uscire… quanti, quanti bambini hanno fatto uscire quel giorno? Ventisei, dico io. Ecco, io ho liberato ventisei persone.

Tu questo lo devi raccontare, Andrea, dobbiamo vederci molte volte e devi starmi ad ascoltare. Io non sono capace di scrivere un libro, tu sì. Devi scrivere la mia storia perché il mondo non sa la verità su molte cose. Dobbiamo lavorare insieme, scrivere insieme. Cioè: io racconto e tu scrivi, perché tu sei capace e io no. Io, capisci, ho bisogno di raccontare questa storia perché il mondo la deve sapere e perché è vera. Lo farai, Andrea? Lo faremo? Lavoreremo insieme?

Ce ne siamo andati dal dehor alluvionato che quasi non pioveva più. Prima di stringerci la mano, Simone si è vuotato le tasche rovesciandone il contenuto sul tavolino di metallo, ha cercato nel portafogli e nel marsupio: non trovava la ricetta dei chačapuri. Eppure ce l’ho sempre con me, ripeteva. Io e Laura l’abbiamo osservato compiere questa operazione con un imbarazzo sempre crescente. Comunque non importa, ha detto poi, ce l’avrò da qualche parte a casa, te la mando via mail.

Ho trovato una nota che Ernesto Aloia ha intitolato Fiction o non fiction? Falso problema, la non fiction non esiste. In essa, Aloia scrive:

Sulla pagina non esistono cose vere. Anche tralasciando per evitare il rischio di efferatezza teorica ogni messa in questione del significato comunemente accordato alla parola “realtà”, è evidente che nel momento in cui essa viene traslata in quella successione di segni di diversa natura che costituiscono una narrazione, essa cessa di esistere, o quantomeno di essere visibile. Quello che permane è solo il testo, e “l’aderenza alla realtà” non è una sua qualità intrinseca quanto piuttosto una modalità dell’interazione tra il testo e il lettore. Il testo è non finto se viene percepito come tale dal lettore, non se il suo contenuto è rappresentato da avvenimenti non finti. E il raggiungimento di questo risultato passa – paradosso dei paradossi – attraverso l’applicazione di un codice di regole espressive che, guarda caso, è proprio quello che i romanzieri hanno messo a punto nei due secoli durante i quali il pacte réaliste è stato in vigore.

E ancora:

Prima di Gomorra, i misfatti della camorra in Campania erano già stati raccontati in migliaia di pagine di saggistica e di cronaca – perché allora essi sono diventati davvero credibili per i più solo dopo il bestseller di Saviano? Paradossalmente, proprio per la natura anfibia del testo, che rifiuta di abbandonare l’arsenale tecnico della narrativa di fiction (e, dal punto di vista editoriale/commerciale, viene addirittura etichettato come “romanzo”). Dal punto di vista narratologico, l’adozione di prospettive e punti di vista impraticabili da una scrittura saggistica ha moltiplicato l’impatto emotivo del suo contenuto e amplificato l’effetto di realtà. […] Per questo, a mio avviso, il concetto stesso di non fiction, e il diverso statuto di realtà attribuito alla scrittura che si pretende non di invenzione, sono frutti di un equivoco: sulla pagina tutto è falso, e tutto è vero nel modo in cui sono vere le storie raccontate nei romanzi, cioè solo in quanto propongono al lettore un approccio percettivo-descrittivo conforme a quello che nel corso degli ultimi due secoli si è costituito come codice espressivo del realismo.

Ciò che ho scritto nel Demone a Beslan è più vero di quanto il mio lettore più bizzarro mi ha raccontato. Dove sta la verità quando si scrive una storia basata su un fatto realmente accaduto? Qual è il suo gradiente di realtà? Qual è il punto che separa la fantasia di uno scrittore – che seleziona, aggiunge e modifica elementi allo scopo però di restituire una verosimiglianza – dalla follia?

Il giorno dopo il nostro incontro con Simone, alle 19.04, ricevetti da lui una mail come al solito priva di oggetto. Questo è il testo:

khachapuri   ingredienti  per la pasta  350 gr di farina o manitoba 250 gr di yogurt bianco 25 gr di burro morbido 1 cucchiaino abbondante di sale 1 cucchiaino abbondante di miele un panetto di lievito di birra latte q.b.   per il ripieno parmigiano a scaglie mozzarella stracchino olio extravergine d oliva q.b. origano q.b.  in una ciotola unire farina e sale il burro a pezzetti lo yogurt.sciogliere il lievito nel latte assieme al cucchiaino di miele e incorporarlo agli altri ingredienti . impastare fino ad ottenere una massa morbida e lasciare lievitare almeno per un paio d ore fino al raddoppio.dividere l impasto in due parti.stendere la prima meta su una teglia rivestita di carta da forno cospargere la superficie con le scaglie di grana aggiungendo poi la mozzarella e lo stracchino. stendere l altra parte di pasta e ricoprire il ripieno avendo cura di richiudere bene i bordi.creare delle piccole incavature con i polpastrelli spennellare di olio evo e cospargere con l origano.infornare a 190 gradi per circa 25 minutifino a che la superficie  risulti d orata    questa e la ricetta che ho ottenuto da una ragazza russa provaci e fammi sapere ciao saluta la ragazza a presto simone

La prima parte è qui.
La seconda qui.

L’opera vista da un fantasma

Certi posti non appartengono ai bambini. Ne sono, e raramente, visitatori stranieri; all’opera in due casi mi è capitato di incrociarne qualcuno, una volta nei pressi dell’Arena di Verona delle piccole comparse raggiungevano le quinte in fila indiana tenendosi per mano, sì nei loro abiti di scena da popolani della Carmen, accompagnati e seguiti da un adulto sembravano una scolaresca in gita, bambini calma non correte e non litigate, più che figuranti; in un’altra occasione ai camerini del San Carlo – non si immagina quanto viavai di signore e signori a salutare il direttore d’orchestra e il soprano e il tenore chiudendosi le porte alle spalle che uno quasi pensa chissà cosa accade dietro quelle porte – Gianni Amelio teneva per mano la nipote e spiegava alla piccola Lucia di Lammermoor che ferma davanti allo specchio, toccandolo con le dita, sulla scena, avrebbe dovuto contare fino a cinque prima di scappare via e si raccomandava tirando con la mano avanti la nipotina come se avesse bisogno del suo aiuto per farglielo intendere bene, come si conta fino a cinque davanti allo specchio, all’attrice seienne.

L’opera è un luogo spaventoso se vista dal retropalco, ma spaventoso in quella forma sublime che si addice a un luogo, a una storia, che ha ben chiaro non semplicemente la trama di una vita ma anche e soprattutto l’idea della propria morte. Quando un tenore esce di scena (io ho guardato in faccia Coppellius dei Contes d’Hoffman mentre si allontanava dal palco torvo e diabolico e sembrava non vedermi con tutto quell’odio nell’espressione che pure con me non aveva a che fare ed era come se non lo turbassi, io con i miei abiti borghesi e con la mia completa estraneità alla messa in scena, come se il backstage fosse un prolungamento appartato del palco – o, addirittura, più vero – e potesse attraversarmi se gli avessi ostruito il passaggio) si porta dietro il tempo del racconto, si trascina nei camerini il proprio destino generalmente tragico e di morte.
In quella stessa circostanza – che poi è l’unica in cui ho assistito a uno spettacolo operistico dal retropalco – al teatro Alla Scala ho cercato di distrarre Olympia mentre la ponevano su un carretto e nonostante mancassero diversi minuti al suo ingresso in scena mi ha fatto un sorriso da automa e ha mosso le braccia come un robot; ecco, a teatro generalmente – ed è quello che si dice degli attori del cinema, di quelli bravi, che non abbandonano mai il proprio personaggio fino a riprese terminate – che dietro le quinte i sentimenti della trama restino è piuttosto solito ma si lasciano disturbare da una presenza estranea o magari conosciuta all’attore (una moglie? Una fidanzata? Un figlio? Un amico in visita?), permettono un varco, sono flessibili, non badano alla commistione di tempi, quello del copione e quello privato, umano. All’opera tutto ciò che non appartiene all’opera non esiste. Se dalla platea qualcuno tossisce è un rumore, se, come è capitato a me, sei nel retropalco – immobile perché non puoi disturbare, non puoi prenderti un secondo del tempo dello spettacolo, non puoi essere un incidente, non puoi inciampare e cadere e devi occupare quei trenta centimetri quadrati in cui non ti incroci con i macchinisti, non sei d’intralcio a una carrucola, non puoi parlare con gli attrezzisti, insospettire il direttore di scena – sei un fantasma. Sei un fantasma che non porta testimonianza e mentre accade tutto quello che deve accadere e le scenografie cambiano con la perfezione dei moti astrali – e, giuro, lo stridio soffocato delle corde che salgono e scendono sembra il rumore che potrebbero fare i passaggi d’epoca se solo fosse possibile sentirli – e in fondo sei tu e neppure ci sei ma in realtà sei qualcosa di più, sei la testimonianza di come l’opera sia sopravvissuta al tempo, tanto più forte dell’uomo che l’assiste. Resistono parole come zimarra, per esempio, “Signora Rita che dice, gli mettiamo la zimarra?”, “E’ pesante la zimarra, la cuciamo alle spalle?”, “La zimarra nera va bene per Lord Enrico”, alla sarta che non rammenda nient’altro che un soprabito, la zimarra.

A Napoli ho sentito una addetta stampa lamentarsi della serietà dei registi, raccontare quanto siano incapaci di conservare la propria leggerezza una volta entrati in un teatro d’opera, diventano pesanti, ha detto. Mi sembrerebbe assurdo, anzi sarei terrorizzato, da un barbiere che ride e scherza o racconta storielle sconce mentre passa la lama sulla giugulare per ripulirmi completamente dalla barba, lo voglio serio e grave il mio barbiere mentre mi rade il collo, voglio che ricordi la facilità con cui si muore, che ricordi il peso dell’assenza di chi l’ha lasciato, pensi ai suoi figli e a sua madre e anche a quella fidanzata di gioventù di cui sente la mancanza proprio ora che sta invecchiando. E dirigere un’opera, considerato tutto ciò di cui è portatrice (senso, tradizione, testimonianza, amore, patria, sacrificio e tutti quei concetti desueti di cui si ha memoria ma che bisogna anche capire), tenuto conto dell’armonia estrema che si deve rispettare (i tempi della partitura, i tempi della recitazione, i tempi della scena, le distanze, i cambi di scenografia con mobili calati dall’alto, montagne trascinate da destra a sinistra e poi da sinistra a destra), dirigere  un’opera equivale a tenere qualcosa di più di una lama affilata sulla giugulare, non ne possiamo accettare neppure come possibilità uno sbaglio, un fallimento – una volta ho sentito di un barbiere che radeva un suo amico e ridevano raccontandosi pettegolezzi e mentre la lama scorreva sul collo ripetendo un gesto anodino, quotidiano, con ferma sicurezza un altro uomo è entrato ridendo e quello, mentre teneva la lama sulla giugulare, incuriosito si è voltato di scatto –, un ritardo, una sbavatura. L’opera non può esistere se non in virtù della propria perfezione. E i teatri, La Scala, sono pieni di certi uomini topo scuri, in tute blu, che si muovono, si arrampicano, spostano, si danno indicazioni a voce bassa bassa e si fermano per qualche minuto negli angoli più bui del proscenio dividendosi in gruppetti e tenendosi in disparte, a volte si mischiano ai truccatori, ai parrucchieri e ai sarti: i tecnici della perfezione, perché è una perfezione materica, quella dell’opera, fatta di scadenze e spazi. Vedrete comparse e cantanti abbandonare il palco, dirigersi verso gli uomini topo per lasciargli in custodia gli oggetti – un calice, uno scudo, una lancia, un carretto – della scena precedente e prendersene altri ancora dalle loro mani – un cappello, un libro, un fiore – per poi ritornare a cantare; immaginate altrettanti tecnici che restano al di qua del proscenio e reggono scenografie, spostano alberi, completamente mimetizzati, assenti e necessari si dividono il nascondiglio con il maestro del coro che invece dal palco non si allontana un secondo e con i movimenti larghi della braccia sembra dirigerli tutti, i figuranti, il coro, gli scenici, gli oggetti a colpi di salterelli, persino me che me ne sto in uno spazio limitato da strisce gialle. È fatta di incursioni l’opera vista da questa prospettiva, gli attrezzisti sono l’estensione delle quinte, sono le ombre allungate degli attori, mentre gli attori sono la storia che irrompe nel retropalco, piena di ritmo e di tempo e quindi reale.

È una costruzione, un corso d’opera e una conservazione (a Parigi – a Garnier quanto a Bastille – nel foyer c’è ancora chi urla sboccato Programme! Programme! e sembra che debbano venderti un foglio rivoluzionario invece che il libretto della serata).

Quando un atto finisce un tecnico stacca una spina dalla corrente – quasi  disattivasse un televisore, un po’ quello che avremmo voluto scoprire da bambini guardandoci dentro, tra i fili –, le comparse, gli attori con le sarte, i truccatori si dirigono ordinati verso il camerino affidando pezzi del loro ruolo a scenici e aiutanti, se ne liberano con grazia, tra loro c’è quasi sempre qualcuno che indossa una zimarra o un mantello e se lo tiene addosso mentre si allontana silenzioso – nella storia se non è già condannato lo sarà a breve – fa quel volteggio nell’aria che gli irrobustisce la figura, gli allunga l’ombra, e appare come appare sulla scena, di spalle, come l’opera lo vuole: al di sopra di qualsiasi altro uomo che invece non può e non sa immaginare la propria morte.